Nel trentennale di Paolo Zolli

Paolo Zolli

Oggi 8 maggio 2019 ricorre il trentesimo anniversario della morte di Paolo Zolli, avvenuta a Venezia l’8 maggio 1989. L’associazione tutta ne ricorda la grande figura di combattente la «santa battaglia», come egli stesso era uso chiamarla, per la Messa, e si unisce nella preghiera di suffragio.

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Trieste, il 3 maggio Messa in rito antico per i martiri dello Sri Lanka a S. Antonio Vecchio

Chiesa di S. Antonio Vecchio Trieste

Venerdì 3 maggio 2019 alle ore 18:30, presso la chiesa parrocchiale della B. Vergine del Soccorso (S. Antonio vecchio) alla piazzetta Santa Lucia 2, come ogni primo venerdì del mese, sarà celebrata la santa Messa in lingua latina secondo l’antico messale romano.

La celebrazione, in questa occasione, festa del Ritrovamento della Santa Croce, sarà offerta per i cristiani dello Sri Lanka vittime dell’attentato di Pasqua.

Durante il sacro rito, che sarà officiato al seicentesco altare del Crocifisso, sarà eseguita la Messa in onore di san Giuseppe Calasanzio, op. 63 del compositore di scuola ceciliana Oreste Ravanello (1871-1938), e il proprio del giorno in canto gregoriano. Alla Messa seguirà la benedizione con la reliquia della Santa Croce.

Si ricorda che le celebrazioni in rito antico proseguono, nella stessa chiesa, ogni primo venerdì del mese allo stesso orario.

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Ildefonso Schuster, Venerdì dopo la domenica di Passione. Festa dei Sette Dolori della B. V. Maria

Quest’Ufficio non designa propriamente una festa, ma un giorno commemorativo dei dolori della Beata Vergine, prima d’incominciare il ciclo liturgico dei Misteri di nostra Redenzione e del divin Crocifisso. Le sue prime origini non risalgono al di là del tardo medio evo, ed i Serviti contribuirono moltissimo a diffonderne l’uso. Però la devozione speciale ai Dolori della Vergine, Corredentrice del genere umano, era già da lunghi secoli nell’anima del popolo cristiano. Innocenzo XI nel 1688 istituì una seconda commemorazione dei Dolori della Madre di Dio nel mese di Settembre, ma quest’ultima solennità rivela un carattere alquanto diverso dalla festa di marzo. In quaresima, la Chiesa si associa a Maria nel piangere Gesù Crocifisso; mentre invece la solennità di settembre, a pochi dì cioè dall’Esaltazione della Santa Croce, è piuttosto la festa dei trionfi della Benedetta Madre, la quale, ai piedi della Croce, per mezzo appunto del suo crudele martirio, redense insieme col Figlio il genere umano, e meritò il trionfo della sua esaltazione su tutti i cori degli Angeli e dei Santi.

La composizione della messa, per quanto devota, non rivela tuttavia nel redattore un gran genio liturgico ed un’esatta conoscenza delle antiche leggi e del ritmo che governano i vari generi di melodia ecclesiastica. Così, il salmo introitale è divenuto in grazia sua un tratto del santo Vangelo; – canto che gli antichi riservavano al diacono, tra il fulgore dei candelabri accesi e il profumo degli incensi – le collette, senza regole di cursus, vanno a rilento, perché infarcite di parole; il graduale ed il communio, sono bensì derivati da quelli della messa votiva della santa Vergine, ma il testo venne alquanto rimaneggiato per adattarlo alla festa.

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Introito (Giov., xix, 25-27): «Presso la croce di Gesù stavano sua Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa, Salome e Maria di Magdala». V). «Donna, disse Gesù, ecco tuo figlio; al discepolo poi: ecco la madre tua». V). «Gloria».

La Preghiera è lungi dalla concisione così simmetrica ed armoniosa delle antiche collette dei Sacramentari Romani. Il redattore moderno l’ha infarcita di concetti, tra cui ve n’ha uno assai bello e che anche noi potremmo quest’oggi rivolgere devotamente nella mente: tutti gli eletti circondano la croce. Essi vivono dello spirito del Crocifisso per mezzo della cristiana mortificazione, senza la quale è impossibile custodire la grazia di Gesù; ond’è che l’Apostolo chiamava i gaudenti dei tempi suoi: inimicos crucis Christi. «O Dio, nella cui passione, giusta la profezia di Simeone, una spada di dolore trafisse lo spirito della gloriosa Vergine e Madre Maria; deh! pei meriti e preghiere di tutti i Santi che circondano fedelmente la croce, ci concedi che, venerando noi oggi la di lei trafittura ed i suoi dolori, possiamo felicemente conseguire l’effetto della tua Passione. Tu che vivi e regni, ecc.».

Nelle messe votive fra l’anno, si recita invece la colletta seguente, di sapore medievale, ed assai migliore della precedente:

Preghiera. – «Cristo Gesù, Signore, ora e nell’istante di nostra morte intervenga presso la tua clemenza la beata Vergine Maria, madre tua, la cui santissima anima nel momento di tua passione trapassò una spada di dolore. Tu che vivi, ecc.».

La lezione è tratta dalla storia di Giuditta, (xiii, 22-25) e s’adatta egregiamente a celebrare le glorie della «Corredentrice» del genere umano, la quale, a salvare il mondo dall’ultima rovina, non risparmiò se stessa né l’Unigenito Figliuol suo, ma con una perfetta conformità al volere del Divin Padre, anch’ella, sua Madre Immacolata, l’offrì in sacrificio sull’altare della croce.

Il responsorio graduale ed il salmo tratto, invece che dal Salterio, sono tolti dal Vangelo e da altri versetti della sacra liturgia, adattati alla memoria dei dolori della Madre di Dio.

