RIP Mario Della Savia presidente di Una Voce Udine

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Ieri mattina 22 maggio 2017 è mancato il consocio dott. Mario Della Savia, cofondatore e senza interruzione presidente dal 1986 della Sezione di Udine di Una Voce Italia, per diversi anni consigliere nazionale dell’associazione. Le esequie saranno celebrate venerdì 26 p. v. alle 14 a Udine, chiesa di S. Spirito (via Crispi vedi) secondo il rito tridentino, come volontà del Defunto.

Il presidente da poco più di un mese aveva compiuto 96 anni. Da trent’anni a questa parte, fino a non molto tempo fa, curava le Messe domenicali secondo l’antico rito a Udine, che si dicevano prima nella chiesa dell’Istituto Renato e ora nella stessa chiesa di S. Spirito, soprattutto sotto il profilo musicale, attirando la partecipazione di numerosi cori di canto gregoriano e polifonico. In tutto questo tempo, da Quattuor abhinc annos di san Giovanni Paolo II a Summorum Pontificum di Benedetto XVI, ha promosso tra difficoltà non indifferenti la celebrazione della liturgia tradizionale e una azione costante a tutela delle esigenze dei cristiani legati alla forma antica del rito romano.

L’associazione Una Voce Italia manifesta il proprio cordoglio per la perdita, conservando la memoria che mai sarà cancellata.

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Commissione Ecclesia Dei, Decreto per la Messa votiva dell’Immacolato Cuore di Maria il 13 maggio 2017 anniversario della prima apparizione di Fatima

Il 5 aprile 2017 la Commissione Ecclesia Dei ha emanato il decreto sotto riportato con cui concede a ogni sacerdote di rito latino di poter celebrare il giorno 13 maggio – centenario della prima apparizione della Madonna a Fatima – una Messa votiva dell’Immacolato Cuore della B. Vergine Maria. Il Proprio di questa Messa (Adeamus) è riportato dal Messale Romano antico nel Proprio dei Santi il 22 agosto, giorno ottavo dell’Assunta, in cui il 4 maggio 1944 Pio XII inserì la festa del Cuore Immacolato nel Calendario della Chiesa Universale. La Messa è concessa come votiva di II classe, contemplata al n. 341 delle Rubriche generali del Codice delle rubriche del 1960 (RG), secondo cui può essere celebrata in tutti i giorni liturgici di II, III e IV classe. Si dice il Gloria ma non il Credo (n. 343 lett. a RG), se è in canto si usa il tono solenne (ivi lett. d), non si dice la eventuale orazione imperata (cioè prescritta in aggiunta) dall’Ordinario del luogo e ammette una sola commemorazione (ivi lett. b). A tal proposito va detto che il 13 maggio nel calendario antico occorre la festa di san Roberto Bellarmino, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, di III classe. Detta festa si commemora nella Messa votiva, aggiungendo come seconda orazione quella di san Roberto, ma soltanto se la Messa è letta, non se è in canto, cioè solenne o cantata (n. 108 RG). Ciò in quanto si tratta di commemorazione ordinaria, non rientrando nelle commemorazioni privilegiate comprese nell’elenco del seguente n. 109 delle rubriche sulle commemorazioni richiamate dal decreto. Se però, nella chiesa in cui si celebra, la Messa votiva fosse impedita da una festa di I classe particolare (per esempio in una chiesa dedicata a san Roberto Bellarmino), si direbbe la Messa del giorno aggiungendo alla sua orazione quella del Cuore Immacolato sotto unica conclusione (n. 343 lett. c RG). Riteniamo che la stessa cosa si debba fare nelle chiese ove si celebri una sola Messa e vi sia l’obbligo della Messa conventuale, in mancanza di un altro sacerdote che possa soddisfarlo (n. 326 lett. a RG). L’intenzione del decreto appare quella di favorire i fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano particolarmente devoti alla Madonna di Fatima, consentendogli di fruire, volendolo, di una Messa in onore del Cuore Immacolato, come noto strettamente connesso con le apparizioni, nel giorno in cui nella forma ordinaria è stata inserita la memoria facoltativa «Beatae Mariae Virginis de Fatima», con Messa comune della Madonna e orazione propria. Ma questo vale al momento solo per il 2017, l’anno del centenario. (fm)

CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI

PONTIFICIA COMMISSIO ECCLESIA DEI

Prot. N. 39/2011L

DECRETUM

Cum nonnulli Christifideles formae extraordinariae Ritus Romani adhaesi Beatam Mariam Virginem de Fatima singulari et ferventi prosequantur devotione, adveniente centenario iubilaeo primae apparitionis eiusdem Virginis de Fatima;

HAEC PONTIFICIA COMMISSIO «ECCLESIA DEI»

Perpensis Rubricis Generalibus Missalis Romani a. D. MCMLXII editi (specialiter n. 341);

Devotionem Christifidelium erga Beatam Mariam Virginem de Fatima fovere volens;

Vigore potestatis ordinariae vicariae qua pollet (cfr. Universae Ecclesiae n. 9);

CONCEDIT ATQUE PERMITTIT

ut die XIII mensis maii a. D. MMXVII, Missa Votiva Immaculati Cordis Beatae Mariae Virginis (ut in die XXII augusti) tamquam Missa Votiva IIae classis (de qua in Rubricis Generalibus nn. 341 necnon 343), a quolibet sacerdote Ritus Latini tum saeculari qual regulari, servatis aliis Rubricis Generalibus ad Missas Votivas IIae classis necnon ad commemorationes pertinentibus, et licite et libere celebrari possit,

Contrariis quibuscumque minime obstantibus.

Datum Romae, ex Aedibus Pontificiae Commissionis, die V mensis aprilis a.D. MMXVII.

Gerardus Card. L. Müller
Praeses

Vido Pozzo
Archiepiscopus Titularis Balneoregensis
A Secretis

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Apparizione di san Michele Arcangelo 2017

Concússum est mare, et contrémuit terra, ubi Archángelus Míchaël descéndebat de cælo, allelúja.

8 Maggio. Ottavo delle Idi.

Bianco. Lunedì. Apparizione di san Michele Arcangelo, doppio maggiore.

MESSA propria, Gloria, 2ª orazione del Patrocinio di san Giuseppe, Credo, Prefazio di san Giuseppe, ultimo Vangelo di san Giovanni.

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Il beato Michele Arcangelo è apparso più volte agli uomini, e lo comprova sia l’autorità dei sacri libri sia l’antica tradizione dei Santi. Pertanto in molti luoghi si celebra la memoria di tali fatti. Lui, come un tempo la sinagoga dei Giudei, così ora la Chiesa di Dio venera come custode e patrono. Essendo pontefice massimo Gelasio primo, in Puglia sulla vetta del monte Gargano, alle cui radici abitano i Sipontini, vi fu una illustre apparizione dell’Arcangelo Michele (Breviario Romano, 8 maggio ad Matutinum, lezione iv).

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San Pio quinto 2017

San Pio V

Bianco. San Pio V Papa e Confessore, doppio.

Messa Si diligis (Tempo pasquale), Gloria, orazione propria, 2ª orazione dell’Ottava del Patrocinio di san Giuseppe, Credo, Prefazio di san Giuseppe, Ite, Missa est, ultimo Vangelo di san Giovanni.

Oratio

Deus, qui, ad conteréndos Ecclésiæ tuæ hostes et ad divínum cultum reparándum, beátum Pium Pontíficem Máximum elígere dignátus es : fac nos ipsíus deféndi præsídiis et ita tuis inhærére obséquiis; ut, ómnium hóstium superátis insídiis, perpétua pace lætémur. Per Dóminum nostrum Jesum Christum Fílium tuum, qui vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus per omnia sæcula saéculorum. Amen.

