Dal 1° all’8 maggio ottavario di preghiera per il ripristino della pienezza del rito romano

Deus, incommutábilis virtus et lumen ætérnum : réspice propítius ad totíus Ecclésiæ tuæ mirábile sacraméntum, et opus salútis humánæ, perpétuæ dispositiónis efféctu, tranquíllius operáre; totúsque mundus experiátur et vídeat, dejécta érigi, inveteráta renovári, et per ipsum redíre ómnia in intégrum, a quo sumpsére princípium : Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum : Qui tecum vivit at regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula sæculórum. Amen.
(Orazione della Seconda Profezia nella Veglia Pasquale il Sabato Santo).

Per partecipare dal 1° all’8 maggio recitare questa orazione, celebrando possibilmente le feste secondo l’antico Calendario:

1° san Filippo e Giacomo Apostoli, 2 sant’Atanasio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, 3 Invenzione della santa Croce, 4 santa Monica Vedova, 5 san Pio V Papa e Confessore, 6 san Giovanni Apostolo ed Evangelista davanti a Porta Latina, 7 san Stanislao Vescovo e Martire, 8 Apparizione di san Michele Arcangelo.

Cfr. New Liturgical Movement; Traditio Marciana

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Prosper Guéranger, 3 maggio. Invenzione della santa Croce

Il trionfo della Croce.

Era conveniente che il nostro Re divino si mostrasse ai nostri sguardi appoggiato allo scettro della sua potenza, affinché nulla mancasse alla maestà del suo impero. Questo scettro è la Croce, ed apparteneva al Tempo pasquale di presentargliene l’omaggio. Una volta la Croce veniva presentata a noi quale oggetto di umiliazione per l’Emmanuele, come il letto di dolore sul quale spirò; ma poi egli non vinse la morte? e cosa è divenuta questa Croce, se non il trofeo della sua vittoria? Che essa, dunque, venga mostrata e si pieghi ogni ginocchio davanti all’augusto legno, per mezzo del quale Gesù conquistò l’onore che noi oggi gli rendiamo. Il giorno di Natale cantavamo con Isaia: «Ci è nato un pargolo e ci fu largito un figlio: ha sopra i suoi omeri il principato» (1). Poi l’abbiamo visto che portava sulle spalle questa Croce, come Isacco portò la legna per il suo sacrificio; ma oggi, per lui, non è più un peso. Essa brilla di uno splendore che rapisce lo sguardo degli Angeli; e dopo che sarà stata adorata dagli uomini finché durerà questo mondo, apparirà d’un tratto sulle nubi del cielo per assistere, presso il giudice dei vivi e dei morti, alla sentenza favorevole di coloro che l’avranno amata, alla condanna di quelli che l’avranno resa inutile per essi, a causa del loro stesso disprezzo e del loro oblio.

Durante i quaranta giorni che passò ancora sulla terra, Gesù non giudicò conveniente di glorificare l’istrumento della sua vittoria. La Croce non dovrà apparire che nel giorno in cui, pure essendo rimasta invisibile, avrà conquistato il mondo a colui del quale ripete le meraviglie. Egli riposò tre giorni nella tomba: quella rimarrà seppellita durante tre secoli nella polvere. Ma risusciterà anch’essa; ed è questa ammirabile Risurrezione che oggi celebra la Chiesa. Una volta compiutosi il tempo, Gesù ha voluto accrescere le gioie pasquali, rivelando questo monumento del suo amore per noi. Lo lascerà tra le nostre mani, per nostra consolazione, fino all’ultimo giorno; non è dunque giusto che noi gliene rendiamo omaggio?

La Croce sepolta e perduta.

L’orgoglio di Satana non aveva mai subito una disfatta così pungente quanto quella che piombò su lui quando vide lo stesso legno, che era stato l’istrumento della nostra perdizione, divenire quello della nostra salvezza. La sua rabbia impotente si rivolse contro quell’albero salvatore che gli ricordava così crudelmente e la potenza irresistibile del suo vincitore, e la dignità dell’uomo riscattato ad un tale prezzo. Egli avrebbe voluto annientare quella Croce che paventava; ma, sentendo la sua impotenza a realizzare un simile colpevole proposito, tentò almeno di profanare e di nascondere un oggetto per lui così odioso. Spinse quindi gli Ebrei a nascondere vergognosamente quel sacro legno, venerato dal mondo intero. Ai piedi del Calvario, non lontano dal Sepolcro, si apriva una voragine profonda. Fu là dentro che gli uomini della Sinagoga fecero precipitare la Croce del Salvatore, insieme con quelle dei due ladroni. I chiodi, la corona di spine, l’iscrizione, staccata dal legno, andarono a raggiungerla in quel baratro che i nemici di Gesù fecero riempire di terra e di detriti. Ed il Sinedrio credette che fosse così scomparso completamente il ricordo di quel Nazareno che si lasciò crocifiggere senza discendere dalla Croce. Quarant’anni dopo, Gerusalemme soccombeva sotto il peso della vendetta divina. Ben presto i luoghi della nostra redenzione furono macchiati dalla superstizione pagana; un piccolo tempio a Venere sul Calvario, un altro a Giove sopra il Santo Sepolcro: tali furono le indicazioni per mezzo delle quali, senza volerlo, la derisione pagana conservò il ricordo dei fatti meravigliosi che si erano compiuti su quel sacro suolo. Appena avvenuta la pace di Costantino, i cristiani non ebbero che da rovesciare quei vergognosi monumenti: la terra bagnata dal sangue del Redentore riapparve ai loro occhi, e la gloriosa tomba venne riaperta alla devozione. Ma la Croce non si rivelò ancora, e continuò a riposare nelle viscere della terra.