Graduale. «Mesta e lacrimante, o Vergine Maria, te ne stai presso la croce del Redentore, il Signore Gesù, figlio tuo». V). «O Vergine, Madre di Dio, quegli cui non vale a contenere tutto l’ Orbe, l’autore cioè della vita, divenuto uomo, soffre questo supplizio di croce».

Tratto: «Maria santa, la regina del cielo e la sovrana del mondo stava dolente presso la croce del Signor nostro Gesù Cristo». V). «Voi tutti che passate per via, soffermatevi e vedete se v’ha dolore pari al mio dolore».

Nelle messe votive fra l’anno, quando non si recita il tratto, si dice invece: «Allel. all. Maria Santa ecc. … Gesù Cristo».

Nel tempo pasquale si aggiunge un secondo verso alleluiatico, – veramente la combinazione non è troppo felice – derivato dai treni mestissimi di Geremia, il quale piange la caduta di Gerusalemme;

«Allel.». (Ger., Thren. i, 12): «O voi tutti che passate lungo la via, arrestatevi e considerate se v’ha dolore pari al mio».

L’inno che ora segue al posto della sequenza, è una delle pagine più ispirate della poesia francescana. E’ attribuito a fra Iacopone da Todi, e mentre traspira tutta la grazia e l’ingenua spontaneità che distingue tanto l’arte umbra del secolo xiv, rivela insieme un profondo sentimento religioso. Questo dal punto di vista letterario; quanto poi al lato liturgico, è da osservare che la Sequenza storicamente non è altro che il melisma alleluiatico al quale, invece dell’antico vocalizzo, il medio evo sostituì un testo, da principio in prosa, indi in versi. Per la sua stessa origine, verrebbe quindi esclusa la sequenza ogni volta che si omette l’Alleluia, come durante la quaresima e nelle messe pei defunti: però il Messale di san Pio V ha sanzionato parecchie eccezioni, entrate già nell’uso della Chiesa.

Stabat Mater dolorosa,                              Stava Maria dolente
Iuxta Crucem lacrymosa,                           E in lacrime ai piedi della Croce
Dum pendebat Filius.                                   Donde pendeva il Figlio.

Cuius animam gementem                           La cui anima gemebonda,
Contristatam et dolentem                          Rattristata ed in pena,
Pertransivit gladius.                                    Trapassò una spada.

O quam tristis et afllicta                             O quanto s’attristò e s’afflisse
Fuit illa benedicta                                        Quella benedetta
Mater Unigeniti.                                           Madre dell’Unigenito di Dio.

Quae moerebat et dolebat,                         Piangeva e s’affliggeva
Pia Mater dum videbat                               La dolce Madre, al contemplare
Nati poenas inclyti.                                      Le pene del suo divin Figlio,

Quis est homo qui non fleret,                     Qual uomo avvi mai cbe non piangerebbe,
Matrem Christi si videret                            Se vedesse la Madre di Cristo
In tanto supplicio?                                       In tale strazio?

Quis non posset contristari,                       Chi potrebbe non sentir pena
Christi Matrem contemplari                      Al contemplare la Madre divina,
Dolentem cum Filio?                                    Che soffre insieme col suo Figliuolo?

Pro peccatis suae gentis                             A cagione dei peccati del suo stesso popolo,
Vidit Iesum in tormentis,                            Ella vide Gesù in preda ai tormenti
Et flagellis subditum.                                   E sotto i flagelli.

Vidit suum dulcem natum                          Vide morir desolato
Moriendo desolatum,                                  Ed esalar lo spirito
Dum emisit spiritum.                                   Il suo caro Figlio,

Eia Mater, fons amoris,                              Deh! o Madre, fonte d’amore,
Me sentire vim doloris,                               Che io senta vera contrizione;
Fac, ut tecum lugeam.                                Fa che mescoli alle tue lacrime le mie.

Fac ut ardeat cor meum,                           Fa che mi si accenda d’amore il cuore
In amando Christum Deum,                      Verso il mio Dio, Cristo Gesu,
Ut sibi cornplaceam.                                   Così che io possa a lui piacere,

Sancta Mater, istud agas,                          Fa, o Madre Santa,
Crucifixi fige plagas                                     Che tu m’imprima profondamente in cuore
Cordi meo valide.                                         Le piaghe del Crocifisso.

Tui Nati vulnerati,                                       Dividi meco i dolori
Tam dignati pro me pati,                           Del tuo ferito Figlio,
Poenas mecum divide.                                Che tanto s’è degnato di soffrire per me.

Fac me tecum pie flere,                              Fa che piamente pianga teco,
Crucifixo condolere,                                    E compatisca Gesù Crocifisso
Donec ego vixero.                                        Finché avrò vita.

Iuxta Crucem tecum stare,                       Voglio fermarmi in pianto
Et me tibi sociare,                                       Presso la Croce,
In planctu desidero.                                    Piangendo teco.

Virgo virginum praeclara,                         O Vergine purissima,
Mihi iam non sis amara,                             Non sii avara con me,
Fac me tecum plangere.                            E fammi piangier teco.

Fac ut portem Christi mortem,                 Fa che io riviva la morte di Cristo,
Passionis fac consortem                            Mi associ alla sua passione,
Et plagas recolere.                                      E veneri le sue piaghe;

Fac me plagis vulnerari,                            Che mi feriscano le di lui ferite,
Fac me Cruce inebriari                              Che io m’inebbri della Croce
Et cruore Filii.                                              E del Sangue del divin Figlio.

Flammis ne urar succensus,                     Perché le fiamme non abbiano a divorarmi,
Per te, Virgo, sim defensus                       Mi difendi tu, o Vergine,
In die iudicii.                                                Nel dì del giudizio.

Christe, cum sit hinc exire,                       O Cristo, allorché dovrò uscire da qui,
Da per Matrem me venire                       Pei meriti di tua Madre fa che io conseguisca
Ad palmam vietoriae,                               La palma della vittoria.

Quando corpus morietur,                        Quando il corpo s’addormenterà di morte,
Fac ut animae donetur                             Fa che all’anima sia concessa
Paradisi gloria. Amen.                              La gloria del paradiso. Amen.

