Uscito “Comunione sulla mano. Documenti e storia” di mons. Rodolfo Laise

È uscito dall’editore Cantagalli di Siena il volume di mons. Juan Rodolfo Laise ofm cap dal titolo Comunione sulla mano. Documenti e storia (Siena, Cantagalli, 2016, pp. 192, ISBN 9788868792039), che contiene gli elementi relativi alla decisione – presa negli anni novanta – di non applicare l’indulto della Comunione in mano nella diocesi di San Luis. Riproduciamo qui l’introduzione scritta dall’Autore per la nuova edizione italiana. Per chiedere copie rivolgersi a segretarionaz@unavoceitalia.org

INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA

Fino al 26 aprile 1996, l’Episcopato argentino era uno dei pochi nel mondo che rifiutava la pratica, introdotta alla fine degli anni ’60, di distribuire la santa Comunione sulla mano dei fedeli. Solo nel corso della 71ª Assemblea della Conferenza Episcopale Argentina, si ottennero i voti sufficienti per poter modificare questa situazione, voti che non si erano ottenuti nelle riunioni degli anni precedenti.

Il 19 giugno seguente, il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Argentina annunciò con la lettera protocollo N. 319/96, che aveva ricevuto in quello stesso giorno la risposta positiva di Roma alla richiesta. Il contenuto di questa lettera faceva comprendere che l’uso sollecitato e concesso si doveva applicare automaticamente e in maniera obbligatoria nell’insieme delle diocesi che compongono la Conferenza Episcopale. Diceva in effetti: “a riguardo, la Commissione Esecutiva della Conferenza Episcopale Argentina ha giudicato conveniente che sia il prossimo 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine, la data per dare inizio a questa pratica in forma unanime in tutte le nostre diocesi e prelature … Pertanto il sig. Presidente della Conferenza Episcopale Argentina comunica che il decreto che autorizza questo modo di distribuire la Comunione sulla mano andrà in vigore a partire dal 15 agosto prossimo”.

Questa lettera fu l’unica notifica che i vescovi ricevettero. Mi sorprese il fatto di non aver ricevuto il testo stesso del Decreto della Congregazione per il Culto Divino, per questa ragione lo richiesi alla AICA (Agenzia Informativa Cattolica dell’Argentina), però nemmeno l’agenzia d’informazione dell’Episcopato aveva ricevuto altro in più della lettera del Segretario della Conferenza Episcopale.

Solo dopo ripetute sollecitazioni presso diversi organi ufficiali riuscii finalmente ad ottenere, in maniera informale, un fax con il testo di tale Decreto. Questo mi mostrò una realtà ben distinta da quella che fino a quel momento appariva; questa nuova disposizione non s’introduceva come tale, ma ad normam dell’Istruzione sul modo di amministrazione della santa Comunione, conosciuta anche con il nome di Memoriale Domini.

Consultai allora quest’Istruzione negli Acta Apostolicae Sedis, dove costatai che, quando la Congregazione decideva di concedere l’indulto, la “lettera pastorale“ rimaneva indissolubilmente unita all’Istruzione, poiché era proprio in essa che veniva richiamata la concessione. Costatai anche che questi documenti indicavano chiaramente che la proibizione di dare la Comunione sulla mano doveva essere conservata universalmente, però che, là (e solo là) dove l’uso già era stato introdotto abusivamente e si era radicato, “[il Santo Padre] … concede che … ogni Vescovo, secondo la sua prudenza e la sua coscienza, possa autorizzare nella sua diocesi l’introduzione del nuovo rito, per distribuire la Comunione”. Avvertendo allora che spettava a me prendere la decisione finale e che questa comprometteva la mia coscienza, considerai che era necessario uno studio approfondito della questione, e più concretamente dello strumento canonico che la determinava e del contesto storico nel quale fu redatta.

Giunsi così alla conclusione che questa nuova pratica non era stata voluta dalla Santa Sede, e nemmeno faceva parte della riforma liturgica, ma che fu tollerata semplicemente mediante un indulto concesso come conseguenza della pressione insistente e tenace di alcune conferenze episcopali (soprattutto di paesi con grande presenza protestante) e dopo l’introduzione della pratica in maniera completamente abusiva, alla quale sembrava impossibile resistere malgrado le denunce e proibizioni di Roma. Comprovai anche accuratamente che non esisteva nessun documento della Santa Sede, posteriore alla Memoriale Domini, nel quale la possibilità d’introduzione di questa forma di Comunione fosse stata ampliata.