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In ricordo di Elsa Bolzonello Zoja

Elsa Bolzonello Zoja (1937-2007)

Nell’ambito dei «Concerti in ricordo Elsa Bolzonello Zoja (1937-2007)», promossi dagli Amici dei musei e dei monumenti di Castelfranco Veneto e della Castellana, il 21 aprile 2017 alle 21 presso l’oratorio (prima parte) e la chiesa (seconda parte) di S. Marcello in S. Filippo Neri (dei Filippini) a Vicenza (Corso Palladio 35) il maestro Massimo Bisson, nostro consocio, terrà un concerto d’organo con musiche rispettivamente di S. Bertoldo, G. Frescobaldi, J. J. Froberger, B. Storace e di D. Buxtehude, J. Pachelbel, J. G. Walther.

Una Voce Italia si associa nel ricordo di Elsa Bolzonello, scomparsa dieci anni orsono il 26 marzo 2007, socia onoraria della Sezione Paolo Zolli di Venezia, che sempre sostenne e promosse da sua pari la Messa tridentina e la musica sacra tradizionale.

Riproduciamo quanto ne scrisse lo stesso maestro Bisson che le fu allievo (cfr. www.unavoce-ve.it 11 ago. 2008):

Ricordo di Elsa Bolzonello

Elsa Bolzonello, trevigiana, aveva frequentato il Conservatorio Pollini di Padova, dove si era diplomata in pianoforte, organo e composizione. I titoli musicali certo non le mancavano ma, come lei spesso diceva, «non sono questi che fanno il musicista». Si era specializzata nella musica antica studiando con grandi interpreti come Leonhardt e Tagliavini; aveva così scoperto l’organo – amava dire – solo dopo il diploma: in Italia infatti, negli anni Sessanta, la scuola organistica non aveva ancora compiuto progressi decisivi verso l’interpretazione filologica della musica antica. Oggi invece, grazie alla silenziosa opera di buoni maestri come Elsa, si può dare per assodato tutto questo: grazie al suo intelligente intuito, infatti, molti giovani si sono affezionati alla tradizione musicale italiana, riscoprendo organi storici di altissimo pregio con i quali gustare i più grandi capolavori di ogni tempo, il repertorio di quei secoli in cui l’Italia faceva scuola a tutta Europa. Grazie all’impegno continuo della professoressa Bolzonello (che era anche Ispettore onorario per la tutela degli organi storici), decine di organi antichi si sono salvati dalla distruzione, soprattutto negli anni in cui le Sovrintendenze non capivano l’importanza di tali reliquie sonore.

Alla fine del 2006 aveva raggiunto il pensionamento dopo quarant’anni di insegnamento, trenta dei quali passati come docente d’organo al conservatorio «Benedetto Marcello» di Venezia: a malincuore aveva lasciato i suoi allievi per i quali nutriva un autentico affetto materno; le rimaneva comunque l’orgoglio di avere educato dei buoni organisti (dei «fuoriclasse», diceva). Nell’epoca della spazzatura culturale, Elsa Bolzonello non smetteva di inculcare ai suoi «ragazzi» i principi fondamentali dell’arte, fatta di sottili dettagli che magari non sono percepibili all’ascoltatore comune, ma che fanno la differenza tra il vero organista e il «dattilografo». Passava lunghi momenti a discutere con gli studenti sull’importanza di non cedere allo sconforto nel vedere i soliti strimpellatori di chitarra eclissare organisti di valore nelle chiese di ogni dove: incitava a combattere la battaglia per la buona musica, affinché un giorno le navate si riempissero nuovamente della celeste musica del canto gregoriano e dell’organo.

Negli ultimi anni, Elsa aveva riscoperto con grande gioia il rito tridentino, partecipando alla messa domenicale presso la chiesa di S. Canziano a Padova e frequentando, non raramente, anche le celebrazioni di S. Simon a Venezia. Dato il suo impegno a favore della liturgia e della musica sacra tradizionali, nel 2006 Una Voce Venezia l’aveva nominata socio onorario.

