Andrea Adami da Bolsena, Nella Coronazione del nuovo Pontefice

Diverse sono le Funzioni, che si fanno dal nuovo Pontefice nella sua Coronazione, prima, che ei giunga alla Cappella di S. Gregorio in S. Pietro; ma perche in esse il nostro Collegio non opera cosa alcuna, perciò tralasciamo di descriverle. Ciò che dunque appartiene a noi si è, che giunto il Papa alla Cappella suddetta salito nel Soglio, và il Sagro Collegio a rendergli ubbidienza, e di poi tutti i Patriarchi, Arcivescovi, e Vescovi.

Terminata questa Cerimonia, Sua Santità dà la Benedizione, intonando Sit nomen Domini benedictum, alla quale si risponde da noi nell’istessa forma, che abbiamo altre volte avvertito.

Dopo il Papa intona Terza, la quale si fa di Confessor Pontefice, e si dee regolare secondo quella di S. Pietro.

Terminata Terza, e parato il Papa degli habiti Sacri per cantare la Messa, l’ultimo Auditor di Rota prende in mano la Croce, e s’inginocchia appiè del Soglio, ed il primo Diacono Assistente dice Procedamus in pace, e si risponde In nomine Christi Amen, e subito si porta il nostro Collegio sul Coro eretto presso l’Altar Papale dalla parte dell’Evangelio.

Prima che giunga il Pontefice all’Altare Papale, fa diverse Funzioni, e molte altre Cerimonie, che da noi non si descrivono, perche al Collegio de’ Cantori non appartengono.

Giunto il Papa all’Altare scende dalla Sedia, e genuflesso avanti al Faldistorio fà Orazione, e poi alzatosi comincia la Messa.

Fatta la Confessione siede di nuovo nella Sedia Gestatoria, e li trè Cardinali più antichi dicono sopra la Santità Sua le trè solite Orazioni, scende dalla Sedia, c stando avanti l’infimo gradino, riceve il Pallio per le mani del Cardinal primo Diacono. Dopo salisce all’Altare, ed in questo mentre, e non prima, il Coro dà principio all’Introito. Terminata l’Incensazione dell’Altare và Sua Santità al Soglio, ove riceve li Signori Cardinali al bagio del Piede, della Mano, ed all’Amplesso. Gl’Arcivescovi, Vescovi Assistenti non Assistenti, al bagio del Ginocchio. Gl’Abbati Mitrati, e Penitenzieri al bagio del Piede; Poi deposta la Mitra, e stando in piedi legge l’Introito; Avverta pertanto il Signor Maestro di far terminare l’ultimo Kyrie quando il Papa averà finito di leggere il detto Introito, confiderando in oltre che nel Libro stesso intona il Gloria in excelsis Deo; e però si regoli con tal prudenza, ed avvedimento, che tutto termini nel tempo che abbiam detto.

Letta dal Suddiacono l’Epistola Latina, e da un Alunno di Propaganda Fide l’Epistola Greca, il Signor Maestro farà cenno, che si cominci il Graduale, il quale si dee dire a bell’agio fino al fine, e terminato che sia tacersi; nel qual tempo il Cardinal primo Diacono accompagnato dagl’Auditori di Rota, Avvocati Concistoriali, ed altri, processionalmente si porta alla Confessione degli Apostoli, dove tutti insieme cantano alcune Litanie particolari, con alquante Laudi, o Preci.

Terminata questa Funzione, e cantato dal Cardinal Diacono l’Evangelio Latino, e dal Diacono Greco l’Evangelio Greco, il Papa intona il Credo, che vien continuato dal nostro Coro. Siegue di poi l’Offertorio in contrapunto, il quale si dovrà dire con qualche sollecitudine per non stancare li Signori Cantori; e appresso si canta il Mottetto In Diademate Capitis Aaron &c. di Felice Anerio al libro 180. carta 1. con seconda parte, il quale si replicherà ad arbitrio del Signor Maestro di Cappella, pur che termini nella forma degli altri. Dopo segue la Funzione come nell’altre Messe celebrate dal Papa.

Terminata la Messa il nostro Collegio và alla Loggia della Benedizione, dove giunto il Papa col Corteggio del Sagro Collegio, e della Prelatura in paramenti Sagri, si pone a sedere in Trono, e subito il Signor Maestro dee far principiare il Mottetto Corona aurea &c. del Palestrina a cinque voci al libro 169. o 171. carte 62. con seconda parte, di cui se ne dice una sola parte; dopo del quale il Cardinal più Anziano dice:

Pater noster &c. Et ne nos inducas in tentationem.

R). Sed libera nos à malo.

V). Cantemus Domino.

R). Gloriosi enim magnificatus est.

V). Buccinate in neomenia tuba.

R). In insigni die solemnitatis vestræ.

V). Jubilate Deo omnis terra.

R). Servite Domino in lætitia.

V). Domine exaudi Orationem meam.

R). Et clamor meus ad te veniat.

V). Dominus vobiscum.

R). Et cum spiritu tuo.

E dopo l’Orazione, si risponde Amen.

Il Diacono primo Assistente prende il Triregno, e mentre lo pone in testa al Pontefice dice. Accipe Tiaram tribus coronis ornatam &c.

Finalmente il Papa dà la solenne Benedizione, alla quale si risponde trè volte Amen, come abbiam detto altrove.

Il Signor Maestro poi farà diligenza se Sua Santità vuole li Concerti alla Mensa, li quali si cantano senz’Organo; e poi pregherà Monsignor Maestro di Cammera acciò procuri che il Pontefice ammetta il nostro Collegio al bagio del Piede, essendo questo un antico costume della nostra Cappella.

 

da Osservazioni per ben regolare il Coro de i Cantori della Cappella Pontificia. Tanto nelle Funzioni ordinarie, che straordinarie, Roma, Antonio de’ Rossi, 1711, pp. 119-124 (cfr. «Una Voce Notiziario», 97-98 ns, 2025, pp. 2-3).

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8 dicembre 2025 Immacolata Concezione

Immacolata Concezione della B. V. Maria
Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja

 

8 dicembre sesto delle Idi

Lunedì

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Doppio di prima classe con Ottava comune. Messa «Gaudens gaudébo».

 

DIE  8  DECEMBRIS

IN  CONCEPTIONE  IMMACULATA

BEATÆ  MARIÆ  VIRGINIS

 Duplex I classis cum Octava communi

Introitus                                                                                          Is. 61, 10

GAudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo : quia índuit me vestiméntis salútis : et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis. Ps. 29, 2. Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me : nec delectásti inimícos meos super me. V). Glória Patri. Gaudens.

Oratio

DEus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti : quaésumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas. Per eúndem Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Oratio

EXcita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias : ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur : Qui tecum.

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov. 8, 22-35

DÓminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram : necdum fontes aquárum erúperant : necdum montes gravi mole constíterant : ante colles ego parturiébar : adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat cælos, áderam : quando certa lege et gyro vallábat abýssos : quando aéthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum : quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos : quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens : et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore : ludens in orbe terrárum : et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me : Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas cotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

Graduale. Judith 13, 23. Benedícta es tu. Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram, V). Ibid. 15, 10. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

Allelúja, allelúja. V). Cant. 4, 7. Tota pulchra es, María : et mácula originális non est in te. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Lucam                     Luc. 1, 26-28

IN illo témpore : Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilaéæ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit : Ave, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus.

Credo, per totam Octavam.

Offertorium. Luc. 1, 28. Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja.

Secreta

SAlutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta : ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Secreta

PLacáre, quaésumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis : et ubi nulla súppetunt suffrágia meritórun, tuis nobis succúrre præsídiis. Per Dóminum.

