Missale Romanum, messa votiva Contra paganos

MISSA  CONTRA  PAGANOS

Introitus                   Ps. 43, 23-24 et 25-26

EXSURGE, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem : quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? Adhaésit in terra venter noster : exsúrge, Dómine, ádjuva nos et líbera nos. Ps. ibid., 2 Deus, áuribus nostris audívimus : patres nostri annuntiavérunt nobis. V). Glória Patri.

Oratio

OMmnípotens sempitérne Deus, in cujus manu sunt ómnium potestátes et ómnium jura regnórum : réspice in auxílium Christianórum; ut gentes paganórum, quæ in sua feritáte confídunt, déxteræ tuæ poténtia conterántur. Per Dóminum.

Léctio libri Esther.
Esth. 13, 8-11 et 15-17

IN diébus illis : Orávit Mardochaéus ad Dóminum, dicens : Dómine, Dómine, Rex omnípotens, in dicióne enim tua cuncta sunt pósita, et non est qui possit tuæ resístere voluntáti, si decréveris salváre Israël. Tu fecísti cœlum et terram, et quidquid cœli ámbitu continétur. Dóminus ómnium es, nec est qui resístat majestáti tuæ. Et nunc, Dómine Rex, Deus Abraham, miserére pópuli tui, quia volunt nos inimíci nostri pérdere, et hereditátem tuam delére. Ne despícias partem tuam, quam redemísti tibi de Ægýpto. Exáudi deprecatiónem meam, et propítius esto sorti et funículo tuo, et convérte luctum nostrum in gáudium, ut vivéntes laudémus nomen tuum, Dómine, et ne claudas ora te canéntium, Dómine, Deus noster.

Graduale. Ps. 82, 19 et 14. Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus : tu solus Altíssimus super omnem terram. V). Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

Allelúja, allelúja. V). Ps. 79, 3. Excita, Dómine, poténtiam tuam, et veni : ut salvos fácias nos. Allelúja.

Post Septuagesimam, omissis Allelúja et Versu sequenti, dicitur

Tractus. Ps. 78, 9-11. Adjuva nos, Deus, salutáris noster : et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos : et propítius esto peccátis nostris, propter nomen tuum. V). Ne quando dicant gentes : Ubi est Deus eórum? et innotéscat in, natiónibus coram óculis nostris. V). Víndica sánguinem servórum tuórum, qui effúsus est : intret in conspéctu tuo gémitus compeditórum.

Tempore autem Paschali omittitur Graduale, et ejus loco dicitur :

Allelúja, allelúja. V). Ps. 79, 3. Excita, Dómine, poténtiam tuam, et veni : ut salvos fácias nos. Allelúja. V). Ibid., 15-16. Deus virtútum, convértere, réspice de cœlo, et vide, et vísita víneam istam : et pérfice eam, quam plantávit déxtera tua. Allelúja.

Sequéntia sancti Evangélii secún-
dum Lucam.                Luc. 11, 5-13

IN illo témpore : Dixit Jesus discípulis suis : Quis vestrum habébit amícum, et íbit ad illum média nocte, et dicet illi : Amíce, cómmoda mihi tres panes, quóniam amícus meus venit de via ad me, et non hábeo, quod ponam ante illum : et ille deíntus respóndens, dicat : Noli mihi moléstus esse, jam óstium clausum est, et púeri mei mecum sunt in cubíli, non possum súrgere et dare tibi. Et si ille perseveráverit pulsans : dico vobis, et si non dabit illi surgens eo quod amícus ejus sit, propter improbitátem tamen ejus surget, et dabit illi quotquot habet necessários. Et ego dico vobis : Pétite, et dábitur vobis; quaérite, et inveniétis; pulsáte, et aperiétur vobis. Omnis enim, qui pétii, áccipit; et qui quærit, invénit; et pulsánti aperiétur. Quis autem ex vobis patrem petit panem : numquid lápidem dabit illi? Aut piscem : numquid pro pisce serpéntem dabit illi? Aut si petíerit ovum : numquid pórriget illi scorpiónem? Si ergo vos, cum sitis mali, nostis bona data dare fíliis vestris : quanto magis Pater vester de cœlo dabit spíritum bonum peténtibus se?

Offertorium. Ps. 17, 28 et 32. Pópulum húmilem salvum fácies : et óculos superbórum humiliábis : quóniam quis Deus præter te, Dómine?

Secreta

SAcrifícium, Dómine, quod immolámus, inténde : ut propugnatóres tuos ab omni éruas paganórum nequítia, et in tuæ protectiónis securitáte constítuas. Per Dóminum.

Communio. Ps. 118, 81, 84 et 86. In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi : quando fácies de persequéntibus me judícium? Iníqui persecúti sunt me, ádjuva me, Dómine, Deus meus.

Postcommunio

PRotéctor noster, áspice, Deus : et propugnatóres tuos a paganórum defénde perículis; ut, omni perturbatióne submóta, líberis tibi méntibus desérviant. Per Dóminum.

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Il 18 aprile a Roma messa per i cristiani perseguitati

Ss. Trinità dei Pellegrini ai Catinari

Sabato 18 aprile 2015 alle 18:30 nella chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini a Roma sarà celebrata una messa votiva per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

La sacra funzione è promossa da Una Voce Italia nell’ambito di una campagna di preghiera per i nostri fratelli perseguitati indetta dalla Federazione Internazionale Una Voce. Oltre a quella di sabato prossimo, altre tre messe saranno fatte celebrate per questa intenzione nel corso dell’anno corrente, i giorni 20 giugno, 26 settembre e 28 novembre p.v. sempre ai Pellegrini.

Fra le altre associazioni membro della FIUV, la Latin Mass Society per l’Inghilterra e il Galles in collaborazione con Juventutem Londra farà cantare per questa intenzione quattro messe il 24 aprile, 26 giugno, 25 settembre e 18 dicembre 2015 a St. Mary Moorfields nella City di Londra; l’associazione Ecclesia Dei San Giuseppe delle Filippine le ha fatte dire per i cristiani perseguitati e per il Santo Padre il 23 e 24 febbraio alla parrocchia della Sacra Famiglia nella diocesi di Cubao che fa parte dell’area metropolitana di Manila; Una Voce Portorico ha fatto celebrare una messa il 22 febbraio 2015 (cfr. www.fiuv.org).

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Venerdì di Pasqua, dall’Eorterologio di C. B. Piazza

Stazione a santa Maria della Rotonda detta anticamente in Archipresbiterato, ed a s. Maria sopra Minerva.

Alla sacrilega deità di Giove vendicatore, come scrive Plinio, in rendimento di grazie per le vittorie riportate de’ nemici e per la vendetta fatta particolarmente di Marc’Antonio e di Cleopatra, fu questo vastissimo tempio tre anni prima del nascimento di Gesù Cristo, dedicato da Marc’Agrippa genero di Cesare Augusto nel terzo suo consolato; che per grand’abbondanza di ricchezze fu ancora dedicato a Cibele creduta con sciocca fede madre di tutt’i dei; ed a tutte le divinità; onde fu chiamato dalla voce greca Pantheon, che ciò appunto significa, poiché Pan vuol dir tutti, e theon Dei. Però Agrippa di questi falsi dei vi pose infinite statue, ad onore de’ quali si facevano molte esecrabili sebbene festive superstizioni, di modo che questo luogo in quei miserabili tempi era un ricetto di sceleraggini, ed un’infame abitazione dei demoni. Ma s. Bonifacio IV mal sofferendo di vedere, che una mole sì vasta servisse per profano testimonio della falsa religione de’ gentili, 1645 anni dopo la fondazione di essa, chiese esso tempio in grazia a Foca imperatore per dedicarlo al culto della nostra santa religione, e l’ottenne [1].

Fu questo Foca religiosissimo principe, ed ossequiosissimo alla santa romana Chiesa, di che ne diede illustri prove in diverse sue cristianissime azioni. Perocché, oltre l’aver concesso con molta liberalità il sudetto Pantheon, perché si consacrasse al culto di Dio e de’ santi, si scoprì nel tempo di Sisto V un chiaro testimonio della sua pietà, e divozione verso la Sede Apostolica: perché mentre per ristorare la Basilica lateranense si facevano gittare a terra certe mura antiche e ruinose, si sono trovate nascoste in diversi luoghi varie medaglie d’oro finissimo con l’immagine da una parte della santissima Croce, e dall’altra di questo piissimo imperatore, che le aveva fatte scolpire, le quali medaglie furono arricchite di copiosissime grazie ed indulgenze nella bolla, nella quale fa il medesimo Pontefice di esso segnalata menzione con queste parole:

Nec minori dignus est praeconio Phocas imperator; qui cum de more coronaretur, se Catholicae religionis defensorem perpetuum futurum sanctissimo iureiurando obstrinxit, et summam ab ipso Christo Domino Romanae Ecclesiae traditam auctoritatem, et potestatem praeclare intelligens, publice edixit, ut eandem sanctam romanam Ecclesiam tamquam omnium Ecclesiarum primam atque caput omnes et agnoscerent, et profiterentur.

Purgato dunque da s. Bonifacio IV d’ogni superstizioso culto questo magnifico tempio, e tolte via le profane statue, che vi erano tutte di peritissima mano, lo dedicò con solenne cerimonia alla gran Madre di Dio, ed a tutti i santi martiri; onde fu nominata sempre la chiesa di santa Maria ad Martyres: adempiendosi pienamente quello, che nelle sacre scritture fu profetato, che la santa Chiesa avrebbe possedute le fatiche delle genti. Fra le fabbriche antiche di Roma non ve n’ha alcuna, che così intieramente si sia conservata intatta dal furor degl’incendi, dall’invidia dei barbari, e da ogni sorta d’ingiurie dei tempi, quanto questa. Onde chi d’ogni parte riguarda questa gigantesca mole, superbo testimonio della grandezza romana, non può a meno di avere indizio, come si trovasse allor presente, qual fosse la potenza del romano imperio, vincitore prima, e poi padrone di tutto il mondo. I due gran leoni di marmo bruno venuti dalle parti dell’ Egitto, e scolpiti con lettere geroglifiche di quel paese, che sono nel frontespizio della fontana Felice, erano sotto il portico o vicini di questo tempio all’usanza degl’egizi, i quali a ciò fare si movevano, perché con certe note occulte esprimevano i loro concetti, e figurando il leone intendevano per quello l’uomo vigilante, o custode di qualche luogo; solendo quest’animale, mentre dorme, tenere gli occhi aperti e sfavillanti di fuoco, e perciò espressivo di chi sta vigilante alla custodia, o guardia. Per questa cagione usarono mettere i leoni alle porte dei luoghi sacri, tanto i gentili, come i cristiani.

