In morte del Consocio Antonio Leopizzi

Lo scorso 1° marzo 2024 è morto improvvisamente l’ing. Antonio Leopizzi. Aveva 67 anni.

Socio di UNA VOCE ITALIA – Sezione di Lecce, tra i primi e più attivi componenti del Coetus leccese che dal 2009 ha operato per la Messa antica a Lecce e nel Salento.

Il Suo nome compare tra i soci fondatori della nostra prima associazione nel novembre 2011 quando ci riunimmo presso lo studio dell’avv. Fiocco.

Persona generosa ed entusiasta, aveva condiviso tante iniziative del gruppo, sempre sorridente e affabile, pronto a mettersi a disposizione con la Sua competenza e la Sua professionalità: tutti i momenti salienti della vita del Coetus Lo hanno visto protagonista, sin dalla prima Messa in S. Matteo nell’aprile 2009. Grande è stato il Suo impegno per il pellegrinaggio regionale al santuario di Santa Maria di Leuca con il card. Burke nel maggio 2012, quando insieme abbiamo condiviso il grande sforzo organizzativo.

E poi nel 2013 Egli seguì personalmente a Sue spese i lavori di ripristino del presbiterio della chiesa di S. Francesco di Paola per consentire nuovamente l’uso dell’altare maggiore per le celebrazioni secondo l’uso antico.

E nel 2019 realizzammo la balaustra del presbiterio della chiesa di S. Anna, poco prima della riapertura al culto. E ancora, in S. Anna si era accorto della mancanza di uno dei rosoni in pietra sul muro di destra: così, nel 2021 di Sua iniziativa ed a Sue spese lo ha fatto ricostruire e si attende l’occasione propizia per rimontarlo al suo posto.

Nel 2021 aveva poi mostrato la Sua generosa operosità, redigendo il complessivo progetto di restauro dell’interno della chiesa di S. Anna che nel luglio di quell’anno abbiamo donato al Comune di Lecce.

E fino a pochi giorni fa parlavamo ancora di nuovi progetti per il Coetus.

Ci è grato condividere un’immagine, quella con cui preferiamo ricordarLo: maggio 2012, al termine della grande fatica del pellegrinaggio regionale col card. Burke.

Così era Antonio: sorridente, discreto, squisito signore.

A Dio, Antonio!

Una Voce Lecce

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Una Voce Notiziario 89-91 ns (2023)

Bollettino trimestrale UNA VOCE Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana Aprile-Dicembre 2023 N. 89-90-91 Nuova Serie [219-220-221 dell’intera collezione].

INDICE

01. Cristina Campo cento anni, pp. 1-2
02. Il linguaggio dei simboli. Intervista con Cristina Campo a cura di Gino de Sanctis, pp. 2-3 link
03. AI LETTORI, p. 4
04. Prospero Lambertini, Il Confiteor, pp. 4-5
05. Tommaso Ganzini, Ad Aquileja il VII Pellegrinaggio della tradizione, pp. 5-6
06. CONOSCERE LA SACRA LITURGIA (n. 7)
07. Giuseppe Braun, I colori liturgici II, pp. 6-10
08. NOTITIAE (n. 9)
09. Presentazione del volume sulla Messa in latino e gli intellettuali a cura di Joseph Shaw, pp. 10-12
10. VITA DELL’ASSOCIAZIONE (nn. 11-17)
11.  Una Voce Internazionale, p. 12
12. Una Voce Italia, p. 13
13. Una Voce Napoli, p. 13
14. Una Voce Pordenone, pp. 13-14
15. Una Voce Udine, p. 14
16. Una Voce Venezia, p. 14
17. Una Voce Verona, p. 14
18. CALENDARIO LITURGICO, pp. 14-15
19. IN MEMORIAM (n. 20)
20. Wolfgang Waldstein, p. 15
21. SOMMARIO, p. 16.

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31 marzo 2024 S. Pasqua


Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja

 

31 Marzo il giorno prima delle Calende di Aprile

Domenica di Risurrezione

Doppio di prima classe con Ottava privilegiata di I Ordine. Paramenti bianchi. Messa «Resurréxi».
Stazione a S. Maria Maggiore.

 

DOMINICA   RESURRECTIONIS

 Duplex I classis cum Octava privilegiata I Ordinis

Statio ad S. Mariam majorem

Introitus                                                                       Ps. 138, 18 et 5-6

REsurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja : posuísti super me manum tuam, allelúja : mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. Ps. ibid., 1-2. Dómine, probásti me et cognovísti me : tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. V). Glória Patri. Resurréxi.

Oratio

DEus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti : vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. Per eúndem Dóminum.

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli
ad Corínthios       
I Cor. 5, 7-8

FRatres : Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur : non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiæ et nequitiæ : sed in ázymis sinceritátis et veritátis.

Graduale. Ps. 117, 24 et 1. Hæc dies, quam fecit Dóminus : exsultémus et lætémur in ea. V). Confitémini Dómino, quóniam bonus : quóniam in saéculum misericórdia ejus.

Allelúja, allelúja. V). I Cor. 5, 7. Pascha nostrum immolátus est Christus.

Sequentia

VÍctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni.

Agnus redémit oves : Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres.

Mors et vita duéllo conflixére mirándo : dux vitæ mórtuus regnat vivus.

Dic nobis, María, quid vidísti in via?

Sepúlcrum Christi vivéntis : et glóriam vidi resurgéntis.

Angélicos testes, sudárium et vestes.