Præfatio de B. Maria Virg. Et te in Conceptióne immaculáta : quæ dicitur per totam Octavam in omnibus Missis, quaæ non sint de Tempore neque aliam Præfationem exigant, juxta Rubricas.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus : Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit : et virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli, cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Gloriósa dicta sunt de te, María : quia fecit tibi magna qui potens est.

Postcommunio

SAcraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster : illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Postcommunio

REpléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur : ut, hújus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cæléstia. Per Dóminum.

Infra Octavam Missa dicitur ut in Festo, sed pro 3ª Oratione, juxta diversitatem Temporum assignata, dicitur Oratio de Spiritu Sancto.

 

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Pozzuoli, 29 novembre 2025 Giubileo dei fedeli della Messa latina antica

Il 29 novembre 2025 si è tenuto alla Cattedrale di S. Procolo Martire il Giubileo dei fedeli legati alla Messa latina antica della diocesi di Pozzuoli. La Messa è stata celebrata da don Claudio De Caro svd.

Ampia folla di popolo, tra cui i soci di Una Voce Napoli, hanno partecipato al Giubileo sull’ antica Acropoli greca, al Rione Terra.

Prima della funzione hanno preso la parola il prof. Guido Vignelli che ha tratteggiato la storia del Giubileo e il prof. don Roberto Spataro sdb che ne ha illustrato il significato dottrinale, soffermandosi sul valore delle indulgenze.

 

 

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Léon Gromier, Introduzione al Commento del Caeremoniale episcoporum

Léon Gromier / Commento del Caeremoniale episcoporum / Introduzione

 

Il Cæremoniale episcoporum apparve sotto Clemente VIII, promulgato con il breve Cum novissime del 14 luglio 1600. Si trattava di un libro nuovo, perché non era mai esistito prima, anche se i termini del breve lasciano intendere il contrario. Il suo titolo, nelle prime edizioni, lo dichiara nuovamente riformato, invece che nuovamente redatto. Più nuovo per la sua forma che per il suo contenuto, è composto di tre elementi, come si vedrà subito. La sua compilazione è durata diciassette anni.

Nel dicembre 1582 Gregorio XIII diede incarico di fare eseguire questo lavoro a due cardinali che soggiornavano a Roma: san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano (+ 1584) e Gabriele Paleotti, arcivescovo di Bologna (+ 1597). Il primo se ne occupava da parecchi anni, ed era il principale promotore della decisione. Fu formato un ufficio di redazione, che comprendeva i seguenti nomi: Ludovico de Torres, romano, referendario dell’una e dell’altra Segnatura, canonico di S. Maria Maggiore, morto cardinale nel 1609; Agostino Fivizzani, romano, religioso agostiniano, sacrista del papa, morto nel 1595; Francesco Mucanzio, romano, cerimoniere pontificio, morto nel 1592; Curzio de Franchi, romano, beneficiato, poi canonico di S. Pietro, morto nel 1591; Pietro Galesini, il quale, avendo vissuto a Roma e a Milano al servizio di san Carlo Borromeo, rientrò a Roma dopo il ritorno a Milano di san Carlo: era il suo rappresentante alla redazione, morto verso il 1590. Oltre alle cinque persone ora nominate, Giovanni Paolo Clerici, cerimoniere della cattedrale di Milano, può avere avuto qualche influenza da Milano, soprattutto mentre san Carlo era in vita. Il cardinal Paleotti, ripartito per Bologna, fu sostituito dal cardinale di curia Antonio Caraffa (+ 1591). Certamente la S. Congregazione dei riti, istituita da Sisto V nel 1587, si occupò di sostituire i defunti e di completare l’opera fino alla sua pubblicazione.

Nel comporre il Cæremoniale episcoporum ci si proponevano tre cose:

1° Utilizzare le appendici cerimoniali che venivano tolte dal Pontificale ufficiale che doveva apparire nel 1596.

2° Adattare ai vescovi, alle cattedrali e alle collegiate il Cæremoniale Sanctæ Romanæ Ecclesiæ (in seguito: S.R.E.) fatto per il papa e la cappella papale.

3° Produrre un manuale delle cerimonie del genere di quello che Paride (Paris) Grassi aveva scritto all’inizio del XVI secolo, guardando più all’istruzione che all’esecuzione immediata, per i vescovi, i capitoli, i monasteri. Si voleva un libro di studio, senza testi di preghiere. In questo disegno si utilizzarono, dunque, i tre elementi già accennati:

a) Principi generali e descrizioni contenute in appendice nei numerosi Pontificali d’autorità privata che precedettero quello di Clemente VIII.

b) Il Cæremoniale S.R.E. scritto da due cerimonieri pontifici, Agostino Patrizi e l’alsaziano Jean Burkard, completato nel 1488, ma pubblicato soltanto nel 1516 da Cristoforo Marcelli sotto il titolo Sacrarum cæremoniarum sive rituum ecclesiasticorum sanctæ Romanæ Ecclesiæ libri tres. Quest’opera, arricchita dalle note e i diari dei cerimonieri pontifici che l’hanno preceduta, fa seguito agli ultimi Ordines romani; fu più volte riedita fino al 1750, e forma la base del Cæremoniale episcoporum.

c) Il libro scritto all’inizio del XVI secolo da P. Grassi, canonico di Bologna, antico cerimoniere pontificio, ma pubblicato solo nel 1564 da Francesco Mucanzio sotto il titolo De cæremoniis cardinalium et episcoporum in eorum dioecesibus libri duo. Questo libro ha fornito il piano e, in gran parte, la distribuzione dei capitoli per il Cæremoniale episcoporum che prende da esso numerosi e importanti passaggi.

E’ stato raggiunto lo scopo propostosi nello scrivere il Cæremoniale episcoporum (in seguito C.E.)? Nell’insieme, sì. Si può essere soddisfatti del risultato finale, soprattutto quando si scoprono i capricci che avevano addirittura certi redattori. A conti fatti, esso espone bene la dottrina del Cæremoniale S.R.E. con giudiziosi aggiustamenti a riguardo dei vescovi. Talvolta, tuttavia, l’adeguamento potrebbe essere migliore: la determinazione presa dovrebbe essere meglio sostenuta: piacerebbe trovare più decisione, meno incertezza.

Quanto alla redazione del C.E., essa è assai mediocre e lascia molto a desiderare. La divisione in capitoli è quella iniziale. Nelle prime edizioni il titolo dei capitoli si trovava in testa ai medesimi. Poi, nel 1729, i titoli furono trasportati a formare l’indice delle materie: allora, in luogo di un titolo, i capitoli ricevettero un sommario che non sempre li riassume al meglio. La divisione dei capitoli in paragrafi numerati, venuta anch’essa nel 1729, sembra spesso il frutto dell’azzardo. Membri di frasi sono trasposti, con grande danno del senso. La punteggiatura è assai difettosa. Spesso due frasi ne formano una sola, anche quando la prima è condizionale: questo mette fuori strada il lettore, se egli pensa a una subordinazione inesistente. Spesso si incontrano le espressioni: Si potrà fare questo… , Conviene di… , Questo se è possibile, se si può facilmente… In altre parole, consiglio e prescrizione, suggerire e comandare sembrano avere lo stesso valore. Ora il C.E. è scritto non per quello che si può, ma per quello che si deve, non sulla convenienza o la comodità, ma sui principi. Tra altri difetti e improprietà di stile, i verbi leggere, recitare, dire e cantare sono utilizzati indistintamente.