(Fuori di Settuagesima si aggiunge l’Alleluia).

La lezione evangelica è quella delle messe votive della santa Vergine durante il tempo pasquale (Giov. xix, 25-27). L’antica pena comminata ad Eva: «In dolore paries», ora ha la sua realizzazione in un senso assai più alto in Maria Santissima, che nel suo acerbo martirio ai piedi della Croce del Figlio, ci rigenera a Dio e diviene così la Madre degli uomini.

Il verso dell’offertorio, (Gerem., xviii, 20) nel suo primo significato si riferisce a Geremia, che colle sue persecuzioni e prigionie simboleggia Gesù Redentore. Il Profeta fa valere contro i suoi persecutori la circostanza che, mentre essi l’odiavano, egli intercedeva per loro presso Dio e tratteneva la divina giustizia, perché non li colpisse in pena dei loro peccati. Tale è appunto l’ufficio dell’Advocata nostra, in cielo. La Chiesa perciò applica questo testo di Geremia anche alla Madre di Dio il giorno della Commemorazione della Santa Vergine del Monte Carmelo, donde l’antifona è derivata anche alla messa odierna.

Offertorio. – «O Vergine Madre, mentre stai innanzi al Signore ricordati di parlare in nostro favore, onde egli allontani da noi il suo sdegno».

La Preghiera sull’oblazione, infarcita di devoti pensieri, letterariamente ha i medesimi difetti che abbiamo notati nella prima colletta: «O Signore Gesù, noi ti presentiamo le preghiere e le offerte nostre, supplicandoti umilmente che, mentre coi pii voti facciamo memoria del cuore dolcissimo della beata Madre tua Maria trapassato (da una spada di dolore); per graziosa intercessione sua e dei numerosi Santi che ai piedi della croce si uniscono ai suoi dolori, pei meriti della tua morte, noi possiamo essere a parte dei meriti dei beati. Tu che vivi, ecc.».

Il protocollo dell’anafora è come per le feste della Santa Vergine, aggiuntavi, s’intende, la memoria della trafittura del suo spirito.

Il verso per la Comunione è il seguente, il quale s’ispira però a quello assegnato alle messe votive della Santa Vergine: «Beati i sensi e il cuore della beata Vergine Maria, che, pur senza morire, meritarono però la palma del martirio ai piedi della croce del Signore».

Dopo la Comunione, si recita questa colletta: «Il Sacrificio cui abbiamo partecipato affine di celebrare devotamente la tua Vergine Madre dal cuore trapassato dal dolore, c’impetri, o Signore Gesù, dalla tua clemenza, l’effetto salutare d’ogni bene. Tu che vivi ecc.».

Quanto è delicata nei suoi sentimenti la Chiesa! Prima d’entrare nella grande settimana «pasquale» e celebrare nella sera della parasceve l’offerta dell’Agnello Immacolato, essa si stringe alla Vergine, perché nessuno meglio di Lei, che ne fu partecipe, può iniziarci alla contemplazione dei dolori del Crocifisso. Contemplazione dico, e nel senso che a quest’ atto attribuiscono i sacri Dottori; giacché non basta che si sappia la storia della Passione e se ne ricostruiscano nella mente con ogni esattezza i particolari. Per comprendere Gesù appassionato, bisogna «viverlo», bisogna essere partecipi dei suoi intimi sentimenti, e far nostre le sue acerbe pene. Questo appunto voleva esprimere Iacopone da Todi col verso cosi scultorio: «Fac, ut portem Christi mortem».

A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano – VII. I Santi nel mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 89-94.

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Roma 19 marzo 2019 messa di san Giuseppe per impetrare il ritorno delle feste di precetto soppresse

Ss. Trinità dei Pellegrini ai Catinari

Martedì 19 marzo 2019 ore 18:30 alla chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini a Roma (Piazza omonima) la Messa tridentina di tabella della festa di san Giuseppe – per iniziativa di Una Voce Italia – sarà detta con l’intenzione di impetrare dal Signore il ritorno delle festività soppresse nel 1977: san Giuseppe, Giovedì dell’Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, e nel resto d’Italia i santi Apostoli Pietro e Paolo.

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Trieste 19 marzo 2019 messa di san Giuseppe per impetrare il ritorno delle feste di precetto soppresse

Chiesa di S. Antonio Vecchio Trieste

Martedì 19 marzo 2019 ore 18:30 alla chiesa parrocchiale della B. Vergine del Soccorso, vulgo S. Antonio Vecchio a Trieste (Piazzetta S. Lucia) Messa tridentina della festa di san Giuseppe, nel XVIII anniversario della consacrazione dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, e con l’intenzione di impetrare il ritorno delle festività soppresse nel 1977: san Giuseppe, Giovedì dell’Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, san Pietro e Paolo.

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Bartolomeo Riceputi, Il Ministro della Messa Privata

§. 1

Prima di ogni altra cosa deve sapere il Ministro della Santa Messa, che cosa sia la Messa, affinche facendo il dovuto concetto della cosa, possa circa di essa adoperarsi con quell’attenzione, che si deve.

I. E’ adunque la Messa una viva rappresentazione della Vita, Passione, e Morte di Gesù Cristo, instituita dal medesimo per Sagrifizio della Nuova Legge, allorche disse: Hæc quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis.

Chiamasi Messa latinamente dal verbo Mitto, quasiche voglia dire: Missio Verbi Æterni in mundum: conforme à quello di S. Paolo: Misit Deus Unigenitum suum in mundum in similitudinem carnis peccati, etc. il che tutto nella Santa Messa co suoi effetti si rappresenta.

II. Il Cherico (così detto comunemente ) ò Ministro della Messa deve essere huomo, maschio, non mai femina; se non fosse per necessità: ed in tal caso può la femina solamente rispondere, standosi fuor de’cancelli, senza mai appressarsi all’Altare.