Massimo Bisson

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa, LXXXI-LXXXII

Del principio della Messa sino all’introito

Card. Prospero LambertiniLXXXI. Come ben sa ciascheduno, stando il sacerdote giù dalla predella o siano scalini dell’altare, incomincia la Messa, facendo il segno della croce: dal quale i cristiani per apostolica tradizione incominciano tutte le loro azioni, come ben avverte Tertulliano nel libro De corona militis al cap. 3. Fatto il segno della croce, recita l’antifona Introibo: il che è molto proprio; imperocché significando la parola greca Antifona un canto reciproco ed alternativo, e fino dal quarto secolo essendo già introdotto l’uso nella Chiesa greca e latina di recitare o cantare i salmi alternativamente a due cori, e di cantare alternativamente una parte di un salmo proporzionata ed adattata all’azione che si faceva, non poteva ritrovarsi parte di salmo più adattata pel principio della Messa, che quello di cui ora si parla, come ben considera il P. Le Brun nel tom. 1 della sua opera alla pag. 109.

LXXXII. Siegue il salmo 42. «Judica me Deus» salmo che cantò Davide, quando fuggendo dalla faccia di Saulle, e stando lontano dalla patria per iscansare il furore del re, consolava se stesso, colla speranza di ritornare una volta nella città di Gerusalemme, ed accostarsi all’altare del Signore, ed offerirvi i sacrifizi. Si recita questo salmo alternativamente, cioè un versetto per uno, dal sacerdote e dal ministro; dovendo esser comune fra l’uno e l’altro la fiducia e l’allegrezza nell’accostarsi al sacro altare e nell’oblazione del sacrifizio che si fa a Dio per mano del sacerdote, come ben prosiegue il Pouget nelle sue Istituzioni cattoliche al tom. 2 pag. 825. E finito il salmo, alternativamente pure si recita il Gloria Patri dal sacerdote e dal ministro. Questo Gloria Patri dagli antichi Padri è chiamato inno di glorificazione. Di esso abbiamo parlato ancora, quando si trattò della festa della santissima Trinità. Alcuni ne fanno autore Flaviano monaco Antiocheno. Altri lo vogliono istituito dal concilio Niceno. Ma essendovi di esso le testimonianze di s. Atanasio e Basilio più antichi del detto concilio, meglio ragiona chi dice, riconoscere la sua origine dall’apostolica tradizione, giusta la quale essendo stati battezzati i fedeli nel principio della Chiesa in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, impararono a cantare alle 3 divine persone l’inno di glorificazione: e solamente al concilio Niceno si può attribuire l’aggiunta «Sicut erat in principio», fatta per confondere e riprovare l’eresia d’Arrio. Veggansi i Cardinali Baronio all’anno di Cristo 325 num. 175, Bona de divina psalmodia al cap. 16 § 6 e Rer. Liturgic. al lib. 2 cap. 3 num. 2. Il secondo concilio Vasense e secondo altri, il terzo al can. 5 tom. 4 De’ concili pag. 1680 tenuto nell’anno di Cristo 529 suppone già introdotto l’uso appresso la sede apostolica in tutto l’oriente, nell’Africa e nell’Italia, di dire nel Gloria Patri le parole «Sicut erat in principio»; e prescrive che in questo modo si reciti ancora nella Francia: «Quia non solum in sede apostolica, sed etiam per totum orientem, et totam Africam, vel Italiam propter Haereticorum astutiam, qui Dei Filium non semper cum Patre fuisse, sed a tempore coepisse blasphemant, in omnibus clausulis post Gloria Patri etc. Sicut erat in principio dicitur, etiam et nos in universis Ecclesiis nostris hoc ita dicendum esse decernimus». Ma nella Spagna più tardi fu introdotto l’aggiungere le parole «Sicut erat in principio» al «Gloria Patri»; leggendosi nel can. 12 del concilio quarto Toletano nel tom. 5 De’ concili del Labbé alla pag. 1710 il qual concilio fu tenuto l’anno 633 come in appresso: «In fine omnium psalmorum dicimus: Gloria et honor Patri, et Filio et Spiritui Sancto in saecula saeculorum amen»; e dicendosi il «Gloria Patri» nello stesso modo della Liturgia Mozarabica.

Cfr. P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 66-67.

