Messe votive in occasione dei pellegrinaggi


Specialmente negli ultimi anni, fioccano numerose le lodevoli iniziative di pellegrinaggi «della tradizione» nei santuari e nei luoghi di culto più cari alla cristianità, culminanti con la celebrazione del divin sagrifizio nella forma tradizionale della liturgia romana. Se tali iniziative sono da salutare come ammirevoli e meritorie, non sempre impeccabile è tuttavia l’organizzazione liturgica degli stessi per quanto concerne l’osservanza scrupolosa delle rubriche, e particolarmente di quale Messa si debba celebrare. Ciò avviene a detrimento del pellegrinaggio stesso, venendo meno quell’esattezza delle sacre cerimonie che, giusta le parole dell’insigne liturgista padre Giuseppe Baldeschi, «dà tale risalto e maestà all’ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli che i nemici stessi della cattolica religione».

Imperciocché usualmente tali pellegrinaggi si tengono in sabato, in quanto in tal data è possibile una maggior partecipazione dei fedeli, si è ampiamente diffusa la pratica di celebrare indistintamente una Messa votiva della Beata Vergine Maria, essendo il sabato il giorno tradizionalmente dedicato dalla devozione occidentale agli esercizi di pietà in onore della Madre di Dio, sovente appellata, e non di rado in modo generalista e scorretto, come «Messa di santa Maria in sabato». Questa scelta, che di norma si compie per l’influsso che il devozionismo da un paio di secoli almeno esercita sulla liturgia (1), è da riprovare in tutti quei (numerosissimi) casi in cui detta Messa votiva sia proibita dalle rubriche.

«In Sabbatis non impeditis Festo Duplici vel Semiduplici, Octava, Vigilia, Feria Quadragesimae vel Quatuor Temporum, vel officio alicujus Dominicae, quae supersit, in praecedens Sabbatum translato, dicitur Missa de sancta Maria secundum varietatem temporum, ut in fine Missalis ponitur» (2).

Queste indicazioni (riportate in Rubricae generales Missalis Romani, IV) sono da seguirsi scrupolosamente. La ricorrenza di santa Maria in sabato, si noti inoltre, è dotata di un proprio ufficio e sostituisce in toto l’ufficio della feria del sabato in cui non ricorra alcuno dei casi sopraelencati. Non è dunque propriamente una «Messa votiva», quantunque sottostia a molteplici delle norme ad esse relative, e ciò si può intuire dal fatto che in essa sia previsto il canto del Gloria, a differenza di quanto avviene in tutte le altre messe votive, comprese quelle che tengono il posto della Messa conventuale.

Altro discorso, ben distinto dalla memoria di santa Maria in sabato, è la «Messa votiva della Madonna», che può celebrarsi in qualsiasi giorno (e non solo in sabato), purché rispettando la seguente e limitativa norma, che si applica a tutte le messe votive, in onore di Nostro Signore, della Madre di Dio, della Trinità, dello Spirito Santo o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio (3):

«Missae votivae cantatae, etiam pro re non gravi, permittuntur quandocumque non occurrit Officium duplex, vel Dominica quaevis, licet anticipata vel, etiam quoad Officium, reposita; … Prohibentur: 1. In feria IV cinerum et feriis Majoris Hebdomadae
2. In vigiliis Nativitatis, Epiphaniae et Pentecostes; 3. Infra Octavas Nativitatis, Epiphaniae, Paschatis, Ascensionis, Pentecostis et Corporis Christi, aliasque octavas alicubi privilegiatas; 4. Diebus octavis simplicibus, etiamsi tantum commemoratis; 5. Diebus, in quo primo resumitur missa Dominicae impeditae; 6. In ecclesiis unam tantum missam habentibus, diebus Rogationum, si fiat processio, et ubi cujuslibet missae conventualis onus urgeat, cui per alios sacerdotes satisfieri nequeat» (4).

Si osserva che queste rubriche si riferiscono alla Messa cantata (essendo questa generalmente celebrata in occasione di pellegrinaggi); per la messa privata le rubriche sono più restrittive, e includono nella proibizione tutte le vigilie, le ferie delle Quattro Tempora, le ferie d’Avvento dal 17 al 23 dicembre inclusive, tutta la Quaresima e il lunedì delle Rogazioni.

Come si noterà, per poter celebrare una Messa votiva occorre scegliere un giorno in cui ricorra un ufficio al massimo semidoppio, e tali giorni costituiscono una minima parte del Calendario Romano.  La restrizione è ancora maggiore dopo l’aggiornamento del 1962, dacché il doppio e il semidoppio confluiscono nella III classe, e la Messa votiva è proibita nelle feste di detta classe.

A ciò si aggiunga che – dacché le rubriche richiedono comunque, anche quando permessa, una causa ragionevole per celebrare la Messa votiva – la logica e il buonsenso impongono, nel caso in cui si faccia un pellegrinaggio verbigrazia a un Santuario della santa Croce oppure di alcuni santi Martiri, di celebrare (sempre se consentito dalle suddette rubriche) la Messa votiva del titolo del Santuario in cui ci si reca, e non già quella della Madonna per pura devozione. Questa scelta, benché non sia esplicitamente indirizzata da rubrica veruna, si può ricavare dalla norma di seguito esposta.

Moltissimi luoghi di pellegrinaggio, in virtù del gran numero di pellegrini affluentivi, hanno ottenuto dalla Santa Sede il permesso di celebrare al suo interno una «Messa votiva del Santuario». Tale possibilità, concessa ab immemorabili per alcuni luoghi (essempligrazia, i luoghi della vita di Nostro Signore in Terra Santa, che hanno messe votive proprie speciali), è menzionata espressamente nel Codice delle Rubriche del 1960 (nn. 375-376, cfr. Rubricae generales Missalis Romani dell’edizione 1962). La Messa votiva celebrata in questi luoghi pii è classificata come di II classe secondo il nuovo Codice delle Rubriche, ed è quella del titolo del Santuario. Talora, se il titolo fosse stato un mistero della vita del Signore o della Madonna, veniva concesso di celebrare la Messa votiva di quel mistero (cosa ordinariamente vietata): per esempio, il mistero della Presentazione della Vergine nella Basilica della Salute in Venezia. Tale concessione è comunque strettamente legata al luogo e a un permesso esplicito, tuttavia ci fornisce alcune indicazioni di carattere generale (per esempio, il fatto che la Messa votiva del santuario sia quella del titolo).