Fin dall’inizio sacerdoti e fedeli mi chiesero che questa disposizione non si applicasse nella diocesi di San Luis. Convocai per il giorno 8 agosto, ovvero alcuni giorni prima della data fissata dal presidente della Conferenza Episcopale per la sua entrata in vigore, una riunione di presbiterio nella quale presentai ai sacerdoti contemporaneamente il decreto di Roma e il contenuto dell’Istruzione Memoriale Domini. Unanimemente convennero che, per il bene dei fedeli, si doveva mantenere la Comunione nella bocca, disciplina confermata dal Papa, e affermarono che nella diocesi non c’erano casi di abuso che giustificassero neppure la considerazione dell’applicazione dell’indulto per comunicare sulla mano.

La conseguenza di questa riunione fu il decreto diocesano per il quale decisi di farmi eco della sollecitudine del Papa e di sottomettermi puntualmente alla legge vigente mantenendo la proibizione della Comunione sulla mano.

Tuttavia, una questione rimaneva senza risposta: come poteva essere che, essendo la Memoriale Domini l’unica legislazione vigente, tutti avessero adottato la pratica della Comunione sulla mano come se fosse una semplice opzione proposta, e perfino raccomandata, dalla Chiesa?

Il desiderio di trovare una spiegazione a questo e allo stesso tempo di difendere la mia decisione, molto contrastata da alcuni settori ecclesiastici argentini anche in modo pubblico via mezzi di comunicazione, m’indisse a stimolare un’indagine più profonda circa la storia di quest’uso. I risultati di questa indagine costituiscono il contenuto di quest’opera. Desidero approfittare dell’occasione per rinnovare la mia gratitudine per il lavoro svolto dal padre Gabriel Diaz Patri, che con dedizione e spirito di ricerca scientifica ha indagato su tutto ciò che era necessario per dare una visione oggettiva su questo argomento di tanta importanza.

* * *

Quasi vent’anni dopo la decisione della Conferenza Episcopale Argentina, la pubblicazione di questa edizione italiana dimostra ancora una volta, dopo quattro edizioni in spagnolo, due francesi, una polacca e tre inglesi, che, molto al di là delle circostanze vincolate al tempo e al luogo che suscitarono questo studio, ci sono aspetti permanenti che possono tuttora interessare il lettore, e fornire: a) l’accesso alla legislazione autentica relativa a questa materia, assolutamente sconosciuta tra i fedeli e anche da parte di numerosi pastori; b) la situazione storica nella quale questa legislazione si realizzò, così come la riflessione sulle implicazioni di questa materia in relazione alla pietà eucaristica, la relazione del vescovo con la Conferenza Episcopale e la sua indipendenza di fronte a questa in ciò che riguarda il governo della diocesi; c) degli spunti per intuire le drammatiche conseguenze che la pratica della Comunione sulla mano può avere sulla fede nella presenza reale e la pietà eucaristica; d) degli elementi sulla relazione fra il vescovo e la sua Conferenza Episcopale e la sua indipendenza nei confronti di essa in merito al suo governo della diocesi; e) una riflessione sul funzionamento di alcuni “meccanismi di pressione” all’interno della Chiesa, capaci d’invertire una decisione papale, che riflettono una maniera di agire che fu ed è ancora utilizzata in altri domini.

