Léon Gromier, I vespri pontificali

MONSIGNOR LÉON GROMIER

COMMENTO DEL CAEREMONIALE EPISCOPORUM

LIBRO II

Capitolo 1
Vespri più solenni cantati dal vescovo*

Dovendo cantare la messa del giorno dopo, il vescovo canta la vigilia i primi vespri. Giorni nei quali li canta. Suo ingresso in chiesa. Dove e come si parano il vescovo e i canonici. Inizio dei vespri; preintonazione delle antifone; ci si siede ai salmi. Da chi, dove e come è cantato il capitolo. Chi preintona l’inno e l’antifona del Magnificat. Si impone l’incenso. Il vescovo va a incensare l’altare, poi ritorna. Incensazione del vescovo e del clero. Canto dell’orazione. Benedizione del vescovo. Un cardinale o il metropolita presente lascia che il vescovo dia la benedizione. Deposizione dei paramenti.

1.2. La regola vuole che le solennità comincino con i primi vespri. Se il vescovo deve cantare la messa il giorno seguente, i vespri si celebrano in forma più solenne che se non la cantasse. Ciò avviene soprattutto la vigilia di Natale, dell’Epifania, dell’Ascensione, di Pentecoste, dei santi Pietro e Paolo, dell’Assunzione, di Ognissanti, della Dedicazione e del Titolare della chiesa, del Patrono della città.

L’uso di dare più solennità ai primi vespri pontificali che ai secondi deriva dal fatto che una volta le popolazioni osservavano le feste dalla sera della vigilia fino alla sera della festa.

3. Il vescovo potrà celebrare anche i secondi vespri con la stessa solennità dei primi almeno a Pasqua, Natale, alla festa del Titolare della chiesa, a quella del Patrono della città.

Questo numero è una mitigazione del precedente, una concessione alle abitudini moderne: lascia dunque una certa libertà di azione.

4. Dopo che il vescovo ha fatto il suo ingresso in chiesa e pregato davanti al Ss.mo Sacramento, va davanti all’altar maggiore e qui continua per un po’ la sua preghiera. Durante questo tempo i canonici (ai loro posti) prendono l’amitto sul rocchetto o sulla cotta, poi il loro paramento. Vedi libro 1 capitolo 15 numeri 5 e 6. (In sacrestia o luogo vicino, se il prelato è arcivescovo, il suo crocifero prende l’amitto, il camice, il cingolo e la tunicella; i chierici del libro, della bugia, della mitra e del pastorale assumono il piviale se vi è l’uso). Quando tutti i canonici sono parati, il vescovo sale al trono vi siede (e qui lo raggiungono i diaconi assistenti). Dopo un momento si scopre, depone la cappa e riceve i paramenti che gli accoliti prendono all’altare e consegnano: amitto, camice, cingolo, croce pettorale, stola, piviale, formale, mitra preziosa e anello. I diaconi assistenti lo rivestono dei paramenti, il prete assistente gli mette l’anello pontificale, tutto ciò con i baci abituali. Intanto si suona l’organo.

Il Caeremoniale episcopoum (d’ora in poi C. E.) vuole qui tutti i canonici parati, come secondo buon senso, sembra dimenticare il ripiego di quattro, sei od otto parati.

5. Il vescovo parato resta seduto un istante, poi depone la mitra, si alza, dice il Pater e l’Ave, dopo di che canta Deus, in adjutorium meum intende segnandosi.

6. Quando il coro canta il versetto Gloria Patri, il vescovo e tutti gli altri chinano il capo verso l’altare fino al versetto Sicut erat.

Per rispettabile che sia il rito monastico, il rito romano conosce gli inchini, ma non il rivolgersi verso l’altare: il clero dei due lati del coro resta sempre resta l’uno di fronte all’altro.

7. Durante questo tempo (salvo il Gloria), un cerimoniere conduce il suddiacono o altri cui spetta portare le antifone secondo il costume locale, ai piedi del trono con le riverenze prescritte. Dopo il canto del Sicut erat … Alleluia o Laus tibi, Domine, etc., il suddiacono preintona al vescovo la prima antifona, e attende che sia ripetuta. Quando il vescovo ha ripetuto la preintonazione, il suddiacono ritorna al suo posto con le riverenze prescritte. Il vescovo resta in piedi durante il canto dell’antifona e l’intonazione del salmo, dopo di che si siede e riceve la mitra aurifregiata.

