Vespri solenni alla chiesa di S. Salvador Venezia il 25 maggio 2013

Chiesa di S. Salvador Venezia

Sabato 25 maggio 2013 ore 17 alla Chiesa di S. Salavador a Venezia (campo omonimo) saranno cantati i vespri solenni votivi, per le cure del Collegio Liturgico dell’Apparizione di San Marco di UNA VOCE VENEZIA Sezione Paolo Zolli con la collaborazione della Parrocchia di S. Salvador e il Laboratorio di Canto Gregoriano del “Concentus Musicus Patavinus” dell’Università di Padova. All’organo Ahrend il M° Nicola Lamon.

Programma musicale: Ingresso A. Padovano (1527-1575) Toccata dell’Ottavo tono. Introduzione Deus in adjutórium (tono “festivus”). I Antifona Dum esset rex e Salmo 109. II Antifona Læva ejus e Salmo 112, alternato con versetti organistici di A. de Cabezon (1510-1566). III Antifona Nigra sum e Salmo 121. IV Antifona Jam hiems tránsiit e Salmo 126, alternato con versetti organistici di A. de Cabezon.V Antifona Speciósa facta es e Salmo 1 47. Inno Ave Maris Stella, alternato con versetti organistici di G. B. Fasolo (1598-1664) Hinno per le feste della Beatissima Vergine Maria. Antifona al cantico evangelico Beátam me dícent e Magníficat (mediante solenne), alternato con versetti organistici di A. de Cabezon. Antifona finale Salve Regína (tono “simplex”). Sortita C. Merulo (1533-1604), Toccata terza del secondo tono.

Cfr. Collegium Divi Marci

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L’organo monumentale di S. Salvador a Venezia, di Massimo Bisson

Organo della chiesa di S. Salvador a Venezia

Il complesso storico

Nella chiesa di S. Salvador, autentico capolavoro dell’architettura del primo Rinascimento lagunare, si conservano alcune tra le opere più insigni dell’arte veneziana: tra di esse si può includere a buon titolo il monumentale complesso della cantoria e della cassa d’organo cinquecentesche.

La cantoria è attribuibile all’architetto bergamasco Guglielmo de’ Grigi e fu commissionata verso il 1530 dal nobile veneziano Girolamo Priuli come monumento celebrativo della propria famiglia. La struttura in pietra d’Istria ingloba l’ingresso laterale della chiesa ed è concepita come rielaborazione architettonica dell’arco onorario antico: è impreziosita da pannellature in marmi policromi e da eleganti finiture scultoree, come le grandi mensole che sostengono la balconata, i quattro capitelli compositi e i due tondi in bassorilievo con teste all’antica, raffiguranti il committente e suo padre Lorenzo. Nelle due nicchie degli intecolumni si trovano infine le statuette marmoree di San Girolamo e San Lorenzo, attribuite a Danese Cattaneo e Jacopo Fantoni detto Colonna, allievi di Jacopo Sansovino.

La cassa d’organo, coeva alla cantoria, si conserva integra soltanto nella massiccia trabeazione sommitale, ornata con intagli dorati di autore anonimo, tra i quali spicca per qualità esecutiva il tondo con Cristo benedicente disposto al centro del fregio. Vero capolavoro di Francesco Vecellio (fratello di Tiziano) sono poi le grandi portelle di chiusura del prospetto, che raffigurano Sant’Agostino che consegna la regola ai canonici e San Teodoro che uccide il drago (a strumento chiuso), la Trasfigurazione e la Risurrezione di Cristo (sui lati opposti).

L’organo Ahrend

Privata per molti decenni di un strumento funzionante, la cassa cinquecentesca di San Salvador accoglie dal 2009 un nuovo organo realizzato dai costruttori tedeschi Jürgen e Hendrik Ahrend e ispirato allo stile rinascimentale veneziano. L’essenziale disposizione fonica comprende un Ripieno a sette file separate (Tenori 10’, Ottava, Quintadecima, Decimanona, Vigesimaseconda, Vigesimasesta e Vigesimanona) e un Flauto in ottava. L’unico manuale, di sessanta note, copre l’ambito Fa-1-Do5 (senza Fa#-1 e Sol#-1) ed è dotato di tasti spezzati per le note Sol#1/La♭1, Re#2/Mi♭2, Sol#2/La♭2, Re#3/Mi♭3, Sol#3/La♭3, Re#4/Mi♭4. La pedaliera, a leggio, è priva di registri propri ed è costantemente unita ai primi venti tasti del manuale (Fa-1-Re2). Unico accessorio è il Fiffaro (tremolo nel canale).

Lo strumento, con somiere a vento in noce francese, è alimentato da due mantici a cuneo ad azione manuale e con elettroventilatore; la pressione dell’aria è di 49 mm in colonna d’acqua. L’accordatura è a temperamento mesotonico, mentre il corista – secondo la consuetudine del primo rinascimento veneziano – è un tono sopra l’attuale (La3 = 493 Hz/18°C).

Bibliografia essenziale

M. Bisson, Meravigliose macchine di giubilo. L’architettura e l’arte degli organi a Venezia nel Rinascimento, Venezia-Verona 2012, pp. 108-119.
S. Dalla Libera, L’arte degli organi a Venezia, Venezia 1962, pp. 72-74.
G. Fiocco, Profilo di Francesco Vecellio, in “Arte veneta”, VII, 1953, pp. 39-48.
G. Fiocco, Profilo di Francesco Vecellio. II, in “Arte veneta”, IX, 1955, pp. 71-79.
M. Morresi, Jacopo Sansovino, Milano 2000, pp. 90-92.
F. Sansovino, Venetia citta nobilissima et singolare, Venezia 1581, p. 47v.
F. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare [...] corretta, emendata e più d’un terzo di cose ampliata dal M.R.D. Giovanni Stringa, Venezia 1604, pp. 93v-94v.

Cfr. Collegium Divi Marci

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Le messe tridentine a Napoli

Le messe in rito tridentino nella città di Napoli sono di recente aumentate di numero e di frequenza, grazie all’azione della Sezione partenopea di Una Voce Italia e alle richieste di vari gruppi stabili di cristiani legati all’antica liturgia romana.

