San Pietro e Paolo Patroni dell’Alma Urbe 2016

29 Giugno. Terzo delle Calende di Luglio.

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

A Roma: Patroni principali dell’Alma Urbe, doppio di 1ª classe con Ottava privilegiata di III Ordine. Dell’Ottava si fa la Commemorazione in tutte le Messe, anche dei doppi di 1ª e 2ª classe.

O Roma felix, quæ duórum Príncipu Es consecráta glorióso sánguine! Horum cruóre purpuráta céteras  Excéllis orbis una pulchritúdines.

V). Annuntiavérunt ópera Dei. R). Et facta ejus intellexérunt.

Oratio

Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti : da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium. Per Dóminum.

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Venezia 25 giugno 2016 festa dell’Apparizione di san Marco a S. Simon Picolo

Apparizione di san Marco

Sabato 25 giugno 2016, festa dell’Apparizione di san Marco Evangelista, alle 16 sarà cantata la messa tridentina alla chiesa di S. Simon Picolo a Venezia (fondamenta omonima, di fronte alla stazione ferroviaria Santa Lucia) dal rettore della medesima, il padre Jean Cyrille Sow fssp. Come gli anni passati la sacra funzione è promossa dal Collegio Liturgico dell’Apparizione di San Marco di Una Voce Venezia Sezione Paolo Zolli, che ne cura il servizio liturgico.

Al termine sarà esposta la reliquia del glorioso Evangelista, la quale dopo la benedizione sarà offerta al bacio dei cristiani presenti.

Il servizio musicale sarà espletato dal Coro del Laboratorio di Canto Gregoriano del “Concentus Musicus Patavinus” (Università di Padova), i cui cantori sono formati e saranno diretti dal maestro Massimo Bisson, ci si avvarrà inoltre della collaborazione di due organisti –  Stefano Scarpa e Amarilli Voltolina – che si alterneranno all’organo Carli della chiesa veneziana ove per tanti anni don Siro Cisilino celebrò la liturgia tradizionale.

Sarà eseguito il seguente programma musicale: Ingresso: Bernardo Pasquini (1637-1710), Toccata VII (all’organo Stefano Scarpa). Introito: Mihi autem (gregoriano). Kyrie e Gloria: dalla Missa IV Cunctipotens del Kyriale Romano. Graduale e Alleluja: Constitues eos, Nimis honorati, eseguiti sub sono organi, Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Canzon dopo l’Epistola (dalla Messa della Domenica) (all’organo Amarilli Voltolina); Credo: I (gregoriano). Offertorio: In omnem terram, eseguito sub sono organi, Giuseppe Sarti (1729-1802), Sinfonia I Tempo (all’organo S. Scarpa); Sanctus e Benedictus: dalla Missa IV Cunctipotens. Elevazione: Giovanni Battista Martini (1706-1784), Sonata per l’Elevazione (all’organo S. Scarpa). Agnus Dei: dalla Missa IV Cunctipotens. Comunione: Vos, qui secuti (gregoriano), Gaetano Valeri (1760-1822), Versetto (all’organo A. Voltolina). Dopo l’ultimo Vangelo: improvvisazione dell’organista S. Scarpa su Felix regio. Esposizione della reliquia: Felix regio (gregoriano, dall’antico repertorio marciano). Canto finale: Salve Regina (sollemnis). Sortita: Marcel Dupré (1886-1971), Preludio su Salve Regina (all’organo A. Voltolina).

Cfr. collegiumdivimarci.org

 

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XII corso estivo “L’antica Pratica” a Tavernola Bergamasca dal 23 al 30 agosto 2016

XII corso estivo "L'antica pratica"

L’associazione Monti & Mousiké Musica Antica sul Lago d’Iseo organizza a Tavernola Bergamasca (Bg) dal 23 al 30 agosto 2016 il XII corso estivo “L’antica Pratica” sulla interpretazione della musica antica dal Rinascimento al Classicismo.

Si tratta di un progetto rivolto a esecutori sia di strumento antico sia di strumento moderno, fondato sulla convinzione che l’esecuzione del repertorio del periodo tra il XV secolo e i primi decenni del XIX richieda innanzitutto la conoscenza di criteri estetici e interpretativi specifici. Il corso ha quindi deciso di offrire, oltre al consolidato percorso di specializzazione sugli strumenti antichi, anche quello di formazione stilistica e interpretativa per esecutori di strumento moderno, condotto attraverso l’approfondimento della trattatistica storica e grazie al costante confronto con gli strumenti antichi. 

Docenti: Enrico Baiano (clavicembalo, clavicordo, pianoforte storico), Marinella Pennicchi (canto barocco e musica vocale d’insieme), Enrico Gatti (violino barocco), Francesca Odling (flauto traverso barocco e classico, consort di fiati), Susanne Braumann (viola da gamba), Paolo Cherici (liuto, chitarra, basso continuo e pratica della trascrizione), Luca Oberti (teoria e pratica del basso continuo, musica d’insieme), Massimo Bisson (canto gregoriano), Guido Andreolli (M° collaboratore al clavicembalo).

