Bartolomeo Ricceputi, Il ministro della messa privata. Alla confessione

Bartolomeo Ricceputi, Il Ministro della Messa Privata

I. Collocatosi adunque inginocchio, come si disse, il Cherico in plano, per dar principio al suo servigio, sta aspettando con le mani gionte, che scenda il Sacerdote per cominciare quella parte della Messa (largamente parlando che dicesi Confessione). Sceso il quale, procura egli di ritirarsi alquanto indietro, per non istare in fila con esso, che sarebbe troppa presunzione: e quando il sacerdote riverisce profondamente la Croce (o col ginocchio piegato il Santissimo nel Tabernacolo, se a quell’Altare si trova) esso ancora profondamente s’inchina: e segnandosi quello, si segna anch’esso all’In Nomine Patris etc. senza dir nulla e standosi colla vita eretta. Recita poi a vicenda col Sacerdote li Versetti dell’Antifona, Introibo ad Altare Dei, rispondendo Ad Deum, qui lætificat juventutem meam: e così il Salmo Judica me, se si dice (poiché questo si lascia nelle Messe da morto, e nel tempo di Passione) col suo Gloria Patri, al quale semplicemente s’inchina; e la suddetta Antifona Introibo, quando si ripete doppo il Salmo: usando in ciò quella voce, che si conformi con quella del Celebrante.

II. Seguita doppo il Salmo (avanti di venire al Confiteor) il Versetto Adjutorium nostrum in nomine Domini, al quale si segna, e risponde  Qui fecit cœlum, et terram.

III. Nel mentre che il Sacerdote dice il suo Confiteor, il Cherico non fa né atto né moto veruno, ma si sta colla vita retta, e mani gionte senza picchiarsi il petto, e senza rispondere Amen quando il Sacerdote ha finito. Per dire poi esso il Misereatur sopra del Sacerdote ancor profondamente inchinato, si volta un tantino verso di quello mediocremente chino; e finito il Misereatur, si volge affatto verso l’Altare, e profondamente chino fa esso ancora la sua Confessione a nome suo, e del Popolo insieme, voltandosi solo un tantino colla testa verso del Celebrante, quando dice quelle parole Tibi Pater, e Te Pater; e picchiandosi al Mea culpa triplicato con tre colpi il petto. Finito il Confiteor, non ancor si muove, ma così profondamente inchinato ascolta con divozione il Misereatur vestri, che dice sopra di lui, e di tutti gli astanti il Sacerdote, al quale risponde Amen.

IV. Allora erge la vita, e all’Indulgentiam si segna col Sacerdote, rispondendo nel fine Amen.

V. Seguitano quegli ultimi versetti Deus tu conversus vivificabis nos etc. a’ quali il Ministro sta pur col Sacerdote mediocremente chinato, rispondendo a quelli la parte che a lui tocca: avvertendo, tanto qui, quanto nell’altre risposte, quando a vicenda dice qualche cosa col Sacerdote, di ben proferire le parole, di non prevenire, o imbrogliarsi, a far’imbrogliare il Sacerdote medesimo.

da B. RICCEPUTI, Il Ministro della Messa privata secondo che dalle Rubriche del Messale Romano. Dal Castaldo, dal Gavanto, dal Bauldry, dal Corsetto, da Monsignor di Biseglia, e da altri Autori s’è osservato, e discusso in più conclusioni nel Sagro Seminario di Benevento, Benevento, 1722, pp. 25-27 (§ 3).

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, LXXII-LXXIV

NON CONVIENE TRADURRE LA MESSA IN LINGUA VOLGARE

Card. Prospero LambertiniLXXII. Il punto non consiste qui. Consiste il punto nel vedere se essendo col tratto del tempo quella lingua, che una volta era comune, diventata particolare d’alcuni, cioè dei più dotti ed intesa da essi solamente, ed avendo il rimanente del popolo introdotto un’altra lingua volgare, fosse stato bene, o fosse bene il tradurre i divini offici e la santa messa nella lingua comune e volgare; e questo è quello che la Chiesa cattolica non ha voluto fare né vuol fare. 

