Mons. Léon Gromier, Messa letta celebrata dal vescovo

Per celebrare la messa privata il vescovo assume i paramenti all’altare. Quello che i cappellani preparano a tal fine. Quali paramenti si usano. Attribuzioni dei cappellani. Il primo porta il bacio di pace con lo strumento a un cardinale, a un prelato, a un principe presente alla messa. Il messale usato dal vescovo celebrante non si porta a nessuno per essere baciato, ma se ne porta un altro. Il vescovo si lava le mani due volte nella messa. I paramenti si depongono sull’altare.

1. Prima di celebrare la messa, il vescovo assume i paramenti posti sull’altare ove celebrerà, non in sacrestia, dopo essersi lavato le mani con l’aiuto di un familiare.

Il Cæremoniale episcoporum (in seguito C. E.) suppone la messa celebrata pubblicamente, episcopalmente, in quanto il prelato ha l’abito prelatizio. Infatti, su questo punto, la regola è la stessa per i cardinali, i vescovi e i protonotari. Se il vescovo non ha l’abito prelatizio, deve pararsi in sacrestia. Questo non lo priva di distinzioni: innanzi tutto indosserà la berretta violacea (né l’episcopato né lo zucchetto dispensano dalla berretta); poi se è sufficientemente assistito farà portare il calice davanti a sé, o anticipatamente; lo stesso per il manipolo; infine all’altare userà il canone, la bugia e la brocca, secondo le possibilità.

Alla messa letta i familiari sono gli stessi e hanno gli stessi doveri che agli uffici solenni. In conformità con il capitolo 11, numero 11, ne occorrono due: uno porta la brocca con il bacile, l’altro il vassoio con il manutergio. Quando il vescovo ha terminato la preparazione, dopo essersi tolto la mozzetta o la mantelletta, si lava le mani ai piedi dell’altare, in piedi e coperto con la berretta, che depone poi sul vassoio del manutergio.

2. Il calice, il messale, il canone e tutto quello che prescrivono le rubriche del Messale saranno preparati in anticipo, parte sull’altare, parte sulla credenza da uno dei cappellani (o da altri incaricato di questo). Il vescovo deve avere almeno due cappellani in cotta per servirlo.

Il testo latino mette il canone all’ablativo (aggiunta posteriore): questo fa pensare alle rubriche del Messale e del Canone, ora il canone non contiene rubriche generali. Se dunque si desidera un senso accettabile, bisogna mettere canone al nominativo, tra gli oggetti da preparare.

Chi saranno i cappellani del vescovo? Di norma i suoi cappellani particolari, che fanno parte della sua famiglia vescovile. I canonici sono i ministri del vescovo, non i suoi cappellani o i suoi familiari.  Essi sono più di questi ultimi, e non sono obbligati a farne le funzioni. Tuttavia non vi è una proibizione, soprattutto in caso di bisogno. Il loro ruolo è unicamente quello di cappellani o chierici che servono all’altare: esso non è in alcun modo comparabile con quello dei diaconi assistenti, del prete assistente, del diacono e del suddiacono. Questo principio, dato per la messa letta ordinaria, non si applica alla messa letta celebrata in paramenti pontificali per le ordinazioni o la consacrazione di un vescovo. Chiedendo almeno due cappellani per servire il vescovo il C. E. non esclude la presenza di chierici inferiori per trasportare il messale, presentare le ampolline, suonare il campanello, sostituire i familiari mancanti.

I cappellani devono portare la cotta anche se sono canonici o prelati: in questo caso mettono la cotta sopra il rocchetto. È l’abito che inerisce alla loro funzione. L’abito canonicale è un abbigliamento per il coro e per determinati atti che non lo respingono, ora il servizio all’altare non ammette l’abito canonicale. L’abito prelatizio si trova nella stessa situazione, esso non è neppure esclusivo per il coro, quindi ancor meno per l’altare. Fino alle riforme di san Pio X, in capo al Messale figuravano diversi decreti postivi per ordine di Urbano VIII, ma che non hanno perso nulla del loro vigore. Uno di essi dichiara che nessuno può servire o assistere nella celebrazione della messa con il rocchetto: è dunque necessaria la cotta, compatibile con il rocchetto. Tutti coloro che servono la messa letta al papa mettono la cotta, anche se altrove hanno un altro abito.