Direzione artistica di Emilia Fadini. Le iscrizioni entro il 25 luglio 2016 al sito www.musicantica.eu

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Perché UNA VOCE

In occasione del 50° anniversario della fondazione di Una Voce Italia (1966-2016), riproduciamo qui l’editoriale che fu pubblicato senza firma, ma da vari indizi riconducibile alla penna di Cristina Campo, promotrice e fondatrice dell’Associazione, nel primo bollettino «Una Voce» numero unico, dicembre 1966-gennaio 1967, pp. 2-5 unavoceitalia.org. In questo testo sono mirabilmente esposte in sintesi le ragioni e gli ideali di Una Voce, più che mai validi ancor oggi. Nell’immagine che riproduce la prima pagina di questo stesso bollettino vi sono i nomi del primo Consiglio direttivo – che comprende nomi come Eugenio Montale, Giovanni Macchia, Guerino Pacitti, Gaspare Barbiellini Amidei, Carlo Belli – e del Comitato d’onore.

Una Voce numero unico 1966-1967, p. 1

Ai nostri lettori

Denuntiamus autem  vobis, fratres, in nomine Domini
  Nostri Jesu Christi, ut subtrahatis vos ab omni fratre
 ambulante inordinate et non secundum traditionem 
quam acceperunt a nobis.                                                       
II Tess. 3, 6.         

Il Concilio Vaticano II, con la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia, ha stabilito con una precisa e inequivoca norma generale (art. 36, 1) la conservazione dell’uso della lingua latina nelle azioni liturgiche (S. Messa, Ufficio Divino ed altre funzioni). La stessa Costituzione ha confermato altresì il primato del canto gregoriano nei sacri riti (art. 116: “Ecclesia cantum gregorianum agnoscit ut liturgiae romanae proprium, qui ideo … principem locum obtineat“), nonché la conservazione attiva dell’immenso patrimonio di musica sacra accumulatosi ininterrottamente lungo i secoli e custodito con gelosa e materna sollecitudine dalla Chiesa universale (art. 112: “Musica traditio Ecclesiae universae thesaurum constituit pretii inaestimabilis, inter coeteras artis expressiones excellentem … quod … integralem liturgiae solemnis partem efficit”).

La Costituzione liturgica del Vaticano II riafferma dunque un pensiero e una tradizione costanti nella Chiesa, ribadite con immutata fedeltà da tutti i Romani Pontefici, specialmente di questo secolo, da S. Pio X a Paolo VI. Basti ricordare quanto scriveva nel 50° anniversario del Pontificio Istituto di Musica Sacra Giovanni XXIII. Il Pontefice, che si apprestava ad aprire il Concilio Ecumenico, nella Lettera “Iucunda Laudatio” (8 dicembre 1961) ammoniva con forza inconsueta che bisognava assolutamente tener fede alla lingua latina “con squisita sollecitudine e secondo le norme prescritte”. “Questa lingua infatti, oltre gli altri pregi che le sono propri, indissolubilmente legata com’è alle sacre melodie della Chiesa Romana, viene ad essere segno manifesto e splendido della sua unità. Lingua augusta e veneranda, materna per i figli della Chiesa, per sua stessa indole acconcia alle cadenze musicali, grave e armoniosa, modellante nelle sue parole incorruttibili tesori di verità e di pietà: accolta nella sacra liturgia in forza di un uso legittimo e ininterrotto, è necessario vi continui a mantenere quel posto sovrano che le compete per più titoli … Sarà dunque per sempre un sacro dovere che nella liturgia solenne, sia delle più illustri basiliche, sia delle più umili chiese di campagna, la lingua latina faccia valere il suo scettro regale e il suo nobile imperio”.

Testi del genere, limpidi per il loro significato e indiscutibili per la loro precisa formulazione, si potrebbero moltiplicare. Chi non ricorda il lapidario enunciato di Pio XII al Congresso Internazionale di Liturgia Pastorale (Assisi, 18-20 Sett. 1956)? “Sarebbe superfluo il ricordare ancora una volti che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino l’obbligo incondizionato per il sacerdote celebrante di usare la lingua latina, come pure di esigere, quando il canto gregoriano accompagni le sacre funzioni, che questo si faccia nella lingua della Chiesa”.

Chi creda ancora al principio di contraddizione, non sa e non può conciliare le solenni affermazioni della Costituzione Liturgica e la voce dei Romani Pontefici con quanto da un anno e mezzo avviene nella Chiesa Cattolica: la soppressione violenta e quasi generale della lingua latina e del canto gregoriano (questo “linguaggio musicale dell’adorazione”), conseguenza di un riformismo la cui furia Paolo VI non ha esitato a definire “iconoclasta” (13 Ottobre 1966).

