Card. Prospero Lambertini / Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa 34
[Ampolle]
XXXIV. Finalmente le ampolle nell’Ordine romano si chiamano Amae; onde nel libro pontificale nella Vita di s. Silvestro si fa menzione delle ame d’argento, e lo stesso si fa nelle vite de’ ss. Marco, Innocenzo e Celestino ed in molte altre: e negli ordini romani si chiamano «Amulae», che è diminutivo dell’«Amae»: in tal maniera che non manca chi crede, che “Amae” fossero vasi più capaci per conservare il vino e l’acqua pel sagrifizio, ed in tutto simili ai nostri boccali, e che le amule fossero poi vasi più piccoli, pieni pure d’acqua e di vino per l’uso immediato della messa e che di qui sia derivato il costume, che nella messa solenne del sommo pontefice e de’ cardinali nella cappella pontificia, nella credenza che si prepara, sempre si pongono gran boccali d’argento o di argento dorato; e lasciando intanto da parte la disputa che si fa da tal uno, se vi sia differenza fra le parole «Ama», ed «Amula» scritte senza h, o scritte coll’h, leggendosi nella storia di Treveri nello Spicilegio di Luca Dacherio al tom. 12 pag. 221 che un certo Sicone «captato consilio opportuno, triginta amas praeparat, in quibus singulis singulos milites electos, loricatos, galeatos, ensibusque praecinctos collocat, deinde saxaginta viros nihilominus electos, plebeia veste amictos, ensibus eorum in hamis reconditis, gestantes constituit, nulloque hominum huius fraudis praeter praedictos viros conscios fecit»: non sembrando che le ame ivi scritte coll’h possano esprimere o boccale o ampolla, ma bensì una gran botte: ci contenteremo di dire che le nostre ampolle debbono esser di vetro, acciocché si distingua il vino dall’acqua. Nei secoli più remoti per uso del sagrifizio offerivano i fedeli il vino ne’ bicchieri, ossia ne’ fiaschi; ed il diacono infondeva nel calice quanto bastava pel sagrificante e per i comunicanti, servendosi d’un colatoio col manico lungo, acciò il vino fosse ben depurato e defecato. Desiderio vescovo d’Auxerre nel sesto secolo regalò alla sua chiesa «Colatorium pensans uncias duas». Alcuni di questi colatoi furono veduti dal cardinal Bona nel museo Barberino, come esso attesta nel lib. 1 Rer. Liturg. al cap. 25 num. 1. La buona memoria dell’erudito monsignor Bianchini nelle sue annotazioni sopra il Libro pontificale nella vita di s. Urbano al tom. 2 sez. 18 pag. 179 porta due figure di tali colatoi d’argento che si conservavano nel museo del fu Marcantonio Sabbatini nostro degno concittadino, che non molti anni fa passò da questa a miglior vita in Roma. Altrove, cioè quando esponevamo la storia ed il mistero del giovedì santo, e l’istituzione del santissimo sagramento dell’altare, parlammo dell’azzimo e del fermentato: epperò ancorché ora siamo per accennare qualche cosa in ordine all’ostia, punto non parleremo dell’azzimo e del fermentato. Ad altro luogo pure riserbiamo il parlare del vino e dell’acqua; avendo qui accennato il vino e l’acqua, non per trattarne, ma per farne menzione fra le altre cose che si richiedono pel sagrifizio della messa: e così ora unicamente si parlerà della figura dell’ostia.
Cfr. P. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 28-29.