I cappellani non devono né possono portare la stola. Le idee sono talmente deviate su questo punto che si vedono cose incredibili: un cappellano con la stola al collo inginocchiato ai piedi dell’altare per rispondere all’inizio della messa, il quale, poi, serve così il vescovo perché si lavi le mani; un cardinale o un vescovo che dice la messa in mezzo a due cappellani entrambi con la stola. Ora il rito romano, che non conosce la concelebrazione, non ammette mai all’altare, operanti simultaneamente, due sacerdoti in questa qualità, in abito sacerdotale. Un sacerdote non mette mai la stola al solo fine di servire il celebrante. Il ruolo dei cappellani non comporta in nessun modo la stola. Scoprire il calice riguarda il suddiacono alla messa solenne. Tenere la patena sotto il mento dei comunicandi appartiene al suddiacono della messa pontificale al trono. Portare l’Ostia per la comunione spetta al suddiacono della messa papale. Tutto questo senza stola. Aprire e chiudere la porta del tabernacolo non richiede la stola. Niente impedisce al vescovo di prendervi e di rimettervi la pisside. Alla peggio, se il cappellano ha degli scrupoli, potrà sempre prendere la pisside da sopra il suo velo.

3. Il vescovo assume i paramenti del colore proprio della messa, quelli che gli prescrivono le rubriche del Messale, con la croce pettorale e l’anello, senza altra insegna pontificale.

Il manipolo si prende dopo la confessione, ma alla messa dei morti prima dell’inizio. In quest’ultimo caso si assumerà prima della stola o dopo la pianeta? Le maniche della tunicella e della dalmatica sono il motivo per cui il suddiacono che indossa la tunicella, il diacono che indossa la dalmatica, il vescovo che indossa l’una e l’altra, assumono il manipolo dopo tutto il resto. Se qualcuno obietta che all’ordinazione del suddiacono il manipolo gli è dato prima della tunicella, si risponde: 1° in questo caso particolare e unico si procede dal meno al più: amitto, manipolo, tunicella; 2° il Pontificale prevede l’eventualità che vi sia una sola tunicella che in questo caso è imposta a tutti gli ordinandi, ma indossata soltanto dall’ultimo, dopo che ciascuno ha già ricevuto il manipolo; 3° alcuni Pontificali del XIII secolo mostrano che vi sono stati tempi e luoghi in cui l’ordinando suddiacono riceveva il manipolo dopo la tunicella. Così stando le cose, assumere il manipolo alla fine della vestizione pontificale divenne una distinzione episcopale. In seguito passò nella prassi, e poi nella regola, che il vescovo assuma il manipolo il più tardi possibile, dopo la processione dal secretarium all’altare, prima di salirvi, vale a dire dopo la confessione. Nondimeno per la messa funebre, che non comporta questa processione, prendere il manipolo fu lasciato alla fine della vestizione dei paramenti, prima dell’inizio della messa. Infine la distinzione di assumere tardi il manipolo si è estesa dalla messa pontificale alla messa privata senza tunicelle: sospesa la causa l’effetto è rimasto, come spesso succede. Tali sono l’origine e l’evoluzione dell’assunzione del manipolo.

Che dice su questa questione il C. E.? Si è visto che per la messa letta, non distingue se essa è di requiem o meno. Alla messa pontificale di requiem (l. 2, c. 11, n. 2) prescrive: “Il vescovo leggerà soltanto le orazioni per i paramenti, da Exue me, Domine; si laverà le mani e si parerà dicendo le orazioni abituali, tranne quelle per i sandali e i guanti”. Alla celebrazione pontificale del Venerdì santo (l. 2, c. 25, n. 6): “Il vescovo assume i paramenti abituali, eccetto i sandali e i guanti; legge le orazioni abituali per i paramenti”. Ora, queste orazioni abituali sono nel Messale sotto la rubrica “Orazioni da dirsi dal vescovo quando celebra pontificalmente”. Esse si trovano nell’ordine che si segue abitualmente, con il manipolo alla fine, senza distinzione tra messa pontificale e messa privata, tra messa di requiem e messa non funebre. Inoltre il canone (estratto autorizzato del Messale), riportando queste orazioni per la messa privata del vescovo, mette sempre quella del manipolo alla fine, senza nessuna riserva.