Al testo originale di questo lavoro abbiamo aggiunto una nuova appendice. Potrà sorprendere che in un libro sulla Comunione nella mano parliamo della Comunione “spirituale” o “di desiderio” poiché in questa, per il suo carattere stesso, non intervengono né le mani né la bocca, associate esclusivamente, com’è ovvio, alla Comunione sacramentale. Ma siccome ultimamente si è parlato molto di questa forma di Comunione nel contesto delle discussioni sulla possibilità di dare la Comunione a persone che non sono disposte ad abbandonare una situazione oggettiva di peccato, vorremmo fare alcune riflessioni al riguardo, dato che, se già ci preoccupava – per considerarla nociva per la vita spirituale – la mancanza di riverenza corporale al ricevere il Sacramento, quanto più lo farà la pretesa di amministrarlo senza che si diano le dovute disposizioni dell’anima. Le cose dette negli ultimi mesi non fanno altro che dimostrare che i timori specchiati in questo libro, e che abbiamo reiterato parecchie volte durante questi anni, circa le conseguenze della mancanza di delicatezza e riverenza nella ricezione dell’Eucaristia, erano pienamente fondati; d’altra parte vediamo anche che certi metodi di deformare i fatti per riuscire ad ogni costo ad imporre posizioni di gruppi minoritari non hanno neanche perso attualità.

San Giovanni Rotondo, 24 maggio 2015

Juan Rodolfo Laise
Vescovo emerito di San Luis, Argentina

Cfr. it.paixliturgique lettera 77

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Domenica 13 marzo 2016 messa tridentina alla chiesa di S. Valentino al Brennero

Chiesa di S. Valentino al Brennero

Il 13 marzo 2016, Domenica di Passione, alla chiesa di S. Valentino al Brennero (nel centro di quest’ultima località), in diocesi di Bolzano-Bressanone, ore 18, padre Christian Blümel OT canterà la messa solenne in rito tridentino in occasione di un pellegrinaggio per la pace.

Cfr. www.lateinische-messe-tirol.net/it/

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, VII

MESSE  FUORI DELLE CHIESE

Card. Prospero LambertiniVII. Si è detto pure essersi ne’ primi secoli celebrate le messe anche fuori delle chiese, quando non si sono potute celebrare nelle chiese. È tradizione ferma, che l’apostolo s. Pietro quando giunse a Roma, fosse ricevuto da Pudente senatore nella propria casa, e che ivi radunasse alla sacra Sinassi i cristiani, ed essere la casa di Pudente la chiesa che oggi si dice di s. Pudenziana, come può vedersi nelle Note al martirologio romano del cardinal Baronio al giorno 19 di maggio. Nel principio dei quarto secolo fu celebre il martirio di s. Saturnino e compagni, gli atti del qual martirio sono riferiti dal Ruiuart. In essi si espone, che nei tempi di Diocleziano e Massimiano furono distrutte le chiese, e fu proibito il celebrare i riti sacri, ed il fare le sante adunanze. Negli atti medesimi poi si racconta, come Saturnino prete coi figli Saturnino e Felice lettori ed altri quarantasette compagni, non ostante l’editto di Diocleziano, disse la messa: “Namque in civitate Abitinensi in domo Octavii Felicis, cum bellica caneret tuba, dominica signa gloriosi martyris erexerunt, ibique celebrantes ex more Dominicum, a Coloniae magistratibus, atque ab ipso stationario milite apprehenduntur Saturninus presbyter cum filiis quatuor, id est Saturnino iuniore, et Felice lectoribus, Maria sanctimoniali, Ilarione infante”. Quel dominicum celebrare, come dimostra il Ruinart, significa il celebrare la messa. Negli atti medesimi Tedica martire posta ne’ tormenti confessò “integre se celebrasse collectam quando cum ipsis etiam praesbyter fuerat”. Dativo negli stessi atti interrogato “utrum in collecta fuisset” rispose che arrivò essendo già incominciata la colletta, ma che “dominicum cum fratribus congrua religionis devotione celebravit”. E Saturnino interrogato rispose al proconsole: “Securi dominicum celebravimus; proconsul ait: quare? respondit: quia non potest intermitti dominicum”. Sono degne d’osservazione le parole “integre collectas celebrare” che importano la celebrazione della messa; non potendosi celebrare interamente le collette senza il prete che consagri. Sono altresì degne d’osservazione le parole “collectas facere, collectas celebrare” additandosi in esse il sentir la messa; come si deduce da s. Gregorio turonense De gloria martyrum al lib. 1 cap. 75, De gloria confessorum al cap. 65. Fanno al nostro proposito ancora le notizie che ci restano delle messe celebrate nelle carceri, come si vede nella Lettera 5 di s. Cipriano ai preti ed ai diaconi, il quale gli avverte che andando a dir la messa nelle prigioni ove erano ristretti i confessori di Cristo, v’andassero in maniera da non essere scoperti dai gentili; come pure delle messe celebrate ne’ tempi particolarmente delle persecuzioni, come si deduce dalle costituzioni apostoliche al lib. 6 cap. 30: “acceptabilem eucharistiam offerte in ecclesiis et coemeteriis vestris”; e si vede negli atti del martirio di s. Stefano papa e martire che “Romae in coemeterio Calysti in persecutione Valeriani, dum missae sacrificium perageret, supervenientibus militibus, ante altare intrepidus et immobilis, coepta mysteria perfìciens in sede sua decollatus est”; sono parole del Martirologio romano ai 2 d’agosto. E Dionisio alessandrino appresso Eusebio al lib. 7 della storia dopo aver detto che nel tempo delle persecuzioni era proibito ai cristiani il ragunarsi, così soggiugne al cap. 22: “cumque ab omnibus fugaremur, atque opprimeremur, nihilominus tunc quoque festos egimus dies. Quivis locus in quo varias aerumnas singillatim pertulimus, ager, inquam, solitudo, navis, stabulum, carcer, instar templi ad sacros conventus peragendos fuit”.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 8-9.