Pubblichiamo l’elenco aggiornato delle celebrazioni:

Chiesa di S. Ferdinando di Palazzo, Napoli

Chiesa di S. Ferdinando di Palazzo
Piazza Trieste e Trento 1
(Piazza S. Ferdinando), Napoli
ogni domenica alle 18

Chiesa di S. Teresa degli Scalzi, Napoli

Chiesa di S. Teresa degli Scalzi
Via S. Teresa degli Scalzi 30
(adiacenze Museo archeologico), Napoli
ogni domenica alle 9

Chiesa di S. Maria Apparente, Napoli

Chiesa di S. Maria Apparente
Corso Vittorio Emanuele 601, Napoli
ogni seconda domenica del mese alle 12:15

Altre messe tridentine in Campania:

AVELLINO
Santuario della Madonna del Buon Consiglio
Via Piano della Croce 6, Frigento AV
ogni mercoledì alle 7

BENEVENTO
Chiesa S. Pasquale
Via S. Pasquale 11, Benevento
ogni domenica e festa di precetto alle 10.30
da lunedì a venerdì alle 7

CASERTA
Chiesa di S. Antonino Martire
Aulpi di Sessa Aurunca CS
ogni domenica e festa di precetto alle 9
ogni martedì giovedì sabato alle 7:30
Chiesa di S. Lorenzo
Corigliano di Sessa Aurunca CS
ogni domenica e festa di precetto alle 11:30
ogni lunedì mercoledì venerdì alle 18

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L’organo antico nella problematica della tutela dei beni culturali in Italia, di Oscar Mischiati

Il patrimonio organario antico italiano è ricchissimo, non solo per la quantità, ma anche per la qualità e varietà. Allo stato attuale delle conoscenze, è difficile fornire dati precisi sulla consistenza, data anche l’estrema disuguaglianza nella distribuzione territoriale: se ad esempio una provincia come quella di Belluno presenta soltanto un’ottantina di strumenti di interesse storico-artistico, la sola città di Bologna ne possiede oltre un centinaio.

D’altro canto, se alcuni tipi d’organo (quello veneziano settecentesco, quello lombardo ottocentesco) presentano caratteri abbastanza diffusi e comuni (ciascuno nel proprio genere, ben inteso), profonde diversità qualificano e segnano gli strumenti attraverso i tempi e i luoghi: un organo rinascimentale toscano non è la stessa cosa di un coevo strumento lombardo.

E gli esempi potrebbero continuare.

La maggior parte di tale patrimonio versa in condizioni precarie di sopravvivenza, vuoi per prolungati periodi di abbandono (segnati dai danni prodotti dal tarlo, dai topi, talvolta dallo stillicidio dell’acqua piovana), vuoi per azioni vandaliche di asportazione e danneggiamento del materiale (tipico il caso di canne divelte e calpestate), vuoi infine per interventi inconsulti di manomissione: perlopiù volti ad adattare gli strumenti alle limitate cognizioni musicali e al cattivo gusto di organisti dilettanti, sprovveduti o velleitari; s’intende alludere alla sostituzione di tastiere e pedaliere “più comode” rispetto alla presunta scomodità di quelle originali, così come all’eliminazione di autentiche sonorità organistiche (Flauto in XII^, Cornetto, registri ad ancia, file acute di Ripieno) perché “stridule” e alla loro sostituzione con materiale scadente (zinco) confezionato in maniera industriale e finalizzato ad effetti sdolcinati e d’infimo gusto, estranei all’arte e alla cultura musicale, meno che mai convenienti ai livelli di qualità e di dignità del tempio e del rito.

Eppure queste operazioni per lunghi (troppo lunghi!) decenni sono state qualificate come “riforma liturgica” degli organi, laddove è da stigmatizzare un atteggiamento tuttora perdurante: quello di assumere come metro di valutazione degli organi (e non solo quelli) una categoria storicamente e culturalmente inconsistente quale quella di “liturgico” (ciò che era liturgicamente tassativo per Pio XII non lo è stato più con Paolo VI; né la situazione ha finora cessato di essere fluida; ma qui basti rilevare la relatività del termine).

Con il decadere dell’esercizio della musica in chiesa, da livelli di qualità non di rado prestigiosa (di necessità, storicamente concreta e individuata: di volta in volta il gregoriano nel periodo romanico, la primitiva polifonia nel gotico, la grande arte contrappuntistico-imitativa nel Rinascimento e nel 

Barocco, lo stile “concertato” nel Barocco fino a ben addentro l’Ottocento) a livelli non professionali, si accompagnò un singolare fenomeno: la codificazione ufficiale della mediocrità.

Alla creatività dell’arte si pretese di sostituire prescrizioni e norme atte ad orientare l’esercizio di “routine” mantenuto al più basso profilo; così l’organo “diventava” liturgico se avesse avuto tastiere di 58 tasti, pedaliera di almeno 27 tasti, registri non spezzati “bassi” e “soprani, ecc. Atteggiamento che non si sa se definire più assurdo o ingenuo, ma al quale si deve la manomissione e la distruzione di centinaia di insigni strumenti (tra i tanti casi: i quattro organi della basilica del Santo a Padova, le coppie di organi di San Marco a Venezia, del Santuario di Loreto, della Cattedrale di Volterra, di S. Stefano dei Cavalieri a Pisa, ecc.).

Ma non meno assurde e ridicole sono le pretese “liturgiche” attuali di volere l’organo o l’organista in mezzo all’assemblea, disattendendo pateticamente la natura del canto assembleare, le leggi dell’acustica e le esigenze di un serio esercizio dell’arte dei suoni. In ossequio a tale confuso velleitarismo si vorrebbero comandare gli organi a distanza mediante trasmissione elettrica, di fatto contraddicendo all’esigenza primaria della fonte sonora prossima a chi canta e suona e indulgendo ad un tipo squalificato di organo, ripudiato universalmente dalla cultura organistica e musicale.

Senza contare che la riforma protestante e calvinista sono riuscite a far cantare le assemblee dei fedeli senza rimuovere o manomettere gli organi; più semplicemente e correttamente si è inculcata l’educazione musicale di base generalizzata, si è allestito un repertorio musicale qualificato ed appropriato di canti, e si è affidato l’organo ad un professionista.

