Un secolo, eppure non sembrava. La vita, il ministero, la personalità di mons. Mario Cosulich

Prima Messa solenne di mons. Mario Cosulich al duomo di Lussinpiccolo l'8 marzo 1943

Monsignor Mario Cosulich era nato a Lussinpiccolo il 28 agosto 1920. Avvertita precocemente la vocazione al sacerdozio, si schiusero per lui le porte del Seminario zaratino quando aveva dieci anni. Completati gli studi ginnasiali e liceali, passò al Seminario Teologico Centrale di Gorizia. Qui ebbe ad annoverare tra i compagni di studi personalità che segnarono la storia recente dell’Arcidiocesi Metropolitana come mons. Pietro Cocolin, destinato a divenire arcivescovo di Gorizia e dal 1975 al 1977 amministratore apostolico di Trieste, mons. Silvano Fain, arciprete di Grado per più di quarant’anni, mons. Luigi Ristis che fu preposito del Capitolo Metropolitano Teresiano e ricoprì importanti incarichi presso la sede metropolitana.

Il clima particolarmente difficile che in quegli anni si respirava al Seminario goriziano, indusse l’arcivescovo di Zara, Pietro Doimo Munzani, a maturare la decisione di trasferire il giovane e promettente seminarista al Pontificio Seminario Romano, specie in ragione della sua brillante intelligenza e dell’entusiasmo con cui affrontava le difficoltà dello studio. Fu proprio nell’Urbe che completò gli studi che gli valsero una formazione teologica, liturgica ed ascetica particolarmente robusta e che furono coronati con il conseguimento della licenza in Teologia dogmatica ed il baccellierato in Filosofia.

Tra i suoi insegnanti negli anni di formazione romana — oltre al celebre storico Pio Paschini — si possono contare tre futuri cardinali: Francesco Carpino, Giuseppe Antonio Ferretto ed Ermenegildo Florit. Il chierico Mario Cosulich faceva parte di una classe di sedici allievi: di essi uno divenne cardinale (Vincenzo Fagiolo) e sei divennero vescovi. Tra i compagni di seminario figuravano ancora, pur in classi diverse, i futuri cardinali Giovanni Canestri e Salvatore Pappalardo con i quali negli anni serbò cordiali rapporti di amicizia.

Il diacono don Mario Cosulich non aveva ancora compiuto i 23 anni il 7 marzo del 1943, quando — per imposizione delle mani di mons. Munzani — divenne sacerdote. L’ordinazione si compì, proprio secondo il suo desiderio, nel duomo intitolato alla Natività di Maria nella natia Lussinpiccolo ove, il giorno successivo, cantò la sua prima Messa solenne. Frattanto a Roma, nel periodo a ridosso della sua ordinazione presbiterale, gli era stato prospettato di continuare il percorso formativo presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica in vista di un suo ingresso nel corpo diplomatico della Santa Sede. Don Mario però volle preferire il servizio pastorale divenendo cooperatore del parroco don Ottavio Haracich ed assumendo, nel contempo, l’insegnamento del latino, greco, ebraico e sacra teologia al Seminario di Zara.

Nel 1949, accolto da mons. Antonio Santin, don Cosulich inizia il suo lunghissimo servizio presso la nostra diocesi. Dopo pochi mesi come cooperatore presso la parrocchia di S. Lorenzo di Servola, viene trasferito — con lo stesso incarico — a S. Antonio Nuovo, allora retta da mons. Giovanni Grego, una figura sacerdotale destinata a rimanere scolpita negli affetti e nel cuore di don Mario.

Ricoprì l’incarico di presidente per l’Anno Santo del 1950, organizzando — specie per la sua conoscenza dell’Urbe — il nutrito pellegrinaggio triestino a Roma. Non aveva ancora compiuto trent’anni nel 1951 quando mons. Santin lo chiamò a ricoprire l’incarico di amministratore dell’allora più popolosa parrocchia della città: S. Giacomo Apostolo. L’anno successivo, la sua devozione verso il Serafico Padre san Francesco, lo portò a compiere la sua professione come terziario francescano. Nel 1954 giunse la sua nomina a parroco: come amava ripetere, fu l’ultimo dei parroci triestini a ricevere l’anello, segno del legame con la comunità, secondo una tradizione di molti luoghi un tempo sotto la sfera degli Asburgo. Proprio a S. Giacomo si profuse il suo vivace e travolgente zelo, sorretto dall’età e sostenuto da numerosi collaboratori tra i quali ricordiamo: don Ivan Omersa, don Luigi De Apollonia, don Nereo Beari e, più tardi, don Matteo Filini, don Tullio Giadrossi, don Elio Stefanuto.

Ma molteplici furono gli incarichi che egli ebbe a ricoprire in diocesi: assistente della sezione maschile della FUCI, docente di teologia presso il nostro Seminario, cappellano dell’Apostolatus Maris, fondatore della Caritas diocesana, membro della Fondazione Benefica Casali e ancora apprezzato insegnante di religione — assieme a mons. Giuseppe Rocco — del Liceo Scientifico Guglielmo Oberdan (1950-1978) ove ancora moltissimi allievi lo ricordano con filiale affetto.

Nel 1965 san Paolo VI lo annoverò tra i camerieri segreti (grado della prelatura poi trasformato in cappellani di Sua Santità), cui spettava il trattamento di «monsignore». Nel 1968, con autorizzazione di mons. Santin, volle compiere un corso di aggiornamento teologico all’Università Cattolica di Washington ove, contemporaneamente, prestò servizio in una parrocchia della metropoli cui era annesso un ospedale.

Nel 1982, lasciata la parrocchia di S. Giacomo, divenne canonico del Capitolo Cattedrale di San Giusto. Due anni dopo, mons. Lorenzo Bellomi, volle nominarlo cerimoniere vescovile, un incarico che mons. Mario Cosulich svolgeva con estrema precisione stante il suo amore per la sacra liturgia che lo aveva appassionato in particolare negli anni romani.

Il 7 luglio del 1992, succedendo a mons. Luigi Carra, divenne preposito (prima dignità del nostro Capitolo), carica cui si associava storicamente il titolo di protonotario apostolico che mons. Cosulich ricevette altresì ad personam nel 2003. Nel biennio 1993-1994 fu amministratore della parrocchia della Madonna della Provvidenza.