Surréxit Christus, spes mea : præcédet vos in Galilaéam.

Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere : tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.

¶ Sequentia dicitur usque ad Sabbatum in Albis inclusive.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Marcum                 Marc. 16, 1-7

IN illo témpore : María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem : Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis : Nolíte expavéscere : Jesum quaéritis Nazarénum, crucifíxum : surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilaéam : ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.

Credo. 

Offertorium. Ps. 75, 9-10. Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja.

Secreta

SÚscipe, quaésumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum : ut, paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. Per Dóminum.

Præfatio Paschalis Te quidem, Dómine, omni témpore, sed in hac potíssimum die.

Infra Actionem Communicántes et Hanc ígitur oblatiónem propria.

Et sic dicitur usque ad Sabbatum in Albis inclusive.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre : Te qui­dem Dómine omni témpore, sed in hac potíssimum die gloriósius prædicáre, cum Pascha nostrum immolátus est Christus. Ipse enim verus est Agnus, qui ábstulit peccáta mundi. Qui mortem nostram moriéndo destrúxit, et vitam resur­géndo reparávit. Et ídeo, cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus, cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. I Cor. 5, 7-8. Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja : ítaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.

Postcommunio

SPíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde : ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concórdes. Per Dóminum … in unitáte ejúsdem.

Post Dóminus vobíscum dicitur : Ite, missa est, allelúja, allelúja.

R). Deo grátias, allelúja, allelúja.

Et sic dicitur usque ad Sabbatum in Albis inclusive, juxta Rubricas.

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Roma, Messa per il ritorno di San Giuseppe festa di precetto in Italia

Il 19 marzo 2024 in Roma, alla chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, Una Voce Italia ha fatto celebrare la Messa secondo l’intenzione che la festa di san Giuseppe ritorni di precetto in Italia, e sia abrogata la nefasta legge 5 marzo 1977, n. 54.

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Pietro Siffrin, Stola

STOLA (più anticamente orarium). – E’ una insegna liturgica, comune ai diaconi, ai sacerdoti e ai vescovi, ma diversamente portata: dai diaconi sulla spalla sinistra a tracolla e annodata sotto il braccio destro, dai sacerdoti pendente dal collo e incrociata sul petto se sopra il camice o semplicemente pendente con i due lembi paralleli; dai vescovi i quali mai la incrociano perché già portano la croce pettorale. Al diacono e al sacerdote vien consegnata nella ordinazione.

E’ una striscia di seta lunga cm. 200-250, larga cm. 8-10; quella che si porta con la pianeta ha una croce, in mezzo e in fondo a ciascun lembo (sec. xvi), quella che si usa sopra la cotta spesso è più ornata e più ricca. Segue le regole dei colori liturgici.

La stola si trova in Oriente fin dal sec. iv come insegna del clero di grado minore (Concilio di Laodicea), con la distinzione: il diacono porta la stola detta «orario» sulla spalla sinistra visibile (non sotto la veste superiore) e svolazzante, il sacerdote invece porta quella detta «epitrakelion» pendente dal collo. I gradi superiori portano il pallio. Tutte e due le insegne sono della stessa origine, non di istituzione ecclesiastica, ma di privilegio imperiale; il pallio fatto di lana, la stola di lino o seta. Nell’Occidente, fuori di Roma, nella Spagna, la stola è propria dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi. I diaconi la portano sulla spalla sinistra pendente davanti e di dietro sopra la dalmatica, sempre di colore bianco in tela o lana; dal sec. xii a tracolla e a sciarpa e dal sec. xv di colore della dalmatica e sotto di essa.

Nel rito ambrosiano anche oggi sopra la dalmatica. I preti della Spagna la portavano attorno al collo come i vescovi, ma fin dal Concilio di Praga del 675 incrociata sul petto; questo modo s’introduce dappertutto dal sec. xiv e venne prescritto per i preti dal messale pianum. In Gallia si trova la stola come insegna
dei vescovi, detta «pallio» da pseudo Germano; la stola diaconale si portava sul camice; la stola sacerdotale è nel sec. ix così propria dei preti che la portavano anche nei viaggi. A Roma invece non era un’insegna speciale e la portavano
anche i suddiaconi e gli accoliti sotto la pianeta; si diceva «orario» ed era più che altro un’insegna distintiva del clero dai laici.

Verso il sec. x, quando il suddiacono e l’accolito non portano più la pianeta, la stola diviene insegna propria del diacono, del prete e del vescovo. E da questo tempo l’uso e il significato della stola è uniforme nell’Occidente.

L’origine della stola e del nome è ancora oscura. Il nome di orarium (lat. os = bocca, volto) proviene dal latino, mentre la voce «stola» deriva dal greco. Il Wilpert fa derivare la voce orarium dei diaconi dalla mappa usata nel servire a tavola, portata sulla spalla sinistra; i diaconi erano ministri alla tavola eucaristica e agapica.

I ministri dei sacrifici pagani come gli inservienti a tavola erano provvisti di una tale mappula. Questa mappula diviene, mediante la contabulatio, una striscia o fascia. L’orario sacerdotale, un vero orario o sudario da proteggere il volto dal freddo nell’inverno, dal sudore nell’estate, anch’essa passa dalla forma contabulata a quella d’una striscia. Ma tutte queste spiegazioni ne lasciano l’origine oscura, e si preferisce la derivazione di L. Duchesne da un’insegna imperiale, come recentemente ha sostenuto Klauser. La voce «stola» proviene
dalla denominazione usata in Gallia e derivata dal greco per designare non una veste femminile, ma una veste distintiva in senso scritturale (Apoc. 6, 11; 7, 9, 14).

Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung, Friburgo, 1907, pp. 562-620; id., I paramenti sacri, loro uso, storia e simbolismo, trad. it., Torino, 1914, pp. 121-29; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi, 1925, pp. 410, 415; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano, 1950², pp. 520-24; T. Klauser, Der Ursprung der bischöflichen Insignien und Ehrenrechte, Krefeld, 1950, pp. 17-20.                                             Pietro Siffrin

 

Cfr. Enciclopedia Cattolica, XI, Città del Vaticano, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e il Libro Cattolico, 1953, coll. 1371-1372 (riprodotto in «Una Voce Notiziario», 62 ns, 2016, p. 14 link).

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19 marzo 2024. San Giuseppe


Sanctíssimæ Genitrícis tuæ Sponsi, quaésumus, Dómine, méritis adjuvémur:
ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur

 

19 Marzo quattordicesimo delle Calende di Aprile

Martedì di Passione

San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria, Confessore

Doppio di prima classe. Paramenti bianchi. Messa «Justus».

 

Die  19  Martii

S. JOSEPH SPONSI B. M. V.

CONFESSORIS

Duplex I classis

Introitus                                                                                        Eccli. 15, 5

JUstus ut palma florébit : sicut cedrus Líbani multiplicábitur : plantátus in domo Dómini : in átriis domus Dei nostri. Ps. ibid., 2. Bonum est confitéri Dómino : et psállere nómini tuo, Altíssime. V). Glória Patri. Justus.

Oratio

SAnctíssimæ Genitrícis tuæ Sponsi, quaésumus, Dómine, méritis adjuvémur : ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur : Qui vivis.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriæ in Missis non conventualibus, juxta Rubricas

 Oratio

NOstra tibi, Dómine, quaésumus, sint accepta jejúnia : quæ nos et expiándo grátia tua dignos effíciant; et ad remédia perdúcant ætérna. Per Dóminum.

Léctio libri Sapiéntiæ.
Eccli. 45, 1-6

DIléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ.

Graduale. Ps. 20, 4-5. Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis : posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso. V). Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in saéculum saéculi.

Tractus. Ps. 111, 1-3. Beátus vir, qui timet Dóminum : in mandátis ejus cupit nimis. V). Potens in terra erit semen ejus : generátio rectórum benedicétur. V). Glória et divítiæ in domo ejus : et justítia ejus manet in saéculum saéculi.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Matthaéum                  Matth. 1, 18-21

CUm esset desponsáta mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens : Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam : quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum : ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum.

Credo.

Offertorium. Ps. 88, 25. Véritas mea, et misericórdia mea cum ipso : et in nómine meo exaltábitur cornu ejus.

Secreta

DÉbitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes : ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genitrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus. Per eúndem Dóminum.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriæ, ut supra

Secreta

HOstias tibi, Dómine, deférimus immolándas : quæ temporálem consolatiónem signíficent; ut promíssa non desperémus ætérna. Per Dóminum.

Præfatio de S. Joseph

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pa­ter omnípotens, ætérne Deus : Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcó­niis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsum est datus : et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus : ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne con­céptum, patérna vice custodíret, Jesum Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láu­dant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concélebrant. Cum qui­bus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Matth. 1, 20. Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam : quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est.

Postcommunio

DEus, qui beátum Gregórium Pontíficem Sanctórum tuórum méritis coæquásti : concéde propítius; ut, qui commemoratiónis ejus festa percólimus, vitæ quoque imitémur exémpla. Per Dóminum.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriæ, ut supra; et de ea legitur Evangelium in fine, juxta Rubricas

Postcommunio

DA, quaésumus, omnípotens Deus : ut, quæ divína sunt, jugiter exsequéntes, donis mereámur cœléstibus propinquáre. Per Dóminum nostrum.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Joánnem             Joann. 7, 1-13

IN illo témpore : Ambulábat Jesus in Galilaéam, non enim volébat in Judaéam ambuláre, quia quærébant eum Judaéi interfícere. Erat autem in próximo dies festus Judæórum, Scenopégia. Dixérunt autem ad eum fratres ejus : Transi hinc, et vade in Judaéam, ut et discípuli tui vídeant ópera tua, quæ facis. Nemo quippe in occúlto quid facit, et quærit ipse in palam esse : si hæc facis, manifesta teipsum mundo. Neque enim fratres ejus credébant in eum. Dixit ergo eis Jesus : Tempus meum nondum advénit : tempus autem vestrum semper est parátum. Non potest mundus odísse vos : me autem odit : quia ego testimónium perhíbeo de illo, quod ópera ejus mala sunt. Vos ascéndite ad diem festum hunc, ego autem non ascénde ad diem festum istum : quia meum tempus nondum implétum est. Hæc cum dixísset, ipse mansit in Galilaéa. Ut autem ascendérunt fratres ejus, tunc et ipse ascéndit ad diem festum non maniféste, sed quasi in occúlto. Judaéi ergo quærébant eum in die festo, et dicébant : Ubi est ille? Et murmur multum erat in turba de eo. Quidam enim dicébant : Quia bonus est. Alii autem dicébant : Non, sed sedúcit turbas. Nemo tamen palam loquebátur de illo, propter metum Judæórum.