Il C.E. ha bisogno di un commento. Fino al presente tre persone se ne erano rese conto, e hanno tentato questo lavoro. Per primo viene l’oratoriano Giuseppe Catalani che pubblicò il Cæremoniale episcoporum nunc primum commentariis illustratum (2 voll. in-f°, Roma 1744). Si può dire che egli gira attorno al suo soggetto senza penetrarlo. Vi si trova raramente la spiegazione desiderata, la risposta alle questioni che si pongono. Invece di commentare il testo del C.E., l’autore si dilunga sul giorno o la festa occorrente, lavoro già fatto da altri da molto tempo. Egli occupa spazio, riempie colonne citando ampi brani presi altrove, e più o meno ad rem. Crede di commentare un paragrafo ripetendone parola per parola il contenuto, aggiungendo di proprio qualche osservazione dove inventa e si svia facilmente, concludendo che la cosa è troppo chiara per richiedere spiegazione. La riedizione di quest’opera, fatta a Parigi nel 1850 per favorire la pretesa adozione del rito romano in Francia, e le rare note aggiunte non l’hanno in nulla migliorata.

In secondo luogo vi è il Céremonial des évêques commenté et expliqué (in-8°, Parigi 1856) di mons. Ignace Bourget, vescovo di Montréal in Canada. E’ una raccolta di note su quanto l’autore ha visto e appreso durante un suo soggiorno a Roma per la definizione dell’Immacolata Concezione. Il gusto e lo zelo dell’autore non hanno sostituito la preparazione e l’esperienza che gli mancavano.

In terzo luogo ci è data la Praxis pontificalis seu Cæremonialis episcoporum practica expositio (3 vol. in-8°, Lovanio 1873) di P. J. B. De Herdt, canonico della metropolitana di Malines. Essa si accosta al genere del commento seguendo da vicino il testo del C.E., che riproduce, ma se ne allontana non discutendolo né molto né a fondo. Rassomiglia piuttosto a una concordanza tra il C.E. e i decreti della S. Congregazione dei Riti. Vi si fa un enorme sfoggio di decreti, non sempre ad rem né sempre coerenti. Ritenendo che il C.E. e i decreti non si sbagliano mai, l’autore si sforza di conciliarli, per arrivare a conclusione precarie, favolose. Fidandosi più della lettera che dello spirito, non osando nulla proporre che non sia già stato detto da altri, egli arriverà a interpretare il C.E. invocando il Cæremoniale S.R.E. senza comprenderlo.

Le insufficienze dei commenti del passato mi inducono a cercare di presentare il C.E. sotto una migliore luce, dandone le spiegazioni capaci di dipingere la sua mentalità, facendone comprendere le cerimonie che descrive, rendendo più facile e interessante l’esecuzione di quanto prescrive. Un commento in francese necessita della traduzione francese del testo latino che non brilla per chiarezza intrinseca né per l’ordine di esposizione.

Come non c’è il testo latino, il mio commento non ha dato l’origine, la formazione, la ragione delle cerimonie. Motivo tutto ciò che potrebbe sembrare una traduzione troppo libera del C.E. Annoto quello che esso ha voluto dire senza averlo detto. Correggo gli errori manifesti, metto ordine dove esso manca, sopprimo le parole inutili o nocive, improprie, inesatte. Supplisco quanto è necessario all’integrità del testo, o allo sviluppo del pensiero. Ristabilisco il corretto rapporto di causa ed effetto dove si trova deviato. Si vedranno tra parentesi le parole, o membri di frase, o frasi di supplemento. Tratto di cose da me ben conosciute, e assicuro il lettore di non abusare della sua credulità. Discorro senza il minimo apparato scientifico, lasciando ai più istruiti di me il compito di contraddirmi.

Rispondendo a domande che mi sono state poste, preciso l’esistenza dell’episcopato in questa o quella situazione.

Vi sono autori, soprattutto canonisti o moralisti, che non hanno mancato di dibattere se vi sia l’obbligo di osservare il C.E. Senza scomodare le loro dissertazioni, io dico loro che le cerimonie sono questione di intelligenza e di educazione, assai più che di coscienza. Chi comprende bene il C.E. farà di tutto per osservarlo. Gli altri, e sono tanti! faranno cerimonie inintelligibili, proporzionate alla loro incomprensione. Tanto più che il C.E. riguarda non soltanto i vescovi, ma anche le chiese cattedrali, collegiate, monastiche, e tutte quelle in cui hanno luogo funzioni solenni. Esso è il complemento indispensabile del Messale ed è l’unica regolamentazione esistente per la celebrazione dell’ufficio divino.

Commento il C.E. quale è nell’edizione Pustet di Ratisbona del 1886, ultima edizione dichiarata tipica. Al decreto di autenticità l’editore ha aggiunto un avviso del redentorista G. Schobert, uno dei compilatori dell’ultima collezione, eclettica e incompleta, dei decreti della S. Congregazione dei Riti, finita nel 1900. Questo religioso attesta che ciascuna pagina del C.E., prima della stampa, fu rivista, corretta e approvata. La testimonianza evidentemente non vale che nella misura in cui il revisore non fosse distratto.

Il Cæremoniale S.R.E., dal quale in parte nasce il C.E., porta a parlare spesso della cappella papale per la quale fu fatto. Un “Annuaire pontifical”, che per quarant’un anno ha fatto le delizie del clero, la definiva come segue: “La cappella papale comprende tutte le persone e tutti i collegi che hanno il loro posto assegnato nella cappella papale e devono, in tale qualità, fare corte al sommo pontefice nelle sue funzioni pubbliche, concistori, cappelle, processioni”. Cerco di darne una definizione più soddisfacente, in attesa che si faccia di meglio. Questa: La cappella papale è l’assemblea del sacro collegio, dell’episcopato, della prelatura, della famiglia pontificia, di officiali e dignitari ecclesiastici, religiosi e laici per le funzioni liturgiche solenni con celebrazione o assistenza del papa, anche celebrate occasionalmente in sua assenza, anche celebrate sede vacante. Ha luogo anche per il concistoro pubblico, benché funzione non liturgica. Aveva luogo per la cavalcata alla presa di possesso di S. Giovanni in Laterano da parte del nuovo papa. Come si vede, cappella papale indica prima di tutto un luogo, poi quello che vi si fa, infine coloro che vi partecipano.

Dato che il C.E. parla anche dei prelati non vescovi, la nozione di prelato e prelatura non sarà fuori proposito. Presupposto che il cardinalato non è una prelatura, ma uno stato superiore, un principato ecclesiastico, la prelatura è una dignità ecclesiastica di diversi gradi, emanante dal papa, o almeno da lui sanzionata, che dura tutta la vita del titolare, valida ovunque (salvo certi casi in cappella papale), che comporta insegne e precedenze determinate. La prelatura si fonda su un incarico, ma spesso essa è solo onorifica.

Vi sarà questione dei familiari del sommo pontefice per l’ordine di precedenza, conviene dunque darne una nozione esatta. La famiglia pontificia designa l’insieme delle persone, di ogni rango, ecclesiastici, religiosi e laici, che formano il seguito abituale, effettivo od onorario, del papa regnante.

Non può essere troppo il chiarire le idee su queste materie, perché spesso, nella letteratura religiosa, un cardinale è qualificato eminente prelato, mentre un vescovo si legge promosso principe della Chiesa.

