Ildefonso Schuster, La liturgia quaresimale a Roma

Come la Vigilia domenicale (1) in attesa della Parusia (2) del divin Giudice contribuì assai per tempo a sostituire la domenica cristiana al vecchio sabato della Sinagoga, così i due digiuni settimanali del mercoledì e del venerdì furono sin dai tempi apostolici come i due primi capisaldi della settimana liturgica. Ne troviamo i primi accenni già nella Dottrina dei Dodici Apostoli, nel Pastore di Erma e in Tertulliano, giusta il quale la Statio importava una levata mattiniera, la triplice eucologia di terza, sesta e nona, seguita nel pomeriggio dall’offerta eucaristica.

Erma ci attesta che fin dai suoi tempi tale osservanza, con vocabolo militare, veniva appunto chiamata Statio; però, come rileviamo da Tertulliano, essa aveva carattere di devozione puramente libera, il che diede origine alle dispute tra i Montanisti ed i Cattolici, pretendendo i primi che tali digiuni fossero obligatorî e si dovessero protrarre sino al tramonto del sole.

Un’osservanza preparatoria alla Pasqua, prima ancora dei canoni conciliari, dové nascere dal senso stesso e dal genio soprannaturale del Cristianesimo. Infatti, non si può spiegare diversamente la differente disciplina delle varie Chiese su questo punto; così che, mentre da principio ad Alessandria, a Roma e nelle Gallie il digiuno durava una settimana, altre Chiese si limitavano a consacrare all’astinenza solo i due ultimi giorni della Settimana Santa.

Ignoriamo le cagioni che nel iii secolo determinarono Roma a prolungare il digiuno di tre settimane; ma fu certo l’esempio del Salvatore che digiunò 40 giorni nel deserto quello che influì sui Padri di Nicea, perché la Quaresima pasquale comprendesse appunto 40 giorni. Dopo questo tempo, i Santi Padri, d’accordo con la legislazione civile di Bisanzio, non fanno che inculcare l’osservanza, determinare i riti,  spiegare i motivi e i vantaggi, cosicché, fino ai secoli a noi più vicini, la Santa Quaresima era considerata come il perno della disciplina cattolica, la «tregua di Dio», in cui tutta la società cristiana, messo da parte ogni altro negozio, chiusi i tribunali e i teatri, colla penitenza e coll’istruzione liturgica si rifaceva a nuovo, accumulando novelle energie per risorgere a vita santa col Cristo risorto e trionfante.

Gli Orientali, considerando come festivi, e quindi esenti dal digiuno, tutti i sabati e le domeniche ad eccezione del Sabato Santo, venivano a sottrarre troppi digiuni alla Quaresima, perché non ne dessero quasi un compenso, anticipando l’astinenza di alcune settimane. A Gerusalemme la Quaresima cominciava otto settimane prima di Pasqua, rito che in parte fu imitato anche dai Latini, quando, a compiere i quattro giorni di digiuno che mancavano ai 36 di digiuno quaresimale, cominciarono a digiunare fin dal mercoledì della settimana di Quinquagesima.

La primissima idea d’un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua, sembra essere sorta a riguardo specialmente dei catecumeni, che, col digiuno e colla preghiera, si preparavano a ricevere il Battesimo nella notte precedente la Pasqua; e questo concetto del Baptismum poenitentiae informa ancor oggi tutta la liturgia quaresimale. Diversamente da Gerusalemme, ove in segno di penitenza e di lutto non si celebrava il Sacrificio, Roma non considerò come aliturgici (3) che i soli due ultimi giorni di Quaresima; tutti gli altri avevano i loro riti particolari, le loro processioni, i propri canti, cosicché, in armonia col carattere delle anafore eucaristiche (4) latine, sembra che gli Occidentali, e Roma soprattutto, collo splendore della liturgia quaresimale abbiano voluto ubbidire fedelmente al comando del Salvatore, che ci esorta a dissimulare con modi festevoli il rigore della nostra penitenza.

Da gran tempo le jejuniorum veneranda solemnia cominciarono col Mercoledì delle Ceneri; ma nella liturgia romana ancor oggi si possono distinguere varie formole iniziali della Santa Quaresima, che in diversi tempi si sovrapposero le une alle altre. E’ assai importante il significato dell’antica solennità romana della dominica mediante (die festo), o mediana, tre settimane innanzi alla Pasqua. Il Papa percorreva il tratto che divide la basilica stazionale Sessoriana del Laterano cingendo il capo col regnum (5), come nelle più grandi solennità, e teneva in mano una rosa d’oro cosparsa di balsamo, che poi donava al Prefetto della Città.

A tempo di san Gregorio il digiuno cominciava il primo lunedì di Quaresima, come tuttavia si rileva dalla secreta della Domenica I di Quaresima che ricorda appunto il Sacrificium quadragesimalis initii, gli inizi del sacro digiuno. Anche il Cursus (6) dell’ufficio divino, gli inni, i versicoli, i responsorii,  non conoscono alcuna variazione durante tutta la settimana di Quinquagesima; lo stesso santo Pontefice in un’Omilia sul Vangelo pronunciata nella I domenica in Quadragesima ci attesta che da questo giorno sino alle gioie della festa pasquale corrono bensì sei settimane, ma perché di questi 42 giorni di penitenza si sottraggono al digiuno le 6 domeniche, così in realtà non restano che soli 36.

Oltre il giovedì in cui a Roma si ometteva la messa stazionale, anche la domenica dopo la grande Vigilia notturna del Sabato dei Quattro Tempi era considerata come giorno di «vacanza» (Domicica vacat), in quanto che la Messa veniva celebrata allo spuntar dell’alba, al termine dell’Ufficio Vigiliare. Però, già sotto Gregorio II (715-731) vennero istituite le stazioni dei giovedì di Quaresima, racimolandone gli elementi salmodici qua e là nell’Antifonario; in seguito, specialmente fuori di Roma ove non si celebravano le solenni Vigilie papali, anche la seconda domenica di Quaresima ebbe la propria Messa stazionale. Così l’Ufficio quaresimale fu al completo.