Tutte cose che non si ottengono dall’oggi al domani, come ”italianamente” si è preteso di fare in maniera confusa e pasticciona.

E come un tempo le commissioni diocesane di musica sacra inculcavano e benedicevano le riforme liturgiche degli organi – di fatto perseguendo un assurdo appiattimento e livellamento in netto contrasto con una tradizione senza pari per varietà e fantasia creativa, senza contare l’avallo perennemente concesso agli operatori più squalificati del settore (cui rifiutiamo, per ragioni oggettive, la qualifica di “organari”) – così oggi da quegli stessi ambienti diocesani si ribadiscono posizioni in netto contrasto con gli indirizzi più aggiornati in campo organistico, organario, organologico e di tutela del patrimonio strumentale antico.

È stata quindi condizione storica strettamente necessitante per quanti nel nostro Paese hanno a cuore senza riserve la tutela e l’integrità del patrimonio storico organario, richiamare l’attenzione degli uffici statali preposti a quelli che oggi complessivamente si usa chiamare “beni culturali” perché in questi ultimi fossero a pieno titolo compresi gli organi e gli strumenti musicali.

La situazione è lungi dall’aver trovato soddisfacente soluzione, anche perché nel nostro Paese, per una singolare distorsione di vecchia data, la tutela – e di conseguenza la preparazione dei funzionari ad essa preposti - è sempre stata ed è tuttora finalizzata ai fatti “visivi” (senza contare i condizionamenti delle valutazioni “estetiche”), sottovalutando gli aspetti essenzialmente “storici”, materiali e documentari dei manufatti e delle testimonianze in genere del passato.

Più volte è infatti accaduto che la “tutela” degli organi antichi giungesse a salvaguardare il solo prospetto, come se le canne interne e tutto il resto (tastiera, complesso dei comandi e dei meccanismi, somieri ecc.) non fossero anch’essi “oggetto” di rilevanza storica ed artistica ad un tempo.

Quando addirittura non è accaduto che, per mal inteso purismo architettonico, organo e cantoria sono stati spazzati via come elemento ingombrante e “deturpante”, così nelle cattedrali di Cremona, Concordia Sagittaria, Gerace, Perugia, Pienza, Pistoia, Prato, Troia, Volterra e nelle chiese di notevole rilevanza come Assisi (S. Francesco), Bari (S. Nicola), Cortona (Madonna del Calcinaio), Milano (S. Maria delle Grazie) oppure sono stati trasferiti (come a Mortara: S. Lorenzo, alla Badia Fiesolana, a Modena: Cattedrale) o arbitrariamente ridimensionati (come a Castell’Arquato: Collegiata, e nelle cattedrali di Assisi, Bologna, Lodi); l’elenco è ovviamente soltanto esemplificativo.

Un allargamento del campo visuale è quindi urgente e necessario, non solo in ottemperanza al dettato costituzionale, ma anche per adeguare l’opera della pubblica amministrazione agli orientamenti culturalmente più avvertiti e prevalenti da tempo nei paesi civili.

Ma l’intervento pubblico in materia organaria si giustifica anche per altri motivi. Quando si parla di “Chiesa”, normalmente si identifica “sic et simpliciter” con la gerarchia. Occorrerebbe ricordare, più correttamente, che la Chiesa è la comunità dei battezzati, quindi dei fedeli e del clero. A quest’ultimo spettano incontestabilmente i compiti magisteriale e sacramentale per la salvezza delle anime. Il “temporale” è invece incombenza dei fedeli costituiti, come cittadini, in legittime pubbliche aggregazioni: in una parola lo Stato, nella fattispecie la Repubblica. della quale sono pure cittadini – con parità di doveri oltre che di diritti – i membri del clero e della gerarchia.

Sembra invece che a più di cent’anni di distanza questi ultimi non abbiano ancora accettato di buon animo la fine dello Stato pontificio e si considerino – e di fatto molto spesso si comportano – come se lo Stato non esistesse o addirittura come se l’intervento statale nel merito specifico della tutela storico-artistica (e quindi anche organaria) fosse un’illecita intrusione, una prevaricazione laicista nei fatti di culto e di religione.

Di qui la tendenza degli ecclesiastici in genere a sottrarre al “civile” quanto più è possibile e a gestirlo quale patrimonio esclusivo: in particolare, appunto, i beni culturali cosiddetti ecclesiastici. A cominciare dagli archivi, che sono innumerevoli, spesso imponenti, ma raramente gestiti correttamente e accessibili o fruibili in condizioni soddisfacenti per lo studioso.

Se è vero che il clero (anche per l’assottigliamento dei ranghi in conseguenza sia della flessione delle vocazioni, sia delle innumerevoli riduzioni allo stato laicale determinate dagli smarrimenti pre- e post-conciliari) è letteralmente travolto dalle incombenze pastorali, non si vede perché tali patrimoni archivistici non vengano depositati presso quelle strutture pubbliche create – nell’interesse di tutti – per la conservazione e la consultazione del materiale documentario che vi è conservato.

Ulteriore, elementare, ma – a quanto sembra – non altrettanto ovvia osservazione è che i beni culturali cosiddetti ecclesiastici sono proprietà non del clero, ma della Chiesa, quindi anche dei fedeli. Non esistendo nell’ambito di quest’ultima forme e strutture amministrative o rappresentative dei fedeli stessi per una gestione culturalmente avvertita e comunitarimente trasparente di tale patrimonio (come lo erano le “opere” o le ”fabbricerie”, esistite con validità civile, giuridica dal Medioevo fino al concordato del 1929), non si vede come tale compito non possa e non debba essere esercitato da quegli istituti pubblici, statali, esistenti in quanto prefigurati e regolati da leggi che i cittadini medesimi si sono date. È anzi sorprendente come il clero non riesca ancora oggi a concepire il pubblico ufficio come una struttura anche al suo servizio.

Certo, è storicamente più che giustificata la diffidenza, l’estraneità o l’insoddisfazione del cittadino nei confronti di questo Stato italiano e delle sue strutture per lo più arcaiche, fatiscenti, inefficienti, lente, paralizzanti, onerose e insufficienti. Ma non è men vero che questo deplorevole stato di cose è anche storicamente frutto di plurisecolari prevaricazioni clericalesche e, in tempi a noi più prossimi, del valoroso contributo di ”cattolici”, politicamente o meno impegnati.