Resta la rubrica del Messale, che fa sorgere il dubbio. Il Ritus servandus in celebratione missae contiene questa frase: “Se il celebrante è vescovo non assume il manipolo prima della stola, salvo alle messe dei morti, ma lo prende all’altare”. Lo scopo della frase è il seguente: differenziare il vescovo dal sacerdote facendogli assumere il manipolo non prima della stola, bensì all’altare, dopo la confessione, senza confondere il vescovo con il sacerdote facendogli assumere il manipolo prima della stola per la messa funebre. L’incidentale “salvo alle messe funebri”, invece che nel luogo in cui si trova, dovrebbe essere alla fine della frase. Si avrebbe allora: Il vescovo non prende il manipolo prima della stola, ma lo prende all’altare, salvo alle messe funebri. In tal modo si ha un doppio vantaggio: rispettare la distinzione episcopale, soddisfare l’esigenza della messa funebre.

Tutto questo non è affatto un’opinione nuova, in quanto data almeno dal XIII secolo. Guglielmo Durando († 1296), nel suo Rationale divinorum officiorum (l. 4, c. 7, n. 4), dice: “Il vescovo riceve il manipolo dopo la pianeta, non prima. Il sacerdote, al contrario, assume il manipolo prima della pianeta”. Alcuni rubricisti, abbagliati dall’incidentale mal collocata, vogliono che il vescovo alla messa funebre assuma il manipolo alla maniera del sacerdote. Danno eccessivo peso a una rubrica equivoca, tengono poco conto del passato e delle ragioni intrinseche.

4. L’altare coperto con le tovaglie e con un palliotto del colore della messa. Nelle feste solenni si mettono ai lati della croce quattro candelieri con le candele accese. Nelle feste meno solenni e nelle ferie ne bastano due.

Due candele bastano evidentemente per una messa non pubblica. Visto che certe messe lette non episcopali ammettono più di due candele, a che quattro candele sono viste generalmente come prerogativa episcopale, niente si oppone a un minimo di quattro candele e un massimo di sei, quando la circostanza lo richiede.

5. I due cappellani serviranno il vescovo (assistendolo alla preparazione e al ringraziamento, vestendolo e svestendolo dai paramenti), rispondendogli, trasportando il messale (e il calice), servendo le ampolline, coprendo e scoprendo il calice (e la pisside), presentando il manutergio quando si asciuga le mani, facendo tutto il necessario.

Il vescovo fa la preparazione e il ringraziamento su un inginocchiatoio preparato come prescrive il capitolo 12 numero 8, posto a una certa distanza davanti all’altare. I cappellani stanno in piedi ai suoi lati, il primo servendo per il canone, il secondo tenendo la bugia. Per rispondere al vescovo quando comincia la messa, i cappellani devono essere in ginocchio, anche se sono canonici o prelati. Essi non sono i ministri ai quali il vescovo si volge dicendo loro vobis e vos fratres: sono in funzione di chierici servienti verso cui il vescovo non si volge, ed essi devono sottomettersi alla rubrica del Messale. Il prelato uditore di rota, suddiacono della messa papale, è in ginocchio in questo momento; i tre prelati: prete assistente, diacono e suddiacono del celebrante, in presenza del papa al trono, sono in ginocchio in questo momento, anche se sono ministri parati.

All’altare i cappellani si tengono a destra e a sinistra del vescovo quando questi è al centro. Ma quando egli è al lato dell’epistola o del vangelo, la loro collocazione più conveniente consiste nel tenersi entrambi alla sua destra o alla sua sinistra, dunque dalla parte esterna. Questo per tre ragioni. Non hanno motivo per fare diversamente dal diacono e suddiacono. Interporsi tra la croce e il celebrante è qualcosa di scorretto, di irrispettoso. È sgradevole, irrazionale vedere un cappellano con il vescovo sulla predella, e l’altro cappellano sotto la predella (se essa è fatta convenientemente).

Uno dei cappellani si occupa del libro, messale o canone, l’altro del calice. Quest’ultimo fa più che amministrare le ampolline, le mette in opera, di conseguenza svolge il compito del diacono e del suddiacono per il vino e l’acqua. Ma non dice la preghiera Offerimus dell’oblazione, non essendo ministro. Se vi sono chierici inferiori, stanno alla credenza, fanno quello che deve fare il serviente della messa letta e sollevano da tali compiti i cappellani.