Il portico di questa gran chiesa è il più superbo e magnifico, che sia per avventura nel mondo. Regge vasi anticamente sopra sedici colonne, le quali oggidì spiccano ancora a meraviglia messe in sontuoso prospetto da Alessandro VII. Queste sostenevano il suo tetto, armato di travi di bronzo indorato, ed incavati in forma di canali lunghi 40 piedi, i quali poi furono d’indi levati da Urbano VIII per farne la superbissima tribuna di bronzo sopra la confessione di s. Pietro, e per farne artiglierie per Castel sant’Angelo; ed è cosa curiosa da sapersi, che tutto il metallo, tanto delle travi, quanto dei chiodi di essi, ch’era nel tetto del portico del sopradetto tempio, pesava libbre quattrocento quaranta mila, e duecento cinquant’una, essendo i chiodi soli libbre nove mila, e trecento sessantaquattro, come ha notato il Torrigi [2]. Le porte del tempio, che sono di smisurata grandezza, sono pure di bronzo con li cancelli di sopra simili. A questa vastissima opera di metallo, pare che in grazia d’Agrippa, che con eroico ardimento la fabbricò, alludere volesse Virgilio descrivendo il tempio di Didone con questi versi:

Hic templum Iunoni ingens Sidonia Dido
Condebat, donis opulentum, et numine Divae;
Aerea cui gradibus surgebant limina, nexaeque
Aere trabes: foribus cardò stridebat ahenis.

Lo spazio di questo gran tempio è circolare, la cui larghezza perfettamente corrisponde all’altezza, ch’è di cento quarantaquattro piedi.

Fu consacrata dal medesimo s. Bonifacio circa l’anno 610 li 13 maggio: nel quale giorno il detto pontefice si ha per tradizione, che vi concedesse indulgenza plenaria: per cui essendo in quei tempi rarissima tale concessione, tale concorso di popolo per più secoli si faceva in Roma, che talvolta si vide, e provò carestia di pane, e penuria di viveri ; onde poi da Gregorio IV fu trasferita questa festa al primo di novembre, quando è fatto il raccolto de’ grani, e de’ vini; come in tal giorno nei nostri fasti si è detto; volendo, che tal solennità, che era propria di Roma, si celebrasse universale per tutto il mondo. In tal giorno pure solevano i papi venire a questa chiesa, e quivi solennemente celebrarvi la messa pontificale. Costantino III imperatore di Costantinopoli indegno nipote di quell’Eraclio, che ricuperò la santissima Croce, venuto a Roma con grosso esercito, sotto titolo d’amicizia saccheggiò in dodici giorni tutta la città, e ne portò via le navi cariche di quanto n’era avanzato dalla rabbia dei goti, degli antichi ornamenti di statue, così di marmo, come di metallo; e fra l’altre cose ardì spogliare sacrilegamente il tetto di questo tempio, ch’era di tegole di metallo; ed il tutto portò nella regia città di Costantinopoli: del cui atto sacrilego non andò guari a sentirne il giusto castigo di Dio: perocché poco dopo fu dai suoi medesimi dentro un bagno ucciso nella città di Siracusa; e le navi cariche di questi furti prese da’ saraceni in Sicilia. Il tetto fu poi ricoperto di piombo da s. Gregorio III, e poi com’è al presente da Nicolò V.

La sacra immagine della beatissima Vergine, che quivi si venera al suo altare laterale, è stata portata da Gerusalemme a Roma; ed è una delle stimate dipinte da s. Luca [3]. L’antico e divotissimo Crocifisso, che qui vicino si vede, fu in ogni tempo in grande venerazione, e stava sopra la colonna, ch’è al lato sinistro della tribuna; e poco discosta da esso vi è la cassa, ove stette lungo tempo rinchiuso il Volto Santo con tredici serrature, che fin’ oggi vi si veggono, delle quali ciascun caporione di Roma teneva la sua chiave. Di qua poi a S. Spirito, e da S. Spirito fu trasportato in s. Pietro, ove con gran venerazione si conserva. È questa chiesa collegiata e parrocchiale; ed è cappella del papa a lui immediatamente soggetta. Tra l’altre compagnie, che vi sono, una fu chiamata di Terra Santa, ora di s. Giuseppe, e de’ virtuosi, che sono i pittori e scultori, eretta da uno celebre di quest’arte, ritornato, che fu da Terra Santa [4], e perciò fu prima da essa denominata; e tra gli altri in queste arti segnalati è sepolto il famoso Raffaele d’Urbino; sopra la cui sepoltura nuovamente adornata si leggono questi due eleganti, e spiritosi versi:

Hic ille est Raphael, maluit quo sospite vinci
Rerum magna parens, et moriente mori [5].

A cui corrisponde la tradizione ingegnosa di Gio. Pietro Bellori.

Questi è quel Raffael, cui vivo vinta
Esser temeo natura, e morto estinta.

In questo tempio in una nicchia era fra l’altre una statua di venere, a cui fu posta la gran perla legata in oro che alla sontuosa cena di Cleopatra, a cui invitò Marc’Antonio, avanzò, con ismisurato fasto della superba regina.

In questo giorno si fa parola nella messa dell’istituzione del sacramento del Battesimo; e perché questo, al dire di s. Girolamo, fu la prima volta, dopo quello di Gesù Cristo, praticato nella casa di Nazareth dai santi apostoli; perciò si fa in questa chiesa dedicata alla beatissima Vergine la Stazione. Tutte le cose di questo vasto tempio sono grandi, e segnalate; tra l’altre la statua di marmo di Maria Vergine nel sepolcro di Raffaele è opera del Lorenzetto, ed il busto pure di marmo, ritratto del medesimo Raffaele, è del Nardini, postavi poco fa dalla generosa liberalità di Carlo Maratta celebre pittore del presente secolo, insieme con quello d’Annibale Caracci. Nella stessa Basilica in altre cappelle sono pellegrine e di grande stima le statue, e bassi rilievi d’Andrea Contucci di Monte s. Saccino. Nobile pure è la statua nella cappella di s. Giuseppe del medesimo santo, in cui è sepolto Taddeo Zuccari, e Federico suo fratello; siccome Ferino del Vago eccellente pittore, e Giovanni da Udine primo inventore dei grotteschi [6].

DELLA LIMOSINA

Col precetto di far limosina, Dio pretende di arricchire, e di non spogliare gli uomini, e questa usura che si fa con Dio è senza dubbio di maggior guadagno di quella, che si fa col mondo, oltre che il contratto è molto più sicuro. (S. Gio. Grisostomo).

Stazione medesima a s. Maria sopra Minerva
concessa per il settennio.

Altrettanto sacro, pio e sommamente di voto tra gli altri di Roma, è questo tempio, dedicato alla santissima Vergine Del centro della città, e perciò di gran concorso continuo di popolo; quanto a’ è profano il nome rimastovi ancora dall’antiche memorie della romana gentilità, e dalle superstiziose deità degl’idolatri. Fu chiamato sopra la Minerva, perché fu fabbricato sopra le ruine d’un altro tempio di Minerva, di cui ancor si veggono le vestigia nel cortile del giardino. Fu questo fabbricato da Pompeo per le molte vittorie avute in 30 anni di guerra a benefizio del popolo romano, quasi in rendimento di grazie per tanti favori falsamente riconosciuti da questa dea. Ov’è situato questo tempio, ed il convento celebre, e sontuoso de’ padri Domenicani, con la piazza vicina, v’ha opinione, che vi fossero, o le terme d’Agrippa verso la parte dell’arco della Ciambella, o gli orti, stagni, e giardini annessi alle medesime, ove il popolo aveva commodità di lavarsi nelle medesime terme, di portarsi negli orti fra l’ombre, e di esercitarsi nello stagno al nuoto; delizia imitata poi dagli altri, che terme d’ampiezza e magnificenza assai maggiore fabbricando, v’inchiusero diporti, nattatori, ed altri esercizi deliziosi. Dirimpetto a questa chiesa, ove si veggono alcune vestigia di antichità, e di ruine di fabbriche, è opinione, che fosse il tempio del Buon Evento con questa congettura, che immediatamente dopo le terme d’Agrippa si legge che il detto tempio giacesse.

Per molte cose di segnalata divozione è sommamente illustre, divota e venerabile questa chiesa, e perciò frequentata da continuo concorso di popolo, risplendendo in essa sopra modo il culto divino, gli esercizi di pietà, la predicazione della parola divina, e la frequenza de’ sacramenti. Ricca e preziosa la rende il nobil tesoro del corpo di santa Caterina da Siena, che si conserva nella cappella del Rosario sotto l’altare, in un vaso di pietra col suo coperchio di marmo, nel quale sta scolpita la figura della Santa. Il resto della cappella è dipinta nobilmente con i misteri del rosario da Marcello Venusti famoso pittore. L’immagine della santissima Vergine che sta sopra l’altare, si stima che sia del beato Giovanni da Fiesole detto pittore angelico, di quest’Ordine, le cui pitture spirano ancor divozione; di modo che si legge, che Michel’Angelo Buonarroti considerando attentamente la santissima Vergine Annunziata da esso dipinta nella chiesa di s. Domenico di Fiesole, disse: Io credo, che questo frate vada in cielo a considerare quei beati volti, e poi li venga a dipingere qua giù fra di noi. Non si poneva mai a dipingere, che prima non facesse orazione. Dipingendo l’immagine di nostro Signore Crocifisso, andava insieme bagnando il suo volto di lagrime. Le teste della santissima Vergine le dipingeva stando in ginocchio. Fu di tanta umiltà, che ricusò generosamente l’arcivescovato di Firenze offertogli da Nicolò V, ed indusse il papa a conferirlo a sant’Antonino, quell’uomo tanto celebre, che fu con la dottrina e con la santità splendore di questo santo Ordine. Il corpo di questo beato pittore è sepolto in questa chiesa nell’entrare della porta verso il Collegio Romano a mano sinistra dirimpetto al vaso dell’ acqua santa, con la sua figura antica di basso rilievo in piedi, sotto cui si leggono i seguenti versi composti da Nicolò V.

Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles,
Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam.
Altera nam terris opera extant, altera caelo,
Urbs me Ioannem flos tulit Etruriae.

Celebre è quivi la compagnia del santissimo Rosario, che fu istituito da s. Domenico, e prorogato per tutto il mondo. Il recitare il rosario a coro ebbe principio ne’ chiostri di questo convento l’anno 1600 tre volte la settimana: poi s’introdusse dal padre Timoteo Ricci predicatore insigne di recitarlo in chiesa a vicenda gli uomini e le donne, aggiuntavi la spiegazione dal pulpito de’ misteri della vita di Gesù Cristo. Famosa altresì è la compagnia quivi istituita della santissima Annunziata, dal dottissimo cardinale Torrecremata quivi sepolto, primo maestro del Sacro Palazzo; la quale oggidì per diversi legati pii ed eredità è arrivata a tanta ricchezza, che ogni anno dà la dote per mano stessa del Papa a gran numero di zitelle; e qui perciò si fa la solenne cavalcata, e cappella cardinalizia nel giorno medesimo dell’Annunziata. Altre opere di segnalata pietà si fanno in questa nobile confraternita.

La prima archiconfraternita del santissimo Sacramento, che si piantasse in Roma, e nella Chiesa, è questa della Minerva; ed in questa pure si alzò in Roma la prima volta il tabernacolo sopra l’altar maggiore per tenerlo rinchiuso con la dovuta decenza e splendore: quantunque il cardinal Baronio nell’anno 570 asserisca, che questo uso fu introdotto nella sua Chiesa da Felice vescovo di Bourges nel medesimo anno. Fu questa arciconfraternita istituita da Tommaso Stella famoso predicatore, e gran servo di Dio, e n’ebbe perciò il privilegio di fare la prima processione dopo quella del Corpus Domini, a cui intervengono molti cardinali. Segnalata pure è la compagnia detta del Nome di Dio, istituita per isradicare dal popolo le bestemmie e i spergiuri, e in essa si trova, che s. Ignazio Loiola prima di fondare la compagnia di Gesù vi fu scritto. Un’altra compagnia pure v’ha detta del Salvatore, la cui gloriosa trasfigurazione è dipinta col raro pennello di Raffaele d’Urbino.

Sono in questa chiesa sepolti quattro Sommi Pontefici; due nel coro, che sono Leone X gran mecenate e protettore de’ letterati; e Clemente VII, nel cui tempo avvenne il funesto sacco di Roma; nella cappella de’ Caraffa, Paolo IV in un sontuoso deposito fattogli erigere da san Pio V, ed in quella dell’Annunziata Urbano VII, che lasciò questa nobile compagnia sua erede; in memoria della cui liberalità si fece il seguente epitaffio degno da registrarsi [7].

Vrbano VII
Christianae Reipublicae nato
Quidquid in egregium hominem dici potest
Fuil beneficio naturae collatum
Ad Pontificatus apicem eo tardius evecto
Quo celerius invida morte praerepto
Inconsolabili Urbis et Orbis maerore aetat.
Annorum Lxx
Pontificio die XII
Archiconfraternitas Sanctissimae Annuntiatae
Ob amplifìcatos sine exemplo redditus
In pauperum Virginum dotes erogandas
Haeres ex assi protectori munificentissimo
Munus singolari religione debitum
Dedicavit.

In questa chiesa, cioè nella sacristia furono fatti due conclavi, ed in essa eletti due Sommi Pontefici, – che furono Eugenio IV e Nicolò V. Celebre pure è la cappella degli Aldobrandini, fabbricata sontuosamente da Clemente VIII, arricchita di superbissime pitture e statue, che muove a meraviglia ognuno che le mira, e fra l’ altre quella del padre e della madre di detto pontefice. Accanto all’altar maggiore vi è un altra statua eccellente di Michelangelo Bonarroti, che rappresenta al vivo l’immagine del nostro Salvatore Gesù Cristo, a cui i fedeli baciano con divozione il piede. Sopra la porta della sacristia sta sepolto il cardinal Latino Frangipane, che fu religioso di quest’Ordine, gran teologo, famoso legista, ed eccellente predicatore, di cui si ha opinione che componesse la Sequenza de’ morti. Avanti la chiesa sta pure nell’atrio il famoso teologo Enrico cardinal Caietano, che per gran sentimento d’ umiltà non volle esser sepolto in Chiesa, anche per concorrere nei sentimenti degli antichi canoni della Chiesa, che non si seppelliscano nei templi i cadaveri, ma nei cemeteri, come in molte parti si usa. Qui pure sta Paolo Manuzio figliuolo di Aldo celebre grammatico.

Le cose più degne d’osservazione di questo divoto e venerabil tempio, oltre le più sacre accennate, sono un immagine di s. Domenico nella prima cappelletta del Presepio a mano destra del cavalier d’Arpino; l’immagine sopra l’altare nella cappella di s. Ludovico Bertrando, del Bacciccia illustre pittore di quei tempi; la nobil cappella della santissima Annunziata è tutta di Cesare Nebbia; e quella degli Aldobrandini, cioè le statue rarissime col disegno della medesima, è del famoso scultore Giacomo Porta di Porlezza nel milanese. La cena di Nostro Signore è opera perfettissima di Federico Barocci. Il Crocifisso ch’è nella cappelletta vicina, è del celebre Giotto fiorentino. Tutta la cappella di s. Tommaso è con gran finezza di lavoro ammirabile di Raffaellino del Garbo fiorentino; e la tavola dell’Annunziata si stima del beato Giovanni da Fiesole. Marcello Venusti dipinse nella cappella del Rosario la vita di santa Caterina da Siena; e l’immagine stessa, di gran venerazione, della santissima Vergine è del suddetto beato Giovanni da Fiesole. Il preziosissimo Cristo di marmo vicino all’altar maggiore di Michelangelo Buonarroti. La statua del cardinal Pimentelli è del cavalier Bernini: e gli altri ornamenti sono dell’ingegnoso scarpello d’Ercole Ferrata comasco [8].

Fu questa chiesa sommamente amata, e frequentata da s. Filippo Neri, il quale spesse volte ci venne a salmeggiare con i padri, anche di notte tempo in coro, godendo il santo vecchio di trattenersi quivi in santi esercizi di pietà, con molti religiosi di quest’ordine da esso venerato assai, perché diceva egli di aver ricevuto da esso le primizie del suo spirito; anzi per la stima che faceva d’una religione sì celebre e fruttuosa nella Chiesa di Dio, volle averne la figliolanza. In questa chiesa pure nell’occasione dell’esposizione del Santissimo fu fatto degno di vedere visibilmente nell’ostia consacrata Gesù Cristo che dava con la sua mano la benedizione a tutti quei ch’erano presenti.

La Stazione di questo giorno nella presente chiesa, non è delle perpetue antiche: ma solo s’ottiene di tempo in tempo per il settennio, in riguardo della celebrità della chiesa, nella quale in ogni tempo con gran comodo, ed edificazione di tutta Roma, nel cui centro ella si trova, vi è frequenza, e vi risplende il culto divino cambiato con pubblica felicità, e vantaggio dalle sue antiche profanità, con le quali solevano gli antichi romani onorare Minerva loro nume; questo venerabilissimo tempio è divenuto teatro di cristiana pietà; ed il vicino convento per la moltiplicità dei soggetti illustri che vi risiedono, e delle lettere sagre, che vi s’insegnano, è uno splendido e celebre ateneo formato dalla romana grandezza dei secoli ecclesiastici.

DELLA LIMOSINA

È la limosina a guisa d’un pozzo, nel quale sempre più cresce l’acqua, quanto più se ne cava; ovvero come il latte nelle mammelle, che nel medesimo tempo che si succhiano, crescono e si riempiono di latte. (S. Clemente Alessandrino).

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[1] Il Pantheon fu fondato nel 726 della fondazione di Roma, e venne consacrato al culto cristiano nel 610 dell’era volgare: onde dalla fondazione all’anno che fu convertito in tempio cristiano corsero soltanto anni 631.

[2] I soli cannoni per il Castello s. Angelo assorbirono libbre di bronzo 448,286.

[3] Raffaello morto nel 1520 ordinò per testamento che fosse ristaurato l’altare della Madonna e che fosse abbellito con marmi a spese della sua eredità. Volle inoltre essere sepolto accanto all’altare, e che sopra la sua tomba fosse collocata una statua della Vergine, la quale fu scolpita, come si vede al presente, da Lorenzo Lotti. Nel 1833 le ceneri di Raffaello furono cercate, e trovate appunto sotto il volto, che sorregge la suddetta, statua, e collocate in un urna di marmo furono riposte nello stesso luogo, con grandissimo concorso di popolo. Di questo avvenimento ha pubblicata una relazione colle stampe il principe D. Pietro Odescalchi.

[4] Questa compagnia fu eretta da certo D. Desiderio Adiutorio, canonico di questa chiesa, il quale nel tornare da un suo viaggio in Palestina portò seco della terra presa nei luoghi santificati dalla presenza di Gesù Cristo. La compagnia fu fondata nel 1545, ed è quella che vi sussiste tuttora sotto il nome di congregazione dei Virtuosi al Pantheon.
In questa chiesa, oltre Raffaello, stanno sepolti altri distinti artisti, quali sono Annibale Caracci valente pittore, Baldassarre Peruzzi distinto architetto, Pierino del Vago e Giovanni da Udine, pittori eccellenti e contemporanei di Raffaello, poi Taddeo Zuccari altro pittore e Flaminio Vacca scultore.