Una circostanza importantissima dell’antico rito quaresimale era l’uso di non prender cibo prima del tramonto del sole. Durante il giorno il popolo e il clero attendevano alle consuete occupazioni, ma verso nona, da ogni parte della città era un accorrere frettoloso di Fedeli verso la chiesa stazionale, ove assai spesso interveniva il Papa ed offriva il divin Sacrificio. Ordinariamente, la processione stazionale cominciava in una altra basilica vicina, ove il popolo attendeva l’arrivo del Pontefice e dei suoi alti ufficiali del palazzo lateranense, che recavano i vessilli e le suppellettili preziose pel divin Sacrificio. Al canto devoto della Litania, il corteo muoveva verso la chiesa stazionale, ove il santo Sacrificio terminava quando già il sole volgeva al tramonto. Era come un’offerta vespertina di tutta la famiglia cristiana al termine di una giornata operosa, santificata dalla preghiera e dalla mortificazione.

Gli Ordines romani (7) così descrivono il rito della feria IV cinerum. Dopo nona, il popolo e il clero si raccoglievano nella basilica di sant’Anastasia, alle radici del Palatino, ove il Pontefice, circondato dai diaconi, saliva all’Altare e cantava una preghiera. In seguito, verso il x secolo, l’antico rito delle Ceneri imposte già ai pubblici penitenti andò sempre più popolarizzandosi, onde l’Ordo romanus xi finì per estenderne la prescrizione indistintamente a tutti i Fedeli. Terminata questa mesta cerimonia, un suddiacono inalberava la preziosa croce stazionale (8), e ordinati tutti in processione, al canto delle Litanie e di Antifone adatte alla circostanza, salivano il colle Aventino, alla basilica di santa Sabina, ove si celebrava la Messa. Giusta il medesimo consuetudinario romano, il Pontefice e i diaconi compievano la strada a piedi nudi, rito abbastanza frequente nella litugia penitenziale di Roma. La Messa non aveva il Kyrie o la litania, giacché suppliva quella che era stata recitata per via; però si ripeteva l’introito e si compievano tutte le altre cerimonie consuete della Messa papale. Prima della Comunione un Suddiacono Regionario annunziava al popolo: Crastina die veniente, statio erit in ecclesia sancti Georgii martyris ad Velum Aureum. E la schola rispondeva: Deo gratias. Quindi, dopo la Comunione e la colletta super populum, che suppliva allora le benedizione finale, i Fedeli venivano licenziati (ite, missa est), e il clero si ritirava alle proprie case. Non si dice parola del Vespero, perché nell’alto Medio Evo in Roma, tranne i dì più solenni, esso veniva celebrato esclusivamente nei monasteri. Quando il Papa non interveniva alla festa stazionale, si recava da lui un accolito e gli recava per devozione un po’ di bambagia intinta nell’olio delle lampade del Santuario. Diceva dapprima: Jube, domne, benedicere; ed impetrata la benedizione, proseguiva: Hodie fuit statio ad sanctam Sabinam, quae salutat te. Il Papa rispondeva: Deo gratias, e baciato riverentemente quel batuffolo di bambagia, lo consegnava al Cubiculario perché lo custodisse diligentemente, onde riempirne poi il suo cuscino funebre.

Non si riesce a scoprire esattamente con qual criterio siano state prescelte per la Santa Quaresima le chiese stazionali. Da questa lista sono sempre escluse le basiliche cimiteriali dei Martiri, il che sembra rivelare un ordinamento posteriore al v secolo, quando la devozione popolare verso i cimiteri suburbani venne alquanto a raffreddarsi; si fa solo eccezione per le grandi Basiliche Apostoliche e pel sepolcro di S. Lorenzo, che nelle maggiori ricorrenze dell’anno, durante cioè la preparazione alla Quaresima, nella settimana pasquale e nel triduo che segue la Pentecoste, dovevano costituire quasi la meta venerata dai Fedeli e dai Neofiti. Specialmente dopo il Battesimo amministrato in Laterano nella Vigilia solenne di Pasqua, sembrava un dovere che l’intera Chiesa, clero e popolo, accompagnassero i Neofiti a questi insigni santuarî, e li presentassero ai tre grandi Patroni di Roma, Pietro, Paolo e l’arcidiacono Lorenzo.