Dovrebbe essere sempre un Cherico, e se si potesse fare, che fosse Acolito, sarebbe più proprio: che se a’ laici si vede fare tal Ministero, è tolleranza, quando non si può fare altrimente.

Questo Cherico dovrebbe havere in tale Ministero la Cotta; E se ex officio serve la Messa, deve saperla servire secondo le rubriche, e le legittime instruzioni, che à ciò si danno, peccando, se le negligge.

III. Avanti di venire alle azioni, che à questo spettano nello attuale ministero, è necessario, che sia instruito prima di certi modi generali: come sarebbe circa le Riverenze, le Genuflessioni, il tener delle mani, il segnarsi, il percuotersi il petto, il regger gli occhi, il baciare le cose, la conversione della vita, e’l luogo, dove dee stare.

B. RICEPUTI, Il Ministro della Messa privata, in V. M. ORSINI, Opuscula varia variis temporibus pro Beneventana Archidioecesi vel calamo, vel jussu Fr. Vincentii Mariae Ordinis Praedicatorum S. R. E. Cardinalis Ursini Archiepiscopi, nunc Sanctissimi Domini Nostri Papae Benedicti XIII. In lucem edita In unum tandem collecta, novisque typis excusa, Romae, Typis Rocchi Bernabò, 1726, Sumptibus Francisci Giannini Suae Sanctitatis Bibliopolae, p. 114 (§ 1); è stata mantenuta l’ortografia originale. Cfr. unavoceitalia.org («Una Voce Notiziario», 63-64 ns, 2016, p. 11).

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Padova 19 marzo 2019 messa di san Giuseppe per impetrare il ritorno delle feste di precetto soppresse

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Martedì 19 marzo 2019 alle 17 a Padova, chiesa di S. Canziano, il Comitato San Canziano fa cantare la messa di san Giuseppe con l’intenzione di impetrare il ritorno delle festività soppresse nel 1977: san Giuseppe, Giovedì dell’Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, santi Apostoli Pietro e Paolo.

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Pordenone 19 marzo 2019 messa di san Giuseppe per impetrare il ritorno delle feste di precetto soppresse

Chiesa della Santissima, Pordenone

Martedì 19 marzo 2019 ore 18 alla chiesa della Santissima a Pordenone, per iniziativa di Una Voce Pordenone, sarà cantata la messa tridentina della festa di san Giuseppe con l’intenzione di impetrare il ritorno delle festività soppresse nel 1977: san Giuseppe, Giovedì dell’Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, san Pietro e Paolo.

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Ildefonso Schuster, 12 marzo. San Gregorio Magno, Papa, Confessore e Dottore

Vigilia notturna e Messa stazionale a san Pietro.

Questa festa, celebrata anche dai Greci, si ritrova già nel Sacramentario Gregoriano dei tempi di Adriano I, ed è una delle poche penetrate sin da antico nel Calendario Romano durante il periodo quaresimale. Sappiamo anzi che ivi nel secolo ix «eius anniversaria solemnitas, cunctis … pernoctantibus, … celebratur. In qua pallium eius, et phylacterin, sed et balteus eius consuetudinaliter osculantur» (Ioh. Diac., Vita P. S. Gregorii, L. IV, c. 80). La celebrità di san Gregorio (+ 604), e soprattutto il significato simbolico che assunse la sua personalità storica, quando nel medio evo incarnò il concetto del papato romano nella più sublime espressione del suo primato su tutta la Chiesa, giustificavano quest’eccezione. Si può dire infatti, che l’intera età di mezzo visse dello spirito di san Gregorio; la liturgia romana, il canto sacro, il diritto canonico, l’ascesi monacale, l’apostolato fra gl’infedeli, la vita pastorale, tutta, in una parola, l’attività ecclesiastica, faceva capo al Santo Dottore, i cui scritti sembravano esser divenuti come il codice universale del cattolicismo. Il numero
assai grande di antiche chiese dedicate in Roma al Santo Pontefice attesta la popolarità del suo culto, il quale, oltre al suo antico monastero di sant’Andrea al Clivo di Scauro, aveva per centro la sua veneranda tomba nella basilica vaticana.

Giovanni Diacono nel IX secolo ci attesta la religiosità colla quale ancora si conservavano in Roma tutti i ricordi di Gregorio, i Registri delle sue elemosine, il giaciglio, la verga, il codice dell’antifonario e la sua cintura monastica. Il culto di san Gregorio I, in grazia sopratutto dell’Ordine Benedettino, di cui egli è una fulgidissima gloria, e dei nuovi popoli anglosassoni, che riconoscono nel Santo il loro primo apostolo, divenne assai presto mondiale. Infatti, all’indomani della sua morte, colui che ne dettò l’epigrafe sepolcrale nel portico di san Pietro, non seppe meglio esprimere l’universalità della sua azione pastorale, che chiamandolo – lui, l’antico rampollo dei Consoli dell’eterna Roma – il Console di Dio, «Dei Consul factus, laetare triumphis». L’espressione non poteva essere più felice, pari al verso «implebat actu quidquid sermone docebat», della medesima epigrafe.

L’odierna stazione, sin dai tempi di Giovanni Diacono, era a san Pietro, presso la tomba del Santo, ove si celebravano in di lui onore anche le vigilie notturne. Nel secolo xv, in seguo di festa, non si adunava in questo giorno neppure il concistoro papale.

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La messa, posteriore alla raccolta gregoriana, deriva i canti da altre messe più antiche. L’introito è del Comune dei Martiri Pontefici, come il giorno di sant’Eusebio, 16 dicembre. Con delicata allusione all’umiltà di cuore, opposta da Gregorio alla superbia dell’Ecumenico Digiunatore, vi si fa invito agli umili di cuore di benedire Dio, da cui essi riconoscono tutto quello che hanno ricevuto
di bene.

