Ildefonso Schuster, La liturgia quaresimale a Roma

Come la Vigilia domenicale (1) in attesa della Parusia (2) del divin Giudice contribuì assai per tempo a sostituire la domenica cristiana al vecchio sabato della Sinagoga, così i due digiuni settimanali del mercoledì e del venerdì furono sin dai tempi apostolici come i due primi capisaldi della settimana liturgica. Ne troviamo i primi accenni già nella Dottrina dei Dodici Apostoli, nel Pastore di Erma e in Tertulliano, giusta il quale la Statio importava una levata mattiniera, la triplice eucologia di terza, sesta e nona, seguita nel pomeriggio dall’offerta eucaristica.

Erma ci attesta che fin dai suoi tempi tale osservanza, con vocabolo militare, veniva appunto chiamata Statio; però, come rileviamo da Tertulliano, essa aveva carattere di devozione puramente libera, il che diede origine alle dispute tra i Montanisti ed i Cattolici, pretendendo i primi che tali digiuni fossero obligatorî e si dovessero protrarre sino al tramonto del sole.

Un’osservanza preparatoria alla Pasqua, prima ancora dei canoni conciliari, dové nascere dal senso stesso e dal genio soprannaturale del Cristianesimo. Infatti, non si può spiegare diversamente la differente disciplina delle varie Chiese su questo punto; così che, mentre da principio ad Alessandria, a Roma e nelle Gallie il digiuno durava una settimana, altre Chiese si limitavano a consacrare all’astinenza solo i due ultimi giorni della Settimana Santa.

Ignoriamo le cagioni che nel iii secolo determinarono Roma a prolungare il digiuno di tre settimane; ma fu certo l’esempio del Salvatore che digiunò 40 giorni nel deserto quello che influì sui Padri di Nicea, perché la Quaresima pasquale comprendesse appunto 40 giorni. Dopo questo tempo, i Santi Padri, d’accordo con la legislazione civile di Bisanzio, non fanno che inculcare l’osservanza, determinare i riti,  spiegare i motivi e i vantaggi, cosicché, fino ai secoli a noi più vicini, la Santa Quaresima era considerata come il perno della disciplina cattolica, la «tregua di Dio», in cui tutta la società cristiana, messo da parte ogni altro negozio, chiusi i tribunali e i teatri, colla penitenza e coll’istruzione liturgica si rifaceva a nuovo, accumulando novelle energie per risorgere a vita santa col Cristo risorto e trionfante.

Gli Orientali, considerando come festivi, e quindi esenti dal digiuno, tutti i sabati e le domeniche ad eccezione del Sabato Santo, venivano a sottrarre troppi digiuni alla Quaresima, perché non ne dessero quasi un compenso, anticipando l’astinenza di alcune settimane. A Gerusalemme la Quaresima cominciava otto settimane prima di Pasqua, rito che in parte fu imitato anche dai Latini, quando, a compiere i quattro giorni di digiuno che mancavano ai 36 di digiuno quaresimale, cominciarono a digiunare fin dal mercoledì della settimana di Quinquagesima.

La primissima idea d’un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua, sembra essere sorta a riguardo specialmente dei catecumeni, che, col digiuno e colla preghiera, si preparavano a ricevere il Battesimo nella notte precedente la Pasqua; e questo concetto del Baptismum poenitentiae informa ancor oggi tutta la liturgia quaresimale. Diversamente da Gerusalemme, ove in segno di penitenza e di lutto non si celebrava il Sacrificio, Roma non considerò come aliturgici (3) che i soli due ultimi giorni di Quaresima; tutti gli altri avevano i loro riti particolari, le loro processioni, i propri canti, cosicché, in armonia col carattere delle anafore eucaristiche (4) latine, sembra che gli Occidentali, e Roma soprattutto, collo splendore della liturgia quaresimale abbiano voluto ubbidire fedelmente al comando del Salvatore, che ci esorta a dissimulare con modi festevoli il rigore della nostra penitenza.