Sicché, in luogo di vedere stimolata la concorde volontà dei cittadini – chierici e laici, credenti e miscredenti – per far sì che lo Stato cessi di essere soltanto elargitore di finanziamenti, sussidi, esenzioni, favori e simili, e diventi finalmente quello che deve essere: un fornitore di servizi efficienti per tutti e ad un costo ragionevole, si assiste al raddoppiarsi o triplicarsi di compiti e funzioni: da qui la serie degli archivi, biblioteche e beni culturali ecclesiastici, il tutto gestito dal clero e dalla gerarchia come cosa propria ed esclusiva senza ingerenze “esterne”, semmai facendo leva sul volontariato gratuito di laici archivisti, bibliotecari, schedatori, catalogatori.

Altra materia di considerazioni è quella in ordine alla storia della cultura. È infatti fuori di dubbio che al tutela rigorosa e il restauro storico-filologico sono una caratteristica dei nostri tempi nel rapporto con i manufatti storico-artistici del passato; ed è altrettanto certo che il concetto e la prassi del restauro mutano nel tempo: si affinano i procedimenti, si arricchiscono le conoscenze e le esperienze, si moltiplicano le occasioni di verifica e di confronto,  si allarga il campo dell’attenzione.

Fino ad una ventina d’anni addietro, ad esempio, non si prestava attenzione al recupero del “temperamento” antico nell’accordatura degli organi; ed è di questi ultimissimi tempi l’adozione della camera a gas anche in campo organario quale mezzo di disinfestazione dal tarlo delle parti lignee.

Tutte materie, come ognun vede, oggetto e fonte di studio, di ricerche, di dibattito, di pubblicazioni; tutte cose cui certo il clero non è istituzionalmente tenuto né attrezzato.

Non solo, ma si stenta a credere come – in materia di organi – taluni vescovi, vicari generali e parroci ritengano di regola preferibile avvalersi del poco illuminato consiglio di un prete musicista auto-didatta e dilettante piuttosto che rivolgersi a un professionista qualificato da oggettive referenze (quali possono essere l’attività didattica, concertistica, scientifica, pubblicistica ecc.).

Il fatto che questi sia magari anche un cattolico praticante è del tutto ininfluente agli occhi dei sospettosi ed esclusivisti curiali ed ecclesiastici, giacché l’autonomia di giudizio che il competente mutua dalla propria preparazione e professionalità è in perenne rotta di collisione con le ristrette vedute di chi è investito di una carica di governo (laica o clericale non fa differenza) senza un adeguato corredo personale di cultura.

Ma le limitate risorse culturali – diciamo così – di alcuni ecclesiastici, hanno come conseguenza non soltanto l’effettuazione di restauri poco ortodossi o – il che fa lo stesso – l’installazione di organi “nuovi” di costruzione, ma sorpassati di concezione, ed inoltre l’impossibilità della loro utilizzazione per scopi diversi da quelli strettamente “liturgici”. Di fatto, in alcune diocesi italiane è impossibile o comunque molto difficile poter svolgere concerti d’organo.

Il che è paradossale. Se durante la celebrazione dei riti non è più possibile, in concreto, suonare quella letteratura organistica che appunto per essi è stata concepita (si pensi ad esempio ad una messa organistica alternata, versetto per versetto, con il canto gregoriano) e se d’altra parte gli organi antichi ne sono il tramite sonoro indispensabile per la corretta esecuzione (secondo i dettami di una cultura musicale, musicologica ed organistica che su questi temi si va sviluppando e affinando da quasi un secolo ma alla quale il clero cattolico resta sordo e indifferente), non si capisce in quale altro modo esecutori ed ascoltatori possano fruire e degli organi antichi e della loro musica. Visto che appena fuori d’Italia – in Austria, in Svizzera, in Francia, in Germania – tale tipo di divieto è del tutto sconosciuto. Senza contare che presso cattedrali e abbazie transalpine le celebrazioni di messe solenni e pontificali in latino, con l’apporto tradizionale delle cinque parti dell’ordinarium in polifonia o in musica concertata, da Dufay a Brucker, è prassi consuetudinaria – e poiché la gerarchia ecclesiastica di quelle contrade non risulta essere eretica o passibile di censure del genere, ne consegue necessariamente che ad essere in difetto sono alcune diocesi italiane (quella di Rimini, ad esempio).

In difetto essenzialmente di sensibilità culturale: giacché se si tollerano le sconcezze musicali che usualmente infestano le celebrazioni liturgiche, non si comprende francamente come il luogo sacro possa ritenersi “profanato” dallo svolgimento di qualche concerto di musica organistica.

Ma c’è qualcosa di più: l’evento musicale è visto con ostilità da alcuni ecclesiastici perché giudicato fatto meramente edonistico; il che equivale a dire che dopo tutte le esperienze acquisite dalla psicologia e dalla musico-terapia non si è ancora arrivati a comprendere che la musica è un linguaggio, un veicolo di messaggi, diverso ed ”altro” dalla parola, dal discorso e dal ragionamento logico-verbale.

Né si venga ad obiettare che la musica è un fatto estetico, poiché tutto nell’uomo è “aisthesis”, giacché “nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu” come asseriva l’antica, grande “scuola” filosofica. E quante volte il nostro “sensus” uditivo è offeso e avvilito da prediche e omelie, sciatte nella forma, scorrette nella lingua e modeste nel contenuto.

Coloro che non conoscono la musica non possono rendersi conto della complessità e profondità del linguaggio musicale; chi non abbia l’orecchio musicale – cioè in grado di distinguere e riconoscere i suoni – o non sia capace di seguire l’esecuzione di una composizione “leggendo” la relativa partitura non può evidentemente sperimentare quanto un’audizione musicale vada al di là della semplice “titillatio aurium”.

L’ascolto di una pagina musicale da parte di chi è digiuno di cognizioni tecniche è paragonabile alla lettura di una poesia o comunque di un brano letterario da parte di chi non conosca bene la lingua nella quale sono scritti.