È nata così in vari Paesi d’Europa – Francia, Austria, Belgio, Inghilterra, Scozia, Svezia. Norvegia, Germania, Svizzera, Olanda – un’Associazione che ha lo scopo di preservare il patrimonio latino-gregoriano della Chiesa cattolica, in conformità alle prescrizioni del Concilio. Essa ha nome UNA VOCE, espressione latina tratta dal Praefatio della Messa e che significa appunto “ad una voce, con una sola voce”: quella diffusa su tutta la terra, da una lingua e una musica universali.

Le varie Associazioni si sono costituite in Federazione internazionale con sede centrale in Svizzera (Beustweg 3, 8032 Zürich) e ad essa Sua Santità il Regnante Pontefice ha voluto inviare la sua Apostolica Benedizione.

In Italia questo movimento nacque tra gli amici di un Maestro italiano da poco scomparso, Guido Guerrini, appassionatamente devoto al gregoriano, del quale si volle onorare la memoria. Nacque così la nota lettera-manifesto diretta il 5 febbraio 1966 da 38 intellettuali di ogni paese, tra i quali due Premi Nobel (1), a Papa Paolo VI; lettera della quale si occupò la stampa del mondo intero e in cui si esprimeva il desiderio di veder preservata la liturgia latino-gregoriana in tutta la sua purezza almeno nelle chiese conventuali.

In seguito alla vasta eco avuta tra i fedeli da questa lettera e alle loro ansiose sollecitazioni, si decideva di creare anche in Italia una sezione di UNA VOCE.

* * *

Associazione di laici, UNA VOCE non ha che il mandato che le viene dalle convinzioni e dai propositi che animano i suoi membri. Consapevole tuttavia che il Concilio ecumenico chiama i laici con una insistenza eccezionale a partecipare alla funzione profetica di Cristo (Cfr. Lumen Gentium, n. 35) e che, d’altra parte, i pastori sono invitati e a riconoscere e a promuovere la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa, richiedendoli volentieri dei loro consigli … accordando con paterno amore l’attenzione e la considerazione che loro spetta in Cristo, alle iniziative, ai voti e desideri che propongono (Cfr. I Tess. 5, 19 et I loan., 4, 1), UNA VOCE sente il dovere di denunciare le situazioni di fatto che assolutamente non corrispondono al rinnovamento auspicato dal Concilio. Dice il Vangelo: “Se il figlio chiede a suo padre del pane, forse che questi gli porgerà delle pietre?”.

Ora, il detto evangelico sembra ricevere un’aperta smentita da coloro che, partendo da principi erronei – tra cui l’inaudita intolleranza verso la lingua della Chiesa – al pane sostanzioso di una grande tradizione liturgico-musicale non si accorgono di sostituire il pietrame di “moderne invenzioni” (Paolo VI, 13 Ott. ’66) che con quella tradizione nulla hanno di comune. Come difficilmente ciò possa definirsi apostolato o invocare a propria giustificazione l’ansia pastorale, intenderà chi non abbia perso di vista l’intimo rapporto che regna tra qualità artistica ed efficacia spirituale. Secondo la parola di San Pio X, “soltanto si può pregare sul bello”. Quel Pontefice fa dunque della qualità artistica una condizione essenziale perché la musica (come ogni altra espressione d’arte) possa servire l’altare.

“La musica sacra – egli dichiara nel suo Motu Proprio ‘Inter Sollicitudines’ – deve essere santa … deve essere un’arte vera … non essendo possibile che altrimenti abbia sull’animo di chi l’ascolta quell’efficacia che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni”.

L’abbandono e il misconoscimento di questo canone ha causato gravissimi danni, non ha portato riscontrabile beneficio e fa soffrire un’immenso numero di persone. Sia chiaro: non soffrono soltanto i musicisti, i poeti o gli studiosi; nel grande stuolo dei fedeli, infiniti ve ne sono, d’ogni età e condizione, i quali, con l’istinto sicuro e la fine intuizione che vengono da un cuore religioso e dal retaggio di un’antichissima tradizione, avvertono dolorosamente l’assurdo di certi baratti. Con lettere e offerte (alle quali dobbiamo di poter stampare questo bollettino) essi sollecitano UNA VOCE a farsi loro interprete nel chiedere il ritorno dei millenari splendori dei quali si nutriva la loro fede e si arricchiva la loro carità.

La Costituzione conciliare, i Sommi Pontefici Romani riconoscono loro il diritto a questa richiesta. Una pastorale veramente evangelica, non selettiva ma aperta a tutti i cattolici, non può non tenerne conto.