Quando è fatto un confronto con la cappella papale, io parlo al presente, ma bisogna intenderlo al passato. Fino al 20 settembre 1870 la cappella papale operava cinquantotto volte all’anno, senza contare gli extra, ma dopo questa data essa ha cessato ogni attività nel ciclo liturgico, temporale e santorale. Non si vedono più che canonizzazioni, o qualche rara messa anniversaria, o quanto inerisce al cambiamento di pontificato. Lacuna colossale e lamentevole! I vescovi vi avevano un magnifico esempio di assiduità liturgica. In mancanza di stimoli, alcuni disertano la loro cattedrale, anche nelle feste principali, per località della diocesi dove vanno a tenere riunioni di carattere religioso, sociale, scolastico, agricolo e sportivo, con ricevimento in municipio quando è possibile. Si giunge al punto che certi uffici, che si dovrebbero fare in cattedrale, si fanno alla cappella del seminario maggiore. Si trovano comportamenti originali nefasti, come, il 2 novembre, quello di un arcivescovo il quale, invece di prendere parte alla commemorazione dei morti nella sua cattedrale, preferisce andare a dire una messa letta al cimitero.

In conformità con il C.E. chiamo piviale il mantello di seta a tutti noto; chiamo cappa (chape) la veste corale che sotto diversi aspetti serve ai cardinali, al vescovo, al metropolita, al nunzio, ai collegi prelatizi della curia romana, ad alcuni capitoli, che era usata dai canonici regolari, da molti capitoli secolari, ed è ancora usata da alcuni, che è usata da parecchi ordini mendicanti. Non c’è nessun bisogno di usare la parola latina cappa. Il qualificativo magna, che spesso le si affibbia, non potrebbe applicarsi che alla cappa cardinalizia e prelatizia (anche portata da capitoli) che fu prolungata nella coda ai tempi del rinascimento. Ogni cappa senza coda, o con la coda rialzata, è nondimeno una cappa.

Le espressioni liturgiche pararsi, essere parati, parato indicano l’azione di assumere i paramenti sacri, coloro che sono rivestiti, lo stato di chi ne è rivestito.

Credo utile commentare il terzo libro del C.E., anche se è una appendice motivata da tempi ormai finiti. Non solo questo libro concreta qualche regola cerimoniale, ma favorisce il rispetto della gerarchia, il buon contegno organizzato, il protocollo: si oppone alla mancanza di etichetta e alla improprietà sedicente democratica. Se lo spirito di questo terzo libro dominasse, non si vedrebbe un arcivescovo diocesano recarsi alla stazione ferroviaria per attendere e ricevere un arcivescovo titolare che gli arriva come coadiutore, né un vescovo diocesano, col suo capitolo, alla porta della sua cattedrale a ricevere un vescovo titolare che gli viene come ausiliare.

La mia opera, poco alla moda, iniziata nel 1950, sarebbe apparsa circa due anni prima se poveri e cattivi impedimenti non ne avessero ritardato la pubblicazione.

Gli esponenti di una nuova scuola, i conduttori di un movimento liturgico non vedono nel C.E. altro che un grimorio, una anticaglia, una scacchiera i cui pezzi si possono manovrare a volontà: essi non hanno la nozione della sua dottrina. Il C.E. è di un tempo in cui la pastorale si adattava alla liturgia, in cui i pastori non pretendevano di dettar legge alle cerimonie. Il ricordo di quel tempo merita di non scomparire, dunque di avere un testimone. Se un giorno si dovrà ritoccare il C.E., e non rovinarlo, ci sarà bisogno di artefici diversi da quelli prodotti fino al presente.

Nell’indice dei capitoli, quando necessario, i titoli dei capitoli sono stati resi più conformi al loro contenuto di quanto non lo siano nel testo latino.

L. G.

Roma, 15 gennaio 1959

 

Cfr. L. Gromier, Commentaire du Cæremoniale episcoporum, Paris, La Colombe, 1959, pp. 7-13; traduzione italiana di Fabio Marino («Una Voce Notiziario», 46-48 ns, 2012, pp. 11-15 link).

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3 novembre 2025 Morti

Quærens me, sedísti lassus : Redemísti Crucem passus : Tantus labor non sit cassus.

 

3 Novembre. Terzo delle None.

Lunedì

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Doppio. Paramenti neri. Messa «Réquiem».

 

Die 2 Novembris
vel, si in Dominicam inciderit, die 3 sequenti

IN  COMMEMORATIONE

OMNIUM  FIDELIUM  DEFUNCTORUM

Duplex

¶ Hac die quivis Sacerdos tres Missas celebrare potest. Qui unam dumtaxat Missam celebrat, primam legit : eandem adhibet qui Missam cum cantu celebrat, facta ei potestate anticipandæ secundæ ac tertiæ.

AD PRIMAM MISSAM

Introitus                                                                      IV Esdr. 2, 34 et 35

RÉquiem ætérnam dona eis Dómine : et lux perpétua lúceat eis. Ps. 64, 2-3. Te decet hymnus Deus in Sion; et tibi reddétur votum in Jerúsalem : exáudi oratiónem meam; ad te omnis caro véniet.

Deinde absolute repetitur Réquiem ætérnam usque ad Psalmum.

Oratio

FIdélium, Deus, ómnium cónditor et redémptor : animábus famulórum famularúmque tuárum remissiónem cunctórum tríbue peccatórum; ut indulgéntiam, quam semper optavérunt, piis supplicatiónibus consequántur : Qui vivis.

Lectio Epístolæ beáti Páuli Apóstoli
ad Corínthios     I Cor. 15, 51-57

FRatres : Ecce mystérium vobis dico : Omnes quidem resurgémus, sed non omnes immutábimur. In moménto, in ictu óculi, in novíssima tuba : canet enim tuba, et mórtui resúrgent incorrúpti : et nos immutábimur. Opórtet enim corruptíbile hoc indúere incorruptiónem : et mortále hoc indúere immortalitátem. Cum autem mortále hoc indúerit immortalitátem, tunc fiet sermo, qui scriptus est : Absórpta est mors in victória. Ubi est, mors, victória tua? Ubi est, mors, stímulus tuus? Stímulus autem mortis peccátum est : virtus vero peccáti lex. Deo autem grátias, qui dedit nobis victóriam per Dóminum nostrum Jesum Christum.

Graduale. IV Esdr. 2, 34 et 35. Réquiem ætérnam dona eis Dómine : et lux perpétua luceat eis. V). Ps. 111, 7. In memória ætérna erit justus : ab auditióne mala non timébit.

Tractus. Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium defunctórum ab omni vínculo delictórum. V). Et grátia tua illis succurénte, mereántur evádere judícium ultiónis. V). Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

SEQUENTIA

Dies iræ, dies illa,
Solvet sæclum in favílla :
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum,

Mors stupébit, et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit :
Nil inúltum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis,

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ :
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus :
Redemísti Crucem passus :
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus :
Culpa rubet vultus meus :
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ :
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hædis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis :
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex, et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis :
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla,
judicándus homo reus :

Huic ergo parce, Deus :
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem. Amen.

Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Joánnem           Joann. 5, 25-29

IN illo témpore : Dixit Jesus turbis Judæórum : Amen, amen dico vobis : quia venit hora, et nunc est, quando mórtui áudient vocem Fílii Dei : et qui audíerint, vivent. Sicut enim Pater habet vitam in semetípso, sic dedit et Fílio habére vitam in semetípso : et potestátem dedit ei judícium fácere, quia Fílius hóminis est. Nolíte mirári hoc, quia venit hora, in qua omnes, qui in monuméntis sunt, áudient vocem Fílii Dei : et procédent, qui bona fecérunt, in resurrectiónem vitæ : qui vero mala egérunt, in resurrectiónem judícii.

Offertorium. Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni, et de profúndo lacu : líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum; sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam : * Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus. V). Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus : tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus : fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam. Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus.

Secreta

HÓstias, quaésumus, Dómine, quas tibi pro animábus famulórum famularúmque tuárum offérimus, propitiátus inténde : ut, quibus fídei christiánæ méritum contulísti, dones et prǽmium. Per Dóminum.