Numerosi rubricisti pensano che il suddiacono porta antifone sia l’ultimo dei canonici suddiaconi. Il C. E. tenta un faticoso e rischioso adattamento del Caeremoniale S. R. E. ai vespri nella cattedrale. I redattori sembrano essersi resi conto della difficoltà, ma sono rimasti nell’indecisione. Preintonare le antifone dei salmi, cantare il capitolo, preintonare l’inno e l’antifona del Magnificat, incensare il clero, queste cinque azioni compongono un unico ruolo nei vesrpi pontificali al trono, ruolo che ai vespri papali più solenni è assunto da un suddiacono uditore di rota in cotta. Il C. E. attribuisce la prima e la seconda azione a un suddiacono, senza dire quale, oppure a un altro; attribuisce la terza a un canonico, senza dire quale, o a un altro, la quarta e la quinta allo stesso suddiacono o a colui che ha portato le antifone. Ora è proprio dei canonici non preintonare mai, né al vescovo né ai propri colleghi. I canonici sono come i cardinali del vescovo. Il suddiacono papale non è cardinale. Come uscire da questo vicolo cieco? Il mezzo, semplice e coerente esiste ma è sfuggito ai rubricisti. Si prende un suddiacono non canonico, in tal modo si segue la lettera e lo spirito del Caeremoniale S.R.E., si osserva la mente del C. E. (l. 2, c. 3, n. 1), si rispetta lo stato canonicale. Inoltre si para questo suddiacono – per mostrare che è tale – con camice e tunicella; in tal modo non si innova nulla perché un suddiacono esiste già come crocifero dell’arcivescovo ai vespri di cui si tratta. Un suddiacono parato esiste del pari come crocifero nella processione dal secretarium prima della messa. Infine si rinunzia a un uso ipotetico e mal fondato.

Secondo il testo latino, il vescovo può ripetere l’intonazione sul libro o a memoria, a sua scelta. Non è obbligato a guardare il libro che per contro il prete assistente è obbligato a tenere.

L’intonazione dei salmi e del Magnificat spetta come sempre a due cantori in cotta. È del pari compito loro il canto del versetto e del Benedicamus Domino, in quanto i vespri di cui si tratta non hanno pivialisti.

8. Il versetto Gloria Patri dei salmi in canto gregoriano potrà essere cantato in falsobordone. A questo versetto il vescovo china il capo con la mitra, tutti gli altri fanno lo stesso con il capo scoperto seduti o come si trovano.

Tutto il resto di questo numero ripete le nozioni sul canto e l’organo, date al capitolo 28 del libro 1, numeri 6 e 8.

9. Le altre quattro antifone, secondo l’antico modo di procedere, devono essere preintonate in quest’ordine dal suddiacono, o da altri come d’uso: la seconda al diacono assistente a destra del vescovo, la terza al prete assistente, la quarta al primo canonico del coro, che sia arcidiacono o prete o canonico prete, la quinta al diacono assistente a sinistra del vescovo.

Questa distribuzione delle antifone, che segue un ordine speciale differente da quello dell’incensazione, non ha nulla di oscuro o di misterioso che certi vi vedono. È semplicemente un ricordo di un fatto storico, vale a dire la preminenza dell’arcidiacono su tutto il clero. Dato che quasi dappertutto l’arcidiacono ha smesso di essere diacono per diventare una dignità, il ricordo della sua preminenza da personale che era è diventato locale, ed è fissato al posto occupato dal primo diacono a destra del vescovo. Passata la detta interversione tra il prete assistente e il primo diacono assistente, si ritorna all’ordine naturale, prima il secondo prete, poi il secondo diacono.