Anche i giorni consacrati ai digiuni dei Quattro Tempi hanno le loro particolari stazioni: il mercoledì alla Basilica Liberiana, il venerdì all’Apostoleion di Papa Pelagio, e nella notte del sabato a san Pietro, ove si celebravano le Ordinazioni. I sacri Ordini venivano però conferiti in un oratorio attiguo alla basilica Vaticana, nell’interno del monastero di S. Martino, giacché era esclusivo privilegio del Papa d’essere consacrato sulla tomba stessa dell’Apostolo. Nella liturgia romana la stazione assume spesso il carattere d’una vera festa in onore del santo titolare della Chiesa; il che apparisce assai bene la domenica di Sessagesima nella basilica di san Paolo, e il giovedì dopo la domenica in mediana nella chiesa dei Martiri Cosma e Damiano. Più o meno queste preoccupazioni agiografiche locali hanno influito sulla scelta del lezionario quaresimale, tanto che un esame accurato di queste pericopi scritturali ci rivela mille particolari storici di grande valore. Così, la Messa del giovedì dopo le Ceneri nella Chiesa di S. Giorgio in Velabro, col racconto evangelico del Centurione di Cafarnao, allude a S. Giorgio, che dalla tradizione ci è appunto rappresentato come un valente uomo d’armi. Il dì appresso la Messa stazionale è nella chiesa di Pammachio, attigua allo Xenodochium dei Valerii sul Celio; infatti, le lezioni scritturali che vi si recitano insegnano il vero modo di compiere l’elemosina, con coscienza pura ed animo retto. Il lunedì seguente la stazione si raccoglie sull’Esquilino, nella basilica ad Vincula. S’impone quindi il ricordo del Pastor Ecclesiae, il quale perciò suggerirà la scelta della classica descrizione del buon Pastore tratta dal libro di Ezechiele. Il mercoledì seguente la festa stazionale sarà nella basilica Liberiana, e la liturgia assai delicatamente troverà un bel modo di insinuare le lodi della Santa Vergine nella stessa lettura evangelica. Si potrebbero moltiplicare questi esempi insistendo sull’importanza di questo colorito locale che domina tutta l’antica liturgia romana, e che le conferisce quel carattere eminentemente popolare, quella varietà, quella viva tinta di attualità, quella delicatezza infine di sentimenti che penetra così profondamente negli animi; perciò, se si vuol gustare la squisita bellezza religiosa ed estetica del patrimonio liturgico romano, non si può interamente trascurare l’ambiente esterno in cui nacque e si svolse, per non dir nulla poi delle condizioni interne dell’animo, che esiggono una fede viva ed operosa, senza di che animalis homo non percipit ea quae Spiritus sunt.

Ma, oltre al culto dei Santi nelle loro chiese stazionali, un’altra grande idea domina tutta la liturgia quaresimale della Chiesa Romana; l’istituzione della Quaresima aveva avuto come un primo impulso dalla preparazione dei catecumeni al Battesimo, e questo grandioso concetto della resurrezione dell’umanità per mezzo del Cristo che risorge da morte, non poteva non influire potentemente sulla liturgia di questo sacro tempo.

Al principio di Quaresima, o verso la domenica in mediana (9), i catecumeni meglio disposti ed istruiti davano il nome al Vescovo, onde essere ammessi al Battesimo. Ecce Pascha est, ripeteva S. Agostino, da nomen ad Baptismum. Registrati quindi i nomi, il mercoledì seguente si celebrava la stazione nella vasta basilica di san Paolo, ove si compievano i grandi Scrutinii. Ancor oggi la liturgia di quel giorno è dominata dal concetto del battesimo, e come tipo appunto di verace conversione, la Chiesa Romana addita ai nuovi proseliti l’Apostolo delle Genti, che trascorse i tre giorni del suo catecumenato nella preghiera e nel digiuno. Perciò, la scelta della lezione evangelica del cieco nato, oltre al significato spirituale della colpa originale colla quale tutti gli uomini nascono ciechi al lume della Fede, contiene una delicata allusione alla cecità materiale dell’Apostolo, da cui fu guarito nell’istante del suo battesimo.

La cerimonia cominciava verso terza; un accolito faceva l’appello nominale dei catecumeni, disponendoli in fila, i maschi a destra, le fanciulle a sinistra. Passava quindi un sacerdote, ed imposte sui loro capi le mani, recitava una formola d’esorcismo, ponendo sul loro labbro del sale benedetto. Ritirati quindi i Catecumeni, incominciava la Messa; però, dopo la prima colletta erano di nuovo richiamati, e all’invito del diacono recitavano genuflessi alcune preghiere. Diceva quindi il levita ai padrini e alle madrine: Signate illos, e questi imprimevano loro un segno di croce in fronte. Seguivano tre accoliti con altre imposizioni di mani, segni di croce ed esorcismi; poscia il diacono esclamava: Catechumeni recedant; si quis cathecumenus est, recedat; omnes cathecumeni exeant foras, e i catecumeni si ritiravano. All’Offertorio i padrini e le madrine presentavano al Papa le oblazioni anche pei loro futuri figliocci, i cui nomi erano pubblicamente letti durante il Canone. Dopo la Comunione, il Papa faceva avvertire al popolo il giorno del secondo scrutinio, che si iniziava con gli stessi riti del primo.

Però la cerimonia a Roma aveva un nome speciale, in aurium aperitione, giacché in quel giorno le orecchie dei catecumeni si aprivano per la prima volta ad ascoltare pubblicamente la lettura dei Santi Vangeli. Dopo il canto del Graduale, comparivano quattro diaconi coi volumi dei Vangeli che deponevano sui quattro lati della sacra mensa. Il Papa teneva allora un’Omilia sul carattere e sull’importanza della Legge Evangelica; quindi un diacono leggeva i primi versi del Vangelo di san Matteo e consegnava poscia il libro a un suddiacono, che, ravvoltolo riverentemente in un velo, lo riponeva nel sacrario. Il Pontefice successivamente commentava i primi versicoli dei quattro Vangeli, giusta l’ordine col quale venivano letti dai diaconi; indi spiegava il Simbolo della Fede, ignoto fino allora ai nuovi aspiranti. Finito il discorso, gli si presentava un accolito tenendo in braccio uno dei bambini greci, numerosissimi in Roma durante il periodo bizantino. Chiedeva il Pontefice: Qua lingua confitentur Dominum nostrum Jesum Christum? – Graece – Annuntia fidem illorum  – e l’accolito cantava: pisteuo eis ena … a nome dei fanciulli bizantini, filgi degli alti impiegati imperiali. Un altro accolito compieva la stessa cerimonia per i fanciulli latini, quindi il Papa, dopo un breve esordio, insegnava ai catecumeni l’Orazione domenicale. A Roma gli Scrutinii dapprima erano tre, indi giunsero sino a sette, riservando l’ultimo alla mattina stessa del Sabato Santo. Passava allora un sacerdote, e segnate nuovamente le fronti di ciascuno col segno di croce, imponeva loro le mani proferendo una formola di esorcismo; toccava indi le loro orecchie e il labbro superiore col dito inumidito di saliva: Epheta, quod est adaperire, in odorem suavitatis, e imposte nuovamente le mani, cantava il Credo. Dopo un’ultima preghiera recitata in comune, gli aspiranti venivano finalmente licenziati, per attendere ansiosi il tramonto del sole, quando appunto cominciava la solenne Vigilia Pasquale.