LXXIII. Evvi una bella lettera pastorale di monsignor Giacomo Nicola Colbert arcivescovo di Roven su quest’argomento nella raccolta del Bessy dei concili provinciali della provincia rotomagense alla pag. 172 e seguenti. E per vero dire, chi mai di sana mente avrebbe potuto consigliare o potrebbe consigliare acciocché il popolo restasse, o resti istrutto del misterio della messa, il che potevasi fare, e si può fare comodamente coll’istruzione de’ predicatori e de’ parrochi, la traduzione della predetta messa dalla lingua, per esempio latina nella lingua volgare, quando tante lingua volgari sono ridicole e dispregevoli; quando, non diremo ogni nazione, ma quasi ogni città ed ogni paese ha una lingua particolare; quando nel corso di non molti anni ogni lingua volgare si va mutando; in tal maniera che Polibio nel lib. 3 delle Storie racconta che quando fu fatta la pace dopo la seconda guerra cartaginese a mala pena s’intendevano i patti della prima pace, essendosi mutata la lingua; quando si aprirebbe un largo campo a mille controversie in ogni traduzione; quando finalmente ancorché il popolo, tradotta la messa in lingua volgare, ne intendesse le parole non ne capirebbe però il senso, il che sarebbe una sorgente d’infiniti errori. Veggasi Sisto senese nel lib. 5 della Biblioteca santa al cap. 172 ed al lib. 6 cap. 263, il cardinal Osio nel trattato De missa non vulgari, il Silvio nella 3ª part. quest. 83 all’art. 4, il Mebesio nella Somma cristiana alla part. 3ª quest. 54, il Boucat nella sua Teologia Patrum al tom. 5 dissert. 1 De sacris caeremoniis all’art. 2, il Juenin  De sacramentis alla dissert. 5  De eucharistia quest. 8 cap. 7. 

LXXIV. In comprovazione di quanto abbiamo detto, benché la cosa sia assai chiara, non essere espediente che la messa sia tradotta in lingua volgare, può valutarsi che fino alla cattività di Babilonia la lingua santa non era differente dalla lingua volgare e gli offici si celebravano nella lingua intesa dal popolo; ed in tempo della cattività il popolo scordossi del puro ebraico, e s’avvezzò a parlare siriaco o caldaico. Terminata la prigionia, nella lezione della legge e nelle preghiere pubbliche fu ritenuto il puro ebraico ancorché il popolo non l’intendesse. Non v’è chi non sappia che il greco litterale è differente dal greco volgare. Nella Chiesa greca fu introdotta la liturgia nel greco litterale che allora era comune a tutti. Prosiegue la liturgia nel greco litterale che non è inteso dal popolo, ma solamente dai dotti. Segno dunque evidente si è, non esser espediente che introdotta la liturgia nella lingua comune del popolo, e divenendo questa col tempo lingua particolare dei dotti, si vada di mano in mano traducendo nella lingua volgare che è intesa dagli ignoranti e dai dotti. Ed in ordine al prossimo pericolo d’errori a cui sarebbero esposte le traduzioni, basterà rammemorare il messale tradotto in lingua francese nel 1660 da un certo Domenico Voisin. S’oppose lo zelo del clero gallicano mosso per appunto dagli inconvenienti di sopra indicati, e ricorse al sommo pontefice Alessandro VII che nell’anno 1661 lo condannò, né mancò l’autorità regia di adoprarsi acciocché l’ordine pontificio avesse la sua esecuzione. Tutta la storia coi documenti è riferita nel tom. 4 della Bibliotecadei critici sacri alla pag. 583 e seguenti, e nel tom. 3 dell’opera citata del P. Fontana alla pag. 916 e seguenti, e nel tom. 2 dell’opera citata del P. Bellelli.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 61-62

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Assunta 2016

Assunzione della B. V. M.

15 Agosto, XVIII delle Calende di Settembre

Assunzione della Beata Vergine Maria

Assúmpta est María in cælum : gaudet exércitus angelórum.