Præfatio Defunctorum.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pa­ter omnípotens, ætérne Deus : per Christum Dómi­num nostrum.  In quo nobis spes beátæ resurrectiónis effúl­sit, ut, quos contrístat certa moriéndi condítio, eósdem consolétur futúræ immortalitátis promíssio. Tuis enim fidélibus, Dómine, vita mutátur, non tólli­tur, et, dis­solúta terréstris hujus incolátus domo, ætérna in cælis habitátio comparátur. Et ídeo, cum Angelis et Archá­ngelis, cum Thronis et Dominatióni­bus, cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ cáni­mus, sine fine dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

¶ In prima et secunda Missa, si Sacerdos aliam Missam sit celebraturus, sumpto divino Sanguine, non purificat neque abstergit Calicem, sed eum ponit super Corporale, et Palla tegit; dein, junctis manibus, dicit in medio Altaris : Quod ore súmpsimus, etc., et subinde in vase cum aqua parato digitos abluit, dicens : Corpus tuum, Dómine, etc., et abstergit. Hisce peractis, Calicem super Corporale adhuc manentem, deducta Palla, iterum disponit et cooperit, uti mos est, scilicet primum Purificatorio linteo, deinde Patena cum Hostia consecranda et Palla, ac demum Velo.

Communio. IV Esdr. 2, 34 et 35. Lux ætérna lúceat eis, Dómine : * Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es. V). Réquiem ætérnam dona eis, Dómine : et lux perpétua lúceat eis. Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es.

Postcommunio

ANimábus, quaésumus, Dómine, famulórum, famularúmque tuárum orátio profíciat supplicántium : ut eas et a peccátis ómnibus éxuas, et tuæ redemptiónis fácias esse partícipes : Qui vivis.

¶ Debet Sacerdos ante sequentes Missas Confessionem dicere. In fine autem cujuslibet Missæ, dicto Dóminus vobíscum, dicitur : Requiéscant in pace. R). Amen.

¶ Et non datur benedictio : sed, dicto secreto Pláceat tibi, sancta Trínitas, etc., et osculato Altari, legitur Evangelium S. Joannis In princípio erat Verbum, etc., ut moris est.

 

AD   SECUNDAM   MISSAM

Introitus                                                                      IV Esdr. 2, 34 et 35

RÉquiem ætérnam dona eis Dómine : et lux perpétua lúceat eis. Ps. 64, 2-3. Te decet hymnus Deus in Sion; et tibi reddétur votum in Jerúsalem : exáudi oratiónem meam; ad te omnis caro véniet.

Oratio

DEus, indulgentiárum Dómine : da animábus famulórum, famularúmque tuárum refrigérii sedem, quiétis beatitúdinem, et lúminis claritátem. Per Dóminum.

Lectio libri Machabæórum
II Mach. 12, 43-46

IN diébus illis : Vir fortíssimus Judas, facta collatióne, duódecim míllia drachmas argénti misit Jerosólimam, offérri pro peccátis mortuórum sacrifícium, bene et religióse de resurrectióne cógitans (nisi enim eos, qui cecíderant, resurrectúros speráret, supérfluum viderétur, et vanum oráre pro mórtuis) : et quia considerábat quod hi, qui cum pietáte dormitiónem accéperant, óptimam habérent repósitam grátiam. Sancta ergo, et salúbris est cogitátio pro defúnctis exoráre, ut a peccátis solvántur.

Graduale. IV Esdr. 2, 34 et 35. Réquiem ætérnam dona eis Dómine : et lux perpétua luceat eis. V). Ps. 111, 7. In memória ætérna erit justus : ab auditióne mala non timébit.

Tractus. Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium defunctórum ab omni vínculo delictórum. V). Et grátia tua illis succurénte, mereántur evádere judícium ultiónis. V). Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

Sequentia Dies iræ, dies illa, ut supra.

Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Joánnem           Joann. 6, 37-40

IN illo témpore : Dixit Jesus turbis Judæórum : Omne, quod dat mihi Pater, ad me véniet : et eum, qui venit ad me, non ejíciam foras : quia descéndi de cælo, non ut fáciam voluntátem meam, sed voluntátem ejus, qui misit me. Hæc est autem volúntas ejus, qui misit me, Patris : ut omne, quod dedit mihi, non perdam ex eo, sed resúscitem illud in novíssimo die. Hæc est autem volúntas Patris mei, qui misit me : ut omnis, qui videt Fílium, et credit in eum, hábeat vitam ætérnam, et ego resuscitábo eum in novíssimo die.

Offertorium. Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni, et de profúndo lacu : líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum; sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam : * Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus. V). Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus : tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus : fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam. Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus.

¶ In secunda et tertia Missa Sacerdos, si primam Missam celebraverit, ad Offertorium deveniens, ablato Velo de Calice, hunc parumper versus cornu Epistolæ collocat, sed non extra Corporale; factaque Hostiæ oblatione, non abstergit Calicem Purificatorio, sed eum intra Corporale relinquens leviter elevat, vinum et aquam eidem caute infundit, ipsum Calicem, nullatenus ab intus abstersum, more solito offert.

Secreta

PRopitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris, pro animábus famulórum, famularúmque tuárum, pro quibus tibi offérimus sacrifícium laudis : ut eas Sanctórum tuórum consórtio sociáre dignéris. Per Dóminum.

Præfatio Defunctorum.

Communio. IV Esdr. 2, 34 et 35. Lux ætérna lúceat eis, Dómine : * Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es. V). Réquiem ætérnam dona eis, Dómine : et lux perpétua lúceat eis. Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es.

Postcommunio

PRæsta, quaésumus, Dómine : ut ánimæ famulórum, famularúmque tuárum, his purgátæ sacrificiis, indulgéntiam páriter et réquiem cápiant sempitérnam. Per Dóminum.

 

AD TERTIAM MISSAM

Oratio

DEus, véniæ largítor et humánæ salútis amátor : quaésumus cleméntiam tuam; ut ánimas famulórum famularúmque tuárum, quæ ex hoc saéculo transiérunt, beáta María semper Vírgine intercedénte cum ómnibus Sanctis tuis, ad perpétuæ beatitúdinis consórtium perveníre concédas. Per Dóminum.

Lectio libri Apocalýpsis beáti Joánnis
Apóstoli              Apoc. 14, 3

IN diébus illis : Audívi vocem de cælo, dicéntem mihi : Scribe, Beáti mórtui, qui in Dómino moriúntur. Amodo jam dicit Spíritus, ut requiéscant a labóribus suis : ópera enim illórum sequúntur illos.

Graduale. IV Esdr. 2, 34 et 35. Réquiem ætérnam dona eis Dómine : et lux perpétua luceat eis. V). Ps. 111, 7. In memória ætérna erit justus : ab auditióne mala non timébit.

Tractus. Absólve, Dómine, ánimas ómnium fidélium defunctórum ab omni vínculo delictórum. V). Et grátia tua illis succurénte, mereántur evádere judícium ultiónis. V). Et lucis ætérnæ beatitúdine pérfrui.

Sequentia Dies iræ, dies illa, ut supra.

Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Joánnem           Joann. 6, 51-55

IN illo témpore : Dixit Jesus turbis Judæórum : Ego sum panis vivus, qui de cælo descéndi. Si quis manducáverit ex hoc pane, vivet in ætérnum : et panis, quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita. Litigábant ergo Judaéi ad ínvicem, dicéntes : Quómodo potest hic carnem suam dare ad manducándum? Dixit ergo eis Jesus : Amen, amen dico vobis : Nisi manducavéritis carnem Fílii hóminis, et bibéritis ejus sánguinem, non habébitis vitam in vobis. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, habet vitam ætérnam : et ego resuscitábo eum in novíssimo die.