[5] Questo distico fu dettato dal cardinal Bembo.

[6] I busti degli artisti sepolti in questa chiesa furono nel 1820 levati e trasportati in Campidoglio, dove ebbe cosi origine la protomoteca, la quale ogni anno va arricchendosi dei busti degli uomini distinti nelle arti e nelle lettere.

[7] Vi è sepolto anche Benedetto XIII, a cui nella bellissima cappella di s. Domenico fu innalzato un grande monumento.

[8] Questa chiesa ricca di tante memorie e di tanti monumenti era ridotta però ad un vero squallore. I padri Domenicani fino dal secolo passato mostrarono grandissimo desiderio di ristaurarla; ma trovarono impossibile l’attuarlo; ma nel 1848 non lasciandosi imporre da alcuna difficoltà si accinsero coraggiosi all’impresa. Ne affidarono la direzione al converso domenicano fra Girolamo Bianchedi, valente artista, il quale esaminato attentamente questo tempio, presentò i disegni per la esecuzione. Il Bianchedi all’arco di tutto sesto, che sovrastava l’ingresso del presbiterio e dell’abside, e del coro, e che minacciava rovina, sostituì il diagonale, riducendo a diagonali anche i tre finestroni che lo chiudevano. Tentò di dare, per quanto era possibile, alle volte più sensibile il sesto acuto, che rispondesse proporzionatamente agli archi, e per meglio conseguire ciò fece con accorgimento correre per le volte da un’arco all’altro delle fascie, le quali produssero mirabilmente all’occhio l’effetto desiderato. Morto il Bianchedi, sulle traccie da lui lasciate, vennero dipinte le volte, le pareti e furono coperti i pilastri di scaiola: e fatto il pavimento di marmo. Le volte furono tinte di azzurro tempestato di stelle d’oro e nei spicchi o compartimenti vi si effigiarono i profeti maggiori, gli evangelisti, gli apostoli; nelle ali della crociera i santi padri, e nel fondo sopra la centinatura degli archi l’Annunziata. All’intorno poi della chiesa corrispondenti sopra il giro degli archi dentro cornici dorate veggonsi dipinti in mezza figura i santi e le sante le più illustri dell’ordine dei Predicatori. I vetri delle finestre sono colorati a figure e a rabeschi: per cui la chiesa si tinge come di una vaga iride. Le colonne a scaiola imitano perfettamente il marmo caristio e bianco e ogni altra specie marmorina; ed ora esse sono, come anche i pilastri, sgombre della moltitudine dei sepolcrali monumenti, i quali vennero collocati nelle navi minori. Il nuovo pavimento è di marmo di carrara e di bardiglio, e nel disegno è assai commendevole.
All’altar maggiore fatto nel 1725 in marmo, ma con disegno pesante e grave, non confacente al restante della chiesa, venne sostituito un bellissimo altare di metallo di stile gotico. Sotto questo altare entro un urna di marmo bianco sta il corpo di santa Caterina da Siena, la quale stava prima nella cappella del Rosario, appartenente alla famiglia Capranica. Nei due pilastri prossimi all’altar maggiore sorgono in uno la statua del Redentore, opera di Michelangelo e nell’altro la statua di s. Giovanni Battista fatta in quest’anni dal sig. Obici di Carrara.
I grandi restauri di questa chiesa, che costavano non meno di 122,000 scudi furono condotti a termine nel 1853: ed ai tre di agosto il maestoso tempio fu riaperto al pubblico culto. La mattina del 4 agosto vi andò il sommo Pontefice Pio IX a celebrare la messa, lasciandovi poi in dono magnifici paramenti e arredi sacri. Nelle ore pomeridiane, fuvvi una solenne processione col corpo di s. Caterina, la quale venne poscia collocata sotto l’altar maggiore entro un’urna d’argento rinchiusa nell’antica di marmo.

C. B. PIAZZA, Eorterologio ovvero le sacre Stazioni Romane e feste mobili, Roma, Aureli, 1858, pp. 456-472.

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Roma, Una Voce Italia fa dire una messa per la cessazione dell’epidemia da ebola

Sabato 21 febbraio 2015 alla parrocchia personale della Ss.ma Trinità dei Pellegrini in Roma, Una Voce Italia d’intesa con la Federazione Internazionale Una Voce ha fatto dire una messa applicata per la cessazione dell’epidemia da ebola, seguita dal canto delle litanie dei Santi. La funzione è stata celebrata da padre William Barker fssp.

L’iniziativa ha inteso rispondere all’appello lanciato da Una Voce Sudafrica – a nome di tutti i soci e simpatizzanti del movimento in Africa – alle associazioni membro della FIUV di promuovere messe, processioni e litanie per impetrare dalla Misericordia divina la fine dell’epidemia che nel continente africano ha ormai superato i 21.700 casi segnalati con 8.641 decessi (dati OMS al 18 gennaio 2015).

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Messa 21 febbraio 2015 alla SS.ma Trinità dei Pellegrini Roma per la cessazione dell'epidemia da ebola 1

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Messa 21 febbraio 2015 alla SS.ma Trinità dei Pellegrini Roma per la cessazione dell'epidemia da ebola 2

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Messa 21 febbraio 2015 alla SS.ma Trinità dei Pellegrini Roma per la cessazione dell'epidemia da ebola 3

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Messa 21 febbraio 2015 alla SS.ma Trinità dei Pellegrini Roma per la cessazione dell'epidemia da ebola 4

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Le messe tridentine a Verona

Rettoria di S. Toscana Verona

Rettoria di S. Toscana
Piazzetta XVI Ottobre 27 (Porta Vescovo), Verona
ogni domenica e festa di precetto alle 11

 

Chiesa di S. Fermo Minore di Bra, vulgo dei Filippini Verona

Parrocchia di S. Fermo Minore di Bra
vulgo dei Filippini
Via Filippini 16, Verona
ogni domenica alle 9

 

Santuario della Madonna della Salute Dossobuono Verona

Santuario della Madonna della Salute
Via Mantovana 149, Madonna di Dossobuono
ogni domenica e festa di precetto
e ogni martedì alle 20

Info +39 345 0896349, verona@unavoceitalia.org

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Le messe tridentine a Genova

Abbazia di S. Stefano Genova

Abbazia di S. Stefano
Piazza Santo Stefano 1 (sopra Via XX Settembre), Genova
ogni domenica e festa di precetto alle 9:30
ogni primo venerdì e ogni primo sabato
del mese alle 9

 

Chiesa di S. Biagio Genova

Parrocchia di S. Biagio
Via S. Biagio 41 Valpolcevera, Genova
ogni domenica e festa di precetto alle 17

Alle chiese di S. Carlo e di S. Ambrogio di Fegino la messa tridentina non è più celebrata.

A cura di Una Voce Genova Sezione Card. Siri di Una Voce Italia,
per informazioni +39 340 0692631, info@cattolicigenovesi.org

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Santa Pasqua 2015

5 Aprile

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PASQUA  DI  RISURREZIONE

DI  NOSTRO  SIGNORE  GESÙ  CRISTO

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja.

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Celebrazioni della Settimana Santa 2015

Ss. Trinità dei Pellegrini ai Catinari 

ROMA
Parrocchia rituale della Ss.ma Trinità dei Pellegrini ai Catinari, Via dei Pettinari 36/A

– Mercoledì Santo 1° aprile ore 20:30 ufficio delle Tenebre
– Giovedì Santo 2 aprile ore 18:30 messa in Coena Domini; ore 20:30 ufficio delle Tenebre
– Venerdì Santo 3 aprile ore 15 Via Crucis; ore 18:30 Passione del Signore; ore 20:30 ufficio delle Tenebre
– Sabato Santo 4 aprile ore 22:30 Veglia pasquale
– Domenica di Pasqua 5 aprile ore 9 messa; ore 11 messa solenne; ore 17:30 vespri solenni; ore 18:30 messa.

Fraternità Sacerdotale di San Pietro, tel. +39 06 68300486, web roma.fssp.it

 

Chiesa di S. Gaetano Firenze
FIRENZE
Chiesa di S. Gaetano, Piazza degli Antinori

– Mercoledì Santo 1° aprile ore 19:30 ufficio delle Tenebre.
– Giovedì Santo 2 aprile ore 17 messa in Coena Domini, traslazione e riposizione del SS.mo Sacramento; ore 19:30 ufficio delle Tenebre (la chiesa rimane aperta fino alla mezzanotte)
– Venerdì Santo 3 aprile ore 17 Passione e Morte del Signore, orazioni solenni, adorazione della S. Croce; ore 19:30 ufficio delle Tenebre
– Sabato Santo 4 aprile ore 21:30 Veglia pasquale
– Domenica di Pasqua 5 aprile ore 11 messa solenne

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, web icrss.it

 

Chiesa di S. Simon Piccolo a Venezia
VENEZIA
Chiesa di S. Simon Piccolo, Fondamenta omonima (di fronte alla stazione S. Lucia)

- Giovedì Santo 2 aprile ore 20 messa in Coena Domini, lavanda dei piedi e spoliazione degli altari
– Venerdì Santo 3 aprile ore 15 Via Crucis; ore 19 Passione del Signore
– Sabato Santo 4 aprile ore 22 Veglia pasquale
– Domenica di Pasqua 5 aprile ore 11 messa cantata
– Lunedì di Pasqua 6 aprile ore 11 messa.