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Jacques Bénigne Bossuet, L’eucaristia essendo la nostra Pasqua è insieme un sacramento e un sacrificio

Tutto portava, dunque, un’idea di sacrificio nella Cena di Nostro Signore: non è da meravigliarsi se la Chiesa l’ha così fatta propria. Non si deve obiettare che Gesù Cristo ha istituito un sacramento, e l’ha istituito per mangiare e non per offrire, oppure che ha istituito non un sacrificio, ma la commemorazione di un sacrificio. Infatti la ragione di sacramento non ripugna affatto a quella di sacrificio, ancor meno il mangiare e la commemorazione. Ne è testimone, senza andar più lontano, la festa di Pasqua che fu per gli Ebrei insieme un sacramento e un sacrificio, una cosa che si offriva e che si mangiava come tante altre vittime. Era un vero e proprio sacrificio che si ripeteva tutti gli anni, e insieme la commemorazione di un sacrificio mediante il quale il popolo di Dio era stato liberato dalla gran piaga d’Egitto.

Richiamate qui alla memoria questa notte tanto funesta per gli Egizi, in cui l’Angelo doveva passare in tutte le loro case a sterminare i primogeniti. Gli Ebrei non meritavano di essere castigati meno degli altri, perché tutti hanno peccato e hanno bisogno della bontà di Dio. Ma Dio voleva risparmiarli e liberarli d’un colpo dalla schiavitù d’Egitto. Voi sapete che per questo egli ordinò loro di sacrificare un agnello per ciascuna casa, mangiarlo e bagnare le porte di casa con il suo sangue. «Passerò, dice il Signore, e sopprimerò tutti i primogeniti degli Egizi, ma quando vedrò il sangue sulla porta delle vostre case, passerò oltre e non vi perderò come gli altri» (Es. 12, 12 ss.). Anzi, da questo stesso giorno voi uscirete dalla schiavitù, e l’Egitto sarà ben contento di rimettervi in libertà. Ecco il sacrificio della liberazione. Bisogna ancora che vi racconti come Dio ordinò che si rinnovasse ogni anno? In memoria di questa notte della liberazione del popolo si doveva ancora immolare un agnello, ancora spargerne il sangue. Perché? il Signore passerà ancora una volta con la sua mano vendicatrice? Niente affatto, è una commemorazione, e tale commemorazione è come l’altra un sacrificio, un agnello come allora, un sangue sparso in memoria della liberazione compiuta, come allora era stato sparso per compierla. Voi ben capite, senza bisogno di dirlo, che il primo sacrificio è la fonte e il principio e rappresenta la morte di Gesù Cristo, mentre i sacrifici che si ripetono ogni anno rappresentano quello dell’Eucaristia, ove di conseguenza l’agnello e il suo sangue devono esserci altrettanto veramente che nel primo. Ma non sia detto che la verità non abbia nulla di più della figura. Nel nuovo Testamento non è permesso offrire altro agnello che Gesù Cristo. Vi sarà dunque un agnello, ma sempre lo stesso. Questo agnello può morire una sola volta, quindi la seconda oblazione non sarà niente di più che una morte e un sacrificio mistico. L’agnello comunque vi sarà, altrimenti la figura che dovrebbe essere al di sotto della verità vi starebbe al di sopra. Anche il sangue vi sarà tutto intero, e sarà sparso, ma in modo nascosto e misterioso per applicare a ciascuno ciò che è stato offerto una sola volta per tutti. Se con l’agnello e il suo sangue si trova qui pane e vino da consacrare, e le cui specie continuano a comparire, è perché Gesù Cristo ha da compiere più di una figura. Bisogna che compia il sacrificio di Melchisedec, come dicono tutti i Padri, che compia la figura e dei pani della proposizione, che si offrivano a Dio, e del vino che su di essi era effuso. Bisogna del pari che compia gli azzimi che si dovevano mangiare con l’agnello pasquale come con le altre vittime, ed è una delle ragioni per cui la Chiesa latina sacrifica ancora in azzimo. E’ la Pasqua della nuova alleanza che si celebrerà non tutti gli anni come l’antica Pasqua, ma tutti i giorni. E per la stessa ragione per cui il battesimo, che è la nostra circoncisione, come la circoncisione non è altro che un sacramento, l’Eucaristia che è la nostra Pasqua deve essere un sacramento e un sacrificio.