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa, LXIX-LXXI

LINGUA IN CUI SI CELEBRA LA MESSA

Card. Prospero LambertiniLXIX. Passando all’idioma, si celebra nella Chiesa occidentale la messa in lingua latina; ed è un’infame calunnia di chi ha preteso o pretende ciò farsi, ad effetto che il popolo ignori i misteri della medesima. E che questa sia una nera e sporca calunnia, si comprova col sacro concilio di Trento alla sess. 22 De sacrificio missae al cap. 8 ove ancorché si dica esser cosa espediente che la messa non si celebri in lingua volgare, si prescrive però che chi ha cura d’anime ne’ giorni particolarmente festivi di precetto vada spiegando al popolo qualche cosa in ordine alla messa e ai misteri della medesima. “Etsi missa magnam contineat populi eruditionem non tamen expedire visum est Patribus ut vulgari passim lingua celebraretur. Quamoberem retento ubique cuiusque Ecclesiae antiquo, et a sancta romana Ecclesia, omnium Ecclesiarum matre et magistra, probato ritu, ne oves Christi esuriant, neve parvuli panem petant at non sit qui frangat eis, mandat sancta synodus pastoribus et singulis curam animarum gerentibus ut frequenter inter missarum celebrationem vel per se vel per aliis, ex iis quae in missa leguntur, aliquid exponant atque inter caetera sanctissimi huius sacrificii mysterium aliquod declarent, diebus praesertim dominicis et festis”.

LXX. La proposizione ottantesima sesta di Quesnell fra le condanne nella bolla Unigenitus dalla S. M. di Clemente XI è la seguente: “Eripere simplici populo hoc solatium iungendi vocem suam voci totius Ecclesiae est usus contrarius praxi apostolicae et intentioni Dei”. Vari sono i sensi di questa proposizione e fra gli altri vi è quello, che Quesnell intendesse che si dovesse dire la messa in idioma volgare ed in questo senso fu inteso dai cento vescovi di Francia nel loro documento pastorale ed anche intesa in questo senso fu da essi riprovata, e dottamente confutata dalla buona memoria del P. Fontana della Compagnia di Gesù, uomo di gran merito e sapere nel cap. 5 sopra la prop. 86 di Quesnell pag. 816 e seguenti, e dall’insigne teologo della religione agostiniana il P. Bellelli, nella sua bell’opera, in cui egli espone la mente di s. Agostino sopra il modo della riparazione dell’umana natura dopo la sua caduta.

LXXI. Giovanni Echio che con tanta dottrina scrisse contro i luterani, allorché inveirono contro di noi, appresso dei quali si dice la messa in lingua latina, come può vedersi nell’omel. 3 del suo tom. 2, le parole della quale leggonsi nel Raynaldi all’anno di Cristo 1523 num. 61, fu di sentimento che gli apostoli e i loro successori celebrassero la messa in lingua ebraica fino ai tempi d’Adriano imperatore, e che allora incominciasse la Chiesa a servirsi della lingua greca nelle cose sacre. Altri hanno creduto che la sacra liturgia non sia mai stata celebrata in altra lingua che nella latina o nella greca o nell’ebraica, in memoria dei tre idiomi ne’ quali fu scritto il titolo posto sopra la croce di Gesù Cristo. Ma chi ha trattato a fondo la materia, e coi fondamenti della storia ecclesiastica ha pienamente dimostrato che gli apostoli e i loro successori non solo predicarono, ma celebrarono anche i divini offici e la messa nella lingua volgare di quel paese in cui predicavano e dicevano la messa, e che però nella Chiesa occidentale si servirono della lingua latina, perché in quel tempo la lingua latina era intesa da tutti ed era lingua comune. Si possono vedere il cardinal Bona Rer. liturg. al lib. 1 cap. 5 num. 4, il P. Le Brun nel tom. 4 alla pag. 201 e molte altre seguenti, il Martene De antiquis Ecclesiae ritibus al lib. 1 cap. 3 art. 2.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 59-61.

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Bartolomeo Ricceputi, Il ministro della messa privata. Il segnarsi e la percussione del petto

Bartolomeo Ricceputi, Il Ministro della Messa Privata

X. Il segnarsi al Ministro in due maniere può occorrere: Una è con tutta la mano distesa, voltando la palma verso se stesso, dalla fronte fin sotto il petto, sopra però, e non sotto della mano sinistra (la quale in quell’atto si tien distesa, ed appoggiata al petto circa la cinta), poi dalla spalla sinistra alla destra, senza baciarsi in fine la mano. L’altra maniera è di segnarsi la fronte, la bocca, e’l petto col solo pollice della destra mano, tenendo in tanto la sinistra al petto, come di sopra, e tenendosi le altre dita della medesima destra semiplicate, non stese.