Infine, bisogna trattare della Messa votiva pro re gravi et causa simul publica, cioè quella che può liberamente celebrarsi in qualsiasi giorno fuorché nelle feste doppie di I classe, nelle domeniche di I classe, nelle ferie privilegiate (Ceneri e Settimana Santa), nelle vigilie di Natale e Pentecoste e nella commemorazione di tutti i fedeli defunti. Moltissime Messe votive oggidì celebrate in occasione di pellegrinaggi vel similia rispondono teoricamente alle rubriche della Messa pro re gravi; tuttavia, questa Messa non si può celebrare a discrezione del singolo sacerdote, ma presuppone dei requisiti:

1. Res gravis: i decreti della Sacra Congregazione dei Riti affermano esservi questo requisito «quando implorandum sit divinum auxilium in urgenti aliqua necessitate, aut gratiae agendae pro insignibus beneficiis obtentis». Il motivo grave condiziona anche la scelta della Messa votiva: se questa vien cantata per implorare l’aiuto divino, potrebbe essere logico cantare una delle numerose messe votive pro quacumque necessitate contenute alla fine del messale. Se invece è di ringraziamento, alla Messa votiva (della Trinità, dello Spirito Santo, della Beata Vergine Maria o di un qualsiasi santo iscritto nel martirologio) dovrebbe aggiungersi l’orazione pro gratiarum actione.

2. Causa publica: per definire questa condizione sfruttiamo l’interpretazione che ne dà il liturgista barnabita Bartolomeo Gavanto, ovvero che la causa sia pubblica «an pertineat, vel per se, vel per accidens, notabiliter ad communitatem, vel saltem ejus partem». Un pellegrinaggio che coinvolga una notevole quantità di fedeli dunque soddisferebbe a questo requisito.

3. Mandatus vel consensus Ordinarii loci: non è possibile cantare una Messa votiva pro re gravi senza il permesso, almeno implicito, dell’Ordinario locale; sarebbe un abuso farlo in assenza di questo. Il parroco può permettere la Messa votiva per causa grave nella sua parrocchia senza ricorrere al vescovo solo se detta causa sia imminente e non vi sia tempo di contattare l’Ordinario.

Occorre infine rilevare alcuni importati aspetti concernenti l’ordinamento della Messa votiva: la Messa privata, così come quella cantata pro re non gravi, vengono celebrate senza il Gloria e il Credo, con il tono feriale e il Benedicamus Domino in fine: uniche eccezioni sono la messa votiva degli Angeli e la messa di santa Maria in sabato, che hanno il Gloria; tuttavia si è visto che quest’ultima non è esattamente una Messa votiva. La Messa votiva pro re gravi invece ha il Gloria (se previsto dall’ordinamento della Messa: se si tratta, ad esempio, di una Messa contra paganos, in paramenti viola, non avrà l’Inno angelico) e il Credo, e s’impiegherà il tono festivo. Tuttavia, il Codice delle Rubriche del 1960 ha apportato una modifica a questo punto, limitando il Credo alle sole messe votive di I classe (cioè quelle in occasione della Dedicazione di una Chiesa, di un Congresso Eucaristico, oppure di tridui, ottavari, centenari e altre consimili celebrazioni straordinarie indette dall’Ordinario); per chi segue dunque il messale del 1962, tanto la Messa votiva pro re gravi, quanto la Messa votiva «del Santuario», essendo ambedue di II classe, vanno cantate senza il Credo.

Nelle precedenti righe si è trattato essenzialmente dei casi principali in cui può imbattersi l’organizzatore di pellegrinaggi: la casistica delle Messe votive è molto variegata e complessa e non è certo esaurita da tale trattazione, che non menziona ad esempio le Messe degli sposi, le Messe votive permesse il primo giovedì (in onore di Cristo Sommo Sacerdote) e il primo venerdì (in onore del Sacro Cuore) del mese ove si tengano particolari esercizi di pietà, le solennità esterne, gli anniversari, ecc. ecc. Tuttavia, i lineamenti generali e i principi fondamentali sono stati espressi con chiarezza.

Confidando nell’ampio accoglimento tanto delle norme cogenti quanto dei principi di buonsenso testé espressi, ci permettiamo in ultima istanza di segnalare come il culto liturgico sia scandito temporalmente da un calendario, ovvero da un Proprio del Tempo e da un Proprio dei Santi, il cui armonico disporsi lungo l’anno costituisce un ripercorrersi della storia della salvezza cui l’atto liturgico è imprescindibilmente legato. Perciò, a nostro modesto avviso, fatta salva la sussistenza di peculiari necessità, non dovrebbe indiscriminatamente preferirsi la celebrazione delle Messe votive a quella delle Messe del giorno, sibbene effettuarsi una ponderata valutazione, che tenga conto anche del calendario particolare della diocesi e della chiesa in cui si celebra la Messa (5), affine di celebrare la Messa che risponda maggiormente allo spirito della sacra liturgia.

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(1) Questo dà origine a una commistione tra il culto privato e il culto pubblico, non rispettando la superiorità che quest’ultimo deve avere sul primo; tale confusione di piani può portare a scivolare nell’eresia pietistica, che porta a considerare la devozione privata come superiore al culto pubblico e ufficiale della Chiesa.

(2) «Ne’ sabati non impediti da una festa doppia o semidoppia, da un’ottava, una vigilia, una feria di Quaresima o delle Quattro Tempora, o dall’ufficio di una Domenica sopravanzata traslato nel sabato antecedente, si dice la Messa di santa Maria secondo la diversità dei tempi, come indicato alla fine del messale».

(3) Sono invece proibite, senza esplicito indulto, le messe votive dei beati.