Fraternità Sacerdotale di San Pietro, web venezia.fssp.it pagina fb www.facebook.com/SanSimeonPiccoloVenezia/

 

Chiesa di S. Francesca da Paola, Lecce
LECCE
Chiesa di S. Francesco da Paola, Piazzetta Peruzzi

- Mercoledì Santo 1° aprile ore 22:30 ufficio delle Tenebre
– Giovedì Santo 2 aprile ore 17 messa in Coena Domini; ore 22:30 ufficio delle Tenebre
– Venerdì Santo 3 Aprile ore 17 Passione del Signore; ore 22:30 ufficio delle Tenebre
– Sabato Santo 4 aprile ore 19 Veglia pasquale
– Domenica di Pasqua 5 aprile ore 11 messa

A cura di Una Voce Lecce Sezione di Una Voce Italia, email giuseppe.capoccia@gmail.com


Rettoria di S. Toscana Verona
VERONA
Rettoria di S. Toscana, Piazzetta XVI Ottobre 27 (Porta Vescovo)

– Giovedì Santo 2 aprile ore 20 messa in Coena Domini
– Venerdì Santo 3 aprile ore 15 Passione e Morte del Signore; ore 20 Via Crucis di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; confessioni dalle 9 alle 11
– Sabato Santo 4 aprile ore 21:30 Veglia pasquale; confessioni dalle 9 alle 11 e dalle 15:30 alle 18:30
– Domenica di Pasqua 5 aprile ore 11 messa
– Lunedì di Pasqua 6 aprile ore 11 messa

A cura di Una Voce Verona Sezione San Pietro Martire di Una Voce Italia, tel. +39 345 0896349 email verona@unavoceitalia.org

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Mons. Léon Gromier, Messa letta celebrata dal vescovo

Per celebrare la messa privata il vescovo assume i paramenti all’altare. Quello che i cappellani preparano a tal fine. Quali paramenti si usano. Attribuzioni dei cappellani. Il primo porta il bacio di pace con lo strumento a un cardinale, a un prelato, a un principe presente alla messa. Il messale usato dal vescovo celebrante non si porta a nessuno per essere baciato, ma se ne porta un altro. Il vescovo si lava le mani due volte nella messa. I paramenti si depongono sull’altare.

1. Prima di celebrare la messa, il vescovo assume i paramenti posti sull’altare ove celebrerà, non in sacrestia, dopo essersi lavato le mani con l’aiuto di un familiare.

Il Cæremoniale episcoporum (in seguito C. E.) suppone la messa celebrata pubblicamente, episcopalmente, in quanto il prelato ha l’abito prelatizio. Infatti, su questo punto, la regola è la stessa per i cardinali, i vescovi e i protonotari. Se il vescovo non ha l’abito prelatizio, deve pararsi in sacrestia. Questo non lo priva di distinzioni: innanzi tutto indosserà la berretta violacea (né l’episcopato né lo zucchetto dispensano dalla berretta); poi se è sufficientemente assistito farà portare il calice davanti a sé, o anticipatamente; lo stesso per il manipolo; infine all’altare userà il canone, la bugia e la brocca, secondo le possibilità.

Alla messa letta i familiari sono gli stessi e hanno gli stessi doveri che agli uffici solenni. In conformità con il capitolo 11, numero 11, ne occorrono due: uno porta la brocca con il bacile, l’altro il vassoio con il manutergio. Quando il vescovo ha terminato la preparazione, dopo essersi tolto la mozzetta o la mantelletta, si lava le mani ai piedi dell’altare, in piedi e coperto con la berretta, che depone poi sul vassoio del manutergio.

2. Il calice, il messale, il canone e tutto quello che prescrivono le rubriche del Messale saranno preparati in anticipo, parte sull’altare, parte sulla credenza da uno dei cappellani (o da altri incaricato di questo). Il vescovo deve avere almeno due cappellani in cotta per servirlo.

Il testo latino mette il canone all’ablativo (aggiunta posteriore): questo fa pensare alle rubriche del Messale e del Canone, ora il canone non contiene rubriche generali. Se dunque si desidera un senso accettabile, bisogna mettere canone al nominativo, tra gli oggetti da preparare.

Chi saranno i cappellani del vescovo? Di norma i suoi cappellani particolari, che fanno parte della sua famiglia vescovile. I canonici sono i ministri del vescovo, non i suoi cappellani o i suoi familiari.  Essi sono più di questi ultimi, e non sono obbligati a farne le funzioni. Tuttavia non vi è una proibizione, soprattutto in caso di bisogno. Il loro ruolo è unicamente quello di cappellani o chierici che servono all’altare: esso non è in alcun modo comparabile con quello dei diaconi assistenti, del prete assistente, del diacono e del suddiacono. Questo principio, dato per la messa letta ordinaria, non si applica alla messa letta celebrata in paramenti pontificali per le ordinazioni o la consacrazione di un vescovo. Chiedendo almeno due cappellani per servire il vescovo il C. E. non esclude la presenza di chierici inferiori per trasportare il messale, presentare le ampolline, suonare il campanello, sostituire i familiari mancanti.

I cappellani devono portare la cotta anche se sono canonici o prelati: in questo caso mettono la cotta sopra il rocchetto. È l’abito che inerisce alla loro funzione. L’abito canonicale è un abbigliamento per il coro e per determinati atti che non lo respingono, ora il servizio all’altare non ammette l’abito canonicale. L’abito prelatizio si trova nella stessa situazione, esso non è neppure esclusivo per il coro, quindi ancor meno per l’altare. Fino alle riforme di san Pio X, in capo al Messale figuravano diversi decreti postivi per ordine di Urbano VIII, ma che non hanno perso nulla del loro vigore. Uno di essi dichiara che nessuno può servire o assistere nella celebrazione della messa con il rocchetto: è dunque necessaria la cotta, compatibile con il rocchetto. Tutti coloro che servono la messa letta al papa mettono la cotta, anche se altrove hanno un altro abito.

I cappellani non devono né possono portare la stola. Le idee sono talmente deviate su questo punto che si vedono cose incredibili: un cappellano con la stola al collo inginocchiato ai piedi dell’altare per rispondere all’inizio della messa, il quale, poi, serve così il vescovo perché si lavi le mani; un cardinale o un vescovo che dice la messa in mezzo a due cappellani entrambi con la stola. Ora il rito romano, che non conosce la concelebrazione, non ammette mai all’altare, operanti simultaneamente, due sacerdoti in questa qualità, in abito sacerdotale. Un sacerdote non mette mai la stola al solo fine di servire il celebrante. Il ruolo dei cappellani non comporta in nessun modo la stola. Scoprire il calice riguarda il suddiacono alla messa solenne. Tenere la patena sotto il mento dei comunicandi appartiene al suddiacono della messa pontificale al trono. Portare l’Ostia per la comunione spetta al suddiacono della messa papale. Tutto questo senza stola. Aprire e chiudere la porta del tabernacolo non richiede la stola. Niente impedisce al vescovo di prendervi e di rimettervi la pisside. Alla peggio, se il cappellano ha degli scrupoli, potrà sempre prendere la pisside da sopra il suo velo.

3. Il vescovo assume i paramenti del colore proprio della messa, quelli che gli prescrivono le rubriche del Messale, con la croce pettorale e l’anello, senza altra insegna pontificale.

Il manipolo si prende dopo la confessione, ma alla messa dei morti prima dell’inizio. In quest’ultimo caso si assumerà prima della stola o dopo la pianeta? Le maniche della tunicella e della dalmatica sono il motivo per cui il suddiacono che indossa la tunicella, il diacono che indossa la dalmatica, il vescovo che indossa l’una e l’altra, assumono il manipolo dopo tutto il resto. Se qualcuno obietta che all’ordinazione del suddiacono il manipolo gli è dato prima della tunicella, si risponde: 1° in questo caso particolare e unico si procede dal meno al più: amitto, manipolo, tunicella; 2° il Pontificale prevede l’eventualità che vi sia una sola tunicella che in questo caso è imposta a tutti gli ordinandi, ma indossata soltanto dall’ultimo, dopo che ciascuno ha già ricevuto il manipolo; 3° alcuni Pontificali del XIII secolo mostrano che vi sono stati tempi e luoghi in cui l’ordinando suddiacono riceveva il manipolo dopo la tunicella. Così stando le cose, assumere il manipolo alla fine della vestizione pontificale divenne una distinzione episcopale. In seguito passò nella prassi, e poi nella regola, che il vescovo assuma il manipolo il più tardi possibile, dopo la processione dal secretarium all’altare, prima di salirvi, vale a dire dopo la confessione. Nondimeno per la messa funebre, che non comporta questa processione, prendere il manipolo fu lasciato alla fine della vestizione dei paramenti, prima dell’inizio della messa. Infine la distinzione di assumere tardi il manipolo si è estesa dalla messa pontificale alla messa privata senza tunicelle: sospesa la causa l’effetto è rimasto, come spesso succede. Tali sono l’origine e l’evoluzione dell’assunzione del manipolo.

Che dice su questa questione il C. E.? Si è visto che per la messa letta, non distingue se essa è di requiem o meno. Alla messa pontificale di requiem (l. 2, c. 11, n. 2) prescrive: “Il vescovo leggerà soltanto le orazioni per i paramenti, da Exue me, Domine; si laverà le mani e si parerà dicendo le orazioni abituali, tranne quelle per i sandali e i guanti”. Alla celebrazione pontificale del Venerdì santo (l. 2, c. 25, n. 6): “Il vescovo assume i paramenti abituali, eccetto i sandali e i guanti; legge le orazioni abituali per i paramenti”. Ora, queste orazioni abituali sono nel Messale sotto la rubrica “Orazioni da dirsi dal vescovo quando celebra pontificalmente”. Esse si trovano nell’ordine che si segue abitualmente, con il manipolo alla fine, senza distinzione tra messa pontificale e messa privata, tra messa di requiem e messa non funebre. Inoltre il canone (estratto autorizzato del Messale), riportando queste orazioni per la messa privata del vescovo, mette sempre quella del manipolo alla fine, senza nessuna riserva.