Offertorium. Dómine Jesu Christe, Rex glóriæ, líbera ánimas ómnium fidélium defunctórum de pœnis inférni, et de profúndo lacu : líbera eas de ore leónis, ne absórbeat eas tártarus, ne cadant in obscúrum; sed sígnifer sanctus Míchaël repræséntet eas in lucem sanctam : * Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus. V). Hóstias et preces tibi, Dómine, laudis offérimus : tu súscipe pro animábus illis, quarum hódie memóriam fácimus : fac eas, Dómine, de morte transíre ad vitam. Quam olim Abrahæ promisísti, et sémini ejus.

Secreta

DEus, cujus misericórdiæ non est númerus, súscipe propítius preces humilitátis nostræ : et animábus ómnium fidélium defunctórum, quibus tui nóminis dedísti confessiónem, per hæc sacraménta salútis nostræ, cunctórum remissiónem tríbue peccatórum. Per Dóminum.

Præfatio Defunctorum.

Communio. IV Esdr. 2, 34 et 35. Lux ætérna lúceat eis, Dómine : * Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es. V). Réquiem ætérnam dona eis, Dómine : et lux perpétua lúceat eis. Cum Sanctis tuis in ætérnum : quia pius es.

Postcommunio

PRæsta, quaésumus, omnípotens et miséricors Deus : ut ánimæ famulórum famularúmque tuárum, pro quibus hoc sacrifícium laudis tuæ obtúlimus majestáti; per hujus virtútem sacraménti a peccátis ómnibus expiátæ, lucis perpétuæ, te miseránte, recípiant beatitúdinem. Per Dóminum.

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1° novembre 2025 Ognissanti

1° Novembre. Festa di tutti i Santi
Hymnus ómnibus Sanctis ejus : fíliis Israël, pópulo
appropinquánti sibi : glória hæc est ómnibus Sanctis ejus.

 

1° Novembre Calende

Sabato

Festa di Tutti i Santi

Doppio di prima classe con Ottava comune. Messa «Gaudeámus … Sanctórum ómnium».

 

Die 1 Novembris

IN FESTO

OMNIUM SANCTORUM

 Duplex I classis cum Octava communi

Introitus

GAudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium : de quorum sollemnitáte gaudent Angeli, et colláudant Fílium Dei. Ps. 32, 1. Exsultáte, justi, in Dómino : rectos decet collaudátio. V). Glória Patri. Gaudeámus.

Oratio

OMnípotens, sempitérne Deus, qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita sub una tribuísti celebritáte venerári : quaésumus; ut desiderátam nobis tum propitiatiónis abundántiam, multiplicátis intercessóribus, largiáris. Per Dóminum.

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis
Apóstoli                  Apoc. 7, 2-12

IN diébus illis : Ecce ego Joánnes vidi álterum Angelum ascendéntem ab ortu solis, habéntem signum Dei vivi : et clamávit voce magna quatuor Angelis, quibus datum est nocére terræ, et mari, dicens : Nolite nocére terræ, et mari, neque arbóribus, quoadúsque signémus servos Dei nostri in fróntibus eórum. Et audivi númerum signatórum, centun quadragínta quatuor míllia signáti, ex omni tribu filiórum Israël. Ex tribu Juda duódecim millia signáti. Ex tribu Ruben duódecim míllia signáti. Ex tribu Gad duódecim míllia signáti. Ex tribu Aser duódecim míllia signáti. Ex tribu Néphthali duódecim millia signáti. Ex tribu Manásse duódecim míllia signáti. Ex tribu Símeon duódecim míllia signáti. Ex tribu Levi duódecim millia signáti. Ex tribu Issachar duódecim millia signáti. Ex tribu Zabulon duódecim míllia signáti. Ex tribu Joseph duódecim signáti. Ex tribu Bénjamin duódecim míllia signáti. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumeráre nemo póterat, ex ómnibus géntibus, et tríbubus, et pópulis, et linguis : stantes ante thronum, et in conspéctu Agni, amícti stolis albis, et palma in mánibus eórum : et clamábant voce magna, dicéntes : Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes Angeli stabant in circúitu throni, et seniórum, et quatuor animálium : et cecidérunt in conspéctu throni in facies suas, et adoravérunt Deum, dicéntes : Amen. Benedíctio, et cláritas, et sapiéntia, et gratiárum áctio, honor, et virtus, et fortitúdo Deo nostro in saécula sæculórum. Amen.

Graduale. Ps. 33, 10 et 11. Timéte Dóminum, omnes sancti ejus : quóniam nihil deest timéntibus eum. V). Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

Allelúja, allelúja. V). Matth. 11, 28. Venite ad me, omnes qui laborátis, et oneráti estis : et ego refíciam vos. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Matthaéum               Matth. 5, 1-12

IN illo témpore : Videns Jesus turbas, ascéndit in montem, et, cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli ejus, et apériens os suum, docébat eos, dicens : Beáti páuperes spíritu : quóniam ipsórum est regnum caelórum. Beáti mites quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti qui lugent : quóniam ipsi consolabúntur. Beáti qui esúriunt et sítiunt justítiam : quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes : quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde : quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacifici : quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti qui persecutiónem patiúntur propter justítiam : quóniam ipsórum est regnum cælórum. Beáti estis cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me : gaudéte, et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in cælis.

Credo.

Offertorium. Sap. 3, 1-2 et 3. Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum mortis : visi sunt óculis insipiéntium mori : illi autem sunt in pace, allelúja.

Secreta

MÚnera tibi, Dómine, nostræ devotiónis offérimus : quæ et pro cunctórum tibi grata sint honóre justórum, et nobis salutária, te miseránte, reddántur. Per Dóminum.

Præfatio communis.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pa­ter omnípotens, ætérne Deus : per Christum Dómi­num nostrum. Per quem majestátem tuam láudant An­geli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsul­tatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne di­céntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Matth. 5, 8-10. Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt : beáti pacífici, quóniam fílii Dei vocabúntur : beáti qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum cælórum.

Postcommunio

DA quaésumus Dómine, fidélibus pópulis ómnium Sanctórum semper veneratióne lætári : et eórum perpétua supplicatióne muníri. Per Dóminum.

Infra Octavam Missa ut in Festo, et pro Orationibus juxta diversitatem Temporum assignatis, dicitur 2ª Oratio de Spiritu Sancto, 3ª contra persecutores Ecclesiæ vel pro Papa.

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Una Voce Notiziario 97-98 ns (2025)

Bollettino trimestrale UNA VOCE Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana Maggio-Settembre 2025 N. 97-98 Nuova Serie [227-228 dell’intera collezione].

INDICE

01. Oremus pro Pontifice nostro Leone, p. 1
02. Andrea Adami da Bolsena, Nella Coronazione del nuovo Pontefice, pp. 2-3
03. AI LETTORI, p. 3
04. Frequenza e condizioni della Santa Comunione, pp. 3-5
05. L’elezione di papa Leone XIV, p. 6
06. Torna la Messa tridentina al Pellegrinaggio ad Petri Sedem, p. 6
07. «Siamo grati a papa Leone», dice il presidente della FIUV, p. 7
08. CONOSCERE LA SACRA LITURGIA (n. 9)
09. Léon Gromier, Messe e vespri delle domeniche di Avvento, quando il vescovo celebra o fa assistenza pontificale, pp. 7-9
10. NOTITIAE (n. 11)
11. Paride, Rito romano antico e “polarizzazione”. Parlarne col Papa, pp. 9-10
12. VITA DELL’ASSOCIAZIONE (nn. 13-14)
13. Una Voce Italia, p. 10
14. Una Voce Udine, p. 11
15. CALENDARIO LITURGICO, pp. 11-15
16. IN MEMORIAM (n. 17)
17. Rodolfo Vargas Rubio, p. 15
18. Sommario, p. 16.