10. La preintonazione delle quattro antifone si fa come per la prima, solo che i canonici sono salutati meno profondamente del vescovo, vale a dire con un inchino di capo. Quando si alza il canonico che deve ricevere la preintonazione, tutti i canonici e gli altri del coro si alzano (eccetto quelli del trono). Quando la preintonazione si fa a uno degli assistenti del vescovo, si alzano solo gli altri assistenti (e gli inferiori del trono).

Un inchino di capo sarebbe sufficiente tra canonici, ma se il porta antifone non è canonico, come è da sperare, si impone un suo inchino mediocre. Ricevere la preintonazione è un onore come quello dell’incensazione: la si riceve in piedi, senza libro, con la berretta in mano, con un inchino prima e uno dopo la ripetizione. Nei vespri di cui si tratta non si può dubitare che tutti i membri del coro si devono alzare quando un canonico del coro intona. Ai vespri papali sarebbe un fatto inaudito che dei cardinali si alzino e altri rimangano seduti.

11. Durante la ripetizione della quinta antifona un cerimoniere (portando il libro) conduce il suddiacono, o un altro come d’uso, nel luogo ove si canta l’epistola alla messa. Ivi quest’ultimo tiene il libro e canta il capitolo, mentre il vescovo sta in piedi con la mitra. Durante il canto del Deo gratias, il cerimoniere conduce (il suddiacono) o un altro come d’uso (ai piedi del trono). Qui egli preintona l’inno al vescovo in piedi con la mitra: quest’ultimo depone la mitra e intona l’inno, il coro lo prosegue in canto gregoriano o in musica.

Di per sé il capitolo non richiede che si stia in piedi mentre è cantato. Vi è l’abitudine di alzarsi perché ordinariamente è il celebrante che lo canta. In questo caso il vescovo potrebbe dunque rimanere seduto, nondimeno l’abitudine ha avuto il sopravvento, anche per il papa. Solo si è fatta una concessione, il celebrante si alza ma conserva la mitra. Questo numero si conclude con alcune istruzioni già date sul canto e l’organo.

12. Se l’inno è Veni, creator Spiritus o Ave, maris stella, non appena lo ha intonato il vescovo si inginocchia al suo posto, su un cuscino che il cerimoniere ha messo sul gradino della sede. Tutti si inginocchiano allo stesso tempo, e rimangono così fino alla fine della prima strofa. Quando questa è terminata, ci si alza. Si sta in piedi durante l’inno, il versetto e la sua risposta.

Il testo latino che segue da vicino quello di P. Grassi non lo riproduce esattamente. P. Grassi, che tra l’altro parla dei vespri al faldistorio, è più felice nella sua esposizione. Il C. E. ammette due modi di procedere, di cui uno solo va bene, ed è dato nella nostra traduzione. Ecco quale sarebbe l’altro modo: il vescovo intona l’inno, dopo di che va a inginocchiarsi al faldistorio posto davanti all’altare, come per la consacrazione alla messa. Ora, vale la pena di fare questo doppio spostamento a causa di nove o dieci parole? Inoltre, visto che non si può camminare durante le parole alle quali bisogna inginocchiarsi, ne seguirebbe una deplorevole interruzione nel canto, in quanto, per proseguire l’inno, i cantori dovrebbero attendere che il vescovo sia arrivato al faldistorio.

Veniamo ora ai particolari di redazione. Il testo latino farebbe inginocchiare il clero mentre il vescovo intona l’inno, quindi prima di lui: cosa inammissibile. Il vescovo si inginocchierebbe sul posto, quindi al trono, al faldistorio posto davanti all’altare: contraddizione flagrante. Il vescovo discenderebbe al faldistorio purché esso si trovi davanti all’altare: una verità lapalissiana, il faldistorio vi sarà se c’è stato messo, altrimenti no. Si può supporre una distrazione dei redattori del C. E. Non avranno confuso il faldistorio-inginocchiatoio mobile del vescovo al trono con il faldistorio-sede del cardinale celebrante di P. Grassi?

Durante il canto del versetto o della sua risposta, il cerimoniere conduce ai piedi del trono il suddiacono, o un altro come d’uso, questi preintona l’antifona del Magnificat al vescovo che sta in piedi senza mitra. Dopo aver intonato, il vescovo siede e riceve la mitra preziosa. Durante il canto dell’antifona il turiferario porta il turibolo e il vescovo vi impone l’incenso servito dal prete assistente. Vedi libro 1, capitolo 23, numero 1.