 

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(1) Wynstan Hugh Auden, José Bergamin, Robert Bresson, Benjamin Britten, Jorge Luiz Borges, Cristina Campo, Pablo Casals, Elena Croce, Fedele D’Amico, Luigi Dallapiccola, Giorgio De Chirico, Tamaro De Marinis, Augusto Del Noce, Salvador De Madariaga, Carl Theodor Dreyer, Francesco Gabrieli, Julien Green, Jorge Guillèn, Hélène Kazantzakis, Lana del Vasto, Gertrud von Le Fort, Gabriel Marcel, Jacques Maritain, François Mauriac, Eugenio Montale, Victoria Ocampo, Nino Perrotta, Goffredo Petrassi, Ildebrando Pizetti, Salvatore Quasimodo, Elsa Respighi, Augusto Roncaglia, Wally Toscanini, Philip Toynbee, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla.

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Giubileo di Una Voce Italia 1966-2016

Sala Margana, RomaChiesa di S. Maria in Portico in Campitelli, Roma

In Roma, sabato 11 giugno 2016 alle 17:30, presso la Sala Margana, piazza Margana 41, cadendo il cinquantesimo della fondazione di Una Voce Italia, il prof. Filippo Delpino terrà la relazione celebrativa “Spes contra spem, l’ardua difesa della Liturgia Romana”.

Alla chiesa di S. Maria in Portico in Campitelli, piazza di Campitelli, seguirà il canto del Te Deum di ringraziamento, officiato da mons. Guido Pozzo, arcivescovo tit. di Bagnoregio, il servizio liturgico sarà prestato dalla Fraternità Sacerdotale della Familia Christi.

Il Te Deum, composto per l’occasione dal maestro Gabriele Taschetti, sarà eseguito dalla Cappella Musicale di S. Maria in Campitelli diretta dal maestro Vincenzo Di Betta.

mappa

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Riccardo Turrini Vita, Brevi note sul diaconato e gli ordini minori femminili

Con la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994, san Giovanni Paolo II ha definito dogmaticamente che il carattere sacerdotale può essere validamente ricevuto soltanto dal battezzato maschio.

Il testo, facendo riferimento al sacerdozio, non dirime la questione dell’accesso delle donne al diaconato; per quanto, infatti, sia tradizionale dividere gli ordini maggiori in diaconato, presbiterato ed episcopato, soltanto agli ultimi due è applicata l’espressione classica di sacerdozio, confermata del resto anche nell’etimo dalla facultas sacrificandi pro vivis et pro mortuis, che individua il potere caratteristico della concezione cattolica del sacerdozio. La questione è stata dibattuta soprattutto negli ordini religiosi femminili di ambiente germanico e anglosassone, più prossimi a realtà protestanti ove esistono le figure di pastora e diacona.

Sembra interessante uno sguardo alla disciplina delle azioni cultuali pubbliche compiute da donne nella chiesa dei primi secoli, per la quale si hanno fonti soprattutto in Oriente.

Il problema è diverso e più risalente di quello connesso alla giurisdizione canonica che, in varie epoche, è stata esercitata da laici, e quindi anche da donne.

La disciplina di tali azioni pubbliche, nel santuario, è di rilevante interesse perché in esse si ritrova la concreta espressione dei principi cristiani sul ministero ordinato e le donne.

Tiene il campo la figura della diaconessa, alla quale si ricollegano anche funzioni proprie degli ordini minori.

San Paolo costituisce la premessa remota del problema. Nella lettera ai Romani, dice l’Apostolo [1], Phoiben ten adelphén hemón, ousan kai diákonon tes ekklesias. In ragione della completa assenza di disposizioni normative, che impedisce di collocarlo in un quadro di riferimento, il passo ha per noi il solo valore della testimonianza storica, ponendo il problema fin dall’età apostolica.

Ai fini che qui rilevano l’espressione ministero ordinato, nella presente esposizione, è preferita a quella di sacerdozio, e non solo per quanto accennato sopra. Varie ragioni militano in questo senso. Innanzi tutto, l’ambito della trattazione, che verterà sulla disciplina di alcuni fenomeni discussi ma che non hanno mai riguardato il sacerdozio come sopra definito, vale a dire il presbiterato e l’episcopato; i termini in cui ci imbattiamo sono diaconessa e ministra, e le funzioni svolte non consistono nella celebrazione del santo sacrificio.

Secondariamente, è opportuno considerare la modifica del linguaggio ecclesiologico, seguita soprattutto al Concilio Vaticano Secondo, per la quale si parla di un sacerdozio comune a tutti i battezzati [2]. In tal modo, si è recuperato, almeno dottrinalmente, il senso della consacrazione battesimale, assai vivo nei tempi apostolici e della prima cristianità; si è reso però necessario individuare quella diversa sacerdotalità che caratterizza il clero e lo distingue dai laici.