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12 marzo 2024 San Gregorio Magno


O Doctor óptime, Ecclésiæ sanctæ lumen, beáte Gregóri,
divínæ legis amátor, deprecáre pro nobis Fílium Dei.

 

12 Marzo quarto delle Idi

Martedì dopo la Domenica Quarta di Quaresima

San Gregorio I Papa, Confessore e Dottore

Doppio. Paramenti bianchi. Messa «Sacerdótes Dei».

 

Die  12  Martii

SANCTI  GREGORII I

PAPÆ  CONF. ET  ECCL. DOCT.

Duplex

Introitus                                                                                      Dan. 3, 84 et 87

SAcerdótes Dei, benedícite Dóminum : sancti et húmiles corde, laudáte Deum. Ibid., 57. Benedícite, ómnia ópera Dómini, Dómino : laudáte et superexaltáte eum in saécula. V). Glória Patri. Sacerdótes.

Oratio

DEus, qui ánimæ fámuli tui Gregórii ætérnæ beatitúdinis praémia contulísti : concéde propítius; ut, qui peccatórum nostrórum póndere prémimur, ejus apud te précibus sublevémur. Per Dóminum.

Et, in Missis non conventualibus, fit Commemoratio Feriæ, juxta Rubricas

 Oratio

SAcræ nobis, quaésumus, Dómine, observatiónis jejúnia : et piæ conversatiónis augméntum, et tuæ propitiatiónis contínuum præstent auxílium. Per Dóminum.

Lectio Epístolæ beáti Páuli Apóstoli
ad ad Timótheum
          II Tim. 4, 1-8

CAríssime : Testíficor coram Deo, et Jesu Christo, qui judicatúrus est vivos, et mórtuos, per advéntum ipsíus et regnum ejus : praédica verbum, insta opportúne, importúne : árgue, óbsecra, íncrepa in omni patiéntia, et doctrína. Erit enim tempus, cum sanam doctrínam non sustinébunt, sed ad sua desidéria coacervábunt sibi magístros, pruriéntes áuribus, et a veritáte quídem audítum avértent, ad fábulas autem converténtur. Tu vero vígila, in ómnibus labóra, opus fac evangelístæ, ministérium tuum imple. Sóbrius esto. Ego enim jam delíbor, et tempus resolutiónis meæ instat. Bonum certámen certávi, cursum consummávi, fidem servávi. In réliquo repósita est mihi coróna justítiæ, quam reddet mihi Dóminus in illa die, justus judex : non solum autem mihi, sed et iis qui díligunt advéntum ejus.

Graduale. Ps. 109, 4 et 1. Jurávit Dóminus, et non pœnitébit eum : Tu es sacérdos in ætérnum, secúndum órdinem Melchísedech. V). Dixit Dóminus Dómino meo : Sede a dextris meis.

Tractus. Ps. 111, 1-3. Beátus vir, qui timet Dóminum : in mandátis ejus cupit nimis. V). Potens in terra erit semen ejus : generátio rectórum benedicétur. V). Glória et divítiæ in domo ejus : et justítia ejus manet in saéculum saéculi.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Matthaéum                  Matth. 5, 13-19

IN illo tempóre : Dixit Jesus discípulis suis : Vos estis sal terræ. Quod si sal evanúerit, in quo saliétur? Ad níhilum valet ultra, nisi ut mittátur foras, et conculcétur ab homínibus. Vos estis lux mundi. Non potest cívitas abscóndi supra montem pósita. Neque accéndunt lucérnam, et ponunt eam sub módio, sed super candelábrum, ut lúceat ómnibus qui in domo sunt. Sic lúceat lux vestra coram homínibus, ut vídeant ópera vestra bona, et gloríficent Patrem vestrum, qui in cælis est. Nolite putáre quoniam veni sólvere legem aut prophétas : non veni sólvere, sed adimplére. Amen quippe dico vobis, donec tránseat cælum et terra, jota unum aut unus apex non præteríbit a lege, donec ómnia fiant. Qui ergo sólverit unum de mandátis istis mínimis, et docúerit sic hómines, minimus vocábitur in regno cælórum : qui autem fécerit et docuérit, hic magnus vocábitur in regno cælórum.

Credo.

Offertorium. Ps. 88, 25. Véritas mea, et misericórdia mea cum ipso : et in nómine meo exaltábitur cornu ejus.

Secreta

ANnue nobis, quaésumus, Dómine : ut intercessióne beáti Gregórii hæc nobis prosit oblátio, quam immolándo totíus mundi tribuísti relaxári delícta. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ, ut supra

Secreta

HÆc hóstia, Dómine, quaésumus, emúndet nostra delícta : et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. Per Dóminum.

Præfatio de Quadragesima.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pa­ter omnípotens, ætérne Deus. Qui corporáli jejúnio vítia cómprimis, mentem élevas, virtútem largíris et praémia : per Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láudant Angeli, adórant Domina­tiónes, tremunt Potestátes. Cæli, cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concé­lebrant. Cum quibus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Luc. 12, 42. Fidélis servus et prudens, quem constítuit dóminus super famíliam suam : ut det illis in témpore trítici mensúram.