Da gran tempo le jejuniorum veneranda solemnia cominciarono col Mercoledì delle Ceneri; ma nella liturgia romana ancor oggi si possono distinguere varie formole iniziali della Santa Quaresima, che in diversi tempi si sovrapposero le une alle altre. E’ assai importante il significato dell’antica solennità romana della dominica mediante (die festo), o mediana, tre settimane innanzi alla Pasqua. Il Papa percorreva il tratto che divide la basilica stazionale Sessoriana del Laterano cingendo il capo col regnum (5), come nelle più grandi solennità, e teneva in mano una rosa d’oro cosparsa di balsamo, che poi donava al Prefetto della Città.

A tempo di san Gregorio il digiuno cominciava il primo lunedì di Quaresima, come tuttavia si rileva dalla secreta della Domenica I di Quaresima che ricorda appunto il Sacrificium quadragesimalis initii, gli inizi del sacro digiuno. Anche il Cursus (6) dell’ufficio divino, gli inni, i versicoli, i responsorii,  non conoscono alcuna variazione durante tutta la settimana di Quinquagesima; lo stesso santo Pontefice in un’Omilia sul Vangelo pronunciata nella I domenica in Quadragesima ci attesta che da questo giorno sino alle gioie della festa pasquale corrono bensì sei settimane, ma perché di questi 42 giorni di penitenza si sottraggono al digiuno le 6 domeniche, così in realtà non restano che soli 36.

Oltre il giovedì in cui a Roma si ometteva la messa stazionale, anche la domenica dopo la grande Vigilia notturna del Sabato dei Quattro Tempi era considerata come giorno di «vacanza» (Domicica vacat), in quanto che la Messa veniva celebrata allo spuntar dell’alba, al termine dell’Ufficio Vigiliare. Però, già sotto Gregorio II (715-731) vennero istituite le stazioni dei giovedì di Quaresima, racimolandone gli elementi salmodici qua e là nell’Antifonario; in seguito, specialmente fuori di Roma ove non si celebravano le solenni Vigilie papali, anche la seconda domenica di Quaresima ebbe la propria Messa stazionale. Così l’Ufficio quaresimale fu al completo.

Una circostanza importantissima dell’antico rito quaresimale era l’uso di non prender cibo prima del tramonto del sole. Durante il giorno il popolo e il clero attendevano alle consuete occupazioni, ma verso nona, da ogni parte della città era un accorrere frettoloso di Fedeli verso la chiesa stazionale, ove assai spesso interveniva il Papa ed offriva il divin Sacrificio. Ordinariamente, la processione stazionale cominciava in una altra basilica vicina, ove il popolo attendeva l’arrivo del Pontefice e dei suoi alti ufficiali del palazzo lateranense, che recavano i vessilli e le suppellettili preziose pel divin Sacrificio. Al canto devoto della Litania, il corteo muoveva verso la chiesa stazionale, ove il santo Sacrificio terminava quando già il sole volgeva al tramonto. Era come un’offerta vespertina di tutta la famiglia cristiana al termine di una giornata operosa, santificata dalla preghiera e dalla mortificazione.