Orbene, molta gente che si trova in queste condizioni di “ignoranza” musicale pretende pure – come ad esempio fanno da una trentina d’anni i cosiddetti “liturgisti” – di dettare legge in materia di musica e di organi. Non si può fare a meno di ricordare il caso ben noto degli allevatori del Wisconsin (U.S.A.) che – pur non essendo musicologi – hanno saputo apprezzare l’efficacia della musica “classica” sulle loro mucche per ricavarne una più abbondante produzione di latte!

Nonostante gli scomodi e persino sgradevoli condizionamenti sin qui elencati, è comunque indubbio come in poco più di trent’anni si sia fatto parecchio nel nostro Paese nel senso di una qualificazione culturale del mondo organistico e organario, premessa indispensabile per un’efficace e generalizzata opera di tutela.

Tuttavia, molto resta ancora da fare. Di tanti restauri che vengono effettuati, soltanto pochi raggiungono un buon livello di rigore metodologico e di qualità esecutiva. Numerosi organisti, poi, agognano ad avere restaurato l’organo della chiesa più vicina per divenirne titolari e potervi organizzare cicli di concerti per i propri allievi o “concerti-scambio” con colleghi nazionali ed esteri.

Ma soprattutto abbondano i dilettanti e gli autodidatti che si improvvisano “esperti” (sovente pure investiti della qualifica ufficiale di “ispettori onorari”): quindi vediamo la “tutela” esercitata da funzionari di banca, direttori didattici, medici chirurghi, insegnanti scolastici, architetti e simili.

Quando poi i dilettanti e gli “entusiasti” non si autopromuovono organari, magari con alle spalle soltanto una preparazione nelle scienze e senza la minima padronanza tecnica musicale (ricorrendo, eventualmente, per intonare e accordare le canne, a qualche operaio in pensione già attivo presso una grossa fabbrica d’organi).

Questo stato di cose esige che si faccia chiarezza.

Osiamo sperare che un contributo in questo senso venga dalle iniziative assunte dagli Uffici Centrali del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali: la costituzione di una commissione consultiva nazionale sui problemi della tutela organaria, l’emanazione di norme sull’effettuazione dei restauri, la definizione di un più articolato modello di scheda descrittiva di organo antico, l’avviamento dei corsi di formazione per i funzionari nel complesso, e pressoché sconosciuto, mondo della storia della tecnica e del restauro degli organi.

Didascalia generale:

Le fotografie che seguono sono state scattate da O. Mischiati il 2 giugno 1973. Qualche settimana più tardi lo strumento venne smontato da persone volenterose e collocato in una cappella laterale della chiesa; poco tempo dopo, cassa e cantoria furono travolte dal crollo della copertura soprastante, danneggiata da annose infiltrazioni d’acqua piovana. Infine, anche il ricordato materiale accantonato è sparito nel corso dei restauri alla chiesa effettuati dall’impresa Bonifica di Roma negli anni 1989-1992.

Lo strumento era una rara testimonianza dell’attività di un organaro particolarmente influente sugli sviluppi dell’organo italiano in età barocca; di lui sopravvivono soltanto gli organi di Collescipoli (Parrocchiale) e Pistoia (Spirito Santo), nonché il prospetto di quello di S. Maria in Carignano a Genova.

Oscar Mischiati, L'organo antico nella problematica della tutela dei beni culturali in Italia 1

fig. 1 – Orvieto, chiesa dei Santi Apostoli: organo costruito dal gesuita fiammingo Guglielmo Hermans (circa 1660-70) – Veduta complessiva del prospetto, articolato in maniera tipicamente fiamminga.

Oscar Mischiati, L'organo antico nella problematica della tutela dei beni culturali in Italia 2

fig. 2 – Idem: particolare del prospetto vistosamente segnato dallo stillicidio d’acqua piovana.

Oscar Mischiati, L'organo antico nella problematica della tutela dei beni culturali in Italia 3

fig. 3 – Idem: particolare del complesso dei comandi (tastiera, pedaliera, registri) in completo stato di devastazione e di abbandono.

Oscar Mischiati, L'organo antico nella problematica della tutela dei beni culturali in Italia 4

fig. 4 – Idem: particolare dell’interno, con i fori vuoti del crivello testimoni delle canne asportate.

da «I beni culturali. Tutela e valorizzazione», II (1994), pp. 3-10 (revisione di Intervento, in I beni culturali ecclesiastici tra culto e tutela. (Atti del Convegno di studi, Varese 24 gennaio 1987), Gavirate, Nicolini, 1990, pp. 58-61.

Cfr. Coordinamento di Una Voce delle Venezie

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Il problema della traduzione “per tutti”, di Klaus Gamber

Nuovi punti di vista nella discussione
sulla formula di consacrazione del calice

Il problema relativo all’esattezza della traduzione delle parole latine pro vobis et pro multis, appartenenti alla consacrazione del calice, con “per voi e per tutti” – traduzione che si trova in (quasi) tutte le edizioni in lingua volgare del nuovo Messale – non ha ancora trovato una soluzione definitiva. Mentre taluni garantiscono l’assoluta esattezza della traduzione “per tutti”, indicandone in primo luogo i fondamenti filologici, altri vi vedono una falsificazione che compromette direttamente la fede. Si tratterebbe dell’eresia risalente a Origene, secondo cui alla fine tutti gli uomini si salvano. I critici non si fermano qui, ma giungono a sostenere che chi falsifica in modo siffatto le parole del Signore, che debbono compiere la conversione delle offerte sacrificali nella carne e nel sangue di Gesù, ponendo sulle sue labbra un’eresia, renderebbe impossibile la consacrazione e pertanto la Messa sarebbe invalida.

In linea di principio sono da tenere distinte qui due cose: da un lato la volontà di Dio di salvare tutti gli uomini, attestata espressamente da Paolo che scrive in 2Cor 5,15: “Cristo è morto per tutti”, dall’altro il problema se anche di fatto tutti gli uomini si salvino, vale a dire la differenza essenziale che intercorre tra la redenzione offerta da Dio e la personale acquisizione della grazia redentrice di Cristo da parte dell’uomo. In proposito scrive Giovanni Crisostomo nel suo commento alla lettera agli Ebrei (17,2): “(Cristo) è certamente morto per tutti, per salvare tutti per quanto sta in Lui, poiché la sua morte compensa la corruzione di tutti gli uomini. Ma non ha portato via i peccati di tutti perché gli uomini stessi non vollero”.