Il termine ministero ordinato, senza tralasciare il pensiero cattolico in materia (riferimento all’ordine in senso sacramentale e giurisdizionale) sottolinea la complementarità ed il servizio reso al laicato da quella altra e distinta porzione (clerus) del popolo di Dio.

Nell’antica chiesa di Nitria, comunità monastica dell’Egitto, un gruppo numeroso di monaci, circa seicento per Palladio, si riuniva soltanto il sabato e la domenica in occasione della divina liturgia. In quella comunità vi erano otto sacerdoti, ieromonaci, ma di essi solo ho protos celebrava, benediceva, predicava; gli altri sacerdoti si mantenevano in silenzio [3].

Il brano sulla vita dei monaci di Egitto più di altri sottolinea il senso della ministerialità; in quella comunità, molti, in astratto, avevano i poteri sacramentali, ma solo il priore, il più anziano, in supplenza del vescovo distante, li esercitava ed attraverso quel solo la chiesa di Nitria riceveva il necessario.

Tale buon ordine nell’esercizio del sacramento non era ignoto in Occidente ma ebbe modo di perdurare più a lungo in Oriente [4].

In tale spirito devono essere lette le testimonianze su alcune azioni sacre affidate alle donne; se si avrà presente questo senso di funzione del corpo mistico si troverà anche la retta lettura di alcune supplenze.

Nel 1800 a Wiesbaden nasceva Teodoro Fliedner; uomo caritatevole, occupò la sua vita nella realizzazione di opere di assistenza ai poveri ed in altre di assistenza ed elevazione spirituale; fu pastore della chiesa evangelica di Vestfalia.

La sua persona non avrebbe per noi alcun interesse se egli non avesse fondato nel 1836 l’Ordine delle Diaconesse della Vestfalia Renana, associazione di donne che conducevano vita comune e si dedicavano all’attività caritativa.

È infatti con quel protestante che il nome diaconessa, perso in alcune rubriche del Pontificale Romano [4 bis], ricompare nella vita ecclesiastica moderna; l’ordine ebbe discreta fortuna, si diffuse nelle chiese luterane tedesca e scandinave, che peraltro non tutte conservavano più il diaconato maschile, e tuttora persiste.

Appare fondata l’impressione che l’attuale questione degli ordini sacri femminili abbia origine, o meglio tragga ispirazione, come si è detto in apertura, dalla prassi attuale di confessioni riformate od evangeliche, in cui le donne ricoprono l’ufficio di pastore.

Ora, la premessa storica all’introduzione delle donne in tale ministero è stata l’esistenza delle diaconesse che si erano affiancate ai pastori, non solo nelle attività di assistenza ai poveri, ma anche nei compiti di insegnamento.

La dottrina protestante sul ministero esclude l’esistenza di un clero ordinato per il sacrificio, distinto essenzialmente dai battezzati non chierici; per tale pensiero, i pastori sono semplici predicatori e dottori, anche se la posizione di Lutero al riguardo non è univoca [5]. Nel momento in cui le remore sociali ad affidare tali uffici alle donne sono cadute, esse li hanno pretesi ed ottenuti; si tratta tuttavia, fra i protestanti, della conseguenza logica di una premessa posta secoli or sono.

L’indeterminatezza disciplinare del breve accenno di san Paolo alla diacona Febe è autorevole ma ininfluente. Vengono invece in considerazione alcune fonti in cui si tratta di ministeri esercitati da donne come diaconesse. È, in verità, più facile seguire la disciplina delle diaconesse che di altre donne incaricate di servizi analoghi a quelli svolte dagli ordini minori; la ragione di ciò sta sia nella diversità di quegli ordini fra Oriente ed Occidente, ed anche da provincia a provincia dell’Oriente [6], sia nell’indeterminatezza delle loro funzioni.

Come osservazione generale si può dire che tali compiti, specie nell’ambito liturgico, si svilupparono presso le comunità religiose femminili, in questo eredi di quei veri ordines della prima cristianità che furono viduae e virgines [7].

Devono essere prese in considerazione le Costituzioni Apostoliche, il canone 19 del Concilio di Nicea, il canone 15 del Concilio di Calcedonia [8].

Preziosa appare una testimonianza di Epifanio, nel trattato Adversus haereses, che si esprime con grande chiarezza [9].

Due fonti latine meritano un cenno preliminare.

Un’interessante testimonianza esterna è offerta da Plinio il Giovane intorno all’esistenza del ministero femminile. Nel suo epistolario [10], il governatore romano riferisce: quo magis necessarium credidi ex duabus ancillis, quae ministrae dicebantur, quid esset veri, et per tormenta quaerere. Le due ministre sembravano, perciò, al pagano abbastanza autorevoli nella comunità cristiana da poter costituire fonte attendibile sulla vita della comunità stessa.