Gli Ordines romani (7) così descrivono il rito della feria IV cinerum. Dopo nona, il popolo e il clero si raccoglievano nella basilica di sant’Anastasia, alle radici del Palatino, ove il Pontefice, circondato dai diaconi, saliva all’Altare e cantava una preghiera. In seguito, verso il x secolo, l’antico rito delle Ceneri imposte già ai pubblici penitenti andò sempre più popolarizzandosi, onde l’Ordo romanus xi finì per estenderne la prescrizione indistintamente a tutti i Fedeli. Terminata questa mesta cerimonia, un suddiacono inalberava la preziosa croce stazionale (8), e ordinati tutti in processione, al canto delle Litanie e di Antifone adatte alla circostanza, salivano il colle Aventino, alla basilica di santa Sabina, ove si celebrava la Messa. Giusta il medesimo consuetudinario romano, il Pontefice e i diaconi compievano la strada a piedi nudi, rito abbastanza frequente nella litugia penitenziale di Roma. La Messa non aveva il Kyrie o la litania, giacché suppliva quella che era stata recitata per via; però si ripeteva l’introito e si compievano tutte le altre cerimonie consuete della Messa papale. Prima della Comunione un Suddiacono Regionario annunziava al popolo: Crastina die veniente, statio erit in ecclesia sancti Georgii martyris ad Velum Aureum. E la schola rispondeva: Deo gratias. Quindi, dopo la Comunione e la colletta super populum, che suppliva allora le benedizione finale, i Fedeli venivano licenziati (ite, missa est), e il clero si ritirava alle proprie case. Non si dice parola del Vespero, perché nell’alto Medio Evo in Roma, tranne i dì più solenni, esso veniva celebrato esclusivamente nei monasteri. Quando il Papa non interveniva alla festa stazionale, si recava da lui un accolito e gli recava per devozione un po’ di bambagia intinta nell’olio delle lampade del Santuario. Diceva dapprima: Jube, domne, benedicere; ed impetrata la benedizione, proseguiva: Hodie fuit statio ad sanctam Sabinam, quae salutat te. Il Papa rispondeva: Deo gratias, e baciato riverentemente quel batuffolo di bambagia, lo consegnava al Cubiculario perché lo custodisse diligentemente, onde riempirne poi il suo cuscino funebre.

Non si riesce a scoprire esattamente con qual criterio siano state prescelte per la Santa Quaresima le chiese stazionali. Da questa lista sono sempre escluse le basiliche cimiteriali dei Martiri, il che sembra rivelare un ordinamento posteriore al v secolo, quando la devozione popolare verso i cimiteri suburbani venne alquanto a raffreddarsi; si fa solo eccezione per le grandi Basiliche Apostoliche e pel sepolcro di S. Lorenzo, che nelle maggiori ricorrenze dell’anno, durante cioè la preparazione alla Quaresima, nella settimana pasquale e nel triduo che segue la Pentecoste, dovevano costituire quasi la meta venerata dai Fedeli e dai Neofiti. Specialmente dopo il Battesimo amministrato in Laterano nella Vigilia solenne di Pasqua, sembrava un dovere che l’intera Chiesa, clero e popolo, accompagnassero i Neofiti a questi insigni santuarî, e li presentassero ai tre grandi Patroni di Roma, Pietro, Paolo e l’arcidiacono Lorenzo.

Anche i giorni consacrati ai digiuni dei Quattro Tempi hanno le loro particolari stazioni: il mercoledì alla Basilica Liberiana, il venerdì all’Apostoleion di Papa Pelagio, e nella notte del sabato a san Pietro, ove si celebravano le Ordinazioni. I sacri Ordini venivano però conferiti in un oratorio attiguo alla basilica Vaticana, nell’interno del monastero di S. Martino, giacché era esclusivo privilegio del Papa d’essere consacrato sulla tomba stessa dell’Apostolo. Nella liturgia romana la stazione assume spesso il carattere d’una vera festa in onore del santo titolare della Chiesa; il che apparisce assai bene la domenica di Sessagesima nella basilica di san Paolo, e il giovedì dopo la domenica in mediana nella chiesa dei Martiri Cosma e Damiano. Più o meno queste preoccupazioni agiografiche locali hanno influito sulla scelta del lezionario quaresimale, tanto che un esame accurato di queste pericopi scritturali ci rivela mille particolari storici di grande valore. Così, la Messa del giovedì dopo le Ceneri nella Chiesa di S. Giorgio in Velabro, col racconto evangelico del Centurione di Cafarnao, allude a S. Giorgio, che dalla tradizione ci è appunto rappresentato come un valente uomo d’armi. Il dì appresso la Messa stazionale è nella chiesa di Pammachio, attigua allo Xenodochium dei Valerii sul Celio; infatti, le lezioni scritturali che vi si recitano insegnano il vero modo di compiere l’elemosina, con coscienza pura ed animo retto. Il lunedì seguente la stazione si raccoglie sull’Esquilino, nella basilica ad Vincula. S’impone quindi il ricordo del Pastor Ecclesiae, il quale perciò suggerirà la scelta della classica descrizione del buon Pastore tratta dal libro di Ezechiele. Il mercoledì seguente la festa stazionale sarà nella basilica Liberiana, e la liturgia assai delicatamente troverà un bel modo di insinuare le lodi della Santa Vergine nella stessa lettura evangelica. Si potrebbero moltiplicare questi esempi insistendo sull’importanza di questo colorito locale che domina tutta l’antica liturgia romana, e che le conferisce quel carattere eminentemente popolare, quella varietà, quella viva tinta di attualità, quella delicatezza infine di sentimenti che penetra così profondamente negli animi; perciò, se si vuol gustare la squisita bellezza religiosa ed estetica del patrimonio liturgico romano, non si può interamente trascurare l’ambiente esterno in cui nacque e si svolse, per non dir nulla poi delle condizioni interne dell’animo, che esiggono una fede viva ed operosa, senza di che animalis homo non percipit ea quae Spiritus sunt.