Postcommunio

DEus, qui beátum Gregórium Pontíficem Sanctórum tuórum méritis coæquásti : concéde propítius; ut, qui commemoratiónis ejus festa percólimus, vitæ quoque imitémur exémpla. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ, ut supra; et de ea legitur Evangelium in fine, juxta Rubricas

Postcommunio

HUjus nos, Dómine, percéptio sacraménti mundet a crímine : et ad cæléstia regna perdúcat. Per Dóminum.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Joánnem             Joann. 7, 14-31

IN illo témpore : Jam die festo mediánte, ascendit Jesus in templum, et docébat. Et mirabántur Judaéi, dicéntes : Quómodo hic lítteras scit, cum non didícerit? Respóndit eis Jesus et dixit : Mea doctrína non est mea, sed ejus, qui misit me. Si quis volúerit voluntátem ejus fácere, cognóscet de doctrína, utrum ex Deo sit, an ego a meípso loquar. Qui a semetípso lóquitur, glóriam própriam quærit. Qui autem quærit glóriam ejus, qui misit eum, hic verax est, et injustítia in illo non est. Nonne Móyses dedit vobis legem : et nemo ex vobis facit legem? quid me quaéritis interfícere? Respóndit turba, et dixit : Dæmónium habes : quis te quærit interfícere? Respóndit Jesus et dixit eis : Unum opus feci, et omnes mirámini. Proptérea Móyses dedit vobis circumcisiónem (non quia ex Móyse est, sed ex pátribus) : et in sábbato circumcíditis hóminem. Si circumcisiónem accipit homo in sábbato, ut non solvátur lex Móysi : mihi indignámini, quia totum hóminem sanum feci in sábbato? Nolíte judicáre secúndum fáciem, sed justum judícium judicáte. Dicébant ergo quidam ex Jerosólymis : Nonne hic est, quem quærunt interfícere? Et ecce, palam lóquitur, et nihil ei dicunt. Numquid vere cognovérunt príncipes, quia hic est Christus? Sed hunc scimus, unde sit : Christus autem, cum vénerit, nemo scit, unde sit. Clamábat ergo Jesus in templo docens, et dicens : Et me scitis et, unde sim, scitis, et a meípso non veni, sed est verus, qui misit me, quem vos nescítis. Ego scio eum, quia ab ipso sum, et ipse me misit. Quærébant ergo eum apprehéndere : et nemo misit in illum manus, quia nondum vénerat hora ejus. De turba autem multi credidérunt in eum.

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Pubblicato il Calendario | Commenti disabilitati su 12 marzo 2024 San Gregorio Magno

XIII Pellegrinaggio Internazionale ad Petri Sedem a Roma dal 25 al 27 ottobre 2024

Il Coetus Internationalis Summorum Pontificum ha comunicato come si svolgerà il XIII Pellegrinaggio Internazionale ad Petri Sedem a Roma dal 25 al 27 ottobre 2024:

Venerdì 25 pomeriggio Vespri pontificali di apertura alla basilica di S. Maria della Rotonda (Pantheon).

Sabato 26 mattina adorazione del Ss.mo Sacramento alla chiesa di S. Celso e Giuliano, seguita dalla processione verso la basilica di S. Pietro in Vaticano ove secondo possibilità sarà celebrata la Messa solenne in rito tridentino ovvero sarà praticato un pio esercizio.

Domenica 27 mattina Messa pontificale di chiusura alla parrocchia della Ss.ma Trinità dei Pellegrini.

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«Introibo ad altare Dei», corso di latino essenziale per i partecipanti alla Messa tridentina, organizzato da Una Voce Napoli e dalla Fondazione Il Giglio

Una Voce Napoli e la Fondazione Il Giglio organizzano il I Corso di Latino essenziale «Introibo ad altare Dei» per i fedeli che partecipano alla Messa in rito tridentino e desiderano conoscere e comprendere appieno il significato dei testi del messale e delle preghiere più comuni.

Il corso, coordinato da don Roberto Spataro sdb, è diviso in due moduli:

1. Le preghiere del buon cristiano, a cura della prof.ssa Beatrice Novelli (lezioni il 26 febbraio, 4 marzo, 11 marzo 2024)

2. L’ Ordinario della Messa, a cura di don Roberto Spataro (lezioni il 9, 13, 23, 30 maggio e 6 giugno 2024).

Le otto lezioni, della durata di un’ora ciascuna, potranno essere seguite in presenza presso la sede della Fondazione Il Giglio (Via Crispi 36a Napoli) oppure a distanza sulla piattaforma Zoom.

Il costo della partecipazione è di € 20, partecipazione gratuita per i soci di Una Voce Napoli e della Fondazione Il Giglio.

Per iscriversi collegarsi con il seguente link:
editorialeilgiglio.it/corso-introibo-ad-altare-dei/

Info: +39 366 4823402.

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Dom Prosper Guéranger, Mystique du Carême

On ne doit pas s’étonner qu’un temps aussi sacré que l’est celui du Carême soit un temps rempli de mystères. L’Eglise, qui en a fait la préparation à la plus sublime de ses fêtes, a voulu que cette période de recueillement et de pénitence fût marquée par les circonstances les plus propres à réveiller la foi des fidèles, et à soutenir leur constance dans l’œuvre de l’expiation annuelle.

Au Temps de la Septuagésime, nous avons rencontre le nombre septuagénaire, qui nous rappelait les soixante-dix ans de la captivité à Babylone, après lesquels le peuple de Dieu, purifié de son idolâtrie, devait revoir Jérusalem et y célébrer la Pâque. Maintenant c’est le nombre sévère de quarante que la sainte Eglise propose à notre attention religieuse, ce nombre qui, comme nous dit saint Jérôme, est toujours celui de la peine et de l’affliction1.