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Riceviamo e pubblichiamo. Pellegrinaggio a Lourdes dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

Pellegrinaggio a Lourdes 2016 dell'Istituto di Cristo Re

Carissimi amici,

A Lourdes, la Madonna si lascia toccare il Cuore dalle preghiere dei suoi figli!.

Anche quest’anno, l’Istituto di Cristo Re organizza un grande pellegrinaggio a Lourdes, con il Cardinal Burke e tutti i seminaristi di Gricigliano.

Programma del Pellegrinaggio sul sito www.icrss.it. Gruppo Facebook “Pellegrinaggio a Lourdes con l’Istituto di Cristo Re”. Per iscriversi www.via.sacra.it. Partenze possibili da tutta Italia. Iscrizione con quota ridotta entro il 20 febbraio.

Passiamo il messaggio a tutti i nostri contatti: possiamo dare speranza a tanti, siamo missionari di Maria.

don Joseph Luzuy
Pellegrinaggio a LOURDES con l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote

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R.I.P. Helmut Rückriegel, presidente onorario della Federazione Internazionale Una Voce

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La mattina del 25 gennaio 2016 è mancato S. E. Helmut Rückriegel, uno dei più anziani dirigenti della Federazione Internazionale Una Voce, per molti decenni grande sostenitore della tradizione.

Dal 1967 Helmut Rückriegel ha partecipato attivamente al movimento Una Voce, dal 1992 al 2005 è stato presidente di Una Voce Germania, membro del consiglio internazionale, e in seguito presidente d’onore della FIUV.

 

Fra' Fredrik Crichton-Stuart (al centro) ed Helmut Ruckriegel (a destra) incontrano papa Benedetto XVI nel 2006 

NECROLOGIO

Ci ha lasciati Helmut Rückriegel, importante sostenitore della liturgia latina tradizionale.

Nato il 20 novembre 1925 a Niedergründau, nei pressi di Hanau, ha trascorso gli anni dei suoi studi filologici a Marburgo, con la cui università ha mantenuto stretti contatti per tutta la vita. Dopo aver conseguito il dottorato (Dr. Phil), è stato docente di lingue europee antiche a Manchester, prima di entrare in diplomazia, nel 1956, presso l’amministrazione degli esteri della Germania Federale. Il suo primo incarico è stato quello di attaché presso l’ambasciata tedesca a Londra, poi incaricato d’affari in Israele e presso il German Information Center di New York. Dal 1979 al 1984 ha diretto la segreteria personale e svolto funzioni di capo del protocollo del presidente federale Karl Carstens. In seguito è stato ambasciatore in Thailandia fino al 1988, e in Irlanda fino al suo pensionamento avvenuto nel 1990.