Persona dotata di grande forza di volontà, sempre assiduo anche negli ultimi tempi — pur negli acciacchi della veneranda età ed i problemi che minarono la sua salute — agli obblighi capitolari, vivace, scherzoso, tutti lo ricordano per la sua brillante facondia, il suo senso spiccato dell’ironia e la sua capacità — davvero rara — di rendere semplici anche i concetti più complessi senza mai banalizzarli. Questo suo modo di essere, capace sempre di infondere coraggio, di relazionarsi alle persone gli fu sempre caratteristico. Ciò sino agli ultimi istanti della sua vita terrena, una vita sorretta da una devozione inossidabile specialmente verso la Vergine Maria invocata, dagli allievi del Pontificio Seminario Romano di cui fu decano, come «Mater mea, fiducia mea!».

Francesco Tolloi

Cfr. «Vita Nuova», 25 ottobre 2019, p. 7.

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Programma dell’VIII Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum. Roma 25-27 ottobre 2019

VIII Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum, Roma 25-27 ottobre 2019

Venerdì 25 ottobre

9:00 Quinto Convegno Summorum Pontificum all’Istituto Patristico Augustinianum (Via Paolo VI 25), organizzato da Oremus-Paix Liturgique con il seguente programma: alle 10 introduzione dell’abate Claudio Barthe, dalle 10:15 alle 12:30 interventi di padre Giovanni Zuhlsdorf e di Giovanni Silveira, dalle 12:30 alle 14 buffet, dalle 14 alle 16 interventi di don Nicola Bux e di Natalia Sanmartin Fenollera, dalle 16:00 alle 16:30 conclusioni di Cristiano Marquant (info contact@paixliturgique.org).

15:45 Via Crucis alla chiesa di S. Luigi dei Francesi (Piazza di S. Luigi de’ Francesi), a cura dell’Istituto del Buon Pastore.

17:15 Santa Messa di apertura del pellegrinaggio alla basilica di S. Maria ad Martyres (Piazza del Pantheon), a cura dei Norbertini di Godollo, servizio musicale della Schola cantorum della chiesa di S. Michele di Budapest, organizzata dalla Foederatio Internationalis Juventutem.

20:00 Presentazione del libro The Case for Liturgical Restoration (Nuova York, Angelico Press, 2019, pp. xxxvi-394) al Convento di S. Agostino in Campo Marzio (Via della Scrofa 80), organizzata dalla Foederatio Internationalis Una Voce (info secretary@fiuv.org, seguirà buffet).

Sabato 26 ottobre

9:30 Adorazione eucaristica alla basilica di S. Lorenzo in Damaso, organizzata dal Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum.

10:30 Partenza della processione verso la basilica di S. Pietro in Vaticano.

12:00 Santa Messa pontificale all’altare della Cattedra della basilica di S. Pietro, celebrata da s.e. r.ma mons. Domenico Rey, vescovo di Fréjus-Tolone; a seguire ricevimento per il rev.do Clero a Palazzo Armellini Cesi (Via della Conciliazione 51), organizzato da Oremus-Paix Liturgique.

Domenica 27 ottobre

9:30 Santa Messa alla chiesa di Gesù e Maria (Via del Corso 45) per i pellegrini che parteciperanno all’Angelus del Santo Padre, a cura dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

11:00 Santa Messa pontificale alla chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini (Piazza omonima), celebrata da s.e. r.ma mons. Rey, a cura della Fraternità Sacerdotale San Pietro.

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Mons. Mario Cosulich in memoriam

Mons. Mario Cosulich (Lussinpiccolo, 28 agosto 1920 - Trieste, 17 ottobre 2019)

Il 17 ottobre 2019, all’età di novantanove anni, è mancato a Trieste il protonotario apostolico soprannumerario mons. Mario Cosulich, preposito del Capitolo Cattedrale di San Giusto Martire.

Fu profondo estimatore e conoscitore della liturgia romana antica nella teoria e nella pratica. Una Voce Italia ne ricorda con rimpianto il consiglio, l’esempio, l’amicizia.

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La «festa della Parola di Dio»: sovvertimento della concezione liturgica di “festa”

Notizia recentissima è che il Papa di Roma ha, con motu proprio datato 30 settembre 2019, festa di san Girolamo (autore della più nota versione della Sacra Scrittura in latino), istituito la «festa della Parola di Dio», fissata alla III domenica del «tempo ordinario» (vale a dire, la III domenica dopo l’Epifania). Ora, dal lungo documento, che cita ampiamente la costituzione Dei Verbum del Vaticano II, non si evince con chiarezza se tale «festa» sia da intendersi come una “giornata” (ovvero un giorno particolarmente dedicato a un concetto, in cui si spiega questo nella predica e si compiono delle attività correlate, es. l’ordinazione dei lettori; ne esistono già tante, dalla giornata dell’evangelizzazione a quella del migrante, alcune delle quali istituite già da Pio XI e Pio XII), oppure di una vera e propria “festa liturgica”, con testi propri. Soprattutto in questo secondo caso, è certo però che la cosa presenta numerosi punti problematici.

La prima problematica è data dalle intenzioni ecumeniche esplicitamente citate nel motu proprio, in quanto tale «festa» aiuterebbe a «rafforzare i legami con gli ebrei» e «per l’unità dei cristiani» (implicitamente, il riferimento è chiaramente al protestantesimo) (1). Il presupposto è erroneo sotto più punti di vista, in modo particolarmente evidente quando parla dei giudei, perché presuppone che la loro religione abbia il medesimo testo sacro. In realtà, tra la Bibbia Cristiana e quella giudaica intercorrono notevoli differenze, non solo (macroscopicamente) a livello esegetico (e va ricordato che il Talmud, la raccolta degli autorevoli commenti interpretativi dei rabbini al testo sacro, è dai Giudei considerata come componente integrante e insolubile del testo stesso), ma anche a livello testuale: il testo giudaico della Bibbia, come si presenta attualmente, è frutto di una violenta revisione effettuata attorno al IX secolo e volta a eliminare gran parte dei riferimenti cristologici dell’Antico Testamento; un errore concettuale molto grave da parte dei compilatori delle nuove edizioni della Bibbia in lingue moderne è rifarsi spesso e volentieri a quei testi, anziché alla versione greca dei Settanta che rappresenta fedelmente il testo usato dai primi Cristiani. Questo, ovviamente, senza considerare il fatto che l’Antico Testamento per il giudeo è un testo univoco, mentre per il Cristiano ha senso solo se letto alla luce del Nuovo Testamento, e particolarmente dei quattro Vangeli, massima espressione della «Parola di Dio». Dunque un’attenta lettura dell’autentica Parola di Dio porta alla luce differenze più che vicinanze con il giudaismo e le altre religioni.