(4) «Le messe votive cantate, anche per causa non grave, sono permesse ogniqualvolta non occorra un officio doppio, o una qualche Domenica, pur anche anticipata o, per quanto concerne l’Ufficio, riposta; … Sono invece proibite: 1) il mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana Santa; 2) nelle vigilie di Natale, Epifania e Pentecoste; 3) fra l’ottave del Natale, dell’Epifania, della Pasqua, dell’Ascensione, di Pentecoste e del Corpus Domini, e fra l’altre ottave privilegiate del luogo; 4) nei giorni d’ottava semplice, ancorché siano soltanto commemorati; 5) nei giorni in cui si riassume per la prima volta la Messa di una Domenica impedita; 6) nelle chiese ove si tiene una sola Messa, nei giorni delle Rogazioni, qualora si faccia la processione, e dove viga obbligo di messa conventuale, che non può esser soddisfatto da altri sacerdoti». Trattasi di un sunto delle istruzioni contenute in Additiones et Variationes in rubricis Missalis Romani, II, riportato in Kalendarium liturgicum in Archidioecesi Cracoviensi A.D. 1923 servandum.

(5) «In alienis ecclesiis vel oratoriis Missa regulariter debet omnino convenire cum Officio loci, non autem celebrantis»: di ciò si deve tener conto anche nel considerare se sia possibile dire una Messa votiva: oggi 17 luglio è sicuramente possibile dire una Messa votiva ove si celebra sant’Alessio, che è di rito semidoppio, ma non già a Venezia, ove celebrasi la Traslazione di santa Marina con rito doppio maggiore.

Cfr. traditiomarciana.blogspot.com

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Guillelmi Duranti, De caligis et sandaliis

1. Superius de sex ornamentis tam sacerdotibus quam episcopis communibus dictum est, nunc autem de novem pontificum specialibus dicendum restat, et prius de caligis et sandaliis videamus. Vestimentum autem pedum non habuit originem ab Aaron qui dumtaxat in Iudea conversabatur, ideoque necesse non habuit, sed ab apostolis quibus dictum est: Euntes docete omnes gentes; nisi forte quis dixerit quod calige et sandalia in locum feminalium succedunt.

2. Celebraturi igitur pontificis pedes interea, dum dicuntur quinque psalmi in preparatione evangelii pacis, caligis et sandaliis calciantur, quorum pulchritudinem admirabatur Propheta dicens: Quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona. Unde Apostolus ad Eph.: Calciati pedes calceamentis virtutum. Et in evangelio legitur Dominum misisse discipulos suos sandaliis calciatos, calciatos itaque in preparatione evangelii pacis. Si enim calciati non essent, quomodo super serpentes et scorpiones calcare potuissent?

3. Cogitent igitur episcopi cur ita calciati sunt, imitentur eorum exempla quorum imitantur calceamenta. Siquidem per pedes convenienter affectus intelliguntur; debent namque habere affectus et desideria calciata, ne pulvere terrenorum seu temporalium maculentur.

4. Per huiusmodi quoque calciamentum prohibitio pedum congrue intelligitur, ne videlicedt ad illicita festinent.

Quia vero affectus facilius inficiuntur et maculantur tempore prosperitatis, quod per dextram, quam tempore adversitatis, quod per sinistram intelligitur; ideo ut maiori periculo citius occurrendum ostendatur, a dextro pede pontifex incipit calciari.

Prius tamen quam sandalia pedibus imponantur, caligis induuntur usque ad genua protensis, ibique constrictis quia predicator pedibus suis rectos facere debet gressus suos et genua debilia roborare; nam qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno celorum.

Per huius calciamentum, prohibitio pedum intelligitur ne videlicet festinent ad malum. Calige quoque iacinctini, id est aerei seu celestis coloris, denotant quod celestes debent habere pedes, id est affectus, et firmos, ne claudicent sed dicant: Confortamini pusillanimes, etc.

5. Et consequenter sandalia pedibus imponuntur, que sic vocantur ab herba vel sandarico colore quo depinguntur: Habent autem desubter integram soleam, desuper vero corium fenestratum, quia gressus predicatoris et subtus debent esse muniti ne polluantur terrenis, iuxta illud dominicum: Excutite pulverem de pedibus vestris; et sursum aperti quatenus ad cognoscenda misteria seu celestia revelentur, iuxta illud propheticum: Revela oculos meos et considerabo mirabilia de lege tua. In hoc quoque quod desuper aperta sunt, quod corda semper ad Deum erecta habere et mentis oculos ad ea que sursum sunt aperire debemus, significatur. Quod etiam subtus solida sunt, significat quod mentem in terrenis obtusam habere debemus, nec debemus querere benedictionem Esau que in terris est, sed Iacob que in celis est.

6. Rursus quod sandalia quibusdam in locis aperta, et in quibusdam integra seu clausa sunt, designant quod evangelica predicatio nec omnibus revelari, nec omnibus abscondi debet, iuxta illud: Vobis datum est nosse misterium regni Dei, ceteris autem in parabolis. Nolite sanctum dare canibus, neque margaritas spargere ante porcos.

7. Sandalia quoque quandoque interius ex corio albo fiunt, quia necesse est intentionem candidam et conscientiam puram coram Deo habere; et exterius nigrum apparet, quia predicatorum vita propter tribulationes huius mundi nigra et despecta secularibus videtur. Quandoque etiam rubeum, ad votum martyrii designandum, et quandoque diversis coloribus variatum, in quo virtutum varietas que adesse debent significantur.

8. Lingula vero a corio separata super pedem consurgens linguas eorum qui predicatori bonum perhibent testimonium significat, qui tamen quodammodo a spiritualium cenversatione separati sunt. Secundo, lingula ipsa spiritualium lingua est, que predicatorem in opus predicationis introduxit. Tertio, etiam ipsius predicatoris linguam designat; linea vero ex ipsa lingula usque ad finem sandalii per medium eius procedens, evangelicam perfetionem designat; linee vero ex utroque latere procedentes, que in fine sandalii ad ipsam mediam linem referuntur ibique terminantur, legem figurant propheticam, que in evangelio recapitulatur et in eo determinatur.