6. Se i cappellani sono tre, due di loro potranno, in ginocchio davanti all’altare da una parte e dall’altra, tenere due torce accese durante l’elevazione del S. Sacramento, mentre il terzo assiste il vescovo e suona il campanello. Si suona con tre colpi a ciascuna elevazione, non di più.

Non sembra né utile né conveniente abbandonare il servizio del vescovo per tenere le torce fino a dopo la comunione, visto che le torce possono essere portate dai familiari o dai chierici inferiori, visto che il terzo cappellano resterebbe sovraccaricato dal libro e dal calice. La candela o le torce dell’elevazione sono un segno più antico del campanello, comunque il più nuovo ha spodestato il più vecchio.

La rubrica del Messale dice di suonare due volte: al Sanctus, e a ciascuna elevazione. La modalità del primo suono non è determinata. A ogni elevazione la rubrica ammette tre colpi di campanello, oppure un suono continuo, non alternato. Non è da credere che il C. E. intenda escludere il suono al Sanctus. Dà la preferenza ai tre colpi di campanello a ciascuna elevazione. Tende a limitare il suono, piuttosto che aumentarlo. Non concepisce di portare i tocchi a cinque o addirittura a sei, come talora si sente. Nel calore comunicativo dei congressi eucaristici, i loro dirigenti si fanno contestabili istigatori di innovazioni da ottenere e imporre per abbellire, migliorare la liturgia secondo le loro idee.

7. Se i cappellani non sono tre, due familiari del vescovo, vestiti come tali, potranno tenere le torce. Se non vi è nessuno per tenere le torce, esse potranno essere poste su due grandi candelieri posati per terra. Si accendono le torce prima della consacrazione, si spengono dopo la comunione.

Così termina la spiegazione della distribuzione dei ruoli, già data.

8.  Se alla messa vi è un vescovo, un cardinale, un principe, il primo cappellano, verso l’Agnus Dei, prende (alla credenza) lo strumento della pace munito del suo velo e si inginocchia alla destra del vescovo: (quando questi bacia l’altare) gli presenta lo strumento che il vescovo bacia dicendo: Pax tecum. Egli risponde Et cum spiritu tuo. Poi va a portare la pace facendo baciare lo strumento al vescovo, al cardinale, al principe, anche se sono parecchi, e dicendo a ciascuno Pax tecum, e ciascuno risponde Et cum spiritu tuo. Il cappellano si guarda dal fare alcuna riverenza ad alcuno prima di presentargli lo strumento da baciare. Solo dopo aver dato la pace, fa la riverenza prescritta. Ciò perché, prima della pace, si considera meno la persona di chi la porta e più la pace portata dall’altare; mentre invece, una volta data la pace, la sua persona diventa rilevante.

Nella seconda frase del testo latino, le parole ad illum non danno alcun senso, mentre ab illo si inseriscono perfettamente.

9. Alla messa del vescovo, dopo la lettura del vangelo (e il suo bacio), il testo del messale non è baciato da nessuno dei presenti, anche gran principe o prelato (superiore al vescovo). Se si fa baciare il vangelo a un gran principe, a un cardinale, (a un prelato superiore al vescovo), non gli si presenta il messale usato dal vescovo, ma un altro messale.

10. Il vescovo si lava le mani due volte durante la messa: dopo l’offertorio e dopo la comunione. Ogni volta (come in quella prima della messa), un familiare tiene la brocca e il bacile, (l’altro il manutergio sul piatto), un cappellano presenta il manutergio.

11. Alla fine della messa, il vescovo dà la benedizione dicendo: Sit nomen Domini benedictum, etc., ma non usa né mitra né pastorale, e non gli si tiene la croce davanti se è arcivescovo. Per il resto, il vescovo osserva le rubriche del Messale.

Il divieto di usare la mitra nella messa letta non obbliga il vescovo che voglia prendervi la parola a restare scoperto. Mentre parla in piedi o seduto può coprirsi con la berretta.

 

da: L. GROMIER, Commentaire du Cæremoniale episcoporum, I, 29, Paris, La Colombe, 1959, pp. 230-236, traduzione italiana di Fabio Marino.

Cfr. www.unavoce-ve.it

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