Un’altra fonte è la costituzione Sacratas, attribuita a papa Sotero (165-174) ma probabilmente più tarda, perché vi ricorre il termine diaconessa, di uso comune in Occidente solo dopo il quarto secolo. La costituzione fa divieto alle donne consacrate, appunto sacratas, di trattare i vasi sacri e di incensare [11].

Nell’antica raccolta di canoni nota come Costituzioni Apostoliche, si trovano testimonianze contraddittorie circa la natura del diaconato femminile. La raccolta si presenta come parte dei canoni ecclesiastici dettati dagli apostoli; il testo della preghiera di ordinazione delle diaconesse (ai diakonoi) è attribuito a san Bartolomeo e ricorda molto le preghiere di ordinazione per il conferimento degli ordini maggiori, senza traditio instrumentorum ma solo coll’imposizione delle mani da parte del vescovo [12]. Nelle stessa raccolta, in altra parte, si vieta alle diaconesse ed ai ministri minori di distribuire la comunione [13].

In un’altra raccolta di canoni, estesa probabilmente nel quinto secolo, il Testamentum domini nostri Iesu Christi, si legge che, come i diaconi portano la comunione agli uomini malati, così le diaconesse devono portare la comunione alle donne malate. Viene però stabilito che le diaconesse comunichino con il popolo mentre la precedenza sui lettori è accordata alle vedove [14].

Si può ritenere che, in età più avanzata, i due collegi delle vedove e delle diaconesse siano divenuti uno solo, con relativa fusione dei rispettivi originari diritti e di doveri.

Il concilio di Nicea del 325 tratta delle diaconesse al canone 19, e sotto un particolare profilo: riammettere alle funzioni il clero paulianista [15] che avesse abiurato l’eresia. Il concilio afferma che, poiché le diaconesse paulianiste non avevano ricevuto l’imposizione delle mani, esse devono considerarsi laiche.

Il concilio di Calcedonia del 451 interviene per mutare la disposizione apostolica che richiedeva l’età di 60 anni per iscrivere una donna onorata fra le vedove; in forza del canone 15, basteranno quaranta anni per iscrivere una donna fra le diaconesse, ma dovrà precedere un serio esame.

Entrambi i concili potrebbero sembrare riconoscere al diaconato femminile i tratti di ordine sacro; l’espressione cheirotonia, che designa l’imposizione della mani, invero, significa in origine l’elezione del candidato (il termine originario è cheirotesia).

Sant’Epifanio fu vescovo di Salamina dal 367 al 403 e scrittore prolifico di opere apologetiche e polemiche.

Nel suo Panarion adversus omnes haereses, sant’Epifanio ha premura di precisare il significato dell’ordine delle diaconesse secondo l’interpretazione corretta: “… quanto all’ordine delle diaconesse, se esso esiste nella chiesa non è tuttavia costituito per l’azione sacerdotale né alcun ufficio del genere, ma in ragione della verecondia del genere femminile, sia per aiutare nell’amministrazione del battesimo sia per visitare le donne che soffrano di qualche malattia o abbiano subito qualche violenza sia intervenendo ogni volta che bisogna scoprire i corpi di altre donne” [16].

Si tratta di una testimonianze estremamente chiara e teologicamente consapevole e sembra pertanto sciogliere il problema.

Possediamo qualche memoria anche delle diaconesse nella chiesa giacobita e in quella nestoriana. Il rilievo è interessante perché in tali comunità l’istituzione si è mantenuta molto a lungo.

Il canone secondo del sinodo di Dârîn (676 d. C.) dispone: “la diaconessa unga d’olio santo le donne che sono battezzate in età adulta e compia per loro tutti riti del battesimo nelle cose in cui il pudore lo esige” [17]. Merita di essere sottolineata la conformità delle ragioni addotte da sant’Epifanio con la disposizione siriana ora ricordata.

Sempre del settimo secolo sono le disposizioni di Giovanni Bar Cursus, vescovo di Telle; la consacrazione diaconale è data alle superiore religiose che possono offrire l’incenso nel santuario, ma non cantare l’orazione relativa; possono anche prendere cura dei vasi sacri e dei ceri ma non dell’altare del sacrificio; infine, hanno diritto di versare acqua e vino nel calice. Queste funzioni le avvicinano agli accoliti latini, ma altri compiti le collegano alle diaconesse ricordate dei primi tempi: possono infatti distribuire la comunione ai bambini fino ai cinque anni e si prendono cura delle donne malate e bisognose. Per dirla con Giacomo di Edessa, sono diaconesse non dell’altare ma delle donne malate [18].