Ma, oltre al culto dei Santi nelle loro chiese stazionali, un’altra grande idea domina tutta la liturgia quaresimale della Chiesa Romana; l’istituzione della Quaresima aveva avuto come un primo impulso dalla preparazione dei catecumeni al Battesimo, e questo grandioso concetto della resurrezione dell’umanità per mezzo del Cristo che risorge da morte, non poteva non influire potentemente sulla liturgia di questo sacro tempo.

Al principio di Quaresima, o verso la domenica in mediana (9), i catecumeni meglio disposti ed istruiti davano il nome al Vescovo, onde essere ammessi al Battesimo. Ecce Pascha est, ripeteva S. Agostino, da nomen ad Baptismum. Registrati quindi i nomi, il mercoledì seguente si celebrava la stazione nella vasta basilica di san Paolo, ove si compievano i grandi Scrutinii. Ancor oggi la liturgia di quel giorno è dominata dal concetto del battesimo, e come tipo appunto di verace conversione, la Chiesa Romana addita ai nuovi proseliti l’Apostolo delle Genti, che trascorse i tre giorni del suo catecumenato nella preghiera e nel digiuno. Perciò, la scelta della lezione evangelica del cieco nato, oltre al significato spirituale della colpa originale colla quale tutti gli uomini nascono ciechi al lume della Fede, contiene una delicata allusione alla cecità materiale dell’Apostolo, da cui fu guarito nell’istante del suo battesimo.

La cerimonia cominciava verso terza; un accolito faceva l’appello nominale dei catecumeni, disponendoli in fila, i maschi a destra, le fanciulle a sinistra. Passava quindi un sacerdote, ed imposte sui loro capi le mani, recitava una formola d’esorcismo, ponendo sul loro labbro del sale benedetto. Ritirati quindi i Catecumeni, incominciava la Messa; però, dopo la prima colletta erano di nuovo richiamati, e all’invito del diacono recitavano genuflessi alcune preghiere. Diceva quindi il levita ai padrini e alle madrine: Signate illos, e questi imprimevano loro un segno di croce in fronte. Seguivano tre accoliti con altre imposizioni di mani, segni di croce ed esorcismi; poscia il diacono esclamava: Catechumeni recedant; si quis cathecumenus est, recedat; omnes cathecumeni exeant foras, e i catecumeni si ritiravano. All’Offertorio i padrini e le madrine presentavano al Papa le oblazioni anche pei loro futuri figliocci, i cui nomi erano pubblicamente letti durante il Canone. Dopo la Comunione, il Papa faceva avvertire al popolo il giorno del secondo scrutinio, che si iniziava con gli stessi riti del primo.