Nel novembre 1980 fu membro del team di diplomatici deputato a ricevere papa Giovanni Paolo II in occasione della sua prima visita in Germania. Mentre si era in attesa dell’atterraggio dell’aereo papale, Rückriegel si trovava accanto al cardinale Joseph Ratzinger, e iniziarono a parlare: ne nacque un’amicizia che sarebbe durata fino alla sua morte.

Fin dalla tenera età affascinato dalla Chiesa cattolica, in gioventù si convertì al cattolicesimo. Questa conversione si tradusse, dopo le riforme liturgiche in seguito al Concilio Vaticano II, in un impegno esemplare e incessante per la salvaguardia e il recupero della liturgia latina tradizionale e del canto gregoriano. Così dal 1992 al 2006 ricoprì la carica di presidente di Una Voce Germania. Durante questo periodo portò a nuova fioritura l’associazione e il suo bollettino Una Voce-Korrespondenz.

Un’altra sua passione – accanto all’amore per la letteratura e la poesia (conosceva a memoria innumerevoli componimenti tedeschi) – era per le rose antiche inglesi e irlandesi, che coltivava nei tremila metri quadri della sua proprietà a Niedergründau. Il roseto, ben noto agli appassionati, è meta ogni anno di un gran numero di visitatori. A seguito di lunga malattia, nella notte precedente al 25 gennaio 2016, Helmut Ruckriegel è scomparso. Il suo impegno costante e i suoi meriti straordinari per la causa della liturgia cattolica tradizionale non saranno dimenticati.

Cfr. www.fiuv.org

I funerali sono stati celebrati con il rito tridentino il 5 febbraio 2016 a Bonn nella chiesa di St. Elisabeth.

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, XXXIX

AMITTO

Card. Prospero LambertiniXXXIX. Ciò premesso, e venendo ai sacri indumenti, il primo sacro indumento è l’amitto, negli antichi libri liturgici chiamato anaboladium. Amalario nel lib. 2 De ecclesiasticis officiis al cap. 17 così parla dell’amitto: “Amictus est primum vestimentum nostrum, quo collum undique cingimus”. Il padre Le Brun nel suo tom. 1 alla pag. 42 pretende, che la parola amictus derivi dalla prola amicire, che significa coprire; e pretende che fosse introdotto nel secolo ottavo per coprire il collo, che gli ecclesiastici ed i laici fino a quel tempo avevano portato nudo, il qual costume poi fu riputato indecente. Onoro Augustodunense nella Gemma animae al lib. 1, cap. 201 sembra accennare che il nostro amitto sia lo stesso che l’ephod dell’antica legge: “Hinc humerale, quod in lege ephod, apud nos amictus dicitur, sibi imponit, et illo caput, et collum et humeros, unde et humerale dicitur, cooperit, et in pectore copulatum duabus vittis ad mamillas cingit”: il che però sebbene non viene comunemente ammesso dagli altri, nondimeno è assai verisimile; essendo stato l’ephod nell’antica legge vestimento sacerdotale; per lo che s. Girolamo nella Lettera a Marcella scrisse: “illud breviter attende, quod numquam nisi in sacerdotio nominetur ephod; essendo stato l’ephod sacerdotale di lino, essendo stato l’ephod una specie di cinta, che girava attorno alla parte posteriore del collo, e dalle spalle discendeva nel petto, nel petto s’incrocchiava, donde girando sopra tutto il corpo, veniva a cingere la tonaca, e benché fosse ornamento sacerdotale, fu anche alle volte adoperato da’ laici, mentre se ne servì David nel solenne trasporto dell’Arca dalla casa d’Obededon a Gerusalemme, come si vede nel 2° lib. de’ Re al cap. 13. Leggasi il Calmet nella parola ephod circa la qualità di questo vestito; e veggasi circa il nostro amitto, e la somiglianza con l’ephod, il Saussajo nella Panop. sacerd. part. 1, lib. 1, cap. 2. I Maroniti e gli Ambrosiani pongono l’amitto sopra il camice; e così anche una volta facevano i Greci: ma questi oggidì non si servono più dell’amitto, conforme attestano il Magri nel suo Vocabolario ecclesiastico alla parola amictus, ed il Clericato De Sacrificio missae alla decis. 50 n. 22. Nel quinto Ordine romano stampato dal Mabillon nel tom. 2 del suo Museo Italico, vedesi, che l’amitto allora si metteva dopo il camice. Il Giorgi nel suo tom. 1 de Liturgia romani pontificis porta un antico messale vaticano di sopra settecento anni, in cui si prescrive, che l’amitto si pigli dopo il calice e dopo il cingolo: il che non solo oggi si fa dagli Ambrosiani, come poc’anzi abbiamo accennato, ma ancora dai canonici di Lione. Nella Chiesa romana, ed oggidì comunemente in quasi tutto il mondo cattolico, l’amitto si mette prima del camice: e di questo rito abbiamo un vestigio in un messale del secolo undecimo, giusta ciò, che si legge nel P. Merati alla part. 2ª, cap. 1, num. 20, tom. 1, part. 1ª. V’è chi pone nell’amitto ornamenti di seta, e d’oro: ma il cardinal Bona nel lib. 1 Rer. Liturg. Al cap. 24 num. 3 attesta esser uso recente, né mai praticato dalla sacra antichità.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 34-35.

