Mercoledì dei Quattro Tempi d’Avvento. Colletta al titolo d’Eudossia. Stazione a Santa Maria Maggiore

S. Maria Maggiore

Il solenne digiuno dei Tre Tempi sembra in origine proprio della Chiesa Romana, dalla quale poi lo appresero le altre diocesi latine. San Leone I ne spiega bene il significato, specialmente in occasione dei digiuni di dicembre, osservando che, al chiudersi delle stagioni e prima di porre mano alle riserve invernali, è assai conveniente che ne offriamo le primizie alla divina Provvidenza, con una spontanea libazione d’astinenza e d’elemosina. Vi si aggiungeva per la circostanza un motivo speciale. Un’antica tradizione riservava al mese di dicembre le ordinazioni dei preti e dei diaconi, e per consuetudine introdotta dagli Apostoli stessi, il popolo cristiano per mezzo del digiuno e della preghiera doveva associarsi al vescovo, per impetrare dal Signore un’abbondanza di carismi sacerdotali sul capo dei neo-eletti al ministero dell’altare.

Infatti, gl’interessi supremi del popolo cristiano dipendono in gran parte dalla santità del Clero; e poiché c’insegna la Scrittura che il gastigo più terribile che Dio infligge alle nazioni prevaricatrici si è quello di concedere loro pastori e duci della loro stessa genia, è evidente che l’ordinazione dei sacri ministri non è un affare che interessa esclusivamente il vescovo e il suo seminario, ma ha un’importanza decisiva e suprema per tutta la famiglia cattolica.

Per questo motivo gli Atti degli Apostoli ricordano i solenni digiuni e le pubbliche preghiere che precedettero l’ordinazione dei primi sette Diaconi, e poi la missione di Paolo e Barnaba all’apostolato fra i gentili; ed oggi, dopo tanti secoli, questa disciplina non ha subito alcun rallentamento essenziale. I riti e l’apparato esterno saranno forse un po’ più modesti che nell’alto medio evo a Roma; però i digiuni, le stazioni preparatorie e le solenni preghiere della Comunità Cristiana, ancor precedono regolarmente l’imposizione sacramentale delle mani sugli eletti al sacerdozio.

Oggi la stazione – come di regola il mercoledì dei IV Tempi – è nella basilica Liberiana, per porre i nuovi leviti sotto il celeste patrocinio di Colei che i Padri chiamarono talvolta Vergine-Sacerdote, tempio in cui il Verbo stesso incarnato fu unto sacerdote dal divino Paraclito. Altra volta la processione del clero e del popolo si conduceva al tempio di Liberio movendo da san Pietro in Vincoli, e traversando al canto supplice della litania la Suburra, il Viminale e l’Esquilino. Dopo la colletta d’ingresso a Santa Maria Maggiore, uno scriniario papale annunziava al popolo dall’ambone i nomi dei futuri ordinandi: Auxiliante Domino et Salvatore nostro Iesu Christo eligimus hos N. N. diaconos in presbyteratum. Si igitur est aliquis qui contra hos viros aliquid scit de causa criminis, absque dubitatione exeat et dicat; tantum, memento Communionis suae.

Queste solenni proclamazioni tenevano a Roma luogo dell’antico rito, così diffuso altrove, del suffragio popolare nelle ordinazioni dei sacri ministri. In alcuni luoghi il popolo veniva consultato, allo scopo che ubbidisse poi più di buon animo a coloro che egli stesso s’era scelto a pastori. Roma tuttavia sin da antico – e lo attesta san Clemente ai Corinti – riteneva questa concessione troppo pericolosa e compromettente, facile ad essere male interpretata, e poco conforme al carattere divinamente autoritario della sacra gerarchia. E il Cristo per mezzo degli Apostoli e dei vescovi che deve scegliere i suoi ministri, e non per mezzo del suffragio popolare, come si faceva al foro pei magistrati. Roma adunque nelle sacre Ordinazioni riservava al popolo una parte onorifica, senza dubbio, ma secondaria e di mera garanzia; quella cioè di deporre contro i candidati, nel caso li conoscesse giuridicamente colpevoli ed indegni. È appunto quanto esige l’Apostolo, quando scrive a Timoteo esser necessario che gli eletti all’ufficio sacerdotale abbiano testimonium … bonum ab his qui foris sunt, ut non in opprobrium incidant1.

L’odierna messa è tutto un sospiro, un grido ardente dell’animo verso il Messia venturo. Il gran profeta dell’Avvento è Isaia, onde la Chiesa in questi giorni rilegge i più bei squarci del suo volume, perché anche i fedeli affrettino coi loro voti il regno di Gesù Cristo.

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I Timoth. III, 7.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum, II, pp. 120-121)

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