Però la cerimonia a Roma aveva un nome speciale, in aurium aperitione, giacché in quel giorno le orecchie dei catecumeni si aprivano per la prima volta ad ascoltare pubblicamente la lettura dei Santi Vangeli. Dopo il canto del Graduale, comparivano quattro diaconi coi volumi dei Vangeli che deponevano sui quattro lati della sacra mensa. Il Papa teneva allora un’Omilia sul carattere e sull’importanza della Legge Evangelica; quindi un diacono leggeva i primi versi del Vangelo di san Matteo e consegnava poscia il libro a un suddiacono, che, ravvoltolo riverentemente in un velo, lo riponeva nel sacrario. Il Pontefice successivamente commentava i primi versicoli dei quattro Vangeli, giusta l’ordine col quale venivano letti dai diaconi; indi spiegava il Simbolo della Fede, ignoto fino allora ai nuovi aspiranti. Finito il discorso, gli si presentava un accolito tenendo in braccio uno dei bambini greci, numerosissimi in Roma durante il periodo bizantino. Chiedeva il Pontefice: Qua lingua confitentur Dominum nostrum Jesum Christum? – Graece – Annuntia fidem illorum  – e l’accolito cantava: pisteuo eis ena … a nome dei fanciulli bizantini, filgi degli alti impiegati imperiali. Un altro accolito compieva la stessa cerimonia per i fanciulli latini, quindi il Papa, dopo un breve esordio, insegnava ai catecumeni l’Orazione domenicale. A Roma gli Scrutinii dapprima erano tre, indi giunsero sino a sette, riservando l’ultimo alla mattina stessa del Sabato Santo. Passava allora un sacerdote, e segnate nuovamente le fronti di ciascuno col segno di croce, imponeva loro le mani proferendo una formola di esorcismo; toccava indi le loro orecchie e il labbro superiore col dito inumidito di saliva: Epheta, quod est adaperire, in odorem suavitatis, e imposte nuovamente le mani, cantava il Credo. Dopo un’ultima preghiera recitata in comune, gli aspiranti venivano finalmente licenziati, per attendere ansiosi il tramonto del sole, quando appunto cominciava la solenne Vigilia Pasquale.

Dopo la lettura dei più bei squarci della Bibbia, in cui si preludeva al trionfo definitivo del popolo cristiano mercé la grazia del santo Battesimo, il Papa, accompagnato da alquanti preti, diaconi e ministri inferiori, si conduceva processionalmente al magnifico battistero lateranense, lasciando in Chiesa il resto del clero e del popolo a cantare replicatamente le Litanie dei Santi. Dapprima si benediceva il fonte battesimale che veniva cosparso di crisma profumato, indi il Papa conferiva il Battesimo ad alcuni catecumeni, e frattanto che i preti, i diaconi e gli accoliti discesi a pié scalzi nella sacra vasca compievano sugli altri il sacro rito, egli entrava nel Consignatorium e col crisma confermava i nuovi Fedeli man mano che gli venivano presentati. Il sole nascente indorava già la sommità dei colli Albani che si designano maestosi sullo sfondo della piazza lateranense, quando la processione dei bianchi neofiti, seguita dai loro padrini e dal Papa, rientrava in Chiesa a celebrare la Messa pasquale, in cui per la prima volta ricevevano la santa Comunione. Quali dolci emozioni! tutto per essi era nuovo: la celeste dottrina, i Santi Sacramenti, la divina liturgia della Chiesa, che in quel giorno doveva davvero apparire ai nuovi Fedeli, come la vide Erma, sotto forma di una splendida matrona, tutta radiante di fulgore e di eterna giovinezza.

La solennità battesimale a Roma si prolungava per un’intera settimana; ogni giorno dopo il vespero la processione riconduceva i neofiti biancovestiti al battistero, finché la domenica appresso, al deporsi delle vesti candide, si celebrava la stazione nella chiesa suburbana del quattordicenne martire Pancrazio, che la Liturgia additava siccome un modello a imitarsi dalle giovani reclute della milizia cristiana. La Messa in quel giorno sembra appunto ispirata a quel sublime entusiasmo e a quella gioia che è propria del vigore giovanile, quasi modo geniti infantes, e doveva certo ricolmare i neofiti delle più liete speranze e delle più dolci promesse di grazia e di benedizioni.