Dalle due questioni poste in via preliminare, se cioè Gesù sia morto per tutti gli uomini e se anche di fatto tutti raggiungano la salvezza, ne va distinta evidentemente una terza, cioè che cosa si inintende in concreto nella consacrazione del calice del Missale Romanum, con riferimento a Mt 26,28, con le parole: “versato per voi e per molti in remissione dei peccati” (qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum). Soltanto di quest’ultimo aspetto si intende trattare nel presente scritto che riguarda il problema liturgico.

In primo luogo ancora una parola sull’argomento filologico chiamato in causa a favore della traduzione “per tutti”. Si dice che nel citato Mt 26,28 vi sarebbe un modo di dire semitico in base al quale “i molti” potrebbe significare anche “tutti”. Ma nel nostro caso appunto l’articolo determinativo davanti a “molti” manca. E se anche ci fosse, in determinati casi il greco oi polloi significa “i più”, ma non “tutti”, in tal senso la Grammatik des neutestamentlichen Griechisch di Blass-Debrunner (§ 245) che cita in appoggio Mt 24,12: ” … l’amore dei molti (= dei più) si raffredderà”.

Notevole sottolineare come, con riferimento a Mt 26,28, la traduzione “per tutti” non si trova in alcuna antica versione né in alcun racconto dell’Istituzione delle diverse liturgie orientali, e neppure – e ciò è particolarmente significativo – nella nuova traduzione unitaria tedesca della Bibbia [1]. Solo la versione libera apparsa in Die Gute Nachricht (1967) reca: “Das íst mein Blut, das fiir alle Menschen vergossen wird zur Vergebung ihrer Schuld” [= Questo è il mio sangue che è sparso per tutti gli uomini per la remissione della loro colpa] (p. 75). Ecco la vera fonte da cui proviene il “für euch und fiir alle” [ = per voi e per tutti] nel nuovo Messale tedesco! [2].

Dunque dal punto di vista filologico non è possibile dimostrare nulla riguardo alla traduzione “per tutti”. Pertanto dobbiamo sforzarci di scoprire l’effettivo significato delle parole di Gesù. In esse attira l’attenzione il fatto che – e tale osservazione ci sembra importante -, a differenza di Mt (analogamente Mc 14,24): “Questo è il sangue dell’Alleanza, che è versato per molti”, in Lc 22,20 è detto: “Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue che è versato per voi”. Dunque in Mt. e Mc “per molti”, in Lc “per voi”. Paolo in 1Cor 11,25 omette del tutto la seconda parte della consacrazione del calice con la frase in questione.

Dalle predette forme della consacrazione del calice che si trovano in Mt e Lc, nel rito romano della Messa si è formata col passare del tempo la seguente formulazione: “Questo è il calice del mio sangue, della nuova ed eterna Alleanza (mistero di fede), che è sparso per voi e per molti per la remissione dei peccati”.

La domanda che ci si pone è la seguente: perché in Mt si dice “per molti” e in Lc “per voi”? Che cosa ha detto realmente Gesù all’offerta del calice?

È naturale ritenere che il Signore in concreto intendesse riferirsi soltanto agli apostoli, e che pertanto abbia detto: “… che è versato per voi“. Ciò inoltre corrisponderebbe alla consacrazione del pane in Lc 22,19 (cfr. 1Cor 11,23): “Questo è il mio corpo (offerto in sacrificio) per voi“. Quindi i due passi sarebbero nel senso che Gesù qui e ora, vale a dire in quel momento nel cenacolo, offrì il suo corpo (come sacrificio) e versò il suo sangue “per la remissione dei peccati”. Possiamo andare oltre e dire: come Gesù in quel momento con le parole “versato per voi” ha inteso riferirsi in concreto agli apostoli, così il corrispondente riferimento è ai “molti” comunicanti che nelle epoche successive si accosteranno al calice eucaristico “per la remissione dei peccati” e aí quali verrà in tal modo donata la grazia della redenzione.

Dato però che il Signore ha effuso il suo sangue non solo per gli apostoli ovvero per í comunicanti, bensì, come è detto nella consacrazione del giovedì santo, “per la salvezza di tutti” (pro omnium salute), la frase “offerto per voi” alla consacrazione del pane, al pari di “versato per voi” a quella del calice, non può di conseguenza riferirsi direttamente alla morte in Croce. Il sangue di Cristo contenuto nel calice che gli apostoli quella sera bevvero è di per sé quello stesso sangue che il giorno seguente sarà “sparso” sulla Croce (anche se trasfigurato): esso però già da questo momento è dato loro nel sacramento, per loro “versato per la remissione dei peccati”. Analogamente il suo corpo sacrificato sul Golgota (e trasfigurato dalla risurrezione) è “dato” ovvero “spezzato”, come attestano la maggior parte dei manoscritti di 1Cor 11,24, per loro nel pane eucaristico come cibo spirituale.

In questo contesto bisogna osservare che la morte in Croce di Gesù è il sacrificio dell’Uomo-Dio offerto una volta per tutte ”nella pienezza dei tempi” (Eph. 1,10), ma questo sacrificio è sempre davanti a Dio – poiché in Lui “non vi è cambiamento né ombra di variazione” (Gc 1,17), e quindi non vi è neppure tempo poiché tutto per Lui è presente – come atto eterno della dedizione del Figlio di Dio al Padre. Cristo è dunque l’Agnello, come dice 1Petr. 1, 19s., destinato al sacrificio “prima della creazione del mondo”. Perciò quando durante l’ultima Cena Gesù invitò i suoi apostoli a bere sacramentalmente il suo sangue, poté riferirsi al sacrificio della Croce anche se esso, nel tempo, sarebbe avvenuto soltanto il giorno seguente. “Nostro Signore”, come dice Afrahat il Siro, nel cenacolo “ha dato con le sue proprie mani la sua carne come cibo e, (ancor) prima di essere crocifisso, il suo sangue come bevanda”.