Rappelons nous cette pluie de quarante jours et de quarante nuits, sortie des trésors de la colère de Dieu, quand il se repentit d’avoir créé l’homme2 et qu’il submergea la race humaine sous les flots, à l’exception d’une famille. Considérons le peuple hébreu errant quarante années dans le désert, en punition de son ingratitude, avant d’avoir accès dans la terre promise3. Ecoutons le Seigneur, qui ordonne à son prophète Ezéchiel de demeurer couché quarante jours sur son côté droit, pour figurer la durée d’un siège qui devait être suivi de la ruine de Jérusalem.

Deux hommes, dans l’Ancien Testament, ont la mission de figurer en leur personne les deux manifestations de Dieu: Moïse, qui représente la Loi, et Elie, en qui est symbolisée la Prophétie. L’un et l’autre approchent de Dieu: le premier sur le Sinaï4, le second sur Horeb5; mais l’un et l’autre n’obtiennent accès auprès de la divinité, qu’après s’être purifiés par l’expiation dans un jeûne de quarante jours.

En nous reportant à ces grands faits, nous arrivons à comprendre pourquoi le Fils de Dieu incarné pour le salut des hommes, ayant résolu de soumettre sa chair divine aux rigueurs du jeûne, dut choisir le nombre de quarante jours pour cet acte solennel. L’institution du Carême nous apparaît alors dans toute sa majestueuse sévérité, et comme un moyen efficace d’apaiser la colère de Dieu et de purifier nos âmes. Elevons donc nos pensées au-dessus de l’étroit horizon qui nous entoure; voyons tout l’ensemble des nations chrétiennes, dans ces jours où nous sommes, offrant au Seigneur irrité ce vaste quadragénaire de l’expiation; et espérons que, comme au temps de Jonas, il daignera, cette année encore, faire, miséricorde à son peuple.

Après ces considérations relatives à la mesure du temps que nous avons à parcourir, il nous faut maintenant apprendre de la sainte Eglise sous quel symbole elle considère ses enfants durant la sainte Quarantaine. Elle voit en eux une immense armée qui combat jour et nuit contre l’ennemi de Dieu. C’est pour cela que le Mercredi des Cendres elle a appelé le Carême la carrière de la milice chrétienne6. En effet, pour obtenir cette régénération qui nous rendra dignes de retrouver les saintes allégresses de l’Alleluia, il nous faut avoir triomphé de nos trois ennemis: le démon, la chair et le monde. Unis au Rédempteur, qui lutte sur la montagne contre la triple tentation et contre Satan lui-même, il nous faut être armés et veiller sans cesse. Afin de nous soutenir par l’espérance de la victoire et pour animer notre confiance dans le secours divin, l’Eglise nous propose le Psaume quatre-vingt-dixième7, qu’elle admet parmi les prières de la Messe au premier Dimanche de Carême, et auquel elle emprunte chaque jour plusieurs versets pour les différentes Heures de l’Office.

Elle veut donc que nous comptions sur la protection que Dieu étend sur nous comme un bouclier8; que nous espérions à l’ombre de ses ailes9, que nous ayons confiance en lui, parce qu’il nous retirera des filets du chasseur infernal10 qui nous avait ravi la sainte liberté des enfants de Dieu; que nous soyons assurés du secours des saints Anges, nos frères, auxquels le Seigneur a donné ordre de nous garder dans toutes nos voies11, et qui, témoins respectueux du combat que le Sauveur soutint contre Satan, s’approchèrent de lui, après la victoire, pour le servir et lui rendre leurs hommages. Entrons dans les sentiments que veut nous inspirer la sainte Eglise, et durant ces jours de combat, recourons souvent à ce beau cantique qu’elle nous signale comme l’expression la plus complète des sentiments dont doivent être animés, dans le cours de cette sainte campagne, les soldats de la milice chrétienne.

Mais l’Eglise ne se borne pas à nous donner ainsi un mot d’ordre contre les surprises de l’ennemi; pour occuper nos pensées, elle offre à nos regards trois grands spectacles qui vont se dérouler jour par jour jusqu’à la fète de Pâques, et nous apporter chacun ses pieuses émotions avec l’instruction la plus solide.

D’abord, nous avons à assister au dénouement de la conspiration des Juifs contre le Rédempteur: conspiration qui commence à s’ourdir et qui éclatera le grand Vendredi, lorsque nous verrons le Fils de Dieu attaché à l’arbre de la Croix. Les passions qui s’agitent au sein de la Synagogue vont se manifester de semaine en semaine; et nous pourrons les suivie dans leur affreux développement. La dignité, la sagesse, la mansuétude de l’auguste victime nous paraîtront toujours plus sublimes et plus dignes d’un Dieu. Le drame divin que nous avons vu s’ouvrir dans la grotte de Bethléhem va se continuer jusqu’au Calvaire; et pour le suivre, nous n’aurons qu’à méditer les lectures de l’Evangile que l’Eglise nous proposera jour par jour.

En second lieu, nous rappelant que la fête de Pâques est pour les Catéchumènes le jour de la nouvelle naissance, nous reporterons notre pensée a ces premiers âges du christianisme où le Carême était pour les aspirants au Baptême la dernière préparation. La sainte Liturgie a conserve la trace de cette antique discipline; et en entendant ces magnifiques lectures des deux Testaments, à l’aide desquelles on achevait la dernière initiation, nous remercierons Dieu, qui a daigné nous faire naître dans ces siècles où l’enfant n’a plus à attendre l’âge d’homme pour faire l’épreuve des divines miséricordes. Nous songerons aussi à ces nouveaux Catéchumènes qui, de nos jours encore, dans les contrées évangélisées par nos modernes apôtres, attendent, comme aux temps anciens, la grande solennité du Sauveur vainqueur de la mort, pour descendre dans la piscine sacrée et y puiser un nouvel être.