Questa era, se lo intendiamo, la Pasqua che Gesù Cristo desiderava tanto mangiare con i suoi discepoli, come attesta loro con queste parole: «Con gran desiderio ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima di morire» (Lc. 22, 15). Questa Pasqua tanto desiderata dal Figlio di Dio non era la Pasqua della legge che stava per finire, che molti ritengono che non poté mangiare quell’anno, essendo stato lui stesso immolato nello stesso tempo in cui si immolava la Pasqua, che in ogni caso aveva mangiato più volte con i discepoli, e che non doveva essere l’oggetto ultimo dei suoi desideri soprattutto perché essa doveva essere rigettata, come tutti gli altri sacramenti della legge, dalla croce di Gesù Cristo. Il vero oggetto del desiderio del Salvatore era la nuova Pasqua che egli stava per donare ai suoi discepoli nel suo corpo e nel suo sangue, e doveva compiere nel regno del Padre quando fosse stato chiaramente la vita e il nutrimento di tutti i suoi figli. E’ dunque una Pasqua e un sacrificio. La Chiesa lo ha riconosciuto ed è per questo che ci ha detto in una delle preghiere della sua liturgia che il giorno della Cena Gesù Cristo ha istituito un sacrificio perpetuo in cui si è offerto egli stesso per primo, e che ci ha insegnato a offrire.

Cfr. J. B. BOSSUET, Explication de quelques difficultez sur les prières de la Messe à un nouveau catholique, Paris, veuve Sébastien Mabre-Cramoisy, 1689, pp. 92-99 (cap. 23). Traduzione nostra. Pubblicato in «Una Voce notiziario», 2014-2015, 56-57 ns, pp. 1-2, qui

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In morte di Cristina

Tomba di Cristina Campo (Vittoria Guerrini) alla Certosa di Bologna

10 gennaio 1977 – 10 gennaio 2017, quarant’anni dalla morte di Cristina Campo. Il testo di questo necrologio, pubblicato allora sul bollettino nazionale di Una Voce Italia, oggi come ieri rimane l’espressione del sentimento inconcusso della nostra associazione verso Chi la ha concepita e fatta vivere, e verso i suoi ideali.

La scomparsa di Cristina Campo ha suscitato nei circoli di UNA VOCE, in tutta l’Italia, una impressione di sgomento doloroso.

Ancora giovane e carica di energie che la mantenevano in una vibrazione continua, è morta quasi d’improvviso, avendo conservato fino all’ultimo estremo la volontà di operare, specie nei settori dove aveva dato prova di vasta cultura e di intelligenza affascinante. Si può ben dire che le sue peculiarità consistessero principalmente nella cultura e nella intelligenza, che riusciva ad adoperare con arte non di rado vicina al magistero.

Il sapere, come categoria dello spirito, e la felice capacità di manovrarlo, l’aveva portata a una concezione aristocratica del mondo, che praticava lei stessa con un rigore che non conosceva cedimento. Nell’abominevole, degradante democrazia populista che infesta la società attuale, il culto da lei professato per i valori e per le gerarchie dell’Essere, appariva un punto di riferimento provvidenziale a chi, per avventura, fosse in procinto di smarrire la buona strada; ma suonava anche aspro disprezzo verso la spavalderia che insorge dagli infimi strati della ignoranza.

Più che i fasti di una cultura accademica, Cristina perseguiva la cultura dell’anima. Di qui, la sua profonda attrazione verso la teologia universale, verso le sue forme liturgiche più complesse e i suoi simboli traboccanti di mistero: materie nelle quali era ferratissima, tanto da tener testa, quando occorresse, a qualsiasi «specialista”, laico o religioso, in vena d’insensata profanazione. Una profonda religiosità traspare dalle opere che andò pubblicando, per lo più introduzioni, commenti, guide a testi sacri, o ad avvenimenti terribili del passato e del presente – dall’insondabile mistero della Città di rame, alla sublime umiltà del Pellegrino russo; dalla cruenta caduta del Montezuma e del suo impero ad opera della selvaggia sete di potere spagnola, alla impressionante marcia dei Tibetani verso l’India, costretti a lasciare il loro gloriosissimo Regno religioso dalla feroce ignoranza comunista cinese, – questi commenti di Cristina a fatti tanto tremendi, finivano per diventare essi stessi opere di alto pregio letterario, esposte con stile di rara preziosità, in cui, accanto allo scintillio della parola, rifulge il lampo della sintesi, così come accade nelle prose di rarefatta meditazione raccolte nel suo ultimo volume, Il flauto e il tappeto.