Pars vero superior sandaliorum per quan pes intrat consuta est multis filis, ut non dissolvantur duo coria, quia iunctio studere debet predicator plurimis virtutibus atque sententiis Scripturarum, ut opera forinseca, cum iis que intrinsecus sunt intrent, coram Deo non distunguuntur. Lingua quoque sandaliorum que super pedem est, lingua quoque predicatorum significari potest. Linea sutoris, opere scilicet procedens a lingue sandaliis usque ad finem eis, significat evengelicam predicationem. Linee vero ex utraque parte procedentes legem propheticam figurent que in evangelio recapitulatur, etenim ipse replicate sunt ad mediam lineam que usque ad finem currunt. Sane sandaliorum ligatura significat quod prelatus qui huc illucque discurrere habet, gressus mentis firmare debet cum in turbis versatur.

9. Quia vero corrigie huc atque illuc manibus ducuntur, ut sandalia firmentur et ligentur, significat quod predicator sic firmo gressu incedere debet ut nulli onerosus existat, et ne in via sinistrando deficiat. Nam frustra velociter currit qui priusquam ad metam perveniat deficit; mistice enim sandalia cursum predicatoris significant. Quandoque tamen sandalia non ligantur, quia Christi incarnatio aliquando humanis sensibus aperta est, ut est pannis involvi et in presepio poni. Aliquando vero corrigie sandaliis supererogantur, quia scriptum est: Quodcumque supererogaveris, ego cum rediero reddam tibi.

Potest enim dici quod calige significant illam lotionem de qua Dominus ait: Qui lotus est non indiget nisi ut pedes lavet. Sed quia non sufficit munditia cordis absque patientia persecutionis, ideo secuntur centones rubei qui martirium figurant. Qui autem in corde munditiam et in voluntate, si opus fuerit, habuerit patientiam, securus accedet ad predicationem quam sandalia designat apostolica.

10. Porro secundum quod capiti, scilicet Christo, conveniunt, sandalia aliud designant: pontifex enim in altaris officio capitis sui, scilicet Christi, cuius est membrum, representans personam, dum pedibus assumit sandalia, illud incarnationis dominice calciamentum insinuata de quo Dominus dicit in psalmo: In Ydumeam extendam calciamentum meum, id est: in gentibus notam faciam incanationem meam. Venit enim ad nos calciata divinitas, ut pro nobis Dei Filius sacerdotio fungeretur. Per lingulas autem quibus pedibus ipsa sandalia constringuntur, illud idem accepimus quod per corrigiam calciamenti Iohannes Baptista significavit cum ait: Cuius non sum dignus corrigiam calciamenti solvere: unionem videlicet ineffabilem et copulam corpormen insolubilem, quibus verbi divinitas nostre se carni coniunxit. Sane, mediantibus caligis, pedes sandaliis coniunguntur, quoniam, anima mediante, carni divinitas est unita. Sicut enim pes corpus sustentat, ita divinitas mundum gubernat, unde: Adorate scabellum pedum eius, quoniam sanctum est.

11. Verum, secundum decretum Gregorii, dyaconi non debent uti compagis, id est sandaliis, neque manipulis, id est calciamentis episcopalibus, absque indulgentia sedis apostolice speciali. Olim enim utebantur quia eorum erat discorrere per comitatum. Hodie ergo nec ipsi nec sacerdotes utuntur, sed episcopi solum, ut per varietatem sandaliorum notetur varietas officiorum. Preterea episcopi habent per plebes discurrere, sacerdotes vero domi hostias immolare. Clerici autem Romane Ecclesie, ex concessione Constantini imperatoris, uti possent calciamentis cum udonibus, id est candido linteamine.

Cfr. G. DURANDO, Memoriale divinorum officiorum, III 8.

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Il 27 luglio 2019 Una Voce Bolzano organizza il pellegrinaggio alla S. Croce di Lazfons

Pellegrinaggio al Santuario di S. Croce di Lazfons il 27 luglio 2019

Anche quest’anno sabato 27 luglio 2019 alle 7:45 pellegrinaggio alla S. Croce di Lazfons (Latzfonserkreuz) – il santuario più alto d’Europa -, organizzato da Una Voce Bolzano. Alle ore 11 don Paolo Crescini parroco di Salorno celebrerà la Messa tridentina. Per informazioni e conferma partecipazione +393381702367 (Enea Capisani) unavocebozen@yahoo.de.

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Comunicato della Federazione Internazionale Una Voce sul divieto della Messa romana tradizionale da parte dell’Ordine di Malta

Roma 13 giugno 2019

La FIUV apprende con rincrescimento della lettera, datata 10 giugno, di Fra’ Giacomo Dalla Torre, Gran Maestro del Sovrano Ordine Militare e Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (l’Ordine di Malta), che proibisce la celebrazione della Messa romana tradizionale (la forma straordinaria) nell’ambito della vita liturgica dell’ordine.

Giacché la lettera è divenuta pubblica, ci sia consentito osservare che essa non presenta con esattezza quanto stabilisce la lettera apostolica Summorum Pontificum, data motu proprio, di papa Benedetto XVI. L’articolo 3, citato nella lettera del Gran Maestro, espressamente ammette che le comunità religiose abbiano non solo celebrazioni private, ma anche celebrazioni conventuali della Messa nella forma straordinaria, senza fare riferimento al superiore generale (nel caso dell’Ordine di Malta, il Gran Maestro o il Prelato). La sua autorizzazione è richiesta solo nei casi in cui la comunità «desidera avere tali celebrazioni frequentemente, abitualmente o in modo permanente».

La lettera del Gran Maestro trascura altresì il diritto di ogni cristiano – da cui non sono esclusi i membri religiosi e laici dell’Ordine di Malta – di chiedere la celebrazione della Messa nella forma straordinaria (articolo 4). Celebrazioni nell’ambito di occasioni particolari, quali per esempio i pellegrinaggi, sono espressamente menzionate (articolo 5 § 3). Ai pastori e ai rettori delle chiese è prescritto di acconsentire a tali richieste (articolo 5 § 1 e 5).

