Lanfranco Menga, Origine ed evoluzione del Canto Gregoriano

Come pregavano liturgicamente i Cristiani dei primi secoli? Per rispondere a questa domanda ci sono state varie interpretazioni basate più o meno su testimonianze storiche. Molti studiosi insistono sulla derivazione dei riti cristiani dalle consuetudini ebraiche, vista anche la composizione delle prime comunità, sia a Gerusalemme, sia nelle aree geografiche limitrofe. Indubbiamente la prassi della “cantillatio”, cioè di un declamato intonato a metà strada tra il canto vero e proprio ed il parlato, veniva seguita soprattutto nelle
orazioni, perché è sempre stato chiaro che per rivolgersi a Dio bisognava usare un “modus orandi” diverso dal linguaggio comune. Anche il canto dei Salmi derivava dagli usi ebraici, sia pure con formule probabilmente diverse da quelle tramandate nei secoli.

Francamente non insisterei troppo sulla derivazione del canto cristiano dalla matrice sinagogale per un semplice motivo: la preghiera dei primi cristiani, pur usando i Salmi e la cantillazione, si doveva incentrare su due elementi nuovi e cioè la preghiera del Pater noster e la frazione del pane, ad imitazione di quanto insegnato da Gesù Cristo. Da questa nuova prospettiva nasce e si sviluppa, secondo me, tutta la prassi liturgica cattolica, fermo restando il fatto che i popoli del bacino del Mediterraneo avevano sviluppato una cultura musicale piuttosto omogenea, pur nelle varie tradizioni locali.

Con lo spostamento a Roma del centro operativo che guidava la Chiesa nella sua
fase organizzativa primitiva ci troviamo di fronte ad una realtà diversa e i primi secoli saranno caratterizzati da una forte egemonia culturale di monaci greci che avranno a Roma il monopolio della Liturgia, che per alcuni secoli sarà celebrata in lingua greca.

Dopo alcuni secoli di assestamento organizzativo arriviamo al V secolo, quando
incontriamo la grande figura di san Leone I Magno, che, oltre ad occuparsi di Attila, ebbe grande attenzione alla Liturgia istituendo a Roma un monastero per la formazione di cantori e quindi istituendo la prima Schola Cantorum per introdurre un canto ed una Liturgia in lingua latina.

Nel secolo successivo, il VI, abbiamo una svolta definitiva con due figure fondamentali nella storia della Chiesa: san Benedetto e san Gregorio I Magno.

San Benedetto si occupa essenzialmente delle comunità monastiche e quindi organizza tutta la vita di preghiera nell’Ufficio Divino che scandisce tutta la giornata del monaco, inserendo nelle Ore canoniche il canto degli Inni, forma di preghiera cantata risalente al III secolo e ideata da sant’Efrem il Siro e diffusa in Occidente da sant’Ambrogio. Questa forma particolare aveva avuto alterne fortune a causa del diffondersi delle eresie, ma grazie a san Benedetto questi bellissimi canti si sono salvati e sono arrivati sino a noi. San Gregorio Magno fa una importante riorganizzazione della Liturgia, particolarmente della Messa, ed
estende la istituzione delle Scholae Cantorum a tutta la Chiesa, almeno alle Basiliche ed alle Cattedrali: da questo fondamentale impulso nascerà l’appellativo di Canto Gregoriano.

Il repertorio liturgico-musicale si arricchirà progressivamente almeno fino al secolo VII coprendo tutte le necessità dell’Anno Liturgico.

C’era però un problema pratico: i canti venivano imparati dai monaci e dai
cantori delle Scholae per tradizione orale e si è calcolato che per questa operazione occorressero almeno dieci anni; gli ingegnosi Benedettini ed alcuni teorici avevano sviluppato tecniche di memorizzazione che facilitassero l’apprendimento dei canti, ma la difficoltà rimanva, anche per l’inevitabile
cambio generazionale. Si cominciò a pensare ad alcuni sistemi di scrittura, sia pure rudimentali, che potessero aiutare la memoria: nascono così le prime grafie musicali il cui documento più antico che ci sia pervenuto è il Codice 359 di San Gallo, risalente agli inizi del X secolo.