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Dal 7 al 9 febbraio 2016 Quarantore alla chiesa di S. Simon Picolo, Venezia

Chiesa di S. Simon Piccolo a Venezia

Da domenica 7 dopo la messa delle 11 a martedì 9 febbraio 2016 mattina alla chiesa di S. Simon Picolo a Venezia, retta dalla Fraternità Sacerdotale di San Pietro, vi saranno le Quarantore di adorazione del Ss.mo Sacramento.

Durante il giorno ingresso dalla porta principale, di notte dalla porta dell’edificio a destra della chiesa.

Cfr. https://www.facebook.com/SanSimeonPiccoloVenezia/?fref=ts

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, XXX-XXXI

 CORPORALE

Card. Prospero LambertiniXXX. Quella pezza di lino nella quale si consagra il corpo di Cristo, chiamasi dagli scrittori ecclesiastici, corporale, e chiamasi ancora “corporalis palla”. Una volta il corporale era più lungo e più largo di quello d’oggi, coprendo tutto l’altare, come si deduce dall’Ordine romano, in cui si richiede l’opera di due diaconi per ispanderlo e piegarlo. Con questo corporale che conforme si è detto, era grande, coprivasi il calice, il qual rito è ancor oggi mantenuto dai PP. certosini: ed il corporale deve essere di lino. Il calice significa il nuovo sepolcro, in cui Cristo fu seppellito: la patena la pietra rivoltata sopra la porta del monumento: il corporale la sindone monda, nella quale Giuseppe d’Arimatea involse il corpo del Signore, come ben riflettono Rabano nel lib. 1 De instit. clericor. al cap. 33 ed Ildeberto arcivescovo turonense ne’ versi suoi De missae sacrificio; del quale Ildeberto scrittore del secolo duodecimo può vedersi il Longueval nella Storia della Chiesa gallicana tom. 8 lib. 24 pag. 530 e seguenti:

Ara crucis, tumulique calix, lapidisque patena,
Sindonis officium candida byssus habet.

XXXI. Conferma s. Isidoro Pelusiota al lib. 1 epist. 123 quanto si è detto del corporale: “Pura illa Sindon, quae sub divinorum donorum ministerio expansa est, Josephi Arimathensis est ministerium. Ut enim ille Domini corpus Sindone involutum sepulturae mandavit, per quod universum mortalium genus resurrectionem percepit, eodem modo nos propositionis panem in Sindone sacrificantes, Christi corpus sine dubitatione reperimus nobis illam fontis in modum immortalitatem, quam Salvator funere elatus a Josepho, postquam resurrexit a mortuis, impertiit”. E nello stesso modo parla s. Tommaso del corporale nella 3ª part. alla quest. 83 art. 3 “Ad septimum”. E nel concilio di Selinestat, tenuto l’anno 1022, come può vedersi appresso il citato Longueval al tom. 7 pag. 178 vien riprovato il costume introdotto di gettare il corporale nel fuoco per estinguerlo; aggiungendo lo stesso autore essersi lungo tempo conservato in Cogni un corporale che aveva un certo segno per poterlo facilmente ritrovare in caso d’incendio.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 26-27.

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