La Federazione intende sottolineare che la forma straordinaria fa parte del patrimonio liturgico della Chiesa, rappresenta una ricchezza per la Chiesa, ricchezza che non dovrebbe essere trascurata o esclusa, e certo non sulla base di una ristretta concezione di unità, che esclude la varietà delle espressioni liturgiche permesse nella Chiesa.

Come ebbe a scrivere papa Benedetto XVI: «Queste due espressioni della lex orandi della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella lex credendi (‘norma della fede’) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano» (Motu proprio Summorum Pontificum, articolo 1).

Foederatio Internationalis Una Voce

Cfr. fiuv.org

 

La lettera del Principe e Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta Fra’ Giacomo Dalla Torre ai Gran Priori e Procuratori, Reggenti dei Sottopriorati, Presidenti delle Associazioni Nazionali di data 10 giugno 2019:

Lettera 10 giugno 2019 del Gran Maestro del SMOM

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Pellegrinaggio all’abbazia di Stams organizzato da Una Voce Bolzano

Abbazia di Stams

Sabato 22 giugno 2019, per iniziativa del Gruppo Stabile Salorno e di Una Voce Bolzano, si terrà un pellegrinaggio alla abbazia di Stams in Nord Tirolo presso Innsbrück secondo il seguente programma:

ore 7:30 partenza dalla chiesa parrocchiale di Salorno,

ore 8 partenza dal parcheggio al casello A22 Bolzano Sud,

ore 8:30 partenza dal parcheggio al casello A22 Bressanone,

ore 10:30 Messa solenne nella basilica dell’Abbazia celebrata nella forma straordinaria del rito romano dal parroco di Salorno don Paolo Crescini, a seguire pranzo libero (vi sarà la possibilità di pranzare presso il ristorante Orangerie Stift Stams oppure al sacco nell’accogliente scantinato dell’abbazia),

ore 14 visita guidata dell’abbazia (offerta richiesta).

E’ gradita conferma di adesione per la eventuale prenotazione al ristorante. Il viaggio viene effettuato con mezzi propri. Chi avesse bisogno di un passaggio è pregato di comunicarlo al momento dell’adesione. Ulteriori informazioni e adesioni: unavocebozen@yahoo.de oppure +39 338 1702367 (Enea Capisani).

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Venezia, sabato 15 giugno 2019 pellegrinaggio alla Salute con Messa solenne in rito tridentino

Basilica della Salute Venezia

Il 15 giugno 2019, Sabato dei Quattro Tempi di Pentecoste e ultimo giorno dell’Ottava, in Venezia, alla basilica della Salute vi sarà il Secondo Pellegrinaggio della Tradizione delle Venezie, organizzato dal Circolo Traditio Marciana in collaborazione con il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum. Alle 11 sarà cantata la Messa solenne da mons. Marco Agostini, cerimoniere pontificio. Dopo la funzione, ai piedi dell’icona della Madonna Mesopanditissa vi saranno le litanie lauretane, intonate secondo la consuetudine della Ducale basilica di S. Marco.

Per i pellegrini sarà imbandito un pranzo in un vicino ristorante (per chi lo desiderasse è necessaria la prenotazione, da effettuarsi tempestivamente o via e-mail a traditiomarciana@gmail.com o al numero +393488035141).

Cfr. Traditio Marciana

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25 maggio 2019 pellegrinaggio alla cattedrale di Concordia

Pellegrinaggio a Concordia del 25 maggio 2019

Il 25 maggio 2019 vi sarà un pellegrinaggio per la venerazione dei santi Martiri concordiesi Donato, Secondiano, Romolo e Compagni alla cattedrale di Concordia. Il ritrovo dei pellegrini sarà alle 14:30 davanti all’edicola della Madonna all’incrocio tra le vie Claudia e Antonio Carneo a Concordia Sagittaria (Venezia). Alla benedizione dei pellegrini e alla recita del Rosario seguirà la messa tridentina all’altare dei santi Martiri. Il pellegrinaggio è promosso dalla Compagnia di Sant’Antonio e dalla sezione di Pordenone di Una Voce Italia.

Riportiamo il comunicato della Compagnia.

Rex gloriose Martyrum,
Corona confitentium,
Qui respuentes terrea
Perducis ad caelestia.

Cari pellegrini, la Compagnia di Sant’Antonio, insieme agli amici di UNA VOCE Pordenone, si prepara a raggiungere la seconda tappa del proprio itinerario di Fede, passando per i luoghi più significativi per la devozione e pietà cristiane tra Veneto orientale e il Friuli, e che ci porterà ad Aquileia sabato 21 settembreper il III Pellegrinaggio della Tradizione Marciana.

Dopo il pellegrinaggio al Santuario di Madonna del Monte di Aviano, del 22 dicembre scorso, ci avvicineremo alla nostra meta fermandoci in preghiera a Concordia Sagittaria, a fine mese, il prossimo sabato 25 maggio.

Nell’antica città romana Iulia Concordia, fondata nel 42 a. C. sull’incrocio tra Via Annia e Via Postumia e diventata sede di un’importante fabbrica di sagittae (frecce) per l’esercito romano, la Fede attecchì fin dai primi secoli dell’era cristiana grazie al messaggio evangelico che rapidamente si propagò in quella zona dalla vicina Aquileia. La Fede si diffuse soprattutto tra i soldati della guarnigione di stanza, come dimostrano i simboli cristiani apposti in numerose arche funerarie del «sepolcreto delle milizie».

Nel 304 Concordia subì le persecuzioni anti cristiane dell’imperatore Diocleziano ed ebbe i suoi martiri: la tradizione vuole che il loro numero fosse di 72 e che il luogo del martirio fosse al limite della città romana sulla sponda destra del Lemene, presso la porta orientale, dove ora sorge un sacello. Essi appartenevano per la maggior parte all’esercito. Di alcuni si è tramandato il nome: Donato, Romolo, Secondiano, Giusto, Silvano. I loro corpi furono raccolti «da alcuni uomini religiosi» e le ossa, in seguito, furono custodite, fino ad oggi, nella cattedrale, nella cappella attuale: cappella che fu poi ampliata e dotata di una «confessio» come nelle basiliche romane, dal parroco don Celso Costantini. Nel 1904 le ossa furono racchiuse in un’urna preziosa. Nel 1450 la festa fu fissata al 17 febbraio.