Tale, a sommi tratti, è la splendida liturgia stazionale della Chiesa Romana, in cui questa divina madre e maestra dei popoli cristiani rivela un genio affatto speciale, per tradurre negli animi dei Fedeli, mediante le sue processioni, i riti e le sacre salmodie, una catechesi altrettanto sublime che fruttuosa. Quel che oggi fanno i quadri plastici e i catechismi illustrati, altra volta lo compieva direttamente la stessa sacra Liturgia, e l’insegnamento non era meno profondo, giacché rimaneva fermamente impresso nelle menti, facendo sì che la dottrina cristiana fosse non solo compresa, ma tradotta, a dir così, in atto nella vita stessa del popolo fedele.

Fu Gregorio, il grande restauratore dello spirito cristiano per mezzo soprattutto della Liturgia, quello che riordinò in Roma l’antica ufficiatura stazionale; e le storie, infatti, ce lo descrivono a capo del gregge cristiano, che si conduce in processione a questo o a quel santuario dei Martiri, onde pascere i Fedeli coll’esempio, colla viva parola e coi santi Sacramenti. Certo, anche prescindendo, se è possibile, dall’efficacia soprannaturale di questi riti e di queste preghiere presentate a Dio collettivamente da un intero popolo, non doveva esservi nulla di più bello, e commovente, quanto il vedere quelle migliaia di Fedeli di ogni età e condizione, operai, patrizi, monaci ed alto clero, che, dopo le fatiche della giornata, ritrovano il conforto dello spirito assetato di Dio e del cielo nella festa stazionale, ove l’unità ecclesiastica d’un sol gregge e d’un solo pastore era visibilmente affermata dall’unica mensa, dall’unico pane e dal medesimo calice eucaristico, offerto a Dio a nome di tutti dal supremo pastore.

Oggi le mutate condizioni della vita sociale hanno fatto sì che anche la Chiesa abbia dovuto introdurre alcune modificazioni di minor conto nei suoi riti. La disciplina del catecumenato è andata da lungo tempo in disuso, ma non per questo si può dire che la liturgia quaresimale abbia perduto il suo carattere di viva attualità, giacché anche ai dì nostri le anime che fuori del seno della Chiesa Cattolica attendono l’ora della divina misericordia, sono tutt’altro che poche, ed è dovere della Chiesa d’anticipare colle preghiere la loro conversione.

La Quaresima inoltre è il tempo della penitenza, dell’emenda dei costumi e della preparazione alla solennità Pasquale, e queste condizioni dell’ascesi cristiana trascendono universalmente i secoli, e s’impongono a tutti i Fedeli. Le sante gioie di Pasqua allora saranno più vive e inonderanno più intimamente il cuore del cristiano, quando questo, già mortificato dalla penitenza, si sarà reso degno di vivere una vita tutta santa, unicamente per Dio, ad esempio di Gesù risorto, di cui scrive l’Apostolo: Mortuus est semel, quod autem vivit, vivit Deo (10).

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(1) E’ il nome dato in antico all’Ufficio notturno che si celebrava nella notte tra il sabato e la domenica.

(2) Così nell’evo apostolico era chiamata per eccellenza la seconda venuta del Divin Redentore alla fine del mondo.

(3) Giorni, cioè, in cui non si offre il divin Sacrificio.

(4) E’ il nome dato in antico dagli Orientali a quella preghiera che oggi ha titolo Canon MIssae.

(5) Così chiamavasi altre volte la tiara pontificia, quando era cinta da una sola corona. Il triregnum data dagli ultimi tempi del Medio Evo.

(6) Cioè l’ordinamento, la disposizione.

(7) Formano quasi una collezione di statuti cerimoniali, mediante i quali possiamo seguire passo passo tutto lo svolgimento della liturgia papale in Roma, dal secolo vi al xvi.

(8) Era così chiamata, perché veniva appunto inalberata durante le processioni stazionali.

(9) Corrisponde alla IV domenica di Quaresima.

(10) Rom., VI.

Cfr. I. SCHUSTER, Le sacre Stazioni quaresimali secondo l’ordine del Messale Romano. Note storiche preci stazionali e devote aspirazioni raccomandate dal Sommo Pontefice Benedetto XV, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1915, pp. 5-18.

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