Dopo la lettura dei più bei squarci della Bibbia, in cui si preludeva al trionfo definitivo del popolo cristiano mercé la grazia del santo Battesimo, il Papa, accompagnato da alquanti preti, diaconi e ministri inferiori, si conduceva processionalmente al magnifico battistero lateranense, lasciando in Chiesa il resto del clero e del popolo a cantare replicatamente le Litanie dei Santi. Dapprima si benediceva il fonte battesimale che veniva cosparso di crisma profumato, indi il Papa conferiva il Battesimo ad alcuni catecumeni, e frattanto che i preti, i diaconi e gli accoliti discesi a pié scalzi nella sacra vasca compievano sugli altri il sacro rito, egli entrava nel Consignatorium e col crisma confermava i nuovi Fedeli man mano che gli venivano presentati. Il sole nascente indorava già la sommità dei colli Albani che si designano maestosi sullo sfondo della piazza lateranense, quando la processione dei bianchi neofiti, seguita dai loro padrini e dal Papa, rientrava in Chiesa a celebrare la Messa pasquale, in cui per la prima volta ricevevano la santa Comunione. Quali dolci emozioni! tutto per essi era nuovo: la celeste dottrina, i Santi Sacramenti, la divina liturgia della Chiesa, che in quel giorno doveva davvero apparire ai nuovi Fedeli, come la vide Erma, sotto forma di una splendida matrona, tutta radiante di fulgore e di eterna giovinezza.

La solennità battesimale a Roma si prolungava per un’intera settimana; ogni giorno dopo il vespero la processione riconduceva i neofiti biancovestiti al battistero, finché la domenica appresso, al deporsi delle vesti candide, si celebrava la stazione nella chiesa suburbana del quattordicenne martire Pancrazio, che la Liturgia additava siccome un modello a imitarsi dalle giovani reclute della milizia cristiana. La Messa in quel giorno sembra appunto ispirata a quel sublime entusiasmo e a quella gioia che è propria del vigore giovanile, quasi modo geniti infantes, e doveva certo ricolmare i neofiti delle più liete speranze e delle più dolci promesse di grazia e di benedizioni.

Tale, a sommi tratti, è la splendida liturgia stazionale della Chiesa Romana, in cui questa divina madre e maestra dei popoli cristiani rivela un genio affatto speciale, per tradurre negli animi dei Fedeli, mediante le sue processioni, i riti e le sacre salmodie, una catechesi altrettanto sublime che fruttuosa. Quel che oggi fanno i quadri plastici e i catechismi illustrati, altra volta lo compieva direttamente la stessa sacra Liturgia, e l’insegnamento non era meno profondo, giacché rimaneva fermamente impresso nelle menti, facendo sì che la dottrina cristiana fosse non solo compresa, ma tradotta, a dir così, in atto nella vita stessa del popolo fedele.

Fu Gregorio, il grande restauratore dello spirito cristiano per mezzo soprattutto della Liturgia, quello che riordinò in Roma l’antica ufficiatura stazionale; e le storie, infatti, ce lo descrivono a capo del gregge cristiano, che si conduce in processione a questo o a quel santuario dei Martiri, onde pascere i Fedeli coll’esempio, colla viva parola e coi santi Sacramenti. Certo, anche prescindendo, se è possibile, dall’efficacia soprannaturale di questi riti e di queste preghiere presentate a Dio collettivamente da un intero popolo, non doveva esservi nulla di più bello, e commovente, quanto il vedere quelle migliaia di Fedeli di ogni età e condizione, operai, patrizi, monaci ed alto clero, che, dopo le fatiche della giornata, ritrovano il conforto dello spirito assetato di Dio e del cielo nella festa stazionale, ove l’unità ecclesiastica d’un sol gregge e d’un solo pastore era visibilmente affermata dall’unica mensa, dall’unico pane e dal medesimo calice eucaristico, offerto a Dio a nome di tutti dal supremo pastore.

Oggi le mutate condizioni della vita sociale hanno fatto sì che anche la Chiesa abbia dovuto introdurre alcune modificazioni di minor conto nei suoi riti. La disciplina del catecumenato è andata da lungo tempo in disuso, ma non per questo si può dire che la liturgia quaresimale abbia perduto il suo carattere di viva attualità, giacché anche ai dì nostri le anime che fuori del seno della Chiesa Cattolica attendono l’ora della divina misericordia, sono tutt’altro che poche, ed è dovere della Chiesa d’anticipare colle preghiere la loro conversione.

La Quaresima inoltre è il tempo della penitenza, dell’emenda dei costumi e della preparazione alla solennità Pasquale, e queste condizioni dell’ascesi cristiana trascendono universalmente i secoli, e s’impongono a tutti i Fedeli. Le sante gioie di Pasqua allora saranno più vive e inonderanno più intimamente il cuore del cristiano, quando questo, già mortificato dalla penitenza, si sarà reso degno di vivere una vita tutta santa, unicamente per Dio, ad esempio di Gesù risorto, di cui scrive l’Apostolo: Mortuus est semel, quod autem vivit, vivit Deo (10).

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(1) E’ il nome dato in antico all’Ufficio notturno che si celebrava nella notte tra il sabato e la domenica.

(2) Così nell’evo apostolico era chiamata per eccellenza la seconda venuta del Divin Redentore alla fine del mondo.

(3) Giorni, cioè, in cui non si offre il divin Sacrificio.

(4) E’ il nome dato in antico dagli Orientali a quella preghiera che oggi ha titolo Canon MIssae.