La fatica di monaci e cantori non era finita perché il codice, costoso e prezioso in
quanto membranaceo, era di uso esclusivo del Magister che lo custodiva gelosamente nel suo armarium per rinfrescare periodicamente la memoria. Le semplici grafie primitive si svilupparono notevolmente e saranno riprese e studiate ai nostri giorni, come vedremo.

Anche i testi della Messa hanno avuto una lunga elaborazione per arrivare alla
compilazione definitiva. Ce lo testimoniano i cinque più antichi messali pervenutici e collazionati nell’Antiphonale Missarum Sextuplex di Dom Hesbert, monaco di Solesmes: si tratta degli Antifonari di Rheinau (sec. VIII-IX), Mont-Blandin (sec. VIII-IX), Compiègne (sec. IX), Corbie (sec. IX-X), Senlis (sec. IX), con l’aggiunta del  (sec. VIII) che contiene i testi dei canti del solista.

Questo importante studio ci permette di comprendere la lenta strutturazione della Messa, attraverso la datazione dell’inserimento dei testi nelle celebrazioni.

Nel IX secolo, cioè nell’età carolingia, inizia una notevole produzione anche di
trattati teorici ad opera, tra gli altri, di Hucbald di Saint-Amand, Reginone di
Prüm, Oddone di Cluny e proprio il secolo IX vede la grande fioritura musicale grazie anche ad una straordinaria operazione, unica nel suo genere: assistiamo
alla fusione del repertorio propriamente romano, conosciuto come Romano antico, con quello gallicano; il cosiddetto Romano antico fa da base alla struttura musicale dei brani, mentre dal repertorio gallicano vengono prese le belle melodie e le fioriture, talvolta anche virtuosistiche. Il risultato è solamente
grandioso ed è il repertorio che è arrivato sino a noi. Nello stesso periodo la produzione musicale si arricchisce ulteriormente con l’inserimento di due nuove forme: i Tropi e le Sequenze. I Tropi sono delle aggiunte testuali e musicali ai brani già esistenti per meglio caratterizzare la celebrazione del giorno, soprattutto nelle grandi feste; invece le Sequenze sono dei componimenti poeticomusicali sempre legati a importanti feste.

Una piccola curiosità: gli autori di Tropi venivano chiamati Tropatori; quando i
musicisti si dedicarono al repertorio profano diventarono i Trovatori o i Trovieri.

Il grande sviluppo della musica polifonica, che pure usava quasi sempre come base le melodie gregoriane, ebbe come conseguenza un progressivo decadimento della prassi esecutiva del canto monodico; con il Concilio di Trento si cercò di mettere ordine anche nel campo della musica sacra: si decise così di eliminare tutti i Tropi in quanto sarebbe stato necessario esaminarne attentamente tutti i testi che potevano contenere eresie; stessa sorte capitò alle Sequenze, di cui furono conservate solo le più importanti: Victimae Paschali laudes, probabilmente la più antica, Dies irae, Lauda Sion Salvatorem, Stabat mater, Veni Sancte Spiritus. Al di là dei problemi contingenti che la Chiesa doveva
affrontare in quel periodo, c’era in realtà la necessità di riportare la Liturgia alla sua purezza originale, senza tutte le sovrastrutture accumulatesi nel Medioevo. Sempre in questa ottica fu stabilito che potessero conservarsi i Riti particolari che avessero almeno una tradizione di duecento anni: questa decisione spinse le solite malelingue ad affermare che san Pio V, dell’Ordine dei Predicatori, aveva
voluto fare una eccezione per il suo Ordine, la cui Liturgia particolare aveva tale antichità.

Sulla scia delle riforme tridentine si sentì la necessità di porre mano ad una nuova edizione del Graduale Romanum, cioè dei canti della Messa: si pensò subito al grande Palestrina, che però declinò l’invito, e furono incaricati di tale compito delicato due tra i maggiori musicisti operanti a Roma in quel periodo: Anerio e Soriano, i quali, probabilmente senza grande competenza in materia, diedero alle stampe nel 1614 il nuovo Graduale Romanum utilizzando melodie ormai corrotte e con indicazioni di carattere ritmico derivanti probabilmente dalla prassi polifonica. Questa pubblicazione è passata alla storia come Editio Medicea, dal nome della tipografia romana che l’aveva stampata, e rimase in vigore come libro ufficiale della Chiesa fino agli inizi del XX secolo.