Per quanto riguarda i rapporti con gli altri cristiani, la frase del motu proprio «celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida» parte da presupposti chiaramente ecumenisti, perché tutti (gli ortodossi al pari degli eretici) dovrebbero camminare verso un’unica direzione, guidati dalla Parola. Ma questo è profondamente sbagliato, perché varrebbe a significare che nell’ortodossia non v’è tutta la Verità, ma parte di essa è nell’eresia. E ciò è logicamente impossibile.

Questa prima problematica è stata notata da tutto l’ambiente «tradizionalista», in quanto rispondente ai consueti argomenti della sua polemica, magari aggiungendovi il fatto che «l’aumento d’importanza della Parola potrebbe andare a discredito dell’Eucaristia». Ben pochi hanno però notato la seconda, che è una problematica molto radicata nel costume cattolico, tant’è vero che i tradizionalisti stessi la avallano e la difendono. Essa riguarda la concezione che la tradizione liturgica cristiana ha di “festa”.

Nel Cristianesimo, ogni giorno è una “festa” in un certo senso; da un punto di vista strettamente liturgico la “festa” indica invece la celebrazione del transito (cioè della nascita al cielo) di un santo, oppure di importanti misteri della vita del Signore, o della Sua Genitrice. In questi termini tradizionali, la domenica non è una “festa” propriamente detta, ma è un “giorno”, sicuramente il caput di tutta la settimana. Questo concetto, lampante nella disposizione liturgica tradizionale delle domeniche, è ampiamente frainteso già dagli anni ’50, quando nei vari riordini del Messale Romano la domenica inizia ad essere etichettata come «festa del Signore», con una serie di conseguenze pratiche nell’atto liturgico che, sotto il pretesto di «salvaguardare le domeniche», finivano per sminuirle e farne sparire del tutto un numero considerevole (2).

Un’ulteriore e più grave anomalia tuttavia già da alcuni secoli si verifica con l’introduzione delle «feste di idea o di astrazione» (3), come le denomina, con non troppo velata intenzione critica, il grande liturgista mons. Léon Gromier. Se ne veda ora perché.

Il Cristianesimo, come riconosciuto in modo sottile anche da uno storico non cristiano quale Marc Bloch, ha una dimensione prettamente storica (4). Bloch ne evidenzia soprattutto la storicità (ben distinta dallo storicismo idealista) a livello metafisico: Cristo, il Verbo di Dio incarnato, è un personaggio storico; l’Incarnazione è un fatto, avviene nella storia e sconvolge in modo irreversibile la storia. Di questo avevano già scritto tutti i Padri, e qualsiasi studente liceale ne ha una conoscenza minima attraverso i principi del De Civitate Dei di sant’Agostino. Tuttavia, come ben sappiamo, l’aspetto metafisico è immediatamente riflesso (anzi, non essendoci rapporto di subordinazione, potremmo dire che il medesimo contenuto si irradia parallelamente in due canali) nella liturgia. Il temporale, riprendendo ancora una volta le parole del Gromier, è «fondato sui fatti», e così parimenti lo è il santorale antico: il primo rammenta gli eventi della Storia della Salvezza, iniziando dalla Natività del Signore e giungendo fino alla Pentecoste e all’istituzione della Chiesa; il secondo, da una parte completa il temporale con i misteri della vita della Deipara, e dall’altra commemora i Santi, personaggi storici che hanno con la propria vita esemplare testimoniato la possibilità di theosis offerta dalla Divina Redenzione, e li commemora nel giorno del proprio dies natalis al cielo (o al massimo della traslazione o dell’invenzione delle proprie reliquie), cioè il giorno di un fatto storico. A sostegno di ciò, troviamo, tanto nel Calendario Romano quanto nei Calendari di altri riti anche fatti storici di altro genere commemorati come feste liturgiche: la dedicazione di chiese, l’apparizione di san Michele sul Gargano, il martirio di san Giovanni a Porta Latina, la conversione di san Paolo, le apparizioni della Madre di Dio, la vittoria di Lepanto, le feste delle Cattedre; il miracolo di san Michele a Colosi, la caduta di Costantinopoli, il miracolo di san Teodoro, la traslazione o i miracoli compiuti da icone; il miracolo di san Simeone il Conciatore, e molti altri (5).

Il Santorale inizia tuttavia pian piano a essere ingombrato da queste «feste di idea», che alterano la struttura tradizionale del Calendario. Alcune sono accettabili: feste che possono trovare una loro lettura storica, e che vengono presentate come idee solo per comodità: essempligrazia, la Divina Maternità di Maria ricorda l’evento del Concilio di Efeso; la festa della Santissima Trinità è il completamento dell’Ottava della festa storica della Pentecoste (si confronti anche il modo con cui queste due feste sono celebrate presso i Greci, e come per mezzo dello Spirito Santo si verifichi operativamente l’azione diretta della Trinità nel mondo secondo la patristica antica) … La maggior parte tuttavia no: già nel basso medioevo nascono, e proliferano nei secoli successivi; corrispondono a titoli o pratiche devozionali (Sacra Famiglia, i «titoli» della Madonna, Cristo Re, i Nomi del Signore e di sua Madre …), anche a sacramenti, che però presi nella loro astratta oggettività perdono del lor proprio significato (il Corpus Domini, il Preziosissimo Sangue …), o a concetti che sovente nell’interpretazione popolare rischiano di sfiorare l’eresia (i Cuori di Cristo e di Maria). Paradossalmente, queste feste hanno ricevuto nella storia degli ultimi secoli attenzione maggiore (in modo un po’ populista, poiché care al devozionismo popolare): risulta estremamente ridicolo vedere elevate a doppie di I classe o addirittura insignite d’Ottava e celebrate con pompa magna feste come il Preziosissimo Sangue o il Sacro Cuore, e viceversa snobbati e dimenticati in una II classe (6) e quasi mai solennemente celebrati eventi fondamentali come la Trasfigurazione o la Natività della Madonna.