Enfin, nous devons, pendant le Carême, nous remettre en mémoire ces Pénitents publics, qui, expulsés solennellement de l’assemblée des fidèles le Mercredi des Cendres, étaient, dans tout le cours de la sainte Quarantaine, un objet de préoccupation maternelle pour l’Eglise, qui devait, s’ils le méritaient, les admettre à la réconciliation le Jeudi saint. Un admirable corps de lectures, destiné à leur instruction et à intéresser les fidèles en leur faveur, passera sous nos yeux; car la Liturgie n’a rien perdu non plus de ces fortes traditions. Nous nous rappellerons alors avec quelle facilité nous ont été pardonnées des iniquités qui, dans les siècles passés, ne nous eussent peut-être été remises qu’après de dures et solennelles expiations; et, songeant à la justice du Seigneur, qui demeure immuable, quels que soient les changements que la condescendance de l’Eglise introduit dans la discipline, nous sentirons d’autant plus le besoin d’offrir à Dieu le sacrifice d’un cœur véritablement contrit, et d’animer d’un sincère esprit de pénitence les légères satisfactions que nous présentons à sa divine Majesté.

Afin de conserver au saint temps du Carême le caractère de tristesse et de sévérité qui lui convient, l’Eglise, durant un grand nombre de siècles, s’est montrée très réservée dans l’admission des fêtes à cette époque de l’année, parce qu’elles portent toujours en elles un élément de joie. Au ive siècle, le concile de Laodicée marquait déjà cette disposition dans son cinquante-unième Canon12, ne permettant de faire la fête ou la Commémoration des Saints que les samedis ou les dimanches. L’Eglise grecque s’est maintenue dans cette rigueur; et ce n’est que plusieurs siècles après le concile de Laodicée qu’elle s’en est enfin relâchée en admettant, au 25 mars, la fête de l’Annonciation.

L’Eglise Romaine a longtemps retenu cette discipline, du moins en principe; mais elle a admis de bonne heure la fête de l’Annonciation, et ensuite celle de l’apôtre saint Mathias, au 24 février. On l’a vue, dans les derniers siècles, ouvrir son calendrier à d’autres fêtes encore dans la partie qui correspond au Carême, mais cependant avec une grande mesure, par égard pour l’esprit de l’antiquité.

La raison qui a rendu l’Eglise Romaine plus facile dans l’admission des fêtes des Saints en Carême, est que les Occidentaux ne regardent pas la célébration des fêtes comme incompatible avec le jeune, tandis que les Grecs sont persuadés du contraire. C’est pourquoi le samedi, qui est toujours pour les Orientaux un jour solennel, n’est jamais chez eux un jour de jeûne, si ce n’est pourtant le Samedi saint. De même, ils ne jeûnent pas le jour de l’Annonciation, à cause de la solennité de cette fête.

Ce préjugé des Orientaux a donné origine, vers le vii siècle, à une institution qui leur est particulière et qu’ils appellent la Messe des Présanctifiés, c’est-à-dire des choses consacrées dans un Sacrifice précédent. Chaque dimanche de Carême, le prêtre consacre six hosties, dont une est consommée par lui dans le Sacrifice; les cinq autres sont réservées pour une simple communion qui a lieu chacun des cinq jours suivants, sans Sacrifice. L’Eglise latine n’exerce ce rite qu’une fois l’année, le Vendredi saint, et pour une raison profonde que nous expliquerons en son lieu.

Le principe de cet usage des Grecs est venu évidemment du quarante-neuvième Canon du concile de Laodicée, qui prescrit de ne pas offrir le pain du Sacrifice en Carême, si ce n’est le samedi et le dimanche13. Dans les siècles suivants, les Grecs ont conclu de ce canon que la célébration du Sacrifice était incompatible avec le jeûne; et nous voyons par leur controverse, au xie siècle, avec le légat Humbert14, que la Messe des Présanctifiés, qui n’a en sa faveur qu’un canon du trop fameux concile appelé in Trullo15, tenu en 692, était justifiée par les Grecs moyennant cette allégation absurde, que la communion du corps et du sang du Seigneur rompait le jeûne quadragésimal.

C’est le soir, après l’Office des Vêpres, que les Grecs célèbrent cette cérémonie, dans laquelle le prêtre communie seul, comme chez nous le Vendredi saint. Il y a cependant exception, depuis plusieurs siècles, pour le jour de l’Annonciation; le jeûne étant suspendu dans cette solennité, on y célèbre le Sacrifice, et les fidèles peuvent communier.

Le règlement du concile de Laodicée ne paraît pas avoir été jamais reçu dans l’Eglise d’Occident; et nous ne voyons, à Rome, aucune trace de la suspension du Sacrifice en Carême, si ce n’est le jeudi, jusqu’au viiie siècle, où nous apprenons du Liber Pontificalis que le Pape saint Grégoire II. voulant compléter le Sacramentaire Romain, ajouta des Messes propres pour ce jour dans les cinq premières semaines de Carême1. Il serait difficile de rendre raison aujourd’hui des motifs de cette suspension de la Messe au jeudi dans l’Eglise Romaine, non plus que de l’usage de l’Eglise de Milan qui n’offre pas le Sacrifice le vendredi en Carême. Les raisons qui en ont été données nous paraissent peu satisfaisantes ; et quant à l’Eglise de Milan, nous serions porté à croire que l’usage romain de ne pas célébrer la Messe le Vendredi saint, usage qui s’observe pareillement dans l’Eglise Ambrosienne, aurait été par imitation étendu aux autres vendredis du Carême.