Inizia così un altro periodo di lenta decadenza dovuta a vari fattori, musicali,
culturali e storici e dovremo attendere la metà del secolo XIX per cominciare a vedere i sintomi di una rinascita, soprattutto dopo gli scempi della Rivoluzione francese. Dobbiamo ad un monaco benedettino l’avvio della Restaurazione del Canto Gregoriano: Dom Prosper Guéranger (+1875) che nel 1833 rifonda l’Abbazia di Solesmes, raccogliendo intorno a sé alcuni validi studiosi come Dom
Pothier (+1923) e Dom Mocquerau (+1930) che ne continueranno egregiamente l’opera. Viene promossa la pubblicazione della fondamentale raccolta della Paléographie Musicale, con la ristampa dei più importanti codici medievali che si erano salvati dalla furia rivoluzionaria e su questi codici inizia la ricostruzione del Canto Gregoriano autentico.

Per particolare intervento della Divina Provvidenza diventa Papa san Pio X, che già da giovane aveva dimostrato una grande sensibilità per la Liturgia ed il Canto sacro: il Papa, resosi conto dei limiti dell’Editio Medicea, vuole pubblicare un nuovo Graduale Romanum secondo i risultati degli studi solesmensi, e nel 1908 abbiamo finalmente la nuova pubblicazione. Contemporaneamente però viene concessa all’editore Pustet di Ratisbona l’esclusiva della pubblicazione dell’Editio Medicea per altri 50 anni, forse nel tentativo di boicottare l’opera di Solesmes. Fortunatamente il Graduale Romanum soppiantò abbastanza rapidamente la vecchia edizione, sebbene rimanesse aperta la fondamentale questione del ritmo gregoriano. L’Editio Medicea aveva impostato la soluzione del problema influenzata dalla prassi polifonica, ma questo non era più possibile alla luce dello studio degli antichi manoscritti. Dom Mocquerau elaborò un metodo ritmico che era impostato sulla struttura delle melodie: un criterio che sebbene non avesse una base scientifica o storica permise per alcuni decenni di cantare con un certo stile adeguato le antiche melodie. Basti ascoltare le belle incisioni dei monaci di Solesmes diretti da Dom Gajard per apprezzarne i risultati.

Naturalmente gli studi paleografici continuavano e si deve ad un altro benedettino di Solesmes una svolta decisiva. I codici antichi
contenevano delle grafie musicali che non erano di facile decifrazione e attraverso uno studio comparato di tali grafie Dom Eugène Cardine pubblicò nel 1968 la sua “Sémiologie Grégorienne” in cui spiega i criteri della grafia di San Gallo che nel Medioevo era stato un grande centro di produzione di codici, in Italia la Semiologia Gregoriana verrà pubblicata nel 1979 ad uso degli allievi del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Finalmente si aveva uno strumento valido scientificamente che permetteva di comprendere la stretta connessione tra testo, modalità e ritmo, di cui l’elemento fondamentale era proprio il testo.

Purtroppo nello stesso periodo subentravano le riforme devastatrici del
Concilio Vaticano II e, sebbene dal Concilio fosse scaturito un documento come la Costituzione Sacrosanctum Concilium, iniziò una vera furia iconoclasta. Secondo me la Sacrosanctum Concilium fu il classico “cavallo di Troia” per ammorbidire e tranquillizzare i Padri conciliari conservatori; la realtà fu ben diversa e la conosciamo tutti. In barba agli iconoclasti gli studi gregoriani continuano e trovano molto interesse tra le giovani generazioni, anche senza connotati religiosi, perché, come afferma Alfred Tomatis, «il Gregoriano non guarisce, salva», perché è la base della nostra civiltà musicale e fa parte quasi del nostro DNA. Un mio allievo sacerdote mi fece questa riflessione: «Se anche gli atei si sentono attratti dal Canto Gregoriano, la Chiesa Cattolica non ha capito niente». Intelligenti pauca.

Testo della conferenza tenuta a Napoli il 23 gennaio 2025 per iniziativa della locale Sezione di Una Voce insieme con la fondazione Il Giglio. Cfr. «Una Voce Notiziario», 96 ns, 2025, pp. 3-6 [link]

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