13. Nello stesso tempo due accoliti salgono all’altare, dai due lati, sollevano la parte anteriore della sopratovaglia che lo copre e la piegano in due sulla metà posteriore, dal mezzo fino in fondo.

Che pensare di questo numero? È un rito della cappella papale, che ha il suo corrispondente alla messa papale nella sopratovaglia (una quarta tovaglia, non pendente) piegata in due sull’altare, che il diacono e il suddiacono spiegano durante il canto del Credo. Con essa si copre l’altare dall’offertorio, se ne scopre l’altare per incensarlo al Magnificat: il primo rito è di origine più antica del secondo, come testimonia il Venerdì santo. Ora la sopratovaglia dei vespri non ha corrispondenza alla messa pontifiale del vescovo, e ciò le fa un po’ torto. Inoltre, se si comprende la sopratovaglia piegata doppia all’indietro, poi spiegata in avanti per l’offertorio, si comprende meno la sopratovaglia piegata a metà per scoprire l’altare al Magnificat. Invece di una mezza misura, l’altare non si potrebbe scoprire totalmente, se non togliendo la sopratovaglia, almeno piegandola fino in fondo?

14. Quando inizia il Magnificat, il vescovo si alza con la mitra, si segna, prende il pastorale e si reca all’altare tra i diaconi assistenti che sostengono i lembi del piviale (preceduto dal prete assistente). Davanti al gradino più basso depone il pastorale e la mitra, fa riverenza all’altare, vi sale, lo bacia, riceve il turibolo dal prete assistente, incensa la croce e l’altare. Vedi libro 1, capitolo 23.

15. Incensato l’altare, il vescovo ne discende, gli fa riverenza, riceve la mitra e il pastorale, ritorna al trono dove, con la mitra (senza pastorale) è incensato dal prete assistente. Successivamente depone la mitra (riprende il pastorale) che tiene con due mani, e rimane così fino alla fine del Magnificat. Due accoliti ricoprono l’altare dispiegando la sopratovaglia che avevano piegato.

16. Durante questo tempo il suddiacono, o un altro come d’uso, incensa il prete assistente, poi i diaconi assistenti, in seguito i canonici, infine il resto del clero se non è lui stesso canonico (come è desiderabile). Vedi capitolo 23. L’incensazione deve cessare alla fine del Magnificat, per questo il canto del cantico deve regolarsi in modo che le due azioni terminino insieme. Vedi libro 2, capitolo 3, numero 13.

Il testo latino dell’ultima frase contraddice il numero di cui si fa forte. Inutile considerare la possibilità che lo spinge. La traduzione è accordata con il principio invocato.

17. Alla ripetizione dell’antifona del Magnificat, il vescovo depone il pastorale, siede e riceve la mitra. Un cerimoniere conduce ai piedi del trono con le riverenze prescritte due accoliti che portano i candelieri. Finita l’antifona il vescovo depone la mitra, si alza, e sul libro tenuto dal prete assistente canta con la mani giunte Dominus vobiscum, Oremus, poi l’orazione con gli inchini verso l’altare. Quando ripete il Dominus vobiscum, gli accoliti vanno a riportare i candelieri alla credenza.

Sia per il vescovo al trono situato al lato del vangelo sia per il clero negli stalli, si è visto che il rito romano prevede gli inchini, ma non il rivolgersi verso l’altare. Qui, nonostante il testo latino, il vescovo non si volta verso l’altare per cantare l’orazione come non si volta verso il popolo per cantare Dominus vobiscum.

18. Dopo il canto del Benedicamus Domino da parte di due cantori in cotta, e la risposta Deo gratias, il vescovo riceve la mitra, e in piedi al trono dà la benedizione cantando Sit nomen benedictum. Vedi capitolo 25, libro 1. Ai vespri non vi è mai indulgenza.