La preghiera è la seguente:
«O Signore, che concedesti il premio dell’eterna felicità allo spirito del tuo servo Gregorio; ci concedi che, sentendoci come oppressi sotto il peso dei nostri peccati, ci risollevi la sua intercessione».

Allo spirito del tuo servo Gregorio: egregiamente detto, mentre il carattere distintivo della spiritualità di san Gregorio, spiritualità che lo designa subito per un monaco della scuola del Patriarca san Benedetto, è espresso tutto in quel titolo da lui per primo adoperato: Gregorio, servo dei servi di Dio. Anche oggi i Papi nei loro atti più solenni, ad imitazione del nostro Santo, prendono il titolo di Servus servorum Dei, che però originariamente, per Gregorio, monaco nel cenobio di sant’Andrea, significava: servo dei servi di Dio, cioè dei monaci (Servus Dei): in una sola parola: l’ultimo del monastero. La tradizione ascetica benedettina sulla virtù dell’umiltà, s’è conservata sempre viva presso tutti i grandi Dottori formati nel chiostro di san Benedetto. Ritroviamo perciò san Pier Damiani che si sottoscrive abitualmente: Ego Petrus peccator, episcopus hostiensis; e Ildebrando che, prima di divenire Gregorio VII, si firma anche lui: Ego Hildebrandus qualiscumque, S. R. E. archidiaconus.

La doppia lezione è del Comune dei Dottori, come il giorno 7 dicembre.

Il graduale è tolto dalla festa di san Clemente, e deriva dal salmo 109, in cui si esalta il pontificato messianico del Cristo: «Iahvè ha giurato e non recederà; tu sei l’eterno sacerdote secondo il rito di Melchisedech». V). «Disse il Signore al mio Signore:» – cioè l’Eterno Padre al Cristo, figlio suo e figlio di Maria, discendente da David – «siedi alla mia destra» – come mio eguale nella potenza e nella maestà della divinità. –

Il salmo tratto è come per la festa di san Paolo I Eremita, il 15 gennaio.

Il verso offertoriale deriva dal salmo 88. «E’ con lui la mia fedeltà e la mia misericordia. La sua potenza prevarrà nel mio nome». Ecco il secreto della riuscita delle intraprese dei Santi. Essi sperano in Dio, e non potranno quindi mancare.

La preghiera sull’oblazione è la seguente: «Per intercessione del beato Gregorio fa, o Signore, che ci sia giovevole questo Sacrificio, per l’immolazione del quale tu accordi il perdono di tutti i delitti del mondo».

Il Sacramentario Gregoriano assegna oggi un prefazio proprio: « … aeterne Deus; qui sic tribuis Ecclesiam tuam sancti Gregorii Pontificis tui commemoratione gaudere, ut eam illius et festivitate laetifices, et exemplo piae conversationis exerceas, et verbo praedicationis erudias, grataque tibi supplicatione tuearis, per Christum, etc.».

Il verso per la Comunione del popolo, è come il giorno di san Saba, il 5 dicembre. Il frumento che Gregorio ha somministrato ai suoi conservi, è l’attività sua pastorale di predicatore indefesso, di maestro vigilantissimo, di pontefice intemerato.

Dopo la Comunione, si recita la preghiera seguente: «O Signore, che sublimasti il beato pontefice Gregorio, sino a pareggiarlo ai meriti dei tuoi più grandi Santi; ci concedi che, celebrandone oggi la memoria festiva, ne imitiamo altresì gli esempi. Per il Signore».

Un artificio del demonio suoI essere quello di suggerirci un ideale ed una forma di perfezione, che a cagione delle circostanze non si può punto realizzare. Tante anime allora, invece di mutar piano e santificarsi nello stato di vita in cui le ha poste la Provvidenza, rimangono inattive, piangendo la loro sorte e sospirando
sempre verso il tipo irrealizzabile della loro santità. Avviene così che perdono un tempo preziosissimo, s’inaspriscono il cuore, cagionano danno alla loro salute, e non sono utili né a sé né ad altri. Bisogna che la perfezione non assurga puramente ad un’astrazione metafisica, ma, come l’aria, penetri tutte le opere della nostra vita. Poco importa che siamo ricchi o poveri, dotti o ignoranti, sani o
infermi. Bisogna servire il Signore nelle condizioni in cui Egli ci ha posti, e non in quelle in cui vorremmo porci noi. Un bell’esempio di questo senso pratico nel cammino della santità, ce l’offre Gregorio. Il suo carattere meditabondo lo spingeva allo studio tranquillo della filosofia, nella pace del chiostro. Iddio invece lo vuole diplomatico, papa, amministratore d’un immenso patrimonio immobiliare, perfino stratego nel dirigere le opere di difesa delle città italiche assediate dai Langobardi; vero console di Dio, dall’attività e dal potere vasto come tutto il mondo. Gregorio, assai spesso trattenuto a letto dalla podagra e dalle sofferenze di stomaco, senza empire l’aria dei suoi rimpianti, s’adatta meravigliosamente a tutti questi uffici, e nell’intento di servire unicamente al Signore, li sostiene con si mirabile maestria e perfezione, che riempie del suo spirito tutta l’età di mezzo, e lascia profonde le orme del suo genio nella successiva vita del Pontificato Romano.

Anche i Bizantini celebrano la santità di Gregorio, al quale, dai suoi quattro libri dei Dialoghi tradotti in greco da papa Zaccaria, danno il titolo di dialogista o di Διαλογος.

In onore del Pontefice il quale può quasi considerarsi come il padre della liturgia romana e del canto ecclesiastico, riferiamo qui un’antica sequenza di san Gregorio, edita già dal Bannister da un codice del secolo xv.

Organum spirituale                        Oggi l’onorabile ceto ecclesiastico
Tangat decus clericale,                   Faccia risuonare un organo angelico,
Dum recolitur natale                       Giacché si celebra il natale
Vigilia Gregorii.                                Di Gregorio, il vigilante.