Purtroppo, molto spesso, il movimento tradizionalista non si rende conto della sovversione profonda che questo tipo di feste ha apportato al sistema del Calendario, e anzi spinge, sull’onda devozionista, per l’introduzione di nuove feste, di nuovi titoli della Madonna, alcuni dei quali di dubbia ortodossia (come il recentemente istituto, come festa liturgica nel rito riformato, «Madre della Chiesa», oppure «Corredentrice», o «Mediatrice di tutte le grazie»). Non sono mancati nemmeno gli sponsores dell’introduzione di una «festa di Dio Padre», sulla scorta di presunte rivelazioni di una dubbia mistica del secolo scorso, i quali propugnavano l’importanza di questa festa sostenendo il Padre essere l’unica persona della Santissima Trinità priva di festa liturgica (tra l’altro, credendo la Pentecoste una «festa dello Spirito», e non un evento quale è! Verrebbe da chiedersi, poi, quale tra la miriade di eventi che Lo riguardano sia la «festa del Figlio») …

La verità è che non esistono feste in onore delle persone della Santissima Trinità in quanto tali poiché tutta la liturgia è una lode incessante al Dio Trino e Uno, e ogni atto liturgico si compie «in nomine Sanctae, Consubstantialis et Indivisae Trinitatis, Patris et Filii et Spiritus Sancti». Così come allo stesso modo la Parola di Dio è onorata quotidianamente in tutta la Liturgia: è cantata nell’Ufficio (salmi e cantici) e nella Messa, e la sua parte più importante, ovvero il Vangelo, è riverita con lumi e incenso, e in molti riti orientali pure «intronizzata» sull’altare (anche nel rito romano classico, in realtà, dacché il diacono depone il libro al centro della sacra mensa prima di pregare «Munda cor meum …»).

Purtroppo, se anche questi concetti paiono obliati dalle menti dei cattolici, financo i più «esperti» di liturgia, tristi appaiono le sorti della Chiesa Romana …

 

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(1) Nella vulgata comune, il protestantesimo è rappresentato come la forma di cristianesimo che ha mantenuto maggior rispetto per il testo sacro, dandogli maggior importanza nei suoi sacri servizi, nella formazione religiosa, ecc. In realtà questa visione è prettamente parziale e ideologica, in quanto il protestantesimo presenta una forte alterazione del testo sacro, che arriva addirittura a sminuirlo. Tale alterazione è insita nella distorsione del rapporto tra pleroma (la pienezza [della Chiesa]) e atomon (l’individuo) alla base dell’eresia protestante: già nel luteranesimo, e maggiormente nella seconda riforma, ogni singolo atomon diventa pleroma a sé stante, non necessariamente unito e concorde con i suoi correligionari: ogni individuo è chiesa a sé, questa è la conseguenza più pesante del forte e inquieto personalismo individualista della dottrina luterana, di cui i cinque sola sono solo un’espressione esemplificativa. Nella Sacra Scrittura, questo si verifica nella misura in cui oltre alla libera e doverosa lettura del testo (cosa comune alla Chiesa antica, mai venuta meno nell’Ortodossia, ed eclissatasi nella pratica cattolica controriformista solo in opposizione al protestantesimo), si accompagna la libera interpretazione individuale dello stesso, al massimo guidata da un pastore che in questo modo assume un grande potere (clericalista) d’influenza sul popolo: non c’è nessun legame nell’interpretazione individuale con la Tradizione e i Padri della Chiesa, che nella visione ortodossa costituiscono il necessario complemento al testo sacro, di cui ricavano ed esplicitano il contenuto dommatico. Lutero stesso, con un atto di vero spregio al testo sacro, fu il primo ad applicare questa libertà interpretativa nel rigettare in primis l’Epistola di Giacomo, da lui considerata – senza alcun fondamento nemmeno filologico, per altro – una «lettera di paglia» perché palesemente negante la dottrina della sola fides, nonché altri testi canonici dell’Antico Testamento. E’ rispettoso forse del testo sacro stralciarne arbitrariamente le parti non conformi alla nostra visione personale, cioè alla nostra “chiesa” individuale? No, è irrispettoso e chiaramente eterodosso!
L’importanza nei sacri servizi è data molto semplicemente dal fatto che, eliminata o estremamente ridotta la parte sacrificale della liturgia, è rimasta in posizione preminente (ma quantitativamente non superiore rispetto a quanto praticata nel Cristianesimo tradizionale) la “parte istruttiva”, ovvero la lettura biblica.

(2) Prima del 1955, la domenica impedita da una festa era commemorata sia alla Messa che all’Ufficio, e il suo Vangelo era letto come IX lezione del Mattutino e come Ultimo Vangelo della Messa. Con la riforma di Pio XII, non solo spariscono Ultimo Vangelo e IX lezione proprie, ma pure la commemorazione in caso di coincidenza con una festa del Signore (giusto per citare un caso lampante, Cristo Re; ma anche Corpus Domini e Sacro Cuore quando celebrati “esternamente” nella domenica più vicina …).

(3) L. GROMIER, La simplification des rubriques du missel et du bréviaire, in «Revue de Droit Canonique», V (1955), p. 176.

(4) Cfr. M. BLOCH, Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, Paris, Colin, 1993, pp. 26-27.

(5) Ironia della sorte, nelle riforme degli anni ’60 dal Calendario Romano sono state espunte due delle feste citate (Apparizione di san Michele e Martirio di san Giovanni); già dal Settecento, sulla scorta della devozione diffusa, la festa della «Madonna della Vittoria», istituita da Pio V per commemorare la vittoria a Lepanto, fu mutata in «Madonna del Rosario», con un conseguente mutamento in senso astratto dei suoi testi liturgici.
Le feste delle Cattedre (nel Calendario Romano, 18 gennaio quella Romana e 22 febbraio quella Antiochena; altri calendari locali avevano le proprie, per esempio quella Veneziana il 5 settembre) potrebbero parere «feste di idea», ma in realtà commemorano eventi storici, cioè l’istituzione di sedi episcopali di notevole importanza.

(6) Le feste più antiche risentono della graduazione antica, che riservava il rito doppio, e ancor più la I e la II classe, solo alle feste maggiori; quando poi pian piano, in modo anomalo, il doppio inizia a diventare il grado comune delle feste dei santi, vengono elevate sistematicamente tutte le feste care al popolo, ma vengono scordate feste che rimanevano doppie di II classe (o anche solo doppie maggiori, come l’Esaltazione della S. Croce) per antica tradizione, creando così dei visibili scompensi.