(5) Così chiamavasi altre volte la tiara pontificia, quando era cinta da una sola corona. Il triregnum data dagli ultimi tempi del Medio Evo.

(6) Cioè l’ordinamento, la disposizione.

(7) Formano quasi una collezione di statuti cerimoniali, mediante i quali possiamo seguire passo passo tutto lo svolgimento della liturgia papale in Roma, dal secolo vi al xvi.

(8) Era così chiamata, perché veniva appunto inalberata durante le processioni stazionali.

(9) Corrisponde alla IV domenica di Quaresima.

(10) Rom., VI.

Cfr. I. SCHUSTER, Le sacre Stazioni quaresimali secondo l’ordine del Messale Romano. Note storiche preci stazionali e devote aspirazioni raccomandate dal Sommo Pontefice Benedetto XV, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1915, pp. 5-18.

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Padova, alla chiesa di S. Canziano benedizione e imposizione delle ceneri

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Mercoledì 14 febbraio 2018 alle 11 nella chiesa di S. Canziano a Padova (alla via omonima, tra piazza delle Erbe e Canton del Gallo) vi sarà la benedizione e imposizione delle ceneri secondo il rito tridentino, seguita dalla Messa della Feria IV Cinerum.

La sacra funzione penitenziale è organizzata a cura del Comitato San Canziano pro Missa Tridentina di Padova (Pagina Fb).

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Vicenza, 17 febbraio. Conferenza di don Roberto Spataro sulla Messa tridentina

Conferenza di don Roberto Spataro a Vicenza il 17 febbraio 2018

Sabato 17 febbraio 2018 alle 16 a Vicenza don Roberto Spataro sdb terrà una conferenza dal titolo «Lex credendi, lex orandi: la Messa tridentina come catechismo dei nostri giorni». L’incontro avrà luogo nella Sala Meeting del Polo Giovani B55 in Contrà Barche 55.

La conferenza si rivolge a tutti gli interessati alla Messa tridentina in città – cioè nella forma straordinaria del rito romano in base al Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI -,  ed è stata organizzata dal Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

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Dardi verso il cielo, di Cristina Campo

Anteo, per rimanere invincibile, doveva toccar terra col piede. L’uomo religioso deve, nell’agone che gli è proprio, staccarsene il più sovente possibile: proiettando la sua mente in Dio, scagliandola, come si dà il volo a una rondine, verso il Creatore. Questo dardo d’oro della mente, questo batter d’ali che si gettano perdutamente a prender dimora un istante nel cuore stesso della luce, sono noti ai cristiani; e quando siano vocali (ma non necessaria­mente) si chiamano operazioni giaculatorie, da jaculum, appunto: dardo o freccia scoccata.

Il Vescovo di Roma ha ricordato di recente che «l’uomo è un essere costituzionalmente ordinato a trascendere se stesso, un essere proiettato verso Dio». Questa naturale conformazione spiega come la giaculatoria sia stata in ogni tempo istintiva sulle labbra del popolo: il più delle volte inconscia, puro grido, non di rado colma di affetti delicati. «Cuore di Cristo, Vergine dolcissima, Madre del Cielo, fateci santi» sono tra le locuzioni ancora in uso nelle campagne italiane. E non è detto che il lancio di questi lievi e caldi boccioli non compensi, sulle bilance invisibili, terrificanti pesi di blasfemia. Il dolore del popolo rinnova, in una gamma infinita, l’eco – umile e difforme finché si vuole – della suprema giaculatoria divina: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Nella storia cristiana la pratica assidua, metodica dell’orazione giaculatoria risale ai padri anacoreti della Tebaide. Nelle Vitae Patrum è perpetuato il ricordo dell’unica giaculatoria con la quale l’abate Pafnuzio condusse in tre anni la cortigiana Thais alla purificazione perfetta. Volta verso Oriente, ella doveva ripetere: «Tu che mi creasti, abbi pietà di me».

Ma vi è un nome al quale «si piega ogni ginocchio, in cielo, in terra e negli inferni». La giaculatoria dei Padri era soprattutto il nome di Cristo, reiterato all’infinito secondo il comandamento paolino «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17), ora solo, ora in un breve contesto: «Signore Gesù, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore». La pratica risale a un grande mistico bizantino, Simeone il Nuovo Teologo, ma la ritroviamo, più o meno ac­centuata, in tutti i Padri d’Oriente (v. Philokalia on Prayer of the Heart, Faber & Faber, 1957, e in italiano la piccola Philocalia, LEF, 1963).

Come il sacro Nome venga dolcemente accordato al gioco del respiro e del battito cardiaco, finché per così dire non più l’uomo prega ma in lui si prega incessantemente, gioiosamente, così come in lui si pulsa e si respira, è narrato con incantevole realismo in un singolare romanzo composto in Russia nel XIX secolo, senza dubbio da un eminente conoscitore delle vie della contemplazione: La relazione (o Il racconto) di un pellegrino al suo confessore (LEF, a cura di don Divo Barsotti) : stupenda piccola opera costruita, come Le anime morte, in forma di itinerario attraverso un paese ed un popolo. Ma queste sono anime vive, incoercibilmente felici e soavemente possenti, che il magnete del Nome congrega intorno al pellegrino dovunque passi. Il mondo, blocco ottuso e cieco, racchiude in ogni tempo una filigrana di esseri che vivono secondo regole che non sono di questo mondo. E sono gli esseri che mutano il cuore del mondo. L’iniziazione alla «via del Nome» è ancora diffusa nei monasteri del Monte Athos (v. Invocazione del Nome di Gesù, di Ignoto, LEF, 1961) e, a quanto sembra, in molti paesi dell’Est.