Resta la rubrica del Messale, che fa sorgere il dubbio. Il Ritus servandus in celebratione missae contiene questa frase: “Se il celebrante è vescovo non assume il manipolo prima della stola, salvo alle messe dei morti, ma lo prende all’altare”. Lo scopo della frase è il seguente: differenziare il vescovo dal sacerdote facendogli assumere il manipolo non prima della stola, bensì all’altare, dopo la confessione, senza confondere il vescovo con il sacerdote facendogli assumere il manipolo prima della stola per la messa funebre. L’incidentale “salvo alle messe funebri”, invece che nel luogo in cui si trova, dovrebbe essere alla fine della frase. Si avrebbe allora: Il vescovo non prende il manipolo prima della stola, ma lo prende all’altare, salvo alle messe funebri. In tal modo si ha un doppio vantaggio: rispettare la distinzione episcopale, soddisfare l’esigenza della messa funebre.

Tutto questo non è affatto un’opinione nuova, in quanto data almeno dal XIII secolo. Guglielmo Durando († 1296), nel suo Rationale divinorum officiorum (l. 4, c. 7, n. 4), dice: “Il vescovo riceve il manipolo dopo la pianeta, non prima. Il sacerdote, al contrario, assume il manipolo prima della pianeta”. Alcuni rubricisti, abbagliati dall’incidentale mal collocata, vogliono che il vescovo alla messa funebre assuma il manipolo alla maniera del sacerdote. Danno eccessivo peso a una rubrica equivoca, tengono poco conto del passato e delle ragioni intrinseche.

4. L’altare coperto con le tovaglie e con un palliotto del colore della messa. Nelle feste solenni si mettono ai lati della croce quattro candelieri con le candele accese. Nelle feste meno solenni e nelle ferie ne bastano due.

Due candele bastano evidentemente per una messa non pubblica. Visto che certe messe lette non episcopali ammettono più di due candele, a che quattro candele sono viste generalmente come prerogativa episcopale, niente si oppone a un minimo di quattro candele e un massimo di sei, quando la circostanza lo richiede.

5. I due cappellani serviranno il vescovo (assistendolo alla preparazione e al ringraziamento, vestendolo e svestendolo dai paramenti), rispondendogli, trasportando il messale (e il calice), servendo le ampolline, coprendo e scoprendo il calice (e la pisside), presentando il manutergio quando si asciuga le mani, facendo tutto il necessario.

Il vescovo fa la preparazione e il ringraziamento su un inginocchiatoio preparato come prescrive il capitolo 12 numero 8, posto a una certa distanza davanti all’altare. I cappellani stanno in piedi ai suoi lati, il primo servendo per il canone, il secondo tenendo la bugia. Per rispondere al vescovo quando comincia la messa, i cappellani devono essere in ginocchio, anche se sono canonici o prelati. Essi non sono i ministri ai quali il vescovo si volge dicendo loro vobis e vos fratres: sono in funzione di chierici servienti verso cui il vescovo non si volge, ed essi devono sottomettersi alla rubrica del Messale. Il prelato uditore di rota, suddiacono della messa papale, è in ginocchio in questo momento; i tre prelati: prete assistente, diacono e suddiacono del celebrante, in presenza del papa al trono, sono in ginocchio in questo momento, anche se sono ministri parati.

All’altare i cappellani si tengono a destra e a sinistra del vescovo quando questi è al centro. Ma quando egli è al lato dell’epistola o del vangelo, la loro collocazione più conveniente consiste nel tenersi entrambi alla sua destra o alla sua sinistra, dunque dalla parte esterna. Questo per tre ragioni. Non hanno motivo per fare diversamente dal diacono e suddiacono. Interporsi tra la croce e il celebrante è qualcosa di scorretto, di irrispettoso. È sgradevole, irrazionale vedere un cappellano con il vescovo sulla predella, e l’altro cappellano sotto la predella (se essa è fatta convenientemente).

Uno dei cappellani si occupa del libro, messale o canone, l’altro del calice. Quest’ultimo fa più che amministrare le ampolline, le mette in opera, di conseguenza svolge il compito del diacono e del suddiacono per il vino e l’acqua. Ma non dice la preghiera Offerimus dell’oblazione, non essendo ministro. Se vi sono chierici inferiori, stanno alla credenza, fanno quello che deve fare il serviente della messa letta e sollevano da tali compiti i cappellani.

6. Se i cappellani sono tre, due di loro potranno, in ginocchio davanti all’altare da una parte e dall’altra, tenere due torce accese durante l’elevazione del S. Sacramento, mentre il terzo assiste il vescovo e suona il campanello. Si suona con tre colpi a ciascuna elevazione, non di più.

Non sembra né utile né conveniente abbandonare il servizio del vescovo per tenere le torce fino a dopo la comunione, visto che le torce possono essere portate dai familiari o dai chierici inferiori, visto che il terzo cappellano resterebbe sovraccaricato dal libro e dal calice. La candela o le torce dell’elevazione sono un segno più antico del campanello, comunque il più nuovo ha spodestato il più vecchio.

La rubrica del Messale dice di suonare due volte: al Sanctus, e a ciascuna elevazione. La modalità del primo suono non è determinata. A ogni elevazione la rubrica ammette tre colpi di campanello, oppure un suono continuo, non alternato. Non è da credere che il C. E. intenda escludere il suono al Sanctus. Dà la preferenza ai tre colpi di campanello a ciascuna elevazione. Tende a limitare il suono, piuttosto che aumentarlo. Non concepisce di portare i tocchi a cinque o addirittura a sei, come talora si sente. Nel calore comunicativo dei congressi eucaristici, i loro dirigenti si fanno contestabili istigatori di innovazioni da ottenere e imporre per abbellire, migliorare la liturgia secondo le loro idee.

7. Se i cappellani non sono tre, due familiari del vescovo, vestiti come tali, potranno tenere le torce. Se non vi è nessuno per tenere le torce, esse potranno essere poste su due grandi candelieri posati per terra. Si accendono le torce prima della consacrazione, si spengono dopo la comunione.

Così termina la spiegazione della distribuzione dei ruoli, già data.

8.  Se alla messa vi è un vescovo, un cardinale, un principe, il primo cappellano, verso l’Agnus Dei, prende (alla credenza) lo strumento della pace munito del suo velo e si inginocchia alla destra del vescovo: (quando questi bacia l’altare) gli presenta lo strumento che il vescovo bacia dicendo: Pax tecum. Egli risponde Et cum spiritu tuo. Poi va a portare la pace facendo baciare lo strumento al vescovo, al cardinale, al principe, anche se sono parecchi, e dicendo a ciascuno Pax tecum, e ciascuno risponde Et cum spiritu tuo. Il cappellano si guarda dal fare alcuna riverenza ad alcuno prima di presentargli lo strumento da baciare. Solo dopo aver dato la pace, fa la riverenza prescritta. Ciò perché, prima della pace, si considera meno la persona di chi la porta e più la pace portata dall’altare; mentre invece, una volta data la pace, la sua persona diventa rilevante.

Nella seconda frase del testo latino, le parole ad illum non danno alcun senso, mentre ab illo si inseriscono perfettamente.

9. Alla messa del vescovo, dopo la lettura del vangelo (e il suo bacio), il testo del messale non è baciato da nessuno dei presenti, anche gran principe o prelato (superiore al vescovo). Se si fa baciare il vangelo a un gran principe, a un cardinale, (a un prelato superiore al vescovo), non gli si presenta il messale usato dal vescovo, ma un altro messale.

10. Il vescovo si lava le mani due volte durante la messa: dopo l’offertorio e dopo la comunione. Ogni volta (come in quella prima della messa), un familiare tiene la brocca e il bacile, (l’altro il manutergio sul piatto), un cappellano presenta il manutergio.

11. Alla fine della messa, il vescovo dà la benedizione dicendo: Sit nomen Domini benedictum, etc., ma non usa né mitra né pastorale, e non gli si tiene la croce davanti se è arcivescovo. Per il resto, il vescovo osserva le rubriche del Messale.

Il divieto di usare la mitra nella messa letta non obbliga il vescovo che voglia prendervi la parola a restare scoperto. Mentre parla in piedi o seduto può coprirsi con la berretta.

 

da: L. GROMIER, Commentaire du Cæremoniale episcoporum, I, 29, Paris, La Colombe, 1959, pp. 230-236, traduzione italiana di Fabio Marino.

Cfr. www.unavoce-ve.it

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Mons. Giovanni Battista Maria Menghini, Messa letta da un Cardinale, Vescovo o altro Prelato

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f) Nella Messa letta da un Cardinale, Vescovo o altro Prelato.

1. Nella Messa letta, celebrata con qualche solennità in qualunque Chiesa od Oratorio, da un Cardinale, o da un Vescovo o altro Prelato, dovrebbero assistere, nell’ufficio di Cappellani, Chierici in Sacris; ma se questi mancassero potranno surrogarli anche due Chierici inferiori (D. 4181, III) (1).

2. Per questa Messa si accenderanno all’Altare almeno quattro Candele, e se il Prelato ha l’uso del Canone si toglieranno le Carteglorie.

3. Se il Celebrante avrà diritto di leggere la Preparazione della Messa davanti all’Altare, si porrà nel mezzo del Presbiterio il Faldistorio con drappo del colore dei Paramenti, od un genuflessorio coperto di tappeto, verde o violaceo, rosso o violaceo, secondo la dignità (vescovile o cardinalizia) e secondo i tempi, con due cuscini dello stesso colore (2), e su quello superiore si porrà il Canone aperto alla Preparazione della Messa.

4. All’Altare si porrà, dal lato dell’Epistola, il leggile col Messale aperto, con i segnacoli al loro posto. Se il Prelato avrà diritto di vestirsi all’Altare, nel mezzo della mensa, si disporranno i Paramenti, avvertendo che le estremità della Stola pendano egualmente sul davanti dell’Altare, sopra la Pianeta, perché possa agevolmente prendersi, e che il Manipolo (per i Cardinali e per i Vescovi) si col-

___________

(1) Servendo la Messa un Ministro non tonsurato, non toccherà il Calice, e soltanto se è vestito con l’abito clericale assisterà al Messale, voltando i fogli e sostenendo la Bugia (D. cit., VII).
(2) Se il Celebrante non è Cardinale o Vescovo Ordinario, non si userà il Faldistorio, ma il genuflessorio scoperto, con i soli cuscini.