Scriba Regis Angelorum,              Egli, da studioso discepolo alla scuola del Re degli Angeli,
Floruit hic lux doctorum,               Divenne il vanto e la luce dei Dottori,
Et Apostolus Anglorum,                 L’apostolo dogli Inglesi,
Qui prius inglorii.                            I quali prima se ne stavano senza alcuna gloria.

Ex prosapia Romana,                     Romano di stirpe,
Spreta mundi pompa vana,           Disprezzando le vane pompe del  secolo,
In doctrina Christiana                    Attese indefessamente
Vigilanter studuit.                            Allo studio della dottrina di Cristo.

Rector magnus et urbanus,           Sostenne egregiamente la pretura di Roma,
Cuius pater Gordianus,                   Ebbe a padre Gordiano,
Felix Pontifex Romanus                  E papa Felice romano
Atavus resplenduit.                          Fu il suo bisavolo.

Virgo saeculo pusilla,                      La vergine Tarsilla, tutta umile innanzi al mondo,
Eius amita Tarsilla,                         Fu sua zia materna,
Deo vigilans ancilla                          Essa attese indefessa al servizio di Dio,
Vidit Iesum dulciter.                        E meritò di vedere il dolce Gesù.

Vivens Silvia caelestis,                    Silvia, degna madre d’un tanto Santo,
Mater huius digna gestis,               Visse d’una vita celestiale;
Fixit cor aeternis festis,                   Col cuore sempre intento ai gaudi celesti
Finiens feliciter.                                Incontrò una felice morte.

Monasteria construxit,                   Eresse Gregorio dei monasteri,
Ac prudentia adfluxit,                     Che ordinò con somma prudenza;
Monachalem vitam duxit,              Abbandonata ogni cosa,
Derelinquens omnia.                       Menò vita monastica.

Sed cum cuperet sincere                 Egli sinceramente desiderava
Mori cunctis et latere,                     D’apparir morto al mondo e di vivere nascosto;
Cogebatur apparere                        Invece fu costretto, al pari d’un fiore,
Ut flos inter lilia.                              Tra i gigli a primeggiare.

Eruditus in virtute                           Avviato a virtù
A primaeva iuventute,                    Sin dall’infanzia,
Iter vadens viae tutae,                    Incedendo per la via sicura,
Devitavit crimina.                            Si tenne lungi dalla colpa.

Retexendo cantilenas                      Sofferente di febbri, ne mitigò la pena
Sublevavit febris poenas,                Riordinando le sacre melodie,
Odas addidit amoenas                     Ed ornò i cantici Scritturali
Per Scripturae carmina.                 Di sublimi armonie.

Videns pueros Anglorum,               Al vedere i fanciulli inglesi
Pulchros vultu angelorum,             Dal volto angelico,
Mox misertus est eorum,                 Intenerito,
Suspirando graviter.                        Diede un gran sospiro.

O Pontificem beatum,                       O beato Pontefice,
Per columnam demonstratum,       Designato col segno d’una colonna,
Et a naufrago probatum,                 Preannunziato già dal naufrago
Dignum mirabiliter.                          E degno d’ogni elogio.

Recta scribens, recte vixit,              Scrisse saggiamente, visse santamente;
Quo malivolos adflixit,                     Coi suoi scritti sconfisse gli empi,
Sed correctis benedixit,                    Benedisse i buoni,
Pastor bonus omnibus.                    Facendosi a tutti tenero pastore.

Vigil iste Sanctus fuit,                      Questi fu proprio il Santo vigilante,
Qui ut nubes magna pluit,               Il quale, al pari d’una larga nube, dnfrescò la terra;
Et ut ros de caelo ruit,                      E, simile a rugiada celeste,
Utilis fidelibus.                                   Fu utile ai fedeli.

Monstra fecit in hac vita;               In vita costui, da veggente di Dio, quale egli era,
Verus hic Israelita,                           Operò grandi miracoli;
Quod cognovit eremita (1)              Quali appunto Dio all’Eremita
Ex divina gratia.                               Rivelò per grazia speciale.

Deus fecit Levi pactum,                   Dio strinse con lui, quale altro Levi, una alleanza,
Nec poenituit transactum,              Né ebbe a pentirsene;
Pacis atque vitae factum                 Patto di pace, di vita,
Cum honoris gloria.                          E di gloria immortale.

Es in zonis non compegit,               Non accumulò danaro nella borsa,
Sed pauperibus redegit,                  Ma lo profuse ai poveri;
Quem Salvator praeelegit               Il Salvatore lo predestinò
Organum mellifluum.                      Ad essere come un organo soavissimo della divina                                                                               parola.

Istum deprecemur Sanctum           Noi che viviamo solo di questa vita temporale,
Nos viventes vita tantum,                Scongiuriamo un tanto Santo,
Ut cantemus Agni cantum               Perché possiamo eseguire coi Vergini il canto
Nunc et in perpetuum.                      Dell’Aguello divino, ora e per sempre.

La sequenza contiene l’acrostico: O Servum Servorum Dei.

V’è un’altra sequenza assai più antica, la quale, senza essere stata originariamente composta per san Gregorio Magno, pure gli si adatta mirabilmente, e fu infatti cantata nel solenne pontificale che nel 1904 Pio X celebrò in san Pietro, in occasione del XIII centenario dalla morte del grande Dottore. Il coro dei cantori in quell’occasione, era potente d’oltre un migliaio di voci; ed il Pontefice rimase talmente impressionato dell’effetto immenso prodotto da quella melodia che, terminato appena il solenne sacrificio, ordinò che gli si ripetesse il canto della magnifica sequenza. Questa quindi, consacrata, com’è, dall’approvazione di Pio X in quella solenne occasione, può quasi aver diritto a venir considerata siccome appartenente già alla liturgia romana.

Ecco il testo dell’importante composizione medievale, in puro ritmo, senza rima, formata, come le primitive sequenze, sopra il melisma alleluiatico della messa.