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, XXXIII

Card. Prospero Lambertini / Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa 33

[Palla – Velo – Borsa]

Card. Prospero Lambertini

XXXIII. La palla è un piccolo corporale, con cui si cuopre il calice. Innocenzo III nel lib. 2 De mysteriis missae al cap. 36 descrive questa palla come distinta dal corporale più grande: «Duplex est palla, quae dicitur corporale, una, quam diaconus super altare totam extendit, alteram quam super calicem plicatam imponit»: e Rodulfo Tungrense nel libro De canonum observantia alla proposiz. ultim. attesta che nel suo tempo il costume della piccola palla sopra il calice era in uso appresso gl’italiani e gli alemanni, ma che i francesi si servivano d’un solo corporale. Oggidì alcuni si servono di due palle, una pel calice e l’altra per l’ostia. Il pontefice Paolo IV concesse l’uso della doppia palla ai PP. Teatini: dal che poi nasce la controversia, se i sacerdoti secolari o regolari d’altra religione che vanno a celebrar la messa nelle loro chiese, possono servirsi della doppia palla: sopra la qual controversia possono vedersi il Gavanto, il Pasqualigo, il Quarto e il moderno P. Merati. Il velo che si pone sopra il calice chiamasi ancora «Peplum», ed anche «Sudarium». Antico è l’uso del velo, con cui si cuopre il calice; leggendosi nel can. 72 fra quelli detti apostolici, che il velo santificato non si converta in uso profano. E’ d’uopo che una volta fosse di lino; mentre ritroviamo l’ordine che si lavasse; ma oggi deve esser di seta, secondo la rubrica, conforme anche ben riflettono il Gavanto e il Merati. I greci hanno tre veli, uno con cui cuoprono la patena, l’altro con cui cuoprono il calice, il terzo con cui cuoprono i predetti due: e questo terzo lo chiamano Aria, ossia Aere, perché a modo d’aria si spande intorno ai sacri doni, come può vedersi appresso il cardinal Bona nel lib. 1 Rer. Liturg. al cap. 25 num. 11, il quale ancora dice esser passato questo costume in tutto l’oriente dalla Chiesa di Gerusalemme. La borsa si dice anche pera; ed in essa si ripone il corporale: ed il Gavanto sopra la rubrica De praeparatione sacerdotis celebraturi racconta che da s. Pio V fu conceduto agli spagnuoli il privilegio di portare il corporale fuori della borsa.

 

Cfr. P. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 27-28.

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Lanfranco Menga, Origine ed evoluzione del Canto Gregoriano

Come pregavano liturgicamente i Cristiani dei primi secoli? Per rispondere a questa domanda ci sono state varie interpretazioni basate più o meno su testimonianze storiche. Molti studiosi insistono sulla derivazione dei riti cristiani dalle consuetudini ebraiche, vista anche la composizione delle prime comunità, sia a Gerusalemme, sia nelle aree geografiche limitrofe. Indubbiamente la prassi della “cantillatio”, cioè di un declamato intonato a metà strada tra il canto vero e proprio ed il parlato, veniva seguita soprattutto nelle
orazioni, perché è sempre stato chiaro che per rivolgersi a Dio bisognava usare un “modus orandi” diverso dal linguaggio comune. Anche il canto dei Salmi derivava dagli usi ebraici, sia pure con formule probabilmente diverse da quelle tramandate nei secoli.

Francamente non insisterei troppo sulla derivazione del canto cristiano dalla matrice sinagogale per un semplice motivo: la preghiera dei primi cristiani, pur usando i Salmi e la cantillazione, si doveva incentrare su due elementi nuovi e cioè la preghiera del Pater noster e la frazione del pane, ad imitazione di quanto insegnato da Gesù Cristo. Da questa nuova prospettiva nasce e si sviluppa, secondo me, tutta la prassi liturgica cattolica, fermo restando il fatto che i popoli del bacino del Mediterraneo avevano sviluppato una cultura musicale piuttosto omogenea, pur nelle varie tradizioni locali.

Con lo spostamento a Roma del centro operativo che guidava la Chiesa nella sua
fase organizzativa primitiva ci troviamo di fronte ad una realtà diversa e i primi secoli saranno caratterizzati da una forte egemonia culturale di monaci greci che avranno a Roma il monopolio della Liturgia, che per alcuni secoli sarà celebrata in lingua greca.

Dopo alcuni secoli di assestamento organizzativo arriviamo al V secolo, quando
incontriamo la grande figura di san Leone I Magno, che, oltre ad occuparsi di Attila, ebbe grande attenzione alla Liturgia istituendo a Roma un monastero per la formazione di cantori e quindi istituendo la prima Schola Cantorum per introdurre un canto ed una Liturgia in lingua latina.

Nel secolo successivo, il VI, abbiamo una svolta definitiva con due figure fondamentali nella storia della Chiesa: san Benedetto e san Gregorio I Magno.

San Benedetto si occupa essenzialmente delle comunità monastiche e quindi organizza tutta la vita di preghiera nell’Ufficio Divino che scandisce tutta la giornata del monaco, inserendo nelle Ore canoniche il canto degli Inni, forma di preghiera cantata risalente al III secolo e ideata da sant’Efrem il Siro e diffusa in Occidente da sant’Ambrogio. Questa forma particolare aveva avuto alterne fortune a causa del diffondersi delle eresie, ma grazie a san Benedetto questi bellissimi canti si sono salvati e sono arrivati sino a noi. San Gregorio Magno fa una importante riorganizzazione della Liturgia, particolarmente della Messa, ed
estende la istituzione delle Scholae Cantorum a tutta la Chiesa, almeno alle Basiliche ed alle Cattedrali: da questo fondamentale impulso nascerà l’appellativo di Canto Gregoriano.

Il repertorio liturgico-musicale si arricchirà progressivamente almeno fino al secolo VII coprendo tutte le necessità dell’Anno Liturgico.

C’era però un problema pratico: i canti venivano imparati dai monaci e dai
cantori delle Scholae per tradizione orale e si è calcolato che per questa operazione occorressero almeno dieci anni; gli ingegnosi Benedettini ed alcuni teorici avevano sviluppato tecniche di memorizzazione che facilitassero l’apprendimento dei canti, ma la difficoltà rimanva, anche per l’inevitabile
cambio generazionale. Si cominciò a pensare ad alcuni sistemi di scrittura, sia pure rudimentali, che potessero aiutare la memoria: nascono così le prime grafie musicali il cui documento più antico che ci sia pervenuto è il Codice 359 di San Gallo, risalente agli inizi del X secolo.

La fatica di monaci e cantori non era finita perché il codice, costoso e prezioso in
quanto membranaceo, era di uso esclusivo del Magister che lo custodiva gelosamente nel suo armarium per rinfrescare periodicamente la memoria. Le semplici grafie primitive si svilupparono notevolmente e saranno riprese e studiate ai nostri giorni, come vedremo.

Anche i testi della Messa hanno avuto una lunga elaborazione per arrivare alla
compilazione definitiva. Ce lo testimoniano i cinque più antichi messali pervenutici e collazionati nell’Antiphonale Missarum Sextuplex di Dom Hesbert, monaco di Solesmes: si tratta degli Antifonari di Rheinau (sec. VIII-IX), Mont-Blandin (sec. VIII-IX), Compiègne (sec. IX), Corbie (sec. IX-X), Senlis (sec. IX), con l’aggiunta del  (sec. VIII) che contiene i testi dei canti del solista.