Basterà questo accenno, qui, alla sua attività letteraria. Per noi, Vittoria Guerrini, detta Cristina Campo, è la fondatrice di UNA VOCE – Italia. Chi non ha vissuto le indimenticabili giornate del 1966, quando di fronte al nemico che avanzava massiccio, spinto contro la Chiesa di sempre da frenetici fermenti lercariani, si ergeva soltanto una fragile e già ammalata giovane donna a fare barriera; chi non l’ha veduta battersi tamquam leo contro le orde che ingrossavano la sacrilega rivolta clericale, adoperando più che la sua nota acutissima dialettica, una preparazione teologale superiore a quella di qualche presule; chi non le è stato accanto allora, non può immaginare la somma di lavoro compiuta da lei per conferire a UNA VOCE la salda struttura organica e il carattere distinto, anticonformista che ha conservato.

E’ la memoria di quegli anni che ce la rende cara: lei, non troppo proclive alle espansioni affettuose; lei, di umore non costante, capace di sottrarsi con inspiegabili sprezzature all’affetto di chi la prediligeva; lei, avvolta nelle spire di una personalità complessa eppure adamantina. Non potremo più dimenticarla. Che Dio le largisca, ora, la pace e plachi il suo spirito inquieto in una serenità eterna. Questo è il nostro voto.

Fra i vari, numerosi, giornali che hanno rievocato la figura e la personalità di Cristina Campo, ci piace qui riportare le commosse parole dedicatele da «L’Ordine di Como» (13 gennaio 1977).

«In tanti anni non abbiamo mai incontrato Cristina Campo (Vittoria Guerrini) che nel movimento liturgico “Una Voce” ha rappresentato la parola più fine, il gusto più aristocratico, la competenza più forte per ‘quel senso del mistero’ che il 90 per cento dei liturgisti non conoscono. Con Elemire Zolla, Cristina Campo è stata un’incantevole suscitatrice di cenni e di scoperte, perché, nel mondo delle religioni comparate e nella ricerca delle anime assetate, s’era fatto un intuito infallibile. Ioshua Heschel deve a lei le migliori spinte, e il riecheggiare delle similitudini simboliche come alone intorno all’ortodossia più sicura e alla vitalità più feconda della tradizione e dell’attesa noi l’abbiamo imparato da lei. Che, certo, leggendo L’Ordine avrà avuto compassione della nostra fatica maldestra nello ‘spezzare un pane’ di cui lei conosceva l’aroma più segreto e salvava le briciole adorandovi una ‘presenza’ che la Chiesa adorò sempre e che oggi i più trascurano. La pregheremo come una santa: una creatura che, morendo il giorno di sant’Aldo eremita (come è stato notato dai giornali) fece capire come “dalla solitudine in comunione” quaggiù spiccasse il volo per quella “beatitudine di fiumana” lassù! Come se un flauto avesse suonato per lei, e lei salisse senza tappeto: per la levità dell’ostia su una nota!»

Cfr. «Una Voce notiziario», 1977, 34-35, pp. 23-24.

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Santo Natale 2016

25 Dicembre

Ottavo delle Calende di Gennaio

NATALE  DEL  SIGNORE

Meménto, rerum Cónditor
Nostri quod olim córporis,
Sacráta ab alvo Vírginis
Nascéndo, formam súmpseris.

Concéde, quaésumus, omnípotens Deus : ut nos Unigéniti tui nova per carnem Natívitas líberet; quos sub peccáti jugo vetústa sérvitus tenet. Per eúndem Dóminum.

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