VIII. La percussione del petto si guardi di non farla strepitosa, ma leggiera, e divota, né si faccia con pugno chiuso, né con mano aperta, ma colle punte delle deta della man destra, per modo unite, che vengano tutte unitamente a toccare il petto, quando si batte: La sinistra intanto va pur tenuta applicata al petto circa la cinta, come si disse del segnarsi. Anzi questa sinistra s’ha per regola generale di tenerla sempre così, quando colla destra si fa qualunque azione, cui non debba la sinistra cooperare, né altro ancora debba ella fare.

IX. Quanto agli occhi, aut ad rem aut ad terram, questa è regola infallibile.

da B. RICCEPUTI, Il Ministro della Messa privata secondo che dalle Rubriche del Messale Romano. Dal Castaldo, dal Gavanto, dal Bauldry, dal Corsetto, da Monsignor di Biseglia, e da altri Autori s’è osservato, e discusso in più conclusioni nel Sagro Seminario di Benevento, Benevento, 1722, pp. 12-13 (§ 1).

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Indirizzo di saluto del presidente della FIUV per il 50° di Una Voce Italia

Felipe Alanis Suarez presidente della FIUV11 giugno 2016 Sala Margana Roma

Miei fratelli in Cristo,

è un grande onore per me scrivere un breve saluto ai soci di Una Voce Italia, nell’occasione del suo 50° anniversario.

Una Voce Italia è uno dei membri fondatori della nostra Federazione Internazionale, ma anche il cuore del movimento in difesa della Messa tradizionale in questa grande nazione alla quale tanto dobbiamo noi cattolici di tutto il mondo. Oggi, 50 anni dopo la sua fondazione, i frutti del suo lavoro si estendono all’intero pianeta, da Taiwan al Perù, dal Canada al Sudafrica. Migliaia e migliaia di cattolici nei cinque continenti abbiamo oggi la benedizione di assistere ogni domenica alla santa Messa secondo il messale di Giovanni XXIII, grazie alla tenacia di coloro che, tra il 1965 e il 1967, non hanno avuto paura di difendere ciò che nessuno osava difendere.

La mia più grande speranza è che in questi tempi di profonda oscurità e confusione nel mondo e nella Chiesa uniamo le nostre preghiere e le nostre forze affinché la Messa, fonte e culmine della nostra vita spirituale, sia conosciuta da tutti i nostri fratelli, perché essa sia il mezzo con cui possiamo dare gloria a Dio e ricevere la luce e il rifugio di cui tanto abbiamo bisogno.

Senza dubbio tutti noi che abbiamo cercato di combattere la battaglia della santa Messa abbiamo provato la frustrazione dell’avanzata del modernismo e del relativismo, l’amarezza del disprezzo dentro e fuori la nostra Chiesa. Tuttavia, anche nella battaglia abbiamo assaggiato il miele dolce della Tradizione, la certezza di trovarci davanti al santo Sacrificio dell’altare insieme con i santi di tutta la storia della Chiesa. Questo incontro con il Signore ci dà la gioia e la giovinezza, è la ragione per la quale ci troviamo qui. Ci fa ricordare che non saremo noi a salvare la Chiesa, ma la Chiesa ci salverà. La vittoria sopra il demonio appartiene già alla Madre nostra.

Sono certo che se Iddio lo permette Una Voce Italia resterà modello e fonte di ispirazione per molte associazioni in tutto il mondo. Preghiamo il Signore che ci permetta di rispondere alla sua chiamata e compiere ciò che ha previsto per noi sempre con speranza, con fede e carità.

A nome della Federazione Internazionale Una Voce desidero esprimervi i più profondi ringraziamenti e le più vive felicitazioni per questo anniversario così importante.

Personalmente, al pari di ogni cattolico, nel mio cuore vi è un posto molto speciale per l’Italia, da quel posto chiedo alla nostra amata Madre che continui a proteggerci sotto il suo manto, e a voi chiedo umilmente preghiere.

Con la speranza che un giorno Iddio ci permetterà di dargli gloria una voce.

Félipe Alanís Suárez

Presidente della Foederatio Internationalis Una Voce

Città del Messico, 11 giugno 2016

Letto dal presidente nazionale di Una Voce Italia al Giubileo di Una Voce Italia 1966-2016, Sala Margana Roma l’11 giugno 2016.

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Roma 11 giugno 2016 incontro per il 50° di Una Voce Italia e Te Deum di ringraziamento

Una Voce Italia

L’11 giugno 2016 a Roma nella Sala Margana, alla presenza di mons. Guido Pozzo, arcivescovo tit. di Bagnoregio e segretario della Commissione Ecclesia Dei, Una Voce Italia ha ricordato il cinquantesimo della sua fondazione.