La comunità cristiana poté godere finalmente della pace con l’editto di tolleranza dell’imperatore Costantino del 313 e fiorì rapidamente. Tra i Cristiani spiccano i nomi di Paolo monaco, che fu segretario di san Cipriano vescovo di Cartagine (+ 258), e Rufino della gens Tyrannia, teologo e scrittore ecclesiastico, sodale di san Gerolamo e poi suo avversario nella disputa su Origene.

Nel 389 Cromazio, vescovo di Aquileia, consacrò la nuova Basilica Apostolorum, che accolse le reliquie di Giovanni il Battista, di san Giovanni Evangelista, sant’Andrea, san Tommaso e di san Luca, che provenivano da Costantinopoli. La costruzione della chiesa coincise con l’erezione della nuova diocesi concordiense, che fu posta sotto il patronato di santo Stefano protomartire.

Quest’anno ricorre dunque l’anniversario dei 1630 anni della consacrazione della cattedrale e della costituzione della diocesi.

La cattedrale, che subì le conseguenze della devastazione attilana nel 452, continuò ad essere officiata fino a grande colluvium aquae del 587, che annientò quasi totalmente l’assetto demico della regione.

Una nuova chiesa sorse nell’VIII secolo e infine con il X secolo fu eretta la cattedrale che in qualche misura è sopravvissuta fino ad oggi. Nel 1168 il vescovo Regimpoto fece edificare il Battistero, affrescato con un ciclo di pitture di notevole importanza iconografica e storica.

All’interno dell’attuale Cattedrale, proclamata Santuario diocesano il 17 febbraio 2018 dal Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, si trova la cappella dedicata ai santi Martiri Concordiesi, che costituisce il transetto sinistro dell’edificio. Nella cappella è conservato il «tesoro» della Chiesa concordiense, cioè numerose reliquie di santi e di martiri, oltre all’ampolla con il liquido che venne effuso dalle ossa dei Martiri nel 1870.

Ai piedi dell’altare dei Martiri ci metteremo in preghiera supplicandoli, affinché il Signore ci conceda il coraggio e la forza di testimoniare sempre la Fede e di tramandarla incorrotta alle future generazioni.

Come di consueto il pellegrinaggio è aperto a tutti e inizierà alle ore 14:30 dal sagrato della Cattedrale, di fronte all’edicola dedicata alla Beata Vergine Maria posta all’angolo tra Via Claudia e Via Carneo.

Percorso un breve tratto a piedi ci recheremo in Cattedrale per la recita del Santo Rosario e alle 15:30 inizierà la santa Messa in rito romano antico, alla quale seguirà la venerazione dei santi Martiri.

Al termine ci ritroveremo presso la casa canonica per un momento conviviale.

Vi attendiamo numerosi.

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Nel trentennale di Paolo Zolli

Paolo Zolli

Oggi 8 maggio 2019 ricorre il trentesimo anniversario della morte di Paolo Zolli, avvenuta a Venezia l’8 maggio 1989. L’associazione tutta ne ricorda la grande figura di combattente la «santa battaglia», come egli stesso era uso chiamarla, per la Messa, e si unisce nella preghiera di suffragio.

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Trieste, il 3 maggio Messa in rito antico per i martiri dello Sri Lanka a S. Antonio Vecchio

Chiesa di S. Antonio Vecchio Trieste

Venerdì 3 maggio 2019 alle ore 18:30, presso la chiesa parrocchiale della B. Vergine del Soccorso (S. Antonio vecchio) alla piazzetta Santa Lucia 2, come ogni primo venerdì del mese, sarà celebrata la santa Messa in lingua latina secondo l’antico messale romano.

La celebrazione, in questa occasione, festa del Ritrovamento della Santa Croce, sarà offerta per i cristiani dello Sri Lanka vittime dell’attentato di Pasqua.

Durante il sacro rito, che sarà officiato al seicentesco altare del Crocifisso, sarà eseguita la Messa in onore di san Giuseppe Calasanzio, op. 63 del compositore di scuola ceciliana Oreste Ravanello (1871-1938), e il proprio del giorno in canto gregoriano. Alla Messa seguirà la benedizione con la reliquia della Santa Croce.

Si ricorda che le celebrazioni in rito antico proseguono, nella stessa chiesa, ogni primo venerdì del mese allo stesso orario.

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Ildefonso Schuster, Venerdì dopo la domenica di Passione. Festa dei Sette Dolori della B. V. Maria

Quest’Ufficio non designa propriamente una festa, ma un giorno commemorativo dei dolori della Beata Vergine, prima d’incominciare il ciclo liturgico dei Misteri di nostra Redenzione e del divin Crocifisso. Le sue prime origini non risalgono al di là del tardo medio evo, ed i Serviti contribuirono moltissimo a diffonderne l’uso. Però la devozione speciale ai Dolori della Vergine, Corredentrice del genere umano, era già da lunghi secoli nell’anima del popolo cristiano. Innocenzo XI nel 1688 istituì una seconda commemorazione dei Dolori della Madre di Dio nel mese di Settembre, ma quest’ultima solennità rivela un carattere alquanto diverso dalla festa di marzo. In quaresima, la Chiesa si associa a Maria nel piangere Gesù Crocifisso; mentre invece la solennità di settembre, a pochi dì cioè dall’Esaltazione della Santa Croce, è piuttosto la festa dei trionfi della Benedetta Madre, la quale, ai piedi della Croce, per mezzo appunto del suo crudele martirio, redense insieme col Figlio il genere umano, e meritò il trionfo della sua esaltazione su tutti i cori degli Angeli e dei Santi.

La composizione della messa, per quanto devota, non rivela tuttavia nel redattore un gran genio liturgico ed un’esatta conoscenza delle antiche leggi e del ritmo che governano i vari generi di melodia ecclesiastica. Così, il salmo introitale è divenuto in grazia sua un tratto del santo Vangelo; – canto che gli antichi riservavano al diacono, tra il fulgore dei candelabri accesi e il profumo degli incensi – le collette, senza regole di cursus, vanno a rilento, perché infarcite di parole; il graduale ed il communio, sono bensì derivati da quelli della messa votiva della santa Vergine, ma il testo venne alquanto rimaneggiato per adattarlo alla festa.