Dal ceppo antiocheno si è evoluta la liturgia in uso dai Maroniti. Per quanto qui li riguarda, va ricordato il sinodo del monte Libano del 1736 che autorizzò i vescovi a consacrare diaconesse nei monasteri dove loro sembrasse necessario, con compiti non dissimili da quelli attribuiti alle superiore religiose nestoriane [19]. Ancora nel 1599, il rituale nestoriano per Persia e Caldea del metropolita Giuseppe riporta il rito di benedizione delle diaconesse.

L’esame di pochi elementi normativi, spesso assai remoti, non permette conclusioni di tipo generale; sono però interessanti le consuetudini liturgiche osservate nei monasteri femminili in Oriente, in continuità con di ordines di donne alla preghiera pubblica della Chiesa.

Volendo per un momento rivolgersi al campo dell’esercizio di poteri giurisdizionale, la chiesa latina offre esempi anche più vistosi; la giurisdizione piena, esente ed immediata della badessa di Las Huelgas sui cappellani dell’ospedale del Re; la giurisdizione della badessa di Conversano, su popolo e clero di Castellana; la giurisdizione della badessa di S. Giulia di Brescia che conferiva direttamente il chiericato ed i benefici del territorio del monastero [20].

Sul piano strettamente liturgico, rammentiamo la particolare benedizione delle badesse [21] e la stola diaconale con mitria e pastorale privilegio della badessa di Las Puelsas in Portogallo, il diritto delle monache certosine di usare stola diaconale e manipolo nell’ufficiatura in cui ricorre il canto del vangelo.

Rimane, però, sempre evidente che tali azioni e tali segni sono ammessi per una supplenza, anche generale ed istituzionale (come si verifica nei monasteri di clausura) che in tanto ha senso in quanto l’esercizio naturale di quelle azioni è conseguenza propria o corollario del ministero ordinato. La loro riconosciuta eccezionalità può anzi costituire un argumentum a contrario nei confronti di chi voglia vedere in tali usi e discipline la memoria di antiche ordinazioni femminili al diaconato, propriamente intese.

Riccardo Turrini Vita

 

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[1] Romani, 16, 1 (trad. “Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa”).

[2] Lumen Gentium, n. 10.

[3] Palladio, Storia Lausiaca, VII, in PG, 34, 1020 d; scrive Palladio: októ de eisin presbýteroi aphegoúmenoi tautes tes ekklesias; en he(i), mechris ou ze ho protos presbýteros, oude eis ton allon ou prospherei, ou dikazei, ouch homiléi, all’en hesuchia(i) autó(i) synkathézontai monon (trad. “Otto sono i presbiteri preposti a questa chiesa; finché è in vita il primo presbitero, nessun altro celebra l’eucaristia o predica o giudica, ma tutti lo assistono in silenzio restando seduti”). La testimonianza è interessante anche per la comprensione dell’istituto della concelebrazione nella chiesa antica, molto diversa da come oggi viene normalmente praticata.

[4] P. DELATTE, Commentario alla regola di san Benedetto, Bergamo, 1951, capitolo LX 4, concedatur ei tamen post abbatem stare et benedicere aut missas tenere, si tamen iusserit ei abbas.

[4 bis] Cfr. Pontificale Romanum, De benedictione et consecratione Virginum: Et quia in nonnullis Monasteriis est consudetudo, quod loco Diaconissatus, Virginibus consecratis datur facultas incipiendi horas Canonicas, et legendi Officium in Ecclesia, Pontifex stans ante altare sine mitra, Virginibus consecratis coram eo genuflexis, dicit: …

[5] Cfr. H. LIEBERG, Amt und Ordination bei Luther und Melanchton, Gottinga, 1962, 207-213.

[6] Ad esempio, gli accoliti, presenti in Occidente col nome sequentes, erano noti solo agli Armeni; il salmista era un ordine in Oriente ma non in Occidente; si veda W. M. PLOCHL, Storia del diritto canonico, I, Roma, 1963, 62 seguenti.

[7] Si veda il Messale Romano, nell’orazione universale del venerdì santo, ove sono ricordate di seguito agli ordini minori: Oremus et pro omnibus episcopis … ostiariis, confessoribus, virginibus, viduis.

[8] Rispettivamente in M. METZGER, Les constitutions apostoliques, VIII 19-20, Sources Chrétiennes n. 336, Paris, 1987, tomo III, 220-223; Ch. J. HEFELE, Histoire des Conciles, I, 1, Paris, 1907, 615; ivi, II, 2, 1908, 803.

[9] Sant’Epifanio, Adversus haereses, 79, 3, in PG, 42, 744 d.

[10] Plinio il Giovane, Epistole 10, 96, 8.

[11] Corpus Iuris Canonici, I, Colonia, 1717, 77-78, Decretum Gratiani, D. 23, C, XXV, Sotero Papa epistola seconda a tutti i vescovi d’Italia, Sacratas.

[12] PIO XII, costituzione apostolica Sacramentum Ordinis, in AAS 1948, 5.