Cfr. traditio marciana

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Cresima in rito tradizionale a Venezia

Chiesa di S. Simon Picolo, Venezia

Il 13 ottobre 2019, domenica fra l’Ottava della Dedicazione della Ducale Basilica di S. Marco, alle 11 mons. Guido Pozzo, arcivescovo-vescovo titolare di Bagnoregio, conferirà la santa Cresima secondo il rito romano antico alla chiesa di S. Simon Picolo in Venezia, e ivi canterà la Messa pontificale. Una corale di cantori del Conservatorio Benedetto Marcello, diretto dal maestro Nicola Lamon, eseguirà una Messa dal primo libro delle Messe di Francisco Guerrero (1566), il Proprio gregoriano e Sancta Maria succurre miseris di Tomás Luis de Victoria.

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A Venezia apertura delle manifestazioni per il 250° anniversario di Pietro Nacchini alla chiesa di S. Rocco

Chiesa S. Rocco Venezia organo Nacchini

Sabato 5 ottobre 2019 alla chiesa di S. Rocco in Venezia (Campo dei Frari, 3063) vi sarà l’apertura delle manifestazioni per il 250° anniversario di Pietro Nacchini (1694-1769), costruttore d’organi della Serenissima, secondo il seguente programma:

ore 15:30 saluto delle autorità

ore 16 intervento di Gian Pietro Casadoro sulla vita di don Pietro Nacchini

ore 16:30 intervento del nostro associato m° Massimo Bisson sull’arte organaria e la musica a Venezia nel XVIII secolo

ore 17 concerto del m° Bisson all’organo Nacchini della chiesa (1743).

L’evento è organizzato dalla Scuola Grande di San Rocco e dalla Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, in collaborazione con la Fondazione Ugo e Olga Levi.

Cfr. fondazionelevi.it

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21 settembre 2019 terzo Pellegrinaggio ad Aquileia della Compagnia di Sant’Antonio

Basilica di S. Maria Assunta ad Aquileia

Sabato 21 settembre 2019 avrà luogo la terza edizione del Pellegrinaggio ad Aquileia, organizzato dalla Compagnia di Sant’Antonio in collaborazione con il Circolo Traditio Marciana, e si svolgerà secondo il seguente programma.

9 ritrovo davanti alla chiesa di S. Marco a Belvedere di Aquileia, ove secondo la tradizione sbarcò il santo Evangelista, e partenza del pellegrinaggio a piedi (alle 8:30 dalla stazione ferroviaria di Cervignano del Friuli partirà un bus per Belvedere a disposizione dei pellegrini)

11 Messa cantata in rito romano antico alla chiesa di Monastero di Aquileia

12:30 processione alla basilica di S. Maria Assunta: al battistero rinnovazione delle promesse battesimali, alla cripta venerazione delle reliquie dei santi Martiri Aquileiesi

13:30 pranzo che sarà imbandito per il pellegrini al vicino Hotel I Patriarchi (menù friulano al costo di 16 euro previa prenotazione a compagniasantantonio@libero.it oppure +39 347 3961396).

15 conferenze di formazione cattolica alla Sala Romana in piazza Capitolo.

Il pellegrinaggio è caratterizzato da un forte intento penitenziale, essendo indetto il Sabato delle Quattro Tempora di settembre, la Compagnia di Sant’Antonio invita tutti i cristiani a partecipare: «come sempre il pellegrinaggio è aperto a tutti e vi attendiamo numerosi, soprattutto coloro che credono sia quantomai necessaria e ormai indifferibile una difesa coraggiosa e pubblica della nostra fede».

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Messe votive in occasione dei pellegrinaggi


Specialmente negli ultimi anni, fioccano numerose le lodevoli iniziative di pellegrinaggi «della tradizione» nei santuari e nei luoghi di culto più cari alla cristianità, culminanti con la celebrazione del divin sagrifizio nella forma tradizionale della liturgia romana. Se tali iniziative sono da salutare come ammirevoli e meritorie, non sempre impeccabile è tuttavia l’organizzazione liturgica degli stessi per quanto concerne l’osservanza scrupolosa delle rubriche, e particolarmente di quale Messa si debba celebrare. Ciò avviene a detrimento del pellegrinaggio stesso, venendo meno quell’esattezza delle sacre cerimonie che, giusta le parole dell’insigne liturgista padre Giuseppe Baldeschi, «dà tale risalto e maestà all’ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli che i nemici stessi della cattolica religione».

Imperciocché usualmente tali pellegrinaggi si tengono in sabato, in quanto in tal data è possibile una maggior partecipazione dei fedeli, si è ampiamente diffusa la pratica di celebrare indistintamente una Messa votiva della Beata Vergine Maria, essendo il sabato il giorno tradizionalmente dedicato dalla devozione occidentale agli esercizi di pietà in onore della Madre di Dio, sovente appellata, e non di rado in modo generalista e scorretto, come «Messa di santa Maria in sabato». Questa scelta, che di norma si compie per l’influsso che il devozionismo da un paio di secoli almeno esercita sulla liturgia (1), è da riprovare in tutti quei (numerosissimi) casi in cui detta Messa votiva sia proibita dalle rubriche.

«In Sabbatis non impeditis Festo Duplici vel Semiduplici, Octava, Vigilia, Feria Quadragesimae vel Quatuor Temporum, vel officio alicujus Dominicae, quae supersit, in praecedens Sabbatum translato, dicitur Missa de sancta Maria secundum varietatem temporum, ut in fine Missalis ponitur» (2).

Queste indicazioni (riportate in Rubricae generales Missalis Romani, IV) sono da seguirsi scrupolosamente. La ricorrenza di santa Maria in sabato, si noti inoltre, è dotata di un proprio ufficio e sostituisce in toto l’ufficio della feria del sabato in cui non ricorra alcuno dei casi sopraelencati. Non è dunque propriamente una «Messa votiva», quantunque sottostia a molteplici delle norme ad esse relative, e ciò si può intuire dal fatto che in essa sia previsto il canto del Gloria, a differenza di quanto avviene in tutte le altre messe votive, comprese quelle che tengono il posto della Messa conventuale.

Altro discorso, ben distinto dalla memoria di santa Maria in sabato, è la «Messa votiva della Madonna», che può celebrarsi in qualsiasi giorno (e non solo in sabato), purché rispettando la seguente e limitativa norma, che si applica a tutte le messe votive, in onore di Nostro Signore, della Madre di Dio, della Trinità, dello Spirito Santo o di un qualsiasi santo iscritto nel Martirologio (3):

«Missae votivae cantatae, etiam pro re non gravi, permittuntur quandocumque non occurrit Officium duplex, vel Dominica quaevis, licet anticipata vel, etiam quoad Officium, reposita; … Prohibentur: 1. In feria IV cinerum et feriis Majoris Hebdomadae
2. In vigiliis Nativitatis, Epiphaniae et Pentecostes; 3. Infra Octavas Nativitatis, Epiphaniae, Paschatis, Ascensionis, Pentecostis et Corporis Christi, aliasque octavas alicubi privilegiatas; 4. Diebus octavis simplicibus, etiamsi tantum commemoratis; 5. Diebus, in quo primo resumitur missa Dominicae impeditae; 6. In ecclesiis unam tantum missam habentibus, diebus Rogationum, si fiat processio, et ubi cujuslibet missae conventualis onus urgeat, cui per alios sacerdotes satisfieri nequeat» (4).