Le manque d’espace nous oblige à ne toucher que légèrement tous les détails de ce chapitre; cependant il nous reste à dire encore quelque chose des usages mystérieux de notre Carême occidental. Nous en avons déjà fait connaître et expliqué plusieurs dans le Temps de la Septuagésime. La suspension de l’Alleluia, l’emploi de la couleur violette dans les ornements sacres, la suppression de la dalmatique du diacre et de la tunique du sous-diacre; les deux cantiques de joie, Gloria in excelsis et Te Deum laudamus, interdits l’un et l’autre; le Trait substitué dans la Messe au verset alléluiatique; l’Ite missa est remplacé par une autre formule; l’oraison de pénitence qui se récite sur le peuple, à la fin de la Messe, aux jours de la semaine où l’on ne célèbre pas la fête d’un Saint; les Vêpres anticipées avant midi, tous les jours, à l’exception des Dimanches17: ces divers rites sont déjà connus de nos lecteurs. En fait de cérémonies actuellement pratiquées, nous n’avons plus à signaler que les prières qui se font à genoux, à la fin de chacune des Heures de l’Office, dans les jours de férié, et l’usage en vertu duquel tout le Chœur se tient aussi agenouillé durant le Canon de la Messe, à ces mêmes jours.

Mais nos Eglises d’Occident pratiquaient encore en Carême d’autres rites qui, depuis plusieurs siècles, sont tombés en désuétude, bien que quelques-uns se soient conservés, en certaines localités, jusqu’à nos temps. Le plus imposant de tous consistait à tendre un immense voile, ordinairement de couleur violette et appelé la courtine, entre le chœur et l’autel, en sorte que ni le clergé ni le peuple n’avaient plus la vue des saints Mystères qui se célébraient derrière cette impénétrable barrière. Ce voile était un symbole du deuil de la pénitence auquel le pécheur doit se soumettre, pour mériter de contempler de nouveau la majesté de Dieu, dont il a offensé les regards par son iniquité. Il signifiait aussi les humiliations du Christ, qui furent un scandale pour l’orgueil de la Synagogue, et qui disparaîtront toup à coup, comme un voile que l’on lève en un instant, pour faire place aux splendeurs de la Résurrection18. Cet usage est demeuré, entre autres lieux, dans l’église métropolitaine de Paris.

La coutume était aussi, en beaucoup d’églises, dévoiler la croix et les images des saints dès le commencement du Carême, afin d’inspirer une plus vive componction aux fidèles, qui se voyaient privés de la consolation de reposer leurs regards sur ces objets chers à leur piété. Cette pratique, qui s’est aussi conservée en quelques lieux, est moins fondée cependant que celle de l’Eglise Romaine, qui ne voile les croix et les images qu’au temps de la Passion, comme nous l’expliquerons en son lieu.

Nous apprenons des anciens cérémoniaux du moyen âge que l’on était dans l’usage de faire pendant le Carême un grand nombre de processions d’une église à l’autre, particulièrement les mercredis et les vendredis; dans les monastères, ces processions se faisaient sous le cloître et nu-pieds19. C’était une imitation des Stations de Rome, qui sont journalières en Carême, et qui, durant un grand nombre de siècles, commençaient par une procession solennelle à l’église stationnale.

Enfin, de tout temps l’Eglise a multiplié ses prières dans le Carême. La discipline actuelle à ce sujet porte que, dans les cathédrales et collégiales qui n’en sont pas exemptées par une coutume contraire, on doit ajouter aux Heures Canoniales, le lundi, l’Office des Morts; le mercredi, les Psaumes Graduels, et le vendredi, les Psaumes de la Pénitence. Dans nos Eglises de France, au moyen âge, c’était un Psautier tout entier que l’on ajoutait chaque semaine à l’Office ordinaire20.

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1 In Ezechiel. Caput xxix.
2 Gen. vii, 12.
3 Num. xiv, 33.
4 Exod. xxiv, 18.
5 III Reg. xix, 8.
6 Temps de la Septuagésime, pag. 247.
7 Ps. Qui habitat in adjutorio, dans l’Office de Complies
8 Scuto circumdabit te veritas ejus. A None.
9 Et sub pennis ejus sperabis. A Sexte.
10 Ipse liberavit me de laqueo venantiam. A Tierce.
11 Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis. A Laudes et à Vêpres.
12 Labb. Concil., tom. I.
13 Labb. Concil., tom. I.
14 Contra Nicetam, tom. IV.
15 Can. 52. Labb. Concil., tom. VI.
16 Lib. Pontif., in Gregorio II.
17 Revoir, sur tous ces rites, le Temps de la Septuagésime.
18 Honorius d’Autun, Gemma animae, lib. III, cap. lxvi.
19 Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, tom. III, cap. xviii.
20 Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, t. III, cap. xviii.

 

Cfr. P. Guéranger, L’Année liturgique, – IX. La Carême18, Paris-Poitiers, Oudin, 1909, pp. 23-33 (Chapitre II).

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