Questo importante studio ci permette di comprendere la lenta strutturazione della Messa, attraverso la datazione dell’inserimento dei testi nelle celebrazioni.

Nel IX secolo, cioè nell’età carolingia, inizia una notevole produzione anche di
trattati teorici ad opera, tra gli altri, di Hucbald di Saint-Amand, Reginone di
Prüm, Oddone di Cluny e proprio il secolo IX vede la grande fioritura musicale grazie anche ad una straordinaria operazione, unica nel suo genere: assistiamo
alla fusione del repertorio propriamente romano, conosciuto come Romano antico, con quello gallicano; il cosiddetto Romano antico fa da base alla struttura musicale dei brani, mentre dal repertorio gallicano vengono prese le belle melodie e le fioriture, talvolta anche virtuosistiche. Il risultato è solamente
grandioso ed è il repertorio che è arrivato sino a noi. Nello stesso periodo la produzione musicale si arricchisce ulteriormente con l’inserimento di due nuove forme: i Tropi e le Sequenze. I Tropi sono delle aggiunte testuali e musicali ai brani già esistenti per meglio caratterizzare la celebrazione del giorno, soprattutto nelle grandi feste; invece le Sequenze sono dei componimenti poeticomusicali sempre legati a importanti feste.

Una piccola curiosità: gli autori di Tropi venivano chiamati Tropatori; quando i
musicisti si dedicarono al repertorio profano diventarono i Trovatori o i Trovieri.

Il grande sviluppo della musica polifonica, che pure usava quasi sempre come base le melodie gregoriane, ebbe come conseguenza un progressivo decadimento della prassi esecutiva del canto monodico; con il Concilio di Trento si cercò di mettere ordine anche nel campo della musica sacra: si decise così di eliminare tutti i Tropi in quanto sarebbe stato necessario esaminarne attentamente tutti i testi che potevano contenere eresie; stessa sorte capitò alle Sequenze, di cui furono conservate solo le più importanti: Victimae Paschali laudes, probabilmente la più antica, Dies irae, Lauda Sion Salvatorem, Stabat mater, Veni Sancte Spiritus. Al di là dei problemi contingenti che la Chiesa doveva
affrontare in quel periodo, c’era in realtà la necessità di riportare la Liturgia alla sua purezza originale, senza tutte le sovrastrutture accumulatesi nel Medioevo. Sempre in questa ottica fu stabilito che potessero conservarsi i Riti particolari che avessero almeno una tradizione di duecento anni: questa decisione spinse le solite malelingue ad affermare che san Pio V, dell’Ordine dei Predicatori, aveva
voluto fare una eccezione per il suo Ordine, la cui Liturgia particolare aveva tale antichità.

Sulla scia delle riforme tridentine si sentì la necessità di porre mano ad una nuova edizione del Graduale Romanum, cioè dei canti della Messa: si pensò subito al grande Palestrina, che però declinò l’invito, e furono incaricati di tale compito delicato due tra i maggiori musicisti operanti a Roma in quel periodo: Anerio e Soriano, i quali, probabilmente senza grande competenza in materia, diedero alle stampe nel 1614 il nuovo Graduale Romanum utilizzando melodie ormai corrotte e con indicazioni di carattere ritmico derivanti probabilmente dalla prassi polifonica. Questa pubblicazione è passata alla storia come Editio Medicea, dal nome della tipografia romana che l’aveva stampata, e rimase in vigore come libro ufficiale della Chiesa fino agli inizi del XX secolo.

Inizia così un altro periodo di lenta decadenza dovuta a vari fattori, musicali,
culturali e storici e dovremo attendere la metà del secolo XIX per cominciare a vedere i sintomi di una rinascita, soprattutto dopo gli scempi della Rivoluzione francese. Dobbiamo ad un monaco benedettino l’avvio della Restaurazione del Canto Gregoriano: Dom Prosper Guéranger (+1875) che nel 1833 rifonda l’Abbazia di Solesmes, raccogliendo intorno a sé alcuni validi studiosi come Dom
Pothier (+1923) e Dom Mocquerau (+1930) che ne continueranno egregiamente l’opera. Viene promossa la pubblicazione della fondamentale raccolta della Paléographie Musicale, con la ristampa dei più importanti codici medievali che si erano salvati dalla furia rivoluzionaria e su questi codici inizia la ricostruzione del Canto Gregoriano autentico.

Per particolare intervento della Divina Provvidenza diventa Papa san Pio X, che già da giovane aveva dimostrato una grande sensibilità per la Liturgia ed il Canto sacro: il Papa, resosi conto dei limiti dell’Editio Medicea, vuole pubblicare un nuovo Graduale Romanum secondo i risultati degli studi solesmensi, e nel 1908 abbiamo finalmente la nuova pubblicazione. Contemporaneamente però viene concessa all’editore Pustet di Ratisbona l’esclusiva della pubblicazione dell’Editio Medicea per altri 50 anni, forse nel tentativo di boicottare l’opera di Solesmes. Fortunatamente il Graduale Romanum soppiantò abbastanza rapidamente la vecchia edizione, sebbene rimanesse aperta la fondamentale questione del ritmo gregoriano. L’Editio Medicea aveva impostato la soluzione del problema influenzata dalla prassi polifonica, ma questo non era più possibile alla luce dello studio degli antichi manoscritti. Dom Mocquerau elaborò un metodo ritmico che era impostato sulla struttura delle melodie: un criterio che sebbene non avesse una base scientifica o storica permise per alcuni decenni di cantare con un certo stile adeguato le antiche melodie. Basti ascoltare le belle incisioni dei monaci di Solesmes diretti da Dom Gajard per apprezzarne i risultati.

Naturalmente gli studi paleografici continuavano e si deve ad un altro benedettino di Solesmes una svolta decisiva. I codici antichi
contenevano delle grafie musicali che non erano di facile decifrazione e attraverso uno studio comparato di tali grafie Dom Eugène Cardine pubblicò nel 1968 la sua “Sémiologie Grégorienne” in cui spiega i criteri della grafia di San Gallo che nel Medioevo era stato un grande centro di produzione di codici, in Italia la Semiologia Gregoriana verrà pubblicata nel 1979 ad uso degli allievi del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Finalmente si aveva uno strumento valido scientificamente che permetteva di comprendere la stretta connessione tra testo, modalità e ritmo, di cui l’elemento fondamentale era proprio il testo.

Purtroppo nello stesso periodo subentravano le riforme devastatrici del
Concilio Vaticano II e, sebbene dal Concilio fosse scaturito un documento come la Costituzione Sacrosanctum Concilium, iniziò una vera furia iconoclasta. Secondo me la Sacrosanctum Concilium fu il classico “cavallo di Troia” per ammorbidire e tranquillizzare i Padri conciliari conservatori; la realtà fu ben diversa e la conosciamo tutti. In barba agli iconoclasti gli studi gregoriani continuano e trovano molto interesse tra le giovani generazioni, anche senza connotati religiosi, perché, come afferma Alfred Tomatis, «il Gregoriano non guarisce, salva», perché è la base della nostra civiltà musicale e fa parte quasi del nostro DNA. Un mio allievo sacerdote mi fece questa riflessione: «Se anche gli atei si sentono attratti dal Canto Gregoriano, la Chiesa Cattolica non ha capito niente». Intelligenti pauca.

Testo della conferenza tenuta a Napoli il 23 gennaio 2025 per iniziativa della locale Sezione di Una Voce insieme con la fondazione Il Giglio. Cfr. «Una Voce Notiziario», 96 ns, 2025, pp. 3-6 [link]

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