Si osserva che queste rubriche si riferiscono alla Messa cantata (essendo questa generalmente celebrata in occasione di pellegrinaggi); per la messa privata le rubriche sono più restrittive, e includono nella proibizione tutte le vigilie, le ferie delle Quattro Tempora, le ferie d’Avvento dal 17 al 23 dicembre inclusive, tutta la Quaresima e il lunedì delle Rogazioni.

Come si noterà, per poter celebrare una Messa votiva occorre scegliere un giorno in cui ricorra un ufficio al massimo semidoppio, e tali giorni costituiscono una minima parte del Calendario Romano.  La restrizione è ancora maggiore dopo l’aggiornamento del 1962, dacché il doppio e il semidoppio confluiscono nella III classe, e la Messa votiva è proibita nelle feste di detta classe.

A ciò si aggiunga che – dacché le rubriche richiedono comunque, anche quando permessa, una causa ragionevole per celebrare la Messa votiva – la logica e il buonsenso impongono, nel caso in cui si faccia un pellegrinaggio verbigrazia a un Santuario della santa Croce oppure di alcuni santi Martiri, di celebrare (sempre se consentito dalle suddette rubriche) la Messa votiva del titolo del Santuario in cui ci si reca, e non già quella della Madonna per pura devozione. Questa scelta, benché non sia esplicitamente indirizzata da rubrica veruna, si può ricavare dalla norma di seguito esposta.

Moltissimi luoghi di pellegrinaggio, in virtù del gran numero di pellegrini affluentivi, hanno ottenuto dalla Santa Sede il permesso di celebrare al suo interno una «Messa votiva del Santuario». Tale possibilità, concessa ab immemorabili per alcuni luoghi (essempligrazia, i luoghi della vita di Nostro Signore in Terra Santa, che hanno messe votive proprie speciali), è menzionata espressamente nel Codice delle Rubriche del 1960 (nn. 375-376, cfr. Rubricae generales Missalis Romani dell’edizione 1962). La Messa votiva celebrata in questi luoghi pii è classificata come di II classe secondo il nuovo Codice delle Rubriche, ed è quella del titolo del Santuario. Talora, se il titolo fosse stato un mistero della vita del Signore o della Madonna, veniva concesso di celebrare la Messa votiva di quel mistero (cosa ordinariamente vietata): per esempio, il mistero della Presentazione della Vergine nella Basilica della Salute in Venezia. Tale concessione è comunque strettamente legata al luogo e a un permesso esplicito, tuttavia ci fornisce alcune indicazioni di carattere generale (per esempio, il fatto che la Messa votiva del santuario sia quella del titolo).

Infine, bisogna trattare della Messa votiva pro re gravi et causa simul publica, cioè quella che può liberamente celebrarsi in qualsiasi giorno fuorché nelle feste doppie di I classe, nelle domeniche di I classe, nelle ferie privilegiate (Ceneri e Settimana Santa), nelle vigilie di Natale e Pentecoste e nella commemorazione di tutti i fedeli defunti. Moltissime Messe votive oggidì celebrate in occasione di pellegrinaggi vel similia rispondono teoricamente alle rubriche della Messa pro re gravi; tuttavia, questa Messa non si può celebrare a discrezione del singolo sacerdote, ma presuppone dei requisiti:

1. Res gravis: i decreti della Sacra Congregazione dei Riti affermano esservi questo requisito «quando implorandum sit divinum auxilium in urgenti aliqua necessitate, aut gratiae agendae pro insignibus beneficiis obtentis». Il motivo grave condiziona anche la scelta della Messa votiva: se questa vien cantata per implorare l’aiuto divino, potrebbe essere logico cantare una delle numerose messe votive pro quacumque necessitate contenute alla fine del messale. Se invece è di ringraziamento, alla Messa votiva (della Trinità, dello Spirito Santo, della Beata Vergine Maria o di un qualsiasi santo iscritto nel martirologio) dovrebbe aggiungersi l’orazione pro gratiarum actione.

2. Causa publica: per definire questa condizione sfruttiamo l’interpretazione che ne dà il liturgista barnabita Bartolomeo Gavanto, ovvero che la causa sia pubblica «an pertineat, vel per se, vel per accidens, notabiliter ad communitatem, vel saltem ejus partem». Un pellegrinaggio che coinvolga una notevole quantità di fedeli dunque soddisferebbe a questo requisito.

3. Mandatus vel consensus Ordinarii loci: non è possibile cantare una Messa votiva pro re gravi senza il permesso, almeno implicito, dell’Ordinario locale; sarebbe un abuso farlo in assenza di questo. Il parroco può permettere la Messa votiva per causa grave nella sua parrocchia senza ricorrere al vescovo solo se detta causa sia imminente e non vi sia tempo di contattare l’Ordinario.

Occorre infine rilevare alcuni importati aspetti concernenti l’ordinamento della Messa votiva: la Messa privata, così come quella cantata pro re non gravi, vengono celebrate senza il Gloria e il Credo, con il tono feriale e il Benedicamus Domino in fine: uniche eccezioni sono la messa votiva degli Angeli e la messa di santa Maria in sabato, che hanno il Gloria; tuttavia si è visto che quest’ultima non è esattamente una Messa votiva. La Messa votiva pro re gravi invece ha il Gloria (se previsto dall’ordinamento della Messa: se si tratta, ad esempio, di una Messa contra paganos, in paramenti viola, non avrà l’Inno angelico) e il Credo, e s’impiegherà il tono festivo. Tuttavia, il Codice delle Rubriche del 1960 ha apportato una modifica a questo punto, limitando il Credo alle sole messe votive di I classe (cioè quelle in occasione della Dedicazione di una Chiesa, di un Congresso Eucaristico, oppure di tridui, ottavari, centenari e altre consimili celebrazioni straordinarie indette dall’Ordinario); per chi segue dunque il messale del 1962, tanto la Messa votiva pro re gravi, quanto la Messa votiva «del Santuario», essendo ambedue di II classe, vanno cantate senza il Credo.