Una delle ragioni per cui la consacrazione del calice ha assunto solo un significato relativo all’economia della salvezza e non in primo luogo sacramentale si trova nel fatto che non la si è guardata in connessione con la consacrazione del pane, ove è detto “dato” ovvero “spezzato per voi”. In ciò i testi liturgici più antichi avevano una visione molto più chiara. Così nel celebre papiro di Der Balaisa, che ci tramanda ampi stralci di una preghiera eucaristica (forse risalente al sec. III/IV), le due parti del racconto dell’Istituzione, in contrasto con la tradizione biblica, sono formulate in modo pienamente simmetrico: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi per la remissione dei peccati” – “Prendete, bevetene tutti: questo è il mio sangue versato per voi per la remissione dei peccati” (cfr. Hänngi-Pahl, p. 126). Qualcosa di simile si ha nella maggior parte delle anafore orientali, come dimostra con tutta evidenza lo studio di Fr. Hamm, Die liturgischen Einsetzungsberichte (1928): soltanto in età successiva ebbero luogo ampliamenti.

Possiamo ritenere che l’espressione “per molti”, che compare in Mt e Mc nelle preghiere eucaristiche tarde orientali e occidentali in luogo del corrispondente “per voi” di Lc, che è con tutta probabilità originario, come può constatarsi ancora nel papiro di Der Balaisa, risalga alla recitazione delle parole del Signore nella frazione del pane eucaristico che avveniva presso le comunità primitive. Si tratta di un adattamento liturgico il cui risalente impiego nelle celebrazioni delle varie comunità è reso evidente pure dalla formulazione linguistica delle versioni del racconto dell’Istituzione che si trovano nel Nuovo Testamento. Con l’espressione “per molti” invece di “per voi” si doveva fare riferimento ai “molti” partecipanti i quali, come un tempo gli apostoli cui Gesù si era in origine rivolto, bevono tutti al calice eucaristico.

Anche Paolo, 1Cor 10,17, parla dei “molti” in relazione al fatto di ricevere il pane eucaristico: infatti egli dice che “noi, i molti” (cioè coloro che lo riceviamo) in Cristo “formiamo un solo corpo”. Anche qui si tratta dell’azione della grazia per coloro che ricevono il corpo di Cristo, e solo indirettamente della redenzione sulla Croce.

L’opinione prevalente secondo cui con le parole “remissione dei peccati” si intende direttamente la redenzione avvenuta sulla Croce – per cui oggi la modifica “per tutti” è ritenuta necessaria – non la grazia che si consegue nel ricevere il santissimo sangue, è stata non da ultimo riaffermata in base alla considerazione che il greco ekchynnómenon (“versato”) nella maggior parte dei manoscritti della Vulgata – a differenza che nella maggioranza dei codici della Vetus Latina – viene reso con il futuro effundetur (“sarà versato”) in luogo di effunditur (“è versato”). In tal modo viene indicato chiaramente il sacrificio della Croce, mentre il riferimento alla grazia ricevuta con il bere il sangue eucaristico “per la remissione dei peccati” si indebolisce. E la forma effundetur, che non è fondata sull’originario testo greco, è entrata anche nel Missale Romanum, donde ha avuto origine l’intera problematica.

Ma già J. Pascher, in Liturgisches Jahrbuch 10 (1960), p. 99ss., aveva richiamato l’attenzione sul fatto che il greco ekchynnómenon non significa “effondere” [vergiessen] , vale a dire l’ “emissione del sangue dalla ferita”, bensì “versare” [ausgiessen], come già noi abbiamo tradotto. Nella celebrazione dell’eucaristia il prezioso sangue del Signore viene “versato” dal calice nella bocca dei (molti) fedeli, come anche nel Vecchio Testamento il sacrificio del sangue era da considerarsi compiuto soltanto “mediante l’atto di versare dai vasi”.

In relazione a ciò è da ricordare una espressione che compare nei sermoni De sacramentis (IV, 28): “Tutte le volte che il sangue (di Cristo) è versato (effunditur), è sparso (funditur) per la remissione dei peccati”. Anche Gregorio Magno riferisce le appendici della consacrazione del pane e del vino direttamente a quanto avviene nella celebrazione eucaristica, scrivendo in Dial. IV, 58: “Se Egli (Cristo) essendo risorto dai morti più non muore – la morte non ha più alcun potere su di Lui – tuttavia, pur vivendo immortale e incorruttibile, viene nuovamente immolato per noi in questo mistero del santo Sacrificio (pro nobis iterum… immolatur)”.

Ma in che cosa consiste secondo Gregorio questa “immolazione” del Signore? Sicuramente non, come si potrebbe intendere a una prima lettura, propriamente in una “rinnovazione” del sacrificio della Croce, infatti il testo prosegue: “Qui il suo corpo viene mangiato, la sua carne viene divisa (partitur) per la salvezza del popolo; il suo sangue è versato non più sulla mani degli infedeli, ma nella bocca dei fedeli”.

Secondo Gregorio quindi la “immolazione” di Cristo si compie sacramentalmente con la “divisione” del pane consacrato e col “versare” il vino consacrato nella bocca dei fedeli. Così in una antica forma del canone romano della Messa, citata alla lettera nei ricordati sermoni De sacramentis, la consacrazione del pane recita (IV, 21): “Questo è il mio corpo che è spezzato per voi (confringetur)”.

Pertanto nella consacrazione del pane e del vino si tratta in primo luogo del ricevere – qui e ora – le specie eucaristiche e delle grazie che ne derivano per coloro che le ricevono, e non direttamente della redenzione sulla Croce. Nel termine confringetur (che viene spezzato) non è possibile individuare un riferimento alla morte di Gesù in Croce già solamente in quanto nel Vangelo di Giovanni (19,32-33) è affermato in maniera espressa che i soldati non avevano spezzato le ossa al Signore, a differenza degli altri due crocifissi con Lui. L’espressione confringetur quindi può riferirsi soltanto allo spezzare il pane eucaristico, anche se ciò, al pari del versare il calice nella bocca dei comunicanti, è al tempo stesso simbolo della morte cruenta di Gesù sulla Croce.