Cassiano consacra un intero capitolo delle sue Collazioni alla giaculatoria «Deus, in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina»: versetto davidico che aprirà, in Occidente, ciascuna Ora canonica dell’Uffizio corale. Nelle Ore, anche certe coppie di versi e responsori brevissimi suonano quali giaculatorie di supplica: «Ostende nobis Domine / misericordiam tuam», o «Miserere / mei, Deus».

Ma l’amore vince il timore. Giaculatoria regale è la giaculatoria di pura dilezione, come quella che san Francesco ripeté per un’intera notte: «Mio Dio e mio tutto». Affettuose giaculatorie chiudono ciascun capitolo dei piccoli trattati di sant’Alfonso. Non diversamente le intendeva san Francesco di Sales, le cui lettere di direzione spirituale si insinuano come dita delicate sino alle corde più fini della vita dell’anima, squisitamente accordandole alla volontà divina. A santa Francesca di Chantal egli raccomanda di salutare con una giaculatoria ogni rintoccar d’ora. Ad una giovane donna vessata dal terrore della morte, di esclamare frequentemente: «Voi siete mio Padre, o Signore». Ma è nelle lettere a due dame, a cui gli affari di Corte impediscono l’orazione metodica, che egli formula con maggior bellezza e precisione il carattere dell’orazione giaculatoria: « … soprattutto desidero che in ogni occasione, durante la giornata, voi ritiriate il vostro cuore in Dio, dicendogli qualche parola di fedeltà e d’amore». « … [supplite] alla mancanza degli altri esercizi con frequenti e ferventi orazioni giaculatorie o proiezioni (élancements) dello spirito in Dio» (Lettres, Garnier, vol. I).

Questo doppio e simultaneo movimento dello spirito, che si ritira in Dio cercandolo nella segreta stanza interiore, e trova in quel centro l’infinito nel quale lanciarsi, lo ritroviamo nella pratica religiosa dell’Islam. Secondo Frithjof Schuon (Comprendre l’Islam, Gallimard, 1961), «la preghiera canonica è diretta verso la Mecca, mentre la menzione di Dio – Non c’è Dio se non Dio – è diretta verso il cuore». Questa giaculatoria di lode, reiterata alla minima occasione, forma nell’Islam il tessuto stesso della vita.

La consuetudine di queste sacre formule riveste l’uomo di una speciale impassibilità, e non è raro incontrare ancor oggi delicati asceti di cui non si spiegherebbe la resistenza all’urto del mondo se non li sapessimo ricoperti da un’invisibile armatura di giaculatorie. Come sempre il santo è il miglior banchiere, secondo la parola di uno scrittore contemporaneo, e lo stato di orazione perenne, oltre ad assicurare un apporto continuo di energie spirituali, lo stato di gioia e la santa imperturbabilità, opera tutto un seguito di meraviglie minori, alle quali difficilmente si crederà senza esperienza. La recitazione del Nome e la giaculatoria in generale, isolando lo spirito in un cerchio al quale soltanto forze superiori hanno accesso, è una possente difesa psicologica ben nota agli uomini di preghiera. Più di un antico mistico sperimentò come questa fulminea intimità con Dio arrivasse a produrre in qualche maligno interlocutore la improvvisa balbuzie, inspiegabili capogiri o altri sintomi di confusione mentale.

Anche l’inscrutabile vincitore è più spesso di quanto non si creda, e al contrario di quanto usa credere, vir orationis. Uno studioso riferiva un caso: quello del potentissimo finanziere uso alla contemplazione che assistendo a conferenze d’affari, veri convegni di lupi pronti a sbranarsi, se ne isolava di tanto in tanto elevando la mente in breve orazione. «E con sorpresa, ogni volta, li vedeva placarsi, riconciliarsi uno dopo l’altro». Riviste hanno riferito del magnate giapponese dell’automobile che trascorre un intero giorno della settimana in meditazione religiosa nei templi di Kyoto.

Nell’ultimo libro di Jacques Maritain (Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, 1966), di un’importanza così unica per la storia del cattolicesimo contemporaneo e così affascinante nella titanica ironia delle sue condanne, è suggerita, ancora una volta, la pratica della giaculatoria. «Si può fare orazione nel treno, nella metropolitana, nella sala d’aspetto del dentista. Si può ricorrere con frequenza a quelle brevi preghiere lanciate come un grido che gli antichi raccomandavano tanto».

E’ certo che se l’uomo conoscesse la sterminata potenza della sua anima quando un costante movimento verticale l’assicuri come un canapo a Dio, persino un mondo qual è il nostro cesserebbe di atterrirlo e, beninteso, di affascinarlo.

Cfr. «Il Giornale d’Italia», 10-11 gennaio 1967, p. 3, ripubblicato in C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, Milano, Adelphi, 1998², pp. 136-140.

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Messe tridentine nel periodo natalizio alla chiesa di S. Canziano a Padova

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Nella chiesa di S. Canziano a Padova (Via S. Canziano presso Piazza delle Erbe) nel periodo delle festività natalizie sarà detta la Messa tridentina col seguente calendario:

domenica 17 dicembre 2017 DOMINICA TERTIA ADVENTUS

domenica 24 dicembre 2017 IN VIGILIA NATIVITATIS DOMINI

lunedì 25 dicembre 2017 IN NATIVITATE DOMINI

domenica 31 dicembre 2017 DOMINICA INFRA OCTAVAM NATIVITATIS

lunedì 1° gennaio 2018 IN CIRCUMCISIONE DOMINI

sabato 6 gennaio 2018 IN EPIPHANIA DOMINI

domenica 7 gennaio 2018 SANCTAE FAMILIAE JESU, MARIAE, JOSEPH

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Note sopra la liturgia, di Cristina Campo

1

Negli Apophtegmata Patrum è detto come il demonio sia incapace di conoscere i nostri pensieri perché di un’altra natura dalla nostra, ma come egli possa indovinarli osservando i movimenti del nostro corpo. Di quella spia egli profitta per tenderci i suoi tranelli: donde l’importanza data in ogni tempo al comportamento esteriore e la spontanea venerazione per chi l’abbia perfetto. Costui, oltre a creare intorno a se stesso un anello di purezza inviolabile, sta in certo modo compiendo un esorcismo a beneficio di quanti gli sono prossimi. «Beato – dice san Francesco – quell’uomo che non vuole nei suoi costumi e nel suo parlare esser veduto né conosciuto se non è in quella pura composizione e in quello adornamento semplice del quale Iddio lo adornò e compose».