Nelle precedenti righe si è trattato essenzialmente dei casi principali in cui può imbattersi l’organizzatore di pellegrinaggi: la casistica delle Messe votive è molto variegata e complessa e non è certo esaurita da tale trattazione, che non menziona ad esempio le Messe degli sposi, le Messe votive permesse il primo giovedì (in onore di Cristo Sommo Sacerdote) e il primo venerdì (in onore del Sacro Cuore) del mese ove si tengano particolari esercizi di pietà, le solennità esterne, gli anniversari, ecc. ecc. Tuttavia, i lineamenti generali e i principi fondamentali sono stati espressi con chiarezza.

Confidando nell’ampio accoglimento tanto delle norme cogenti quanto dei principi di buonsenso testé espressi, ci permettiamo in ultima istanza di segnalare come il culto liturgico sia scandito temporalmente da un calendario, ovvero da un Proprio del Tempo e da un Proprio dei Santi, il cui armonico disporsi lungo l’anno costituisce un ripercorrersi della storia della salvezza cui l’atto liturgico è imprescindibilmente legato. Perciò, a nostro modesto avviso, fatta salva la sussistenza di peculiari necessità, non dovrebbe indiscriminatamente preferirsi la celebrazione delle Messe votive a quella delle Messe del giorno, sibbene effettuarsi una ponderata valutazione, che tenga conto anche del calendario particolare della diocesi e della chiesa in cui si celebra la Messa (5), affine di celebrare la Messa che risponda maggiormente allo spirito della sacra liturgia.

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(1) Questo dà origine a una commistione tra il culto privato e il culto pubblico, non rispettando la superiorità che quest’ultimo deve avere sul primo; tale confusione di piani può portare a scivolare nell’eresia pietistica, che porta a considerare la devozione privata come superiore al culto pubblico e ufficiale della Chiesa.

(2) «Ne’ sabati non impediti da una festa doppia o semidoppia, da un’ottava, una vigilia, una feria di Quaresima o delle Quattro Tempora, o dall’ufficio di una Domenica sopravanzata traslato nel sabato antecedente, si dice la Messa di santa Maria secondo la diversità dei tempi, come indicato alla fine del messale».

(3) Sono invece proibite, senza esplicito indulto, le messe votive dei beati.

(4) «Le messe votive cantate, anche per causa non grave, sono permesse ogniqualvolta non occorra un officio doppio, o una qualche Domenica, pur anche anticipata o, per quanto concerne l’Ufficio, riposta; … Sono invece proibite: 1) il mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana Santa; 2) nelle vigilie di Natale, Epifania e Pentecoste; 3) fra l’ottave del Natale, dell’Epifania, della Pasqua, dell’Ascensione, di Pentecoste e del Corpus Domini, e fra l’altre ottave privilegiate del luogo; 4) nei giorni d’ottava semplice, ancorché siano soltanto commemorati; 5) nei giorni in cui si riassume per la prima volta la Messa di una Domenica impedita; 6) nelle chiese ove si tiene una sola Messa, nei giorni delle Rogazioni, qualora si faccia la processione, e dove viga obbligo di messa conventuale, che non può esser soddisfatto da altri sacerdoti». Trattasi di un sunto delle istruzioni contenute in Additiones et Variationes in rubricis Missalis Romani, II, riportato in Kalendarium liturgicum in Archidioecesi Cracoviensi A.D. 1923 servandum.

(5) «In alienis ecclesiis vel oratoriis Missa regulariter debet omnino convenire cum Officio loci, non autem celebrantis»: di ciò si deve tener conto anche nel considerare se sia possibile dire una Messa votiva: oggi 17 luglio è sicuramente possibile dire una Messa votiva ove si celebra sant’Alessio, che è di rito semidoppio, ma non già a Venezia, ove celebrasi la Traslazione di santa Marina con rito doppio maggiore.

Cfr. traditiomarciana.blogspot.com

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Guillelmi Duranti, De caligis et sandaliis

1. Superius de sex ornamentis tam sacerdotibus quam episcopis communibus dictum est, nunc autem de novem pontificum specialibus dicendum restat, et prius de caligis et sandaliis videamus. Vestimentum autem pedum non habuit originem ab Aaron qui dumtaxat in Iudea conversabatur, ideoque necesse non habuit, sed ab apostolis quibus dictum est: Euntes docete omnes gentes; nisi forte quis dixerit quod calige et sandalia in locum feminalium succedunt.

2. Celebraturi igitur pontificis pedes interea, dum dicuntur quinque psalmi in preparatione evangelii pacis, caligis et sandaliis calciantur, quorum pulchritudinem admirabatur Propheta dicens: Quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium bona. Unde Apostolus ad Eph.: Calciati pedes calceamentis virtutum. Et in evangelio legitur Dominum misisse discipulos suos sandaliis calciatos, calciatos itaque in preparatione evangelii pacis. Si enim calciati non essent, quomodo super serpentes et scorpiones calcare potuissent?

3. Cogitent igitur episcopi cur ita calciati sunt, imitentur eorum exempla quorum imitantur calceamenta. Siquidem per pedes convenienter affectus intelliguntur; debent namque habere affectus et desideria calciata, ne pulvere terrenorum seu temporalium maculentur.

4. Per huiusmodi quoque calciamentum prohibitio pedum congrue intelligitur, ne videlicedt ad illicita festinent.

Quia vero affectus facilius inficiuntur et maculantur tempore prosperitatis, quod per dextram, quam tempore adversitatis, quod per sinistram intelligitur; ideo ut maiori periculo citius occurrendum ostendatur, a dextro pede pontifex incipit calciari.

Prius tamen quam sandalia pedibus imponantur, caligis induuntur usque ad genua protensis, ibique constrictis quia predicator pedibus suis rectos facere debet gressus suos et genua debilia roborare; nam qui fecerit et docuerit, hic magnus vocabitur in regno celorum.

Per huius calciamentum, prohibitio pedum intelligitur ne videlicet festinent ad malum. Calige quoque iacinctini, id est aerei seu celestis coloris, denotant quod celestes debent habere pedes, id est affectus, et firmos, ne claudicent sed dicant: Confortamini pusillanimes, etc.