Da quanto detto consegue che in base a considerazioni di carattere teologico, biblico, filologico e storico-liturgico la traduzione di pro vobis et pro multis con “per voi e per tutti” nella consacrazione del calice, facente parte del racconto liturgico dell’Istituzione, è da rifiutare. Nelle parole pronunziate da Gesù sul calice non vi è alcuna dichiarazione riguardante la volontà di salvezza di Dio. Con “versato per molti” si intende l’azione della grazia del sangue di Cristo per coloro che lo ricevono. Questa è donata loro, come dice Giovanni Damasceno nel suo Sulla fede ortodossa (IV, 13), se “la ricevono degnamente nella fede, per la remissione dei peccati e per la vita eterna”.

Analogamente l’autore dei sermoni De sacramentis: “Tutte le volte che tu bevi (di questo calice) ricevi la remissione dei peccati e sei ripieno di Spirito Santo” (V, 17). Nella (antica) formula di oblazione del Missale Romanum manca il riferimento alla “remissione dei peccati”: c’è solamente l’augurio in vitam aeternam (per la vita eterna), che compare come aggiunta nella formula bizantina.

(da «Una Voce Korrespondenz», XVI (1986), pp. 333-338; titolo originale: Die Problematik der Übersetzung “für alle” – Neue Gesichtspunkte im Streit um die Fassung des Kelchwortes. Traduzione italiana di Fabio Marino).


[1] Cosi è pure per la versione italiana della Bibbia: cfr. La Bibbia concordata, Milano 1982 (Mondadori), vol. III, p. 76 (n.d.r.).

[2] Anche i nuovi Messali italiani hanno sempre “per voi e per tutti” (n.d.r.).

Cfr. «Una Voce Notiziario», 81-82 (1987), pp. 8-12.

 

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Levant planetas in scapulas, di Francesco Tolloi

Pianeta plicata

È stato pubblicato dal Collegio Liturgico dell’Apparizione di San Marco di UNA VOCE VENEZIA un documentato articolo su genesi, utilizzo, abolizione delle pianete plicate e dello stolone, dal titolo Levant planetas in scapulas, a firma di Francesco Tolloi.

http://www.collegiumdivimarci.org/liturgia/francesco-tolloi-levant-planetas-scapulas-pianete-plicate-stolone-genesi-utilizzo-abolizione

Riportiamo gli ultimi paragrafi del testo:

Monsignor Annibale Bugnini, nel censire criticamente una delle sue prime “creature” – ovverosia il nuovo Ordo della settimana santa di cui poco fa abbiamo fatto cenno, afferma, in modo invero piuttosto laconico e sbrigativo, che nessuno avrà a dolersi o sentirà la mancanza delle “pianete piegate” (Cfr. A. BUGNINI – C. BRAGA, Ordo Hebdomadae Sanctae instauratae commentarium, Roma, Edizioni Liturgiche, 1956, p. 56, nt. 28): orbene questo non sembra un omaggio degno e rispettoso a quanto dai secoli più remoti giunse, forse miscompreso, fino a quegli anni. Anzi possiamo spingerci ad affermare che non sia riscontrabile alcun elemento oggettivo che deponga a favore di questa abolizione, nessun argomento solido ma solo autoritativo o, peggio, rispondente a criteri di soggettività o estetica.

Non possiamo altresì tacere dell’incongruenza che rasenta l’assurdità di questa abolizione di un uso, di un’attenzione dedicata alla pianeta postulata nelle sue antiche ampie fattezze, che paradossalmente si colloca – dal punto di vista temporale – proprio nel periodo di massima fioritura del recupero dell’antica foggia, detta impropriamente “gotica” dei paramenti.

Anche, ma certamente non soltanto, questa abolizione, questo abbandono che per Léon Gromier  “fait mentir les peintures des catacombes” (L. GROMIER, Semaine Sainte Restaurée, in «Opus Dei», 2, 1962, p. 80), crea e implica un concetto e un sentire nuovo che sottende le riforme: un pastoralismo autoreferenziale che inaugura la reinterpretazione del simbolo;  si segna il passo di una nuova era, di un nuovo e inedito modo di procedere che – inevitabilmente – reca con sé la fine di quel ideale equilibrio, ravvisato ancora una volta da Gromier, per il quale la pastorale obbedisce alla liturgia e non viceversa (ID., Commentaire du Caeremoniale Episcoporum, Paris, La Colombe, p. 13). Si tratta di tappe – all’apparenza ancora forse timide e quasi sommesse – ma evidentemente prodotte da una nuova mentalità e che segnano il passo verso la creazione di quel rito che Klaus Gamber classifica e denomina come “Ritus modernus” (K. GAMBER, Die Problematik der Liturgiereform, in Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, Regensburg, Pustet, 1972, p. 11).

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Santa Pasqua 2013

31 Marzo

Giorno precedente le Calende di Aprile

PASQUA DI RISURREZIONE

DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

Namque triumphanti post tristia tartara Christo, undique fronde nemus gramina flore favent.

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Roma, messa solenne di Pasqua alla chiesa di Gesù e Maria

A Roma sarà cantata in forma solenne il 31 marzo 2013 Domenica di Pasqua ore 9:30 la messa tridentina alla chiesa dei Ss. Nomi di Gesù e Maria a Via Lata, vulgo Gesù e Maria al Corso (Via del Corso 45), a cura dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote presso i RR. PP. Agostiniani Scalzi. Sarà eseguita la Messa O Sacrum convivium di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Per informazioni roma@icrsp.org

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Triduo pasquale alla Trinità dei Pellegrini

Ss. Trinità dei Pellegrini  ai Catinari

Orario delle funzioni della Settimana Santa alla Parrocchia personale della Ss. Trinità dei Pellegrini (Piazza omonima), Roma:

Mercoledì Santo 27 marzo 2013 alle 20:30 Mattutino delle tenebre. Giovedì Santo 28 marzo alle 18:30 messa in Coena Domini, alle 20:30 Mattutino delle tenebre. Venerdì Santo 29 marzo alle 15 Via Crucis, 18:30 Passione del Signore, alle 20:30 Mattutino delle tenebre. Sabato Santo 30 marzo alle 22:30 Veglia pasquale. Domenica di Pasqua 31 marzo alle 9 messa, alle 11 messa solenne, alle 18:30 messa.

Cfr. roma.fssp.it

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