 

 122

lochi dal lato del Vangelo, separatamente, coprendosi il tutto con un velo dello stesso colore.

5. Sulla credenza si porrà il Calice con tutto l’occorrente, coperto anche dal suo velo (D. cit., n. V); le Ampolle, la Bugia, il Boccale col Bacile, ed altri due piatti, d’argento o dorati, secondo la dignità della persona, o la solennità, uno pel manutergio, l’altro per lo zucchetto.

6. Nella Messa celebrata da un Cardinale, gli oggetti del servizio saranno sempre dorati; ed invece di due si porteranno quattro Torce all’Elevazione.

7. Quando si dovrebbe fare inchino, trattandosi del proprio Ordinario (o d’un Cardinale, extra Urbem o nel suo Titolo), si farà genuflessione. Così la lavanda si ministra stando genuflessi.

8. Nella Messa di un Vescovo o Cardinale, per maggiore solennità, potrà anche il Caudatario sorreggere la coda (DD. 2425; 2976), lasciandola dopo l’Orate, fratres, e riprendendola dopo la Comunione del Celebrante. Però non si userà mai la Mitra e il Pastorale, e se trattasi di Arcivescovo neppure la Croce astile alla benedizione (Caer. Epp. l. 1, c. xxix, n. 11).

9. Nella Messa letta, celebrata con qualche solennità, in abiti prelatizi, da altri Prelati, anche privilegiati: Protonotari Apostolici Partecipanti, Soprannumerari e ad instar, non si fa la terza lavanda delle mani, prima del Communio; se poi non si vestissero all’Altare, una sola volta (come è chiaro) si lavano le mani, come gli altri Sacerdoti.

10. Si avranno presenti le seguenti cose, per fare, nel servizio di dette Messe di solennità, qualche piccola variazione, facile a comprendersi.  Detti Prelati privilegiati possono: 1) far la Preparazione ed il Ringraziamento davanti all’Altare, sul genuflessorio con soli cuscini, senza tappeto (lo stesso per un Vescovo estraneo); 2) assumere le vesti dall’Altare, ma il Manipolo lo prenderanno a suo luogo, come i semplici Sacerdoti; 3) avere almeno tre Chierici, che li assistano, e servano alla Messa (D. 4181); 4) usare Canone, Bugia, Boccale, Bacile, piatto d’argento con manutergio. Non useranno lo zucchetto, né la Croce pettorale, né l’Anello (eccettuati per questo i Protonotari partecipanti), e neppure scioglieranno mai la coda; non diranno il Sit nomen ecc. alla benedizione.

11. Nelle altre Messe: i Protonotari Partecipanti e i Soprannumerari, anche se sono in abiti prelatizi, non differiranno dagli altri se non nell’uso della Bugia; i Protonotari ad instar potranno usare della Bugia, non essendo in abiti prelatizi, soltanto se si tratta di messe celebrate con qualche solennità.

 

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12. I Protonotari Apostolici titolari ed i Prelati Urbani o Domestici, in tali Messe di solennità, possono usare solo la Bugia.

13. Tutti i Prelati però (anche i Vescovi) si asterranno dall’usare la Bugia, presente officialmente l’Ordinario o altro maggiore Prelato.

14. Alla Messa di Requiem non si dà alcun bacio, tranne alla Croce dei Paramenti e a quella pettorale, né il Celebrante bacia il principio del Vangelo; il Manipolo si mette dai Vescovi e Cardinali subito dopo la Croce, e si toglie prima di essa. I cuscini (e il tappeto) del genuflessorio saranno sempre violacei, e la Bugia, il Boccale, il Bacile e i piatti sempre d’argento.

15. È molto conveniente che i Cappellani siano almeno due, vestiti d’abito talare e Cotta, per ministrare presso il Celebrante (Caer. Epp., l. I, c. xxix, n. 2). In tal caso il loro ufficio sarà esercitato come segue:

A) Ufficio del 1° Cappellano

1. Entrando in Chiesa, porgerà al Celebrante l’Acqua benedetta con l’Aspersorio, che sarà preparato nella pila fissa o nel Secchietto (1).

2. Durante la Preparazione (e il Ringraziamento), assiste in piedi, alla destra del Celebrante, che sta genuflesso sull’inginocchiatoio, reggendo la Berretta, che il medesimo gli avrà consegnato, davanti al petto con la sinistra, mentre con la destra volta i fogli del Canone, quando occorre (2).

3. Finita la Preparazione, dà la Berretta al Celebrante, il quale non si copre (se non è Cardinale in giurisdizione a Roma, o dovunque fuori Roma), e l’accompagna all’Altare, dove, prima della genuflessione, riceve di nuovo la Berretta, che porterà alla credenza, sul manutergio preparato nel piatto.

4. Ritorna presso il Celebrante, e gli toglie la Croce pettorale, baciandola anch’esso da un lato, dopo che quegli l’avrà baciata, e la posa sull’Altare. Quindi l’aiuta a togliere la Mozzetta (o la Mantelletta, o entrambe).

5. Se non vi sono i famigliari nobili del Celebrante, ministra alla lavanda, reggendo il piatto col manutergio, avvertendo che solo questa prima volta vi recherà sopra la Berretta.

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(1) Recandosi all’Altare il Celebrante (benché Cardinale in Roma, fuori del Titolo o Diaconia) terrà la Berretta in mano.
(2) Se invece del genuflessorio si usasse il Faldistorio, essendo questo più basso, il primo Cappellano sosterrebbe il Canone, e il secondo la Bugia.

 

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6. Alla vestizione si comporterà come si disse per quella d’un semplice Sacerdote, ma riceverà i Paramenti dal 2° Cappellano; la Croce pettorale s’impone prima della Stola, che non s’incrocerà.

7. Alla Confessione, stando genuflesso, osserverà quel che si disse alla Messa servita in due.

8. Dopo la Confessione, salisce col Celebrante, sollevandogli le fimbrie anteriori delle vesti, e lo assisterà sempre in piedi, e alla sua destra, indicandogli dove deve leggere, e voltandogli i fogli del Messale o del Canone.

9. Se si dice il Gloria, al Pax vobis risponderà, insieme con l’altro: Et cum spiritu tuo.

10. Trasporta il Messale, genuflettendo nel mezzo, e torna alla destra del Celebrante.

11. Alla fine del Vangelo, solleva con la destra alquanto il libro dal leggile, per farne baciare al Celebrante il principio dal sacro testo (1).

12. Per regola generale, non sottoporrà il cuscino alla genuflessione del Celebrante, quando questi trovasi sulla predella dell’Altare (2). Vedere al n. 25.

13. All’Et incarnatus est, dopo aver fatto genuflessione col Celebrante, che aiuterà a rialzarsi, va a prendere il Calice coperto del velo, con la Borsa sopra, e reggendolo con la sinistra pel nodo, e tendendo la destra distesa sopra la Borsa, lo porta all’Altare, dove spiegherà il Corporale, mettendo dal lato del Vangelo la Borsa; e scoperto il Calice, piegherà il velo, che porrà fuori del Corporale, dalla destra. Quindi porterà sulla mensa le Ampolle.

14. Per regola generale (si rammenti che parliamo sempre di Chierici inferiori), infra actionem, non toccherà mai i Vasi sacri; quindi: 1) non consegnerà la Patena con l’Ostia; 2) non astergerà il Calice, né v’infonderà il vino e l’acqua, ma, come al solito, consegnerà le sole Ampolle al Celebrante (D. cit., II, IV); 3) non consegnerà il Calice colo vino, e neppure lo sosterrà all’Offertorio.

15. Se poi il primo Cappellano non fosse neppure tonsurato,

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(1) Il Vangelo, celebrando Messa letta un Vescovo o Cardinale, non si dà a baciare a nessuno, neppure a qualche gran Principe o Prelato presente alla Messa: ma se vi fosse presente un massimo Principe o un Cardinale, questi bacerà un Messale diverso da quello che usa il Celebrante. Riceveranno però essi dal primo Cappellano la pace con l’Istromento (Caer. Epp., l. I, c. xxiv, nn. 8, 9). V. la 1. nota a pag. 129.
(2) Non si comprende perché si voglia sostenere quest’uso, mentre poi, almeno in qualche luogo, non lo si estende a tutte le altre genuflessioni, per es. al Credo. Anche fuori di questo caso le genuflessioni si devono fare usque ad terram (Caer. Epp., l. I, c. xviii, n. 1; l. II, c. xiv, n. 10).

 

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potrà, data la necessità del momento, prima della Messa, essendo fuori di funzione, preparare il Calice velato sulla mensa dell’Altare, e quindi, finita la Messa, riportarlo in Sagrestia (D. cit. VII). In tal caso i paramenti saranno posti dal lato del Vangelo.

16. Al Veni sanctificator, toglie dal mezzo il Canone, e lo appoggia dal lato dell’Epistola, nel luogo della Cartagloria; va quindi insieme col 2* Cappellano, se non vi fossero i famigliari nobili, a prendere gli oggetti per la lavanda.

17. Tornato rimette nel mezzo il Canone, ma prima è meglio che lo sostenga presso il Corporale, perché il Celebrante possa leggervi il Suscipe, sancta Trinitas (1); poi va a prendere il piatto, per mettervi, al principio della Prefazione, lo zucchetto, che avrà tolto al Celebrante, e portarlo alla credenza; non glielo rimetterà se non dopo la Comunione.

18. È prerogativa de’ Vescovi (ratione personae), avere due Torce accese all’Elevazione, e se non vi fossero due Ceroferari, li sostituiranno i domestici, e mancando anche questi, il 1° Cappellano accenderà i Ceri dei due grandi Candelieri, se vi saranno, posti ai lati fuori dell’Altare, e li spegnerà dopo la Comunione (Caer. Epp., l. cit., n. 7).

19. Nel tempo del Memento, sta alquanto discosto dal Celebrante.

20. Dopo l’Elevazione, per regola generale, genufletterà ogni volta che lo fa il Celebrante, ma non essendo in Sacris, non scoprirà né ricoprirà mai il Calice della Palla. Al Pater noster, non asterge né presenta la Patena (2).