5. Et consequenter sandalia pedibus imponuntur, que sic vocantur ab herba vel sandarico colore quo depinguntur: Habent autem desubter integram soleam, desuper vero corium fenestratum, quia gressus predicatoris et subtus debent esse muniti ne polluantur terrenis, iuxta illud dominicum: Excutite pulverem de pedibus vestris; et sursum aperti quatenus ad cognoscenda misteria seu celestia revelentur, iuxta illud propheticum: Revela oculos meos et considerabo mirabilia de lege tua. In hoc quoque quod desuper aperta sunt, quod corda semper ad Deum erecta habere et mentis oculos ad ea que sursum sunt aperire debemus, significatur. Quod etiam subtus solida sunt, significat quod mentem in terrenis obtusam habere debemus, nec debemus querere benedictionem Esau que in terris est, sed Iacob que in celis est.

6. Rursus quod sandalia quibusdam in locis aperta, et in quibusdam integra seu clausa sunt, designant quod evangelica predicatio nec omnibus revelari, nec omnibus abscondi debet, iuxta illud: Vobis datum est nosse misterium regni Dei, ceteris autem in parabolis. Nolite sanctum dare canibus, neque margaritas spargere ante porcos.

7. Sandalia quoque quandoque interius ex corio albo fiunt, quia necesse est intentionem candidam et conscientiam puram coram Deo habere; et exterius nigrum apparet, quia predicatorum vita propter tribulationes huius mundi nigra et despecta secularibus videtur. Quandoque etiam rubeum, ad votum martyrii designandum, et quandoque diversis coloribus variatum, in quo virtutum varietas que adesse debent significantur.

8. Lingula vero a corio separata super pedem consurgens linguas eorum qui predicatori bonum perhibent testimonium significat, qui tamen quodammodo a spiritualium cenversatione separati sunt. Secundo, lingula ipsa spiritualium lingua est, que predicatorem in opus predicationis introduxit. Tertio, etiam ipsius predicatoris linguam designat; linea vero ex ipsa lingula usque ad finem sandalii per medium eius procedens, evangelicam perfetionem designat; linee vero ex utroque latere procedentes, que in fine sandalii ad ipsam mediam linem referuntur ibique terminantur, legem figurant propheticam, que in evangelio recapitulatur et in eo determinatur.

Pars vero superior sandaliorum per quan pes intrat consuta est multis filis, ut non dissolvantur duo coria, quia iunctio studere debet predicator plurimis virtutibus atque sententiis Scripturarum, ut opera forinseca, cum iis que intrinsecus sunt intrent, coram Deo non distunguuntur. Lingua quoque sandaliorum que super pedem est, lingua quoque predicatorum significari potest. Linea sutoris, opere scilicet procedens a lingue sandaliis usque ad finem eis, significat evengelicam predicationem. Linee vero ex utraque parte procedentes legem propheticam figurent que in evangelio recapitulatur, etenim ipse replicate sunt ad mediam lineam que usque ad finem currunt. Sane sandaliorum ligatura significat quod prelatus qui huc illucque discurrere habet, gressus mentis firmare debet cum in turbis versatur.

9. Quia vero corrigie huc atque illuc manibus ducuntur, ut sandalia firmentur et ligentur, significat quod predicator sic firmo gressu incedere debet ut nulli onerosus existat, et ne in via sinistrando deficiat. Nam frustra velociter currit qui priusquam ad metam perveniat deficit; mistice enim sandalia cursum predicatoris significant. Quandoque tamen sandalia non ligantur, quia Christi incarnatio aliquando humanis sensibus aperta est, ut est pannis involvi et in presepio poni. Aliquando vero corrigie sandaliis supererogantur, quia scriptum est: Quodcumque supererogaveris, ego cum rediero reddam tibi.

Potest enim dici quod calige significant illam lotionem de qua Dominus ait: Qui lotus est non indiget nisi ut pedes lavet. Sed quia non sufficit munditia cordis absque patientia persecutionis, ideo secuntur centones rubei qui martirium figurant. Qui autem in corde munditiam et in voluntate, si opus fuerit, habuerit patientiam, securus accedet ad predicationem quam sandalia designat apostolica.

10. Porro secundum quod capiti, scilicet Christo, conveniunt, sandalia aliud designant: pontifex enim in altaris officio capitis sui, scilicet Christi, cuius est membrum, representans personam, dum pedibus assumit sandalia, illud incarnationis dominice calciamentum insinuata de quo Dominus dicit in psalmo: In Ydumeam extendam calciamentum meum, id est: in gentibus notam faciam incanationem meam. Venit enim ad nos calciata divinitas, ut pro nobis Dei Filius sacerdotio fungeretur. Per lingulas autem quibus pedibus ipsa sandalia constringuntur, illud idem accepimus quod per corrigiam calciamenti Iohannes Baptista significavit cum ait: Cuius non sum dignus corrigiam calciamenti solvere: unionem videlicet ineffabilem et copulam corpormen insolubilem, quibus verbi divinitas nostre se carni coniunxit. Sane, mediantibus caligis, pedes sandaliis coniunguntur, quoniam, anima mediante, carni divinitas est unita. Sicut enim pes corpus sustentat, ita divinitas mundum gubernat, unde: Adorate scabellum pedum eius, quoniam sanctum est.

11. Verum, secundum decretum Gregorii, dyaconi non debent uti compagis, id est sandaliis, neque manipulis, id est calciamentis episcopalibus, absque indulgentia sedis apostolice speciali. Olim enim utebantur quia eorum erat discorrere per comitatum. Hodie ergo nec ipsi nec sacerdotes utuntur, sed episcopi solum, ut per varietatem sandaliorum notetur varietas officiorum. Preterea episcopi habent per plebes discurrere, sacerdotes vero domi hostias immolare. Clerici autem Romane Ecclesie, ex concessione Constantini imperatoris, uti possent calciamentis cum udonibus, id est candido linteamine.

Cfr. G. DURANDO, Memoriale divinorum officiorum, III 8.

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Il 27 luglio 2019 Una Voce Bolzano organizza il pellegrinaggio alla S. Croce di Lazfons

Pellegrinaggio al Santuario di S. Croce di Lazfons il 27 luglio 2019

Anche quest’anno sabato 27 luglio 2019 alle 7:45 pellegrinaggio alla S. Croce di Lazfons (Latzfonserkreuz) – il santuario più alto d’Europa -, organizzato da Una Voce Bolzano. Alle ore 11 don Paolo Crescini parroco di Salorno celebrerà la Messa tridentina. Per informazioni e conferma partecipazione +393381702367 (Enea Capisani) unavocebozen@yahoo.de.

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