E’ comprensibile che un maestro spirituale insistesse presso i suoi discepoli sulla liturgia solitaria, atteggiamento del corpo durante l’orazione anche soltanto mentale, consigliasse di pregare in piedi. compiendo tutti i gesti prescritti, come in coro, «come se i fratelli assenti fossero presenti». E che un’educatrice di genio, Hélène Lubienska de Lanval, imponga prima di tutto ai bambini la recitazione di pochi versetti biblici accompagnata da taluni gesti e cerimoniali significativi: preparando il calco esteriore alla colata del contenuto che verrà più tardi: intellettuale prima, spirituale poi. Si sa di molte conversioni dovute alla predicazione, ma la scintilla può scoccare da un solo, perfetto gesto liturgico; c’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro.

In un mondo nel quale l’uomo lentamente muore per mancanza non già di riverenza, come i filantropi vorrebbero indicarci, ma perché non sa più chi, non sa più che cosa riverire, un gesto simile può mutare una vita. E non appare strano, avendolo visto, che a santa Gertrude il Cristo sia apparso per la prima volta «nell’ora dolcissima di Compieta», mentre ella si rialzava da un inchino profondo col quale aveva riverito una monaca più anziana. Al posto di quella vide il «delicato giovinetto», «tale nell’aspetto quale allora la mia giovinezza sarebbe stata lieta di vedere anche con gli occhi del corpo». Con l’ultimo inchino sparirà forse da questa terra l’ultima vicenda degna di venerazione.

La liturgia è dunque il santo esorcismo. Santo e per così dire naturale. I gesti sacri lo sono anche in senso biologico, perché da tradizioni millenarie legati a numeri ai quali la vita dell’uomo arcanamente risponde: il tre, il sette, il dieci e così via. Uno studioso, Sambucy, ha notato come nella Messa siano contenuti gli atteggiamenti rituali più puri della contemplazione yoga, per esempio al Canone, allorché il sacerdote prega a braccia aperte e sollevate geometricamente, unendo i pollici agli indici; ma da noi si tende, incomprensibilmente, a trovare arbitrario, gratuito e sostituibile lo splendore di consimili gesti o la meravigliosa complicazione di certe regole cerimoniali: come quella, tutta ruotante intorno al numero tre e al mistico rapporto tra il cerchio e le rette (in modum circuliin modum crucis), che informa, nella Messa solenne, la incensazione delle oblate. L’uomo così impegnato in gesti significativi adempie all’opus Dei non soltanto in senso sacro ma anche in senso naturale, affidando il respiro al ritmo infallibile del canto (che, con le lunghezze armoniosamente diseguali dei versetti, dilata e varia il giuoco del soffio nei polmoni) e lasciando che tutto il corpo ritrovi, in quella stretta e trascendentale disciplina, le sue leggi e i suoi numeri segreti. Lode davvero trinitaria, nella quale il corpo è fatto sentimento, il cuore pensiero e l’intelletto contemplazione.

Oggi si direbbe che quell’insano terrore che induce l’uomo ad aggredire la natura nel momento stesso che la fugge, lo spinga ad interrompere anche il grande esorcismo spirituale del gesto, introducendovi sempre più ciecamente cunei di vita profana: voci scomposte, ordini, illuminazioni inopportune, oggetti non rituali e, mostruosamente, il microfono, che rende grottesca la voce umana, assurde le tragiche vesti, anacronistico il gesto cerimoniale: giacché sarà sempre il nobile a pagare per il predone.

2

Liturgia è celebrazione dei divini misteri. È anche la grande esoterica del cattolico, che solo dopo una lunga frequentazione della liturgia terrena sarà in grado di presagire qualcosa della liturgia celeste. È, infine, desiderio di glorificare la divinità ricomponendo sulla terra, come stampate da un’ombra, le meraviglie del cielo: il giro degli astri, il succedersi delle stagioni, il mistero del tempo, l’itinerario della mente a Dio. Assistendo a una celebrazione liturgica solenne o anche soltanto a un Vespro bene ufficiato (è chiaro che parliamo e abbiamo parlato finora della tradizionale liturgia latino-gregoriana), si avrà l’impressione immediata di un moto astrale, di un’orbita celeste. E subito il Breviario lo conferma: piccolo libro zodiacale e cosmologico, currens per anni circulum, dove ciascuna ora canonica celebra una fase della luce, come negli Inni delle Piccole Ore, un momento della creazione del mondo, come negli Inni dei Vespri, o il graduale passaggio dalla notte al giorno, dal peccato all’illuminazione, come negli Inni dei Mattutini. Fin nelle ultime sfumature la varietà dei toni, le diverse cadenze musicali di uno stesso inno, salmo o responsorio a seconda del tempo liturgico, della solennità o della stagione (tonus vernalistonus hiemalis) – l’ «immensa e delicata» liturgia mostra di ben portare il nome che le diede san Benedetto, opus Dei, giacché l’uomo non vi ha ruolo che di interprete delle grandezze di Dio e del creato. I suoi movimenti vi uniscono la lentezza maestosa delle ore con la levità della danza, mentre i paramenti, variando il loro colore, fissano all’occhio significati di morte, di risurrezione primaverile, di purgazione, di purpurea raccolta. Intorno all’immobile Sole – Cristo – Cristo stesso, nella persona del sacerdote, volge la Sua divina vicenda, e in essa coinvolge l’anno come il giorno, l’uomo in adorazione come lo stuolo dei Santi e delle Gerarchie Angeliche. Liturgia è dunque desiderio di circondare la divinità di immagini quanto possibile ad essa somiglianti, oltre che di parole da essa ricevute. Di restituire al Creatore, in virtù della Sua ispirazione, un estatico specchio della creazione. Gratias agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam.