1) Alma cohors una
Laudum sonora
Nunc prome praeconia.
O inclito coro, eleva ora concorde un sublime cantico di lode,

2) Quibus en insignis rutilat
Gregorius ut luna,
Solque sidera.
Ed inneggia a Gregorio, che risplende al pari del sole, della luna, degli astri.

2a) Meritorum est mirifica
Radians idem sacra
Praerogativa.
Egli rifulge per la speciale gloria dei suoi santi meriti.

3) Hunc nam Sophiae mystica
Ornarunt mire dogmata,
Qua fulsit nitida
luculenter per ampIa
orbis climata.
Lo adorna l’intelligenza dei più profondi dogmi della Sapienza, così che risplendé nei più lontani confini del mondo.

3a) Verbi necnon fructifera
Saevit divini semina
Mentium per arva,
pellendo quoque cuncta
noctis nubila.
Egli inoltre disseminò il grano della Divina parola nel terreno dei cuori, e diradò tutte le tenebre della notte.

4) Hic famina fundens diva,
Utpote caelestia
Ferens in se Numina,
Annunziando il divino Verbo, il quale reca in sé la potenza di Dio,

4a) Sublimavit catholica
Vehementer culmina
Sancta per eloquia.
Egli colla sua predicazione sublimò la Chiesa Cattolica.

5) Is nempe celsa
Compos gloria,
Nunc exultat
Inter laetabunda
Coelicolarum ovans
contubernia.
Conseguita ora l’eterna gloria, trionfando, esulta in mezzo al lieto coro dei beati.

5a) Sublimis extat
Sede superna,
Fruens vita
Semper inexhausta.
Sat per celeberrima
Christi pasqua.
E’ stato sublimato su d’un eccelso trono, e negli ubertosi pascoli di Cristo, vive perennemente.

6) O dignum cuncta
Laude, praeexcelsa
Praesulem tanta
Nactus gaudia,
Virtutum propter merita,
Quibus viguit, ardens
Velut lampada.
O Pastore degno d’ogni lode, e che adesso ha ottenuto un’immensa beatitudine, in premio delle virtù, in grazia delle quali, ardé già come una lampada!

6a) Nos voce clara
Hunc et iucunda
Dantes oremus
Preces et vota,
Qui nobis ferat commoda,
Impetret et aeterna
Poscens praemia.
Nel celebrare con gioconde armonie un tant’uomo, porgiamo gli preghiere e voti, perché c’interceda quanto può aiutarci a conseguire il premio celeste.

7) Quod petit praesens caterva,
Praesulum gemma,
Devota rependens munia
Mente sincera,
Favens da
Sibi precum instantia,
Scilicet ut polorum
Intret lumina.
O Gemma dei Pontefici, al coro che ora con sincera mente qui t’offre devoto ossequio, tu accorda quanto appunto questo implora, che cioè possa entrare nel regno lucido del cielo.

7a) Quo iam intra palatia
stantem suprema,
Laeti gratulemur adepti
Polorum regna,
Qui tua
Praesul, sistentes hac aula,
Iubilemus ingenti
Cum laetitia.

8) Recinentes dulcia
Nunc celsaque alleluia.
Affinché, come ora stiamo nel tuo tempio, o Pontefice, così meritiamo di conseguire lietamente il regno del cielo, dove teco congratulandoci, possiamo con immensa letizia far echeggiare melodiosamente un superno alleluia.

Ma non sappiamo allontanarci da sì insigne Pontefice, il cui libro sul governo pastorale nel medio evo era divevuto la regola dei vescovi, tanto che entrava nell’elenco ufficiale dell’arredamento dell’appartamento papale, non sappiamo allontanarci da Gregorio Magno, senza aver prima riferito qui l’elogio sepolcrale che i romani affissero al suo primitivo sepolcro nel portico di san Pietro. Di quella lastra marmorea avanzano ancora, dopo tanti secoli alcuni preziosi frammenti:

SVSCIPE · TERRA · TVO · CORPVS · DE · CORPORE · SVMPTVM
REDDERE · QVOD · VALEAS · VIVIFICANTE · DEO
SPIRITVS · ASTRA · PETIT · LETHI · NIL · IVRA · NOCEBVNT
CVI · VITAE · ALTERlVS · MORS · MAGIS · IPSA · VIA· EST
PONTIFICIS · SVMMI · HOC · CLAVDVNTVR · MEMBRA · SEPVLCIIRO
QVI · INNVMERIS · SEMPER · VIVIT · VBIQVE · BONIS
ESVRIEM · DAPIBVS · SVPERAVIT · FRIGORA · VESTE
ATQVE · ANlMAS · MONITIS · TEXIT · AB · HOSTE · SACRIS
IMPLEBATQVE · ACTV · QVIDQVID · SERMONE · DOCEBAT
ESSET· VT · EXEMPLVM · MYSTICA. VERBA. LOQVENS
AD · CHRISTVM · ANGLOS · CONVERTIT · PIETATE · MAGISTRA
ACQVIRENS · FIDEI · AGMINA · GENTE · NOVA
RIO · LABOR · HOC · STVDIVM · HAEC · TIBI · CVRA · HOC · PASTOR ·
[AGEBAS
VT · DOMINO · OFFERRES · PLVRIMA · LVCRA · GREGIS
HISQVE · DEI · CONSVL · FACTVS · LAETARE · TRIVMPRIS
NAM · MERCEDEM · OPERVM · IAM · SINE · FINE · TENES

Accogli, o terra, un corpo tratto dal tuo seno,
Perché tu lo restituisca a Dio il giorno della resurrezione.
L’anima se n’è volata al cielo, giacché l’inferno non poté vantare alcun diritto
Su di lui, cui la morte fu piuttosto la via per una vita migliore.
In questo sepolcro giace la salma d’un Pontefice sommo,
La cui fama resterà dovunque celebre, a cagione dei suoi immensi meriti.
Egli con elargizioni di cibi mitigò gli orrori della carestia, con le
vesti il rigore dell’inverno,
E coi suoi santi ammonimenti tenne lungi il demonio dalle anime.
Adempiva coi fatti quanto insegnava colle prediche,
Cosicché esponendo le Scritture, le realizzava col proprio esempio.
Convertì a Cristo gl’Inglesi e l’informò a pietà,
Guadagnando alla fede un nuovo popolo.
Questa fu l’opera tua, questo il voto, questa la cura, a questo tu
intendevi, o Pastore,
Di presentare cioè al Signore un abbondante frutto nel governo del gregge.
Sei divenuto perciò il Console di Dio; rallegrati quindi dei tuoi trionfi,
Perché ormai godi in eterno il premio delle tue fatiche.