[13] Costituzioni Apostoliche, cit. VIII 28, 6.

[14] E. RAHMAN, Testamentum domini nostri Iesu Christi, Magonza, 1899, 2, 20, p. 142 e 1, 23, p. 46.

[15] L’eresia paulianista non va confusa con il paulicianesimo. di origine armena e sorto intorno al settimo secolo; in cosa il paulianismo di distingua dall’arianesimo e dal melezianesimo (quest’ultimo di origine piuttosto disciplinare) non è chiaro.

[16] Sant’Epifanio, Adversus haereses, in PG 42, 744 d: Kai hoti men diakonissón tagma estin eis ten Ekklesian, all’ouchí eis ton hierateuein, oudé ti epicheireín epitrepein, héneken de semnótetos tou ginaikeiou genous, e di’horan loutroú, e episkepseos pathous, e ponou, kai hote gymnotheie soma gynaiou.

[17] J. B. CHABOT, Synodicon Orientale, Parigi, 1902, 486.

[18] È opportuno rammentare che, nelle chiese d’Oriente, i battezzati per lo più, comunicano da quando possono deglutire le sacre specie; che la preparazione del calice si fa prima della messa; che accanto al turibolo classico esiste un turibolo laicale detto dai Greci cassion usato anche privatamente dai fedeli.

[19] J. M. FORD-T. J. RILEY, Deaconess, in New Catholic Encyclopedia, IV², Washington, 1966, s.h.v.

[20] A. PANTONI, Abbadessa, in Dizionario degli istituti di perfezione, I, Milano, 1974, s.h.v., e soprattutto M. von FÜRSTENBERG, Ordinaria loci oder Monstrum Westphaliae? Zur kirchlichen Rechtsstellung der Äbitissin von Herford im europäischen Vergleich, Paderborn, 1995.

[21] C. VOGEL-R. ELZE, Le Pontifical romano-germanique du dixième siècle, Città del Vaticano, 1963.

Cfr. «Una Voce Notiziario», 1 ns (2001), pp. 3-6; le note sono state riviste e integrate.

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Bartolomeo Ricceputi, Il ministro della messa privata. I baci

Bartolomeo Ricceputi, Il Ministro della Messa Privata

X. I Baci son di due sorti: uno Fisico, l’altro Morale: Il primo è, quando attualmente colle labbra s’attinge la cosa che vuol baciarsi: Il secondo, quando sol si fa l’atto di baciare senza toccar la cosa colle labbra. Quando il Bacio è misterioso, o di devozione, va fatto fisico, con procurare però, che sia leggiero, e riverente, non sonoro, ed affettato. Quando il Bacio è di cerimonia, o civiltà allora basta il morale, come avviene in porger’il Cherico qualunque cosa al Celebrante, ed in ripigliarla da quello.

XI. Circa la Conversion della vita, deve il Cherico tutte le volte che occorre rivolgersi per modo, che mai venga a voltar le reni all’Altare, né al Celebrante.

XII. Il luogo finalmente del Cherico all’Altare regolarmente suol’essere quella parte, dove non è il Libro, s’ei non ha impiego veruno, che l’obblighi a star’altrove.

da B. RICCEPUTI, Il Ministro della Messa privata secondo che dalle Rubriche del Messale Romano. Dal Castaldo, dal Gavanto, dal Bauldry, dal Corsetto, da Monsignor di Biseglia, e da altri Autori s’è osservato, e discusso in più conclusioni nel Sagro Seminario di Benevento, Benevento, 1722, pp. 13-14 (§ 1).

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Trieste, messa cantata in rito domenicano il 24 maggio 2016

Chiesa di S. Antonio Vecchio Trieste

Martedì 24 maggio 2016 ore 18:30 alla parrocchia della B. V. del Soccorso (vulgo S. Antonio Vecchio), piazzetta S. Lucia a Trieste, messa cantata secondo il rito domenicano della festa della Traslazione di san Domenico, officiata da padre Didier Baccianti o. p.

Il Coro Alabarda, diretto dal M° Riccardo Cossi, eseguirà la Missa Aeterna Christi munera di Giovanni Pierluigi da Palestrina.

Quest’anno, oltre al Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco, l’Ordine dei frati domenicani festeggia il proprio giubileo, ricorrendo ottocento anni dalla bolla Gratiarum omnium largitori di Onorio III, che confermava l’ordine. Il tema dell’anno giubilare è “mandati a predicare il Vangelo”, decisamente dedicato al carisma di questi religiosi chiamati appunto “frati predicatori”.

Alla messa seguirà la venerazione della reliquia di san Domenico e la benedizione delle corone del Rosario, tradizionalmente riservata ai sacerdoti domenicani che per primi diffusero la più importante devozione alla B. V. Vergine Madre di Dio.

Cfr. Collegium divi Marci

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