Il presidente nazionale Fabio Marino ha aperto l’incontro dando lettura all’indirizzo di saluto fatto pervenire da Felípe Alanís Suárez, presidente della Federazione Internazionale Una Voce (cfr. qui). Ha preso la parola Riccardo Turrini Vita, già presidente nazionale, che portato il suo saluto e una testimonianza sul proprio incontro con la liturgia tradizionale e l’azione nella associazione. Sono poi intervenuti il presidente della Sezione Romana Lorenzo Cavalaglio e Carlo Marconi, suo ultimo predecessore.

Dopo questi interventi Filippo Delpino ha tenuto la relazione celebrativa dal titolo “Spes contra spem, l’ardua difesa della Liturgia Romana”, ricordando la fondazione del sodalizio avvenuta il 7 luglio 1966 in Roma allo studio del notaio Aurelio Cinque all’Esquilino a opera di Filippo Caffarelli, Guerino Pacitti, Carlo Belli, Luciano Sacchetti, Paola Biancotti. Il relatore ne ha evidenziato la novità, la necessità, la provvidenzialità. Alcuni laici assumevano un ruolo attivo nella difesa delle tradizioni liturgiche della Chiesa romana, nella convinzione che ciò fosse compito anche laicale e non riservato ai soli chierici: tale franca determinazione si contrapponeva al dilagante abbandono del latino, del gregoriano e della polifonia classica a opera del clero, che capovolgeva quanto decretato dal Concilio (SC 36, 1-2). Ai fondatori di Una Voce – ha insistito il relatore – va riconosciuto il merito di avere intuito il baratro che stava per aprirsi – l’ampiezza e la gravità della “rivoluzione liturgica” -, e di aver tempestivamente chiamato i fedeli più accorti a difendere il rito romano. Delpino ha poi ricordato la risposta negativa, le accuse di disobbedienza che questi fedeli dovettero patire, gli anni di una “difesa ardua” fra l’ostilità e più ancora lo sprezzo dei pastori. Dopo un decennio di sofferenze, il lento ritorno della speranza: da Dominicae cenae di san Giovanni Paolo II (1980) all’indulto della Quattuor abhinc annos (1984) all’Ecclesia Dei adflicta con la costituzione della Commissione Ecclesia Dei (1988), e finalmente, diciannove anni dopo, papa Benedetto XVI con il Motu proprio Summorum pontificum (2007) restituiva e assicurava la libertà dell’uso dei libri liturgici vigenti nel 1962. Ciò si traduceva nell’Urbe nell’erezione della parrocchia personale della Ss.ma Trinità dei Pellegrini (2008). Il relatore ha ricordato gli uomini e le donne che combatterono la buona battaglia negli anni difficili, a Roma e nelle sezioni locali. Prima fra tutti Cristina Campo, animata da una vibrante passione liturgica che seppe trasmettere e suscitarne attorno a sé un riverbero con un’incessante e quasi febbrile attività che giunse a coinvolgere nella difesa della liturgia tradizionale nomi illustri della cultura, delle arti, delle lettere. A conclusione un grato e commosso ricordo dei molti sacerdoti che continuarono a celebrare la messa della loro ordinazione, con un particolare tributo a mons. Renato Pozzi che nei tempi di privazione faceva vivere la vera liturgia alla chiesa romana di S. Girolamo della Carità. Da S. Salvatore in Campo, altra chiesa che ha ospitato Una Voce, a S. Girolamo della Carità e ora alla Ss.ma Trinità dei Pellegrini, chiese legate tutte a san Filippo Neri: la difesa e la preservazione dell’antica liturgia romana, vera opera di Controriforma, – così Delpino – sono state e sono provvidenzialmente poste sotto la protezione del compatrono di Roma.

Al termine della seduta gli astanti si sono recati alla vicina chiesa di S. Maria in Portico in Campitelli, ove mons. Pozzo ha officiato il solenne Te Deum di ringraziamento davanti al Ss.mo esposto, con il servizio liturgico della Fraternità Sacerdotale della Familia Christi guidata da don Riccardo Petroni.