L’uso delle sequenze nella messa, venne accolto da Roma solo nell’ultimo medio evo; di più, la tradizione franca medievale non può dirsi veramente universale. V’era però un altro canto in onore di san Gregorio, e che serviva quasi da preludio all’Antifonario Romano, e questo lo si eseguiva in moltissimi paesi nella prima Domenica d’Avvento, prima cioè d’intonare l’introito. Il testo primitivo può risalire ad Adriano I, ma sovente è stato rimaneggiato. Ecco quello in esametri, attribuito ad Adriano II:

Gregorius Praesul, meritis et nomine dignus,
Il Pontefice Gregorio, degno pei meriti e pel nome

Unde genus ducit summum conscendit honorem.
Salì al trono pontificio, donde appunto aveva derivato i suoi natali (2).

Qui renovans monumenta Patrum iuniorque priorum,
Egli rinnovò i documenti degli antichi Padri,

Munere caelesti fretus, ornans sapienter,
E li adornò colla saggia perizia che Dio gli aveva concessa.

Composuit Scholae Cantorum hunc rite libellum,
Compose pertanto per la Scuola dei Cantori questo fascicolo,

Quo reciprocando, moduletur carmina Christi.
Affinché essi alternino melodiosamente la lode di Cristo.

Tutta l’Eterna Città, di cui Gregorio fu pastore vigilantissimo, le sue chiese stazionali, i cemeteri dei Martiri, ricordano lo zelo attivo dell’incomparabile Pontefice. Alcuni santuari romani però, oggi quasi rivendicano l’onore d’una festa speciale e sono: oltre alla basilica vaticana che ne custodisce il corpo, quella di sant’Andrea al Clivo di Scauro, dove Gregorio fu prima monaco e poi abbate; quella di san Paolo, che il santo fece abbellire e dove aveva la tomba di sua famiglia; il Laterano dove visse nei quasi quattordici anni del suo supremo pontificato. Nel medio evo, le quattordici regioni urbane fecero a gara nell’onorare Gregorio e nel dedicare al suo nome tempi e cappelle, così che abbiamo le chiese S. Greg0rii ad Clivum Scauri, S. Gregorii de Cortina, S. Greg0rii de Gradellis, S. Gregorii dei Muratori, S. Gregorii in Campo Martio, S. Gregorii de ponte Iudaeorum, per nulla dire dei moltissimi altri oratorii a lui intitolati. Una bolla di Gregorio III nella basilica di san Paolo, ricorda una messa quotidiana che sin da quel tempo si celebrava in quell’insigne santuario apostolico sull’altare S. Gregorii ad ianuas; precisamente come a san Pietro, dove la tomba del Santo si trovava nel portico esterno, prope secretarium. L’epigrafe di Gregorio III a san Paolo rappresenta forse uno dei monumenti più antichi del culto liturgico attribuito a san Gregorio Magno.

La circostanza che ancora adesso il Papa, quando il giorno della sua Coronazione celebra solennemente il Divin Sacrificio in san Pietro ed assume i sacri paramenti all’altare che ricopre la tomba di san Gregorio, oltre ad un significato speciale di venerazione verso il Santo il quale ha, per cosi dire, incarnato in sé tutto il più sublime ideale compreso nel concetto cattolico del Pontificato Romano, deriva dal fatto che, in origine, il sepolcro del grande Dottore nell’atrio della basilica vaticana era attiguo al Secretarium o sacristia, dove appunto i sacri ministri si rivestivano degli indumenti liturgici. Nell’erezione della nuova basilica di san Pietro, ci si tenne a conservare a san Gregorio questo posto tradizionale, a fianco cioè della sacristia, e fu cosìi che venno conservata altresì la consuetudine della vestizione solenne del Papa all’altare del Santo.

Anche i Greci sono compresi di grande venerazione per san Gregorio.

Nell’ufficio lo chiamano: «Sacratissime Pastor, factus es successor in telo et sede C0ryphaei, populos purificans et ad Deum adducens. Successor in sede Principis Chori Discipulorurn, unde verba, veluti fulgores, o Gregori, proferens, face illuminas fideles. Ecclesiarum Prima, cum Te ad pectus complexa esset, irrigat omnem terram quae sub sole est, piae doctrinae divinis fluentis». Ecco l’antica fede della Chiesa orientale circa il primato pontificio sulla Chiesa universale.

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(1) Si allude ad una graziosa leggenda. Un santo monaco ebbe un dì la semplicità d’interrogare il Signore a qual grado di santità fosse già giunto, con tutto il rigore della sua vita. Rispose Dio, che aveva eguagliato papa Gregorio. Di che rimase offeso il monaco, giacchè egli viveva poveramente in una grotta, il Pontefice invece imperava sul mondo dal magnifico patriarchio Lateranense. Iddio allora fece osservare al monaco, che Gregorio viveva più distaccato dallo splendore della sua dignità papale, di quello che non lo fosse egli da un piccolo gatto che gli teneva compagnia!

(2) Antenato di Gregorio era stato appunto papa Felice IV. Anche di Damaso, nato anch’egli da persona rivestita di dignità vescovile, in un carme è detto:
NATVS · QVI · ANTISTES · SEDIS · APOSTOLICAE

A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano – VII. I Santi nel mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 47-57.

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