In un tempo nel quale l’uomo, preda di forze oscure, si industria di far esplodere la vita, stravolgendone tutte le leggi e rinunciando alla sua ultima destinazione, è particolarmente affliggente per lo spirito che anche nel meraviglioso santuario della liturgia tradizionale si aprano brecce, che anche questo sistema vacilli.

3

Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.

La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

«E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara per la mia sepoltura» disse il Salvatore con quell’accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava. Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’ «ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente. Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole:

«Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?».

La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto, quello non meno ineffabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravita che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

Cfr. [Bernardo Trevisano] in «Cappella Sistina», luglio-settembre 1966, pp. 99-102; ora in C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, Milano, Adelphi, 1998², pp. 129-135.

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L’8 ottobre 2017 a Roma Messa solenne di mons. Soseman prima di rientrare nella sua diocesi

Messa solenne di mons. Soseman a Roma l'8 ottobre 2017

L’8 ottobre 2017 a Roma mons. Richard R. Soseman ha cantato la Messa solenne alla chiesa di Gesù e Maria al Corso.

Grande amico di Una Voce e spesso celebrando secondo il rito romano antico, mons. Soseman è stato parecchi anni nell’Urbe quale officiale della Congregazione per il Clero. Adempiuto il suo incarico in Vaticano, verso la metà di ottobre è rientrato nella sua diocesi, Peoria negli Stati Uniti d’America, Illinois, per reinserirsi funditus nell’attività pastorale, assumendo nell’immediato la cura di due parrocchie a Peru, vicino ai suoi familiari.

Alla Messa dell’8, l’ultima a Gesù e Maria prima della sua partenza, ha manifestato la sua gratitudine a questa chiesa, da lui frequentata fin dal 1993, e ai suoi fedeli, come ai tanti cristiani legati alla Messa tridentina conosciuti a Roma e nei vari luoghi dell’Italia da lui visitati.

Una Voce Italia ringrazia di cuore mons. Soseman e, augurandogli buon lavoro nel suo nuovo ministero, esprime la speranza di poterlo presto rivedere nell’Eterna Città.

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Immacolata 2017

Immacolata

8 Decembris sexto Idus

Color albus. Feria sexta (permittuntur carnes). CONCEPTIO IMMACULATA BEATAE MARIAE VIRGINIS, duplex primae classis cum Octava communi.

MISSA propria, Gloria, secunda oratio feriae (Dominicae primae Adventus), Credo, Praefatio B. Mariae Virginis (In Conceptione Immaculata) per totam Octavam nisi aliter notetur, Ite, Missa est, Evangelium S. Joannis in fine.

 

 

DIE  8  DECEMBRIS

IN  CONCEPTIONE  IMMACULATA

BEATÆ  MARIÆ  VIRGINIS

 Duplex I classis cum Octava communi

Introitus                                                                                                    Is. 61, 10

GAudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo : quia índuit me vestiméntis salútis : et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis. Ps. 29, 2. Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me : nec delectásti inimícos meos super me. V). Glória Patri. Gaudens.

Oratio

DEus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti : quaésumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas. Per eúndem Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Oratio

EXcita, quaésumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni : ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári : Qui vivis et regnas.

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov. 8, 22-35

DÓminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram : necdum fontes aquárum erúperant : necdum montes gravi mole constíterant : ante colles ego parturiébar : adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat cælos, áderam : quando certa lege et gyro vallábat abýssos : quando aéthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum : quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos : quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens : et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore : ludens in orbe terrárum : et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me : Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas cotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

Graduale. Judith 13, 23. Benedícta es tu. Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram, V). Ibid. 15, 10. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

Allelúja, allelúja. V). Cant. 4, 7. Tota pulchra es, María : et mácula originális non est in te. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Lucam                     Luc. 1, 26-28

IN illo témpore : Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilaéæ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit : Ave, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus.

Credo, per totam Octavam.

Offertorium. Luc. 1, 28. Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja.

Secreta

SAlutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta : ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Secreta

HÆc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos, ad suum fáciant purióres veníre princípium. Per Dóminum.

Præfatio de B. Maria Virg. Et te in Conceptióne immaculáta : quæ dicitur per totam Octavam in omnibus Missis, quaæ non sint de Tempore neque aliam Præfationem exigant, juxta Rubricas.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus : Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit : et virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli, cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Gloriósa dicta sunt de te, María : quia fecit tibi magna qui potens est.

Postcommunio

SAcraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster : illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Postcommunio

SUscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui : ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus. Per Dóminum.

Infra Octavam Missa dicitur ut in Festo, sed pro 3ª Oratione, juxta diversitatem Temporum assignata, dicitur Oratio de Spiritu Sancto.

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L’8 dicembre a Roma processione dell’Immacolata da Gesù e Maria al Corso a S. Maria sopra Minerva

S. Maria sopra Minerva

L’8 dicembre 2017 a Roma grande processione con le fiaccole in onore dell’Immacolata, organizzata anche quest’anno dalla Casa Romana dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

La processione, presieduta dal card. Gerhard Ludwig Müller, partirà alle 19 dalla chiesa di Gesù e Maria al Corso (Via del Corso 45), percorrerà il Corso e passando davanti al Pantheon – S. Maria ad Martyres – giungerà alle 20 alla basilica di S. Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva). All’interno della basilica seguirà la solenne benedizione eucaristica.

Roma, 8 dicembre 2016 processione dell’Immacolata

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