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Introito (Giov., xix, 25-27): «Presso la croce di Gesù stavano sua Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa, Salome e Maria di Magdala». V). «Donna, disse Gesù, ecco tuo figlio; al discepolo poi: ecco la madre tua». V). «Gloria».

La Preghiera è lungi dalla concisione così simmetrica ed armoniosa delle antiche collette dei Sacramentari Romani. Il redattore moderno l’ha infarcita di concetti, tra cui ve n’ha uno assai bello e che anche noi potremmo quest’oggi rivolgere devotamente nella mente: tutti gli eletti circondano la croce. Essi vivono dello spirito del Crocifisso per mezzo della cristiana mortificazione, senza la quale è impossibile custodire la grazia di Gesù; ond’è che l’Apostolo chiamava i gaudenti dei tempi suoi: inimicos crucis Christi. «O Dio, nella cui passione, giusta la profezia di Simeone, una spada di dolore trafisse lo spirito della gloriosa Vergine e Madre Maria; deh! pei meriti e preghiere di tutti i Santi che circondano fedelmente la croce, ci concedi che, venerando noi oggi la di lei trafittura ed i suoi dolori, possiamo felicemente conseguire l’effetto della tua Passione. Tu che vivi e regni, ecc.».

Nelle messe votive fra l’anno, si recita invece la colletta seguente, di sapore medievale, ed assai migliore della precedente:

Preghiera. – «Cristo Gesù, Signore, ora e nell’istante di nostra morte intervenga presso la tua clemenza la beata Vergine Maria, madre tua, la cui santissima anima nel momento di tua passione trapassò una spada di dolore. Tu che vivi, ecc.».

La lezione è tratta dalla storia di Giuditta, (xiii, 22-25) e s’adatta egregiamente a celebrare le glorie della «Corredentrice» del genere umano, la quale, a salvare il mondo dall’ultima rovina, non risparmiò se stessa né l’Unigenito Figliuol suo, ma con una perfetta conformità al volere del Divin Padre, anch’ella, sua Madre Immacolata, l’offrì in sacrificio sull’altare della croce.

Il responsorio graduale ed il salmo tratto, invece che dal Salterio, sono tolti dal Vangelo e da altri versetti della sacra liturgia, adattati alla memoria dei dolori della Madre di Dio.

Graduale. «Mesta e lacrimante, o Vergine Maria, te ne stai presso la croce del Redentore, il Signore Gesù, figlio tuo». V). «O Vergine, Madre di Dio, quegli cui non vale a contenere tutto l’ Orbe, l’autore cioè della vita, divenuto uomo, soffre questo supplizio di croce».

Tratto: «Maria santa, la regina del cielo e la sovrana del mondo stava dolente presso la croce del Signor nostro Gesù Cristo». V). «Voi tutti che passate per via, soffermatevi e vedete se v’ha dolore pari al mio dolore».

Nelle messe votive fra l’anno, quando non si recita il tratto, si dice invece: «Allel. all. Maria Santa ecc. … Gesù Cristo».

Nel tempo pasquale si aggiunge un secondo verso alleluiatico, – veramente la combinazione non è troppo felice – derivato dai treni mestissimi di Geremia, il quale piange la caduta di Gerusalemme;

«Allel.». (Ger., Thren. i, 12): «O voi tutti che passate lungo la via, arrestatevi e considerate se v’ha dolore pari al mio».

L’inno che ora segue al posto della sequenza, è una delle pagine più ispirate della poesia francescana. E’ attribuito a fra Iacopone da Todi, e mentre traspira tutta la grazia e l’ingenua spontaneità che distingue tanto l’arte umbra del secolo xiv, rivela insieme un profondo sentimento religioso. Questo dal punto di vista letterario; quanto poi al lato liturgico, è da osservare che la Sequenza storicamente non è altro che il melisma alleluiatico al quale, invece dell’antico vocalizzo, il medio evo sostituì un testo, da principio in prosa, indi in versi. Per la sua stessa origine, verrebbe quindi esclusa la sequenza ogni volta che si omette l’Alleluia, come durante la quaresima e nelle messe pei defunti: però il Messale di san Pio V ha sanzionato parecchie eccezioni, entrate già nell’uso della Chiesa.

Stabat Mater dolorosa,                                Stava Maria dolente
Iuxta Crucem lacrymosa,                            E in lacrime ai piedi della Croce
Dum pendebat Filius.                                   Donde pendeva il Figlio.

Cuius animam gementem                           La cui anima gemebonda,
Contristatam et dolentem                           Rattristata ed in pena,
Pertransivit gladius.                                    Trapassò una spada.

O quam tristis et afllicta                             O quanto s’attristò e s’afflisse
Fuit illa benedicta                                         Quella benedetta
Mater Unigeniti.                                           Madre dell’Unigenito di Dio.

Quae moerebat et dolebat,                         Piangeva e s’affliggeva
Pia Mater dum videbat                               La dolce Madre, al contemplare
Nati poenas inclyti.                                      Le pene del suo divin Figlio,

Quis est homo qui non fleret,                      Qual uomo avvi mai che non piangerebbe,
Matrem Christi si videret                            Se vedesse la Madre di Cristo
In tanto supplicio?                                        In tale strazio?

Quis non posset contristari,                       Chi potrebbe non sentir pena
Christi Matrem contemplari                      Al contemplare la Madre divina,
Dolentem cum Filio?                                    Che soffre insieme col suo Figliuolo?

Pro peccatis suae gentis                              A cagione dei peccati del suo stesso popolo,
Vidit Iesum in tormentis,                            Ella vide Gesù in preda ai tormenti
Et flagellis subditum.                                   E sotto i flagelli.