La Cappella Musicale di S. Maria in Campitelli diretta dal maestro Vincenzo Di Betta ha eseguito il Te Deum per doppio coro (8 voci) e organo ad libitum, appositamente composto per il 50° di Una Voce Italia dal giovane maestro padovano Gabriele Taschetti. La composizione ha ampiamente attinto alle melodie del Te Deum solenne gregoriano, sfruttando armonie di stile contemporaneo che si muovono tuttavia nell’alveo della tradizione della musica modale. Il carattere dell’opera, a tratti magniloquente e sontuoso, a tratti delicato e mistico, esalta l’antico testo latino, rivelando ancora una volta la freschezza e l’attualità dell’autentica musica sacra.

 

Giubileo di Una Voce Italia, Roma 11 giugno 2016 - 1

Giubileo di Una Voce Italia, Roma 11 giugno 2016 - 2

Giubileo di Una Voce Italia, Roma 11 giugno 2016 - 3

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San Pietro e Paolo Patroni dell’Alma Urbe 2016

29 Giugno. Terzo delle Calende di Luglio.

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

A Roma: Patroni principali dell’Alma Urbe, doppio di 1ª classe con Ottava privilegiata di III Ordine. Dell’Ottava si fa la Commemorazione in tutte le Messe, anche dei doppi di 1ª e 2ª classe.

O Roma felix, quæ duórum Príncipu Es consecráta glorióso sánguine! Horum cruóre purpuráta céteras  Excéllis orbis una pulchritúdines.

V). Annuntiavérunt ópera Dei. R). Et facta ejus intellexérunt.

Oratio

Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti : da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium. Per Dóminum.

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Venezia 25 giugno 2016 festa dell’Apparizione di san Marco a S. Simon Picolo

Apparizione di san Marco

Sabato 25 giugno 2016, festa dell’Apparizione di san Marco Evangelista, alle 16 sarà cantata la messa tridentina alla chiesa di S. Simon Picolo a Venezia (fondamenta omonima, di fronte alla stazione ferroviaria Santa Lucia) dal rettore della medesima, il padre Jean Cyrille Sow fssp. Come gli anni passati la sacra funzione è promossa dal Collegio Liturgico dell’Apparizione di San Marco di Una Voce Venezia Sezione Paolo Zolli, che ne cura il servizio liturgico.

Al termine sarà esposta la reliquia del glorioso Evangelista, la quale dopo la benedizione sarà offerta al bacio dei cristiani presenti.

Il servizio musicale sarà espletato dal Coro del Laboratorio di Canto Gregoriano del “Concentus Musicus Patavinus” (Università di Padova), i cui cantori sono formati e saranno diretti dal maestro Massimo Bisson, ci si avvarrà inoltre della collaborazione di due organisti –  Stefano Scarpa e Amarilli Voltolina – che si alterneranno all’organo Carli della chiesa veneziana ove per tanti anni don Siro Cisilino celebrò la liturgia tradizionale.

Sarà eseguito il seguente programma musicale: Ingresso: Bernardo Pasquini (1637-1710), Toccata VII (all’organo Stefano Scarpa). Introito: Mihi autem (gregoriano). Kyrie e Gloria: dalla Missa IV Cunctipotens del Kyriale Romano. Graduale e Alleluja: Constitues eos, Nimis honorati, eseguiti sub sono organi, Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Canzon dopo l’Epistola (dalla Messa della Domenica) (all’organo Amarilli Voltolina); Credo: I (gregoriano). Offertorio: In omnem terram, eseguito sub sono organi, Giuseppe Sarti (1729-1802), Sinfonia I Tempo (all’organo S. Scarpa); Sanctus e Benedictus: dalla Missa IV Cunctipotens. Elevazione: Giovanni Battista Martini (1706-1784), Sonata per l’Elevazione (all’organo S. Scarpa). Agnus Dei: dalla Missa IV Cunctipotens. Comunione: Vos, qui secuti (gregoriano), Gaetano Valeri (1760-1822), Versetto (all’organo A. Voltolina). Dopo l’ultimo Vangelo: improvvisazione dell’organista S. Scarpa su Felix regio. Esposizione della reliquia: Felix regio (gregoriano, dall’antico repertorio marciano). Canto finale: Salve Regina (sollemnis). Sortita: Marcel Dupré (1886-1971), Preludio su Salve Regina (all’organo A. Voltolina).

Cfr. collegiumdivimarci.org

 

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