21. Dopo la Comunione della s. Ostia, genuflette sulla predella, va a prender le Ampolle, e ritorna all’Altare, genuflettendo in piano. Si ricordi di rimetter lo zucchetto al Celebrante.

22. Ministra la purificazione e l’abluzione, trasporta il Messale, e ministra alla terza lozione delle mani; va, se è almeno tonsurato, a coprire il Calice, che sarà stato asterso dal Celebrante, e lo riporta alla credenza. Torna quindi ad assistere al Messale.

23. Prima della benedizione, trasporta, se ne è il caso, il Messale dall’altra parte.

24. Risponde col 2° Cappellano al V). Sit nomen Domini benedictum. R). Ex hoc nunc et usque in saeculum. V). Adiutorium nostrum in nomine Domini. R). Qui fecit caelum et terram; e riceve in ginocchio la trina benedizione, facendosi un solo segno di Croce.

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(1) Potrà anche portarlo chiuso dal lato del Vangelo posandolo sull’Altare.
(2) Nella Messa per Benedizione di Nozze, celebrata da un Vescovo o Cardinale, si dà la pace con l’Istromento agli Sposi; ciò farà il primo Cappellano.

 

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25. Assiste col 2° Cappellano, sorreggendo il Canone, al Vangelo di S. Giovanni; non genuflette all’Et verbum caro factum est, sorreggendo il Canone aperto: e terminato il Vangelo, lascia il Canone chiuso sulla mensa, scende dalla predella, e va a collocare nel mezzo dell’infimo gradino (ovvero della predella) il cuscino pel Celebrante, sceso che sia per recitare le Preci.

26. Quindi lo aiuta a spogliarsi dei sacri Paramenti; gli ripone la Mozzetta (o Mantelletta, o l’una e l’altra) e la Croce pettorale, e finalmente gli consegna la Berretta, accompagnandolo al Faldistorio o genuflessorio.

27. Assiste al Ringraziamento, come fece alla Preparazione.

B) Ufficio del 2° Cappellano

1. Alla Preparazione, assiste alla sinistra del Celebrante, reggendo con la mano destra la Bugia, che, finita la Preparazione, porta insieme col Canone sull’Altare, genuflettendo in piano prima di salire.

2. Colloca il Canone nel mezzo dell’Altare, appoggiandolo, come si usa della Cartagloria, aperto alle parole Aufer ecc. Accosta la Bugia al Canone, dalla parte del Vangelo (cfr. Caer. Epp., l. I, c. xx, n. 1).

3. Porta la Mozzetta (o Mantelletta, o ambedue) sul cuscino superiore dell’inginocchiatoio. 

4. Se non vi sono i famigliari nobili, ministra alla prima lavanda con Boccale e Bacile.

5. Alla vestizione, porge i Paramenti al 1° Cappellano, in modo che questi possa imporli al Celebrante; e lo coadiuva in questa azione.

6. Avvertirà di non mettere il Manipolo al Celebrante, se non dopo l’Indulgentiam, lo terrà perciò con sé, poggiato sul braccio sinistro, mentre in ginocchio risponde alla Confessione. Dopo l’Indulgentiam, si alza, e baciando da una parte la croce del Manipolo, e dandolo a baciare nel mezzo al Celebrante, glielo lega al braccio, baciandone poi anche la mano (1); quindi si pone di nuovo in ginocchio.

7. Salisce, alzando la fimbria delle vesti al Celebrante.

8. Regge poi, sempre con la destra, la Bugia alla sinistra del Celebrante, tenendo l’altra mano stesa sul petto.

(1) Nelle Messe di Requiem però l’imporrà alla vestizione, prima della Croce pettorale; lo toglierà poi alla spogliazione, dopo la Croce.

 

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9. Non scende quando il 1° Cappellano trasporta il leggile, ma accompagna in mezzo, senza genuflettere, il Celebrante, che leggerà sul Canone il Munda cor meum, ecc., e poi al Messale. Alla fine del Vangelo solleverà il libro, per farlo baciare al Celebrante, poi l’accosterà col leggile verso il centro dell’Altare.

10. Al Credo, rimane sempre a sinistra del Celebrante, e per regola generale, reggendo la Bugia, non genuflette mai.

11. Dopo l’offerta del Calice, posa la Bugia tra il Messale e il Canone, e va a prendere il Boccale col Bacile per il Lavabo.

12. Poi torna a sinistra del Celebrante ad indicargli le Secrete (posata la Bugia), e dopo l’ultima toglie il Messale dal leggile, posandolo chiuso sull’Altare, e prende dal mezzo dell’Altare il Canone, aprendolo al Prefazio della Messa. Al Memento si scosta alquanto.

13. All’Elevazione, posa la Bugia sull’Altare, fa ciò che si disse del 2° inserviente della Messa letta d’un Sacerdote (se per caso deve voltare i fogli della Consacrazione, si alza, e poi torna a genuflettere).

14. Dopo l’Elevazione, si alza, e seguita a reggere la Bugia. se v’è chi si comunichi, fatta genuflessione allo scoprimento della Pisside, dopo aver posato la Bugia, si ritira e s’inginocchia, di fianco, dalla parte del Vangelo.

15. Non accompagna il Celebrante con la Bugia, nella distribuzione della Santissima Eucaristia, se pure non sia necessario per mancanza di luce.

16. All’Abluzione, toglie il Canone dal leggile, e ripone tutto al posto, come prima; trasporta la Bugia, stando a sinistra del primo Cappellano, che prende il leggile; posa la Bugia a destra del libro, e va a prendere il Boccale e il Bacile per la 3ª lavanda (1).

17. Quando torna, può supplire, a destra del Celebrante, il primo Cappellano, che andrà alla sinistra a ricomporre il Calice, ma ritornato che sia, si recherà alla sinistra, come al solito.

18. Alla benedizione, genuflette, dopo di aver accostato al lato del Vangelo la Bugia ed il Canone; poi si alza, e vicino al primo Cappellano, che regge il Canone, sostiene con la destra la Bugia.

19. Se si dovrà trasportare il Messale, non moverà il Canone.

20. Finito l’ultimo Vangelo, posa la Bugia, e chiude il libro; scende col Celebrante, gli toglie il Manipolo, che posa, con i debiti

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(1) Il Caer. Epp., l. I, c. xxiv, n. 10, dice “bis lavit”, ma soggiunge in Missa, non contando la lavanda che si fa ante Missam.

 

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baci, sull’Altare. Prende quindi la Bugia, che reggerà stando in piedi durante le ultime Preci.

21. Aiuta a spogliare il Celebrante, pone con ordine i Paramenti sull’Altare; riprende dal genuflessorio la Mantelletta (o la Mozzetta, o entrambe), e poi vi porta il Canone, che aprirà al Ringraziamento della Messa, e la Bugia, che sosterrà, come al principio.

C) Ufficio dei Cappellani, avendosi tre o quattro Chierici

1. Se i Chierici fossero tre, due di loro potranno servire la Messa, come si disse a suo luogo (p. 118 s.), tranne che il 2° inserviente trasporta la Bugia, ed il 1° il libro, ed anche essi risponderanno al Celebrante. Il primo prenderà e riporterà, senza alcuna genuflessione, il piattino alla credenza, per lo zucchetto, al principio della Prefazione. Lo stesso farà dopo la Comunione. Finito l’ultimo Vangelo, sottoporrà il cuscino al Celebrante per le Preci. All’Elevazione, se non v’è altri, potranno essi reggere le due Torcie, ed allora il 2° suonerà il campanello.

2. In tale ipotesi, il Cappellano tralascerà di fare ciò che fanno i due inservienti, ed eseguirà la parte del 1° Cappellano, già descritta, ed a volte anche quella del 2° Cappellano.

3. Alla Confessione starà genuflesso a sinistra del Celebrante, al quale imporrà il Manipolo, come si disse di sopra del 2° Cappellano; poi passerà alla destra per voltare i fogli del Messale, ed in genere rimarrà sempre alla destra del Celebrante.

4. Al Vangelo, passerà alla sinistra, per accostare poi il leggile verso il centro dell’Altare, e porre la Bugia tra il Messale e il Canone.

5. All’Orate, fratres, portando seco il Canone, ritornerà alla sinistra, assistendo al Messale, e poi al Canone.

6. All’Elevazione, si ritirerà di fianco al lato del Vangelo.

7. Ricomposto il Calice, di già asterso, e riportatolo, se egli è tonsurato, alla credenza, di nuovo assiste il Celebrante alla destra.

8. All’ultimo Vangelo, assiste a sinistra, reggendo il Canone, se ne è il caso, ma non genuflette all’Et verbum caro, ecc.

9. Toglie il Manipolo al Celebrante prima delle Preci.

10. Alla vestizione ed alla spogliazione del Celebrante, i due inservienti potranno aiutarlo.

11. Potrà anche uno di essi fare l’ufficio descritto del 2° Cappellano, con qualche lieve modificazione, e l’altro servire la Messa;

 

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in tal caso il predetto reggerebbe il piatto col manutergio alle lavande.

12. Se i Chierici fossero quattro, due faranno da Cappellani, come si è detto, gli altri due da inservienti.

13. Questi, durante la Preparazione ed il Ringraziamento, possono stare in piedi alla credenza, e si presenteranno con gli oggetti alla lavanda, prima della Messa, se non vi sono i famigliari nobili.

14. Alla Confessione, si metteranno ai lati dei due Cappellani.

15. Il 1° inserviente non bacia le Ampolle, ma solo il 1° Cappellano, che le presenta al Celebrante.

16. Dopo che si è infusa l’acqua nel Calice, riporta subito le Ampolle alla credenza, e quindi tutt’e due ministrano al Lavabo, se non vi sono i famigliari, c. s., il che ripetono prima del Communio.

da G. B. M. MENGHINI, Le sacre Cerimonie secondo il Rito Romano per tutti i tempi dell’Anno con il Vespro e la Messa e relativa assistenza pontificale, Roma, Ferrari, 1943, pp. 121-129.

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