Vidit suum dulcem natum                           Vide morir desolato
Moriendo desolatum,                                   Ed esalar lo spirito
Dum emisit spiritum.                                   Il suo caro Figlio,

Eia Mater, fons amoris,                              Deh! o Madre, fonte d’amore,
Me sentire vim doloris,                               Che io senta vera contrizione;
Fac, ut tecum lugeam.                                 Fa che mescoli alle tue lacrime le mie.

Fac ut ardeat cor meum,                            Fa che mi si accenda d’amore il cuore
In amando Christum Deum,                      Verso il mio Dio, Cristo Gesu,
Ut sibi cornplaceam.                                   Così che io possa a lui piacere,

Sancta Mater, istud agas,                          Fa, o Madre Santa,
Crucifixi fige plagas                                     Che tu m’imprima profondamente in cuore
Cordi meo valide.                                         Le piaghe del Crocifisso.

Tui Nati vulnerati,                                       Dividi meco i dolori
Tam dignati pro me pati,                           Del tuo ferito Figlio,
Poenas mecum divide.                                Che tanto s’è degnato di soffrire per me.

Fac me tecum pie flere,                               Fa che piamente pianga teco,
Crucifixo condolere,                                    E compatisca Gesù Crocifisso
Donec ego vixero.                                        Finché avrò vita.

Iuxta Crucem tecum stare,                        Voglio fermarmi in pianto
Et me tibi sociare,                                        Presso la Croce,
In planctu desidero.                                    Piangendo teco.

Virgo virginum praeclara,                         O Vergine purissima,
Mihi iam non sis amara,                             Non sii avara con me,
Fac me tecum plangere.                              E fammi piangier teco.

Fac ut portem Christi mortem,                 Fa che io riviva la morte di Cristo,
Passionis fac consortem                             Mi associ alla sua passione,
Et plagas recolere.                                       E veneri le sue piaghe;

Fac me plagis vulnerari,                            Che mi feriscano le di lui ferite,
Fac me Cruce inebriari                              Che io m’inebbri della Croce
Et cruore Filii.                                              E del Sangue del divin Figlio.

Flammis ne urar succensus,                     Perché le fiamme non abbiano a divorarmi,
Per te, Virgo, sim defensus                       Mi difendi tu, o Vergine,
In die iudicii.                                                Nel dì del giudizio.

Christe, cum sit hinc exire,                        O Cristo, allorché dovrò uscire da qui,
Da per Matrem me venire                        Pei meriti di tua Madre fa che io conseguisca
Ad palmam vietoriae,                                La palma della vittoria.

Quando corpus morietur,                         Quando il corpo s’addormenterà di morte,
Fac ut animae donetur                              Fa che all’anima sia concessa
Paradisi gloria. Amen.                              La gloria del paradiso. Amen.

(Fuori di Settuagesima si aggiunge l’Alleluia).

La lezione evangelica è quella delle messe votive della santa Vergine durante il tempo pasquale (Giov. xix, 25-27). L’antica pena comminata ad Eva: «In dolore paries», ora ha la sua realizzazione in un senso assai più alto in Maria Santissima, che nel suo acerbo martirio ai piedi della Croce del Figlio, ci rigenera a Dio e diviene così la Madre degli uomini.

Il verso dell’offertorio, (Gerem., xviii, 20) nel suo primo significato si riferisce a Geremia, che colle sue persecuzioni e prigionie simboleggia Gesù Redentore. Il Profeta fa valere contro i suoi persecutori la circostanza che, mentre essi l’odiavano, egli intercedeva per loro presso Dio e tratteneva la divina giustizia, perché non li colpisse in pena dei loro peccati. Tale è appunto l’ufficio dell’Advocata nostra, in cielo. La Chiesa perciò applica questo testo di Geremia anche alla Madre di Dio il giorno della Commemorazione della Santa Vergine del Monte Carmelo, donde l’antifona è derivata anche alla messa odierna.

Offertorio. – «O Vergine Madre, mentre stai innanzi al Signore ricordati di parlare in nostro favore, onde egli allontani da noi il suo sdegno».

La Preghiera sull’oblazione, infarcita di devoti pensieri, letterariamente ha i medesimi difetti che abbiamo notati nella prima colletta: «O Signore Gesù, noi ti presentiamo le preghiere e le offerte nostre, supplicandoti umilmente che, mentre coi pii voti facciamo memoria del cuore dolcissimo della beata Madre tua Maria trapassato (da una spada di dolore); per graziosa intercessione sua e dei numerosi Santi che ai piedi della croce si uniscono ai suoi dolori, pei meriti della tua morte, noi possiamo essere a parte dei meriti dei beati. Tu che vivi, ecc.».

Il protocollo dell’anafora è come per le feste della Santa Vergine, aggiuntavi, s’intende, la memoria della trafittura del suo spirito.

Il verso per la Comunione è il seguente, il quale s’ispira però a quello assegnato alle messe votive della Santa Vergine: «Beati i sensi e il cuore della beata Vergine Maria, che, pur senza morire, meritarono però la palma del martirio ai piedi della croce del Signore».

Dopo la Comunione, si recita questa colletta: «Il Sacrificio cui abbiamo partecipato affine di celebrare devotamente la tua Vergine Madre dal cuore trapassato dal dolore, c’impetri, o Signore Gesù, dalla tua clemenza, l’effetto salutare d’ogni bene. Tu che vivi ecc.».

Quanto è delicata nei suoi sentimenti la Chiesa! Prima d’entrare nella grande settimana «pasquale» e celebrare nella sera della parasceve l’offerta dell’Agnello Immacolato, essa si stringe alla Vergine, perché nessuno meglio di Lei, che ne fu partecipe, può iniziarci alla contemplazione dei dolori del Crocifisso. Contemplazione dico, e nel senso che a quest’ atto attribuiscono i sacri Dottori; giacché non basta che si sappia la storia della Passione e se ne ricostruiscano nella mente con ogni esattezza i particolari. Per comprendere Gesù appassionato, bisogna «viverlo», bisogna essere partecipi dei suoi intimi sentimenti, e far nostre le sue acerbe pene. Questo appunto voleva esprimere Iacopone da Todi col verso cosi scultorio: «Fac, ut portem Christi mortem».

A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano – VII. I Santi nel mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 89-94.

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