Una aggiunta fatta sotto Benedetto XIII dà: Dicto per chorum Benedicamus Domino a duobus cantoribus; evidentementele parole a duobus cantoribus si oppongono a per chorum. Secondo la stessa aggiunta questi due cantori in cotta potrebbero anche avere il piviale. Ciò suscita varie obiezioni. Ci si mette in piviale solo per cantare Benedicamus Domino? Il ruolo dei due cantori in cotta è di intonare i salmi e il Magnificat, di cantare il versetto dopo l’inno, e poi il Benedicamus Domino. I pivialisti quando ci sono cantano il versetto e il Benedicamus Domino, ma non intonano i salmi. Ai vespri pontificali di cui si tratta non ci sono pivialisti. Di chi sarebbero pivialisti questi due cantori, se il vescovo ha il suo capitolo parato e i suoi assistenti al trono? Il capitolo 3, come si vedrà, dà ai pivialisti e ai due cantori un ruolo ben organizzato e coerente. Qui il suddiacono porta antifone tiene luogo dei pivialisti, mentre i due cantori oltre alla loro funzione abituale sostituiscono i pivialisti per il versetto e il Benedicamus Domino. Allora si cercherebbe invano una ragione per trasformare i due cantori in pivialisti, quando essi ricoprono un ruolo che non è che parzialmente quello dei pivialisti che qui non c’entrano niente.

Se il vescovo al trono non può essere visto facilmente dal popolo, va all’altare e dal medesimo da la benedizione.

Il capitolo 4 del libro 1 ha spiegato che quando sono presenti più cardinali, e il primo di loro fa assistenza pontificale, darà la benedizione non dal trono cardinalizio, ma dall’altare, per riguardo verso i suoi colleghi. La preoccupazione che il vescovo al trono sia visto facilmente si comprende perfettamente. Nondimeno, ci si chiede perché essa viene solo alla fine dei vespri. Non ci si poteva pensare prima dei vespri e provvedere? E infine la benedizione, che non è l’essenziale dei vespri, non solo si vede ma anche si sente.

19. Se il prelato è arcivescovo, il suo cappellano crocifero (parato da suddiacono) porta la croce (e si inginocchia) davanti a lui. L’arcivescovo senza mitra dà la benedizione dopo aver fatto inchino alla sua croce.

20. Se è presente al trono un cardinale (o il nunzio), o il metropolita, il vescovo gli manda un cerimoniere o cappellano affinché si degni di dare la benedizione. Il cardinale (o il nunzio) o il metropolita, per cortesia, lascia al vescovo celebrante l’onore di dare la benedizione.

In sintesi un cardinale, il nunzio o il metropolita non deve accettare di dare la benedizione e non solo per ragioni di cortesia. Intanto, anche se un cardinale è superiore al vescovo, quest’ultimo non gli è soggetto. La presenza di un cardinale priva il vescovo di certe distinzioni previste, non di tutte. Il nunzio e il metropolita sono superiori al vescovo, ma non al punto da dare la benezione al suo posto. Infine il C. E. sembra dimenticare le regole che esso stesso ha posto nel libro 1, vale a dire: davanti a un cardinale il vescovo non ha trono, e se officia lo fa al faldistorio. Davanti al nunzio o al metropolita, il vescovo non perde il trono se non officia, ma se officia lo fa al faldistorio.

La frase latina seguente, come l’intero numero 20 preso da P. Grassi, che parla dei vespri al faldistorio, pare voler essere un vago richiamo a queste nozioni dicendo che il vescovo dopo aver dato la benedizione ritorna al trono, o al faldistorio se vi officia, per deporre i paramenti. Nei vespri al faldistorio è dall’altare che si dà la benedizione, nei vespri al trono si dà dal trono. Allora come ritornerebbe il vescovo al trono, se non può officiarvi nel caso supposto?

Data la benedizione, il vescovo depone i paramenti, allo stesso tempo i canonici depongono i loro al proprio posto, poi accompagnano il vescovo mentre suona l’organi. Vedi libro 1, capitolo 15, numero 11.

(L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale episcoporum, Paris, La Colombe, 1959, pp. 245-252, traduzione italiana di Fabio Marino)

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* Per il testo latino del Caeremoniale episcoporum cfr. Cérémoniaire

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