Il ritrovamento della Croce.

La Chiesa non rientrò in possesso dell’istrurnento della salvezza degli uomini, che qualche anno dopo il 337, data della morte dell’imperatore Costantino, generoso restauratore degli edifici del Calvario e del Santo Sepolcro (2). L’Oriente e l’Occidente trasalirono alla notizia di questa scoperta, che, condotta dal cielo, veniva a mettere l’ultimo suggello al trionfo del cristianesimo. Cristo confermava la sua vittoria sul mondo pagano, innalzando così il suo trofeo, non più come figura ma nella realtà: era il legno miracoloso, una volta di scandalo agli Ebrei, follia agli occhi dei pagani, ma di fronte al quale, d’ora in avanti, ogni cristiano avrebbe piegato il ginocchio.

Nel IV secolo il sacro albero fu venerato in quella basilica che riunì nel suo vasto recinto il glorioso Sepolcro e la collina della crocifissione. Un altro santuario fu innalzato nel luogo ove riposò la Croce durante tre secoli; una scala formata da numerosi gradini, conduce i pellegrini sino al fondo di questo misterioso asilo. Allora cominciò un succedersi di innumerevoli viaggiatori, venuti dalle quattro parti del mondo, per onorare i luoghi nei quali si attuò la redenzione dell’uomo, e per rendere omaggio a quel legno di liberazione. Ma i disegni misericordiosi del cielo non permisero che quel prezioso pegno di amore del Figlio di Dio verso la nostra misera umanità fosse riservato ad un solo santuario, per quanto sacro esso fosse. Una parte considerevole di esso fu destinato a Roma: riposerà nella basilica innalzata nei giardini di Sessorio, e il popolo romano chiamerà, d’ora in poi questo santuario col nome di basilica di Santa Croce in Gerusalemme.

Le reliquie.

Ma nel corso del tempo, la Santa Croce onorò con la sua presenza molti altri luoghi della terra. Già nel IV secolo san Cirillo di Gerusalemme attestava che i pellegrini che ottenevano per loro qualche piccolo frammento, avevano esteso a tutto il mondo questo divino beneficio (3). Nel VI secolo santa Redegonda sollecitò ed ottenne dall’imperatore Giustino II il frammento di proporzioni considerevoli che possiede il tesoro imperiale di Costantinopoli. La Gallia non poteva entrare in maniera più nobile a pertecipare al privilegio di avere una reliquia dell’istrumento della nostra salvezza, che per mezzo delle mani della sua virtuosa regina; e Venanzio Fortunato compose, per l’arrivo di detta augusta reliquia, quell’inno ammirabile che la Chiesa canterà sino alla fine dei secoli, ogni qual volta vorrà esaltare gli splendori della Santa Croce.

Gerusalemme, dopo l’alternativa della perdita e del ritrovamento, finì di perdere per sempre quell’oggetto divino che formava la sua gloria principale. Costantinopoli ne fu ancora l’erede; e questa città divenne la sorgente di ripetute prodigalità, che specialmente all’epoca delle crociate, servirono ad arricchire la Chiesa d’Occidente. Si fondò una specie di nuovi centri di devozione verso la Santa Croce, nei luoghi dove si conservavano gli insigni frammenti; da ogni dove si desiderava una particella del legno salutare. Il ferro ne divide le parti più considerevoli, ed a poco a poco le nostre regioni se ne trovano riempite. La vera Croce è ormai da per tutto, e non v’è cristiano che, nella sua vita, non abbia avuto possibilità di venerarne qualche frammento. Ma chi potrebbe contare gli atti d’amore e di riconoscenza che la vista di un oggetto così commovente genera nei cuori? e chi non riconoscerebbe in questa successiva profusione uno stratagemma della bontà divina per ravvivare in noi il sentimento della redenzione sul quale riposano le nostre speranze eterne?

Che sia dunque amato questo giorno in cui la Chiesa unisce il ritorno trionfale della Santa Croce alle gioie della Risurrezione di colui che conquistò, con quel mezzo, il trono su cui noi lo vedremo presto ascendere.

Offriamo atti di riconoscenza per l’insigne beneficio che, con l’aiuto dei prodigi, restituì agli uomini un tesoro, il cui possesso sarebbe mancato al patrimonio della Santa Chiesa. Aspettando il giorno in cui il Figlio dell’uomo dovrà innalzarla sopra le nubi del cielo, la sua Sposa la conserva, perchè lui stesso gliel’ha affidata, quale pegno di questo secondo avvento. In quel giorno egli ne raccoglierà, con la sua potenza, i frammenti sparsi sulla terra, e l’albero della vita si mostrerà in tutta la sua bellezza allo sguardo degli eletti e sotto la sua ombra l’inviterà al riposo eterno (4).

Lode alla Croce.

«Cristo crocifisso è potenza e sapienza di Dio» (I Cor. 1, 23). E’ la celebre parola del tuo Apostolo, o Gesù, e noi oggi ne costatiamo la verità. La Sinagoga volle annientare la tua gloria inchiodandoti su di un patibolo e si dilettava nel pensiero che è scritto nella legge di Mosè: «Un appeso è un oggetto di maledizione divina» (Deut. 21, 23). Ed ecco che questo patibolo, questo legno infame è divenuto il tuo più insigne trofeo. Negli splendori della tua Risurrezione, la Croce, ben lungi dal gettare un’ombra sulla luminosità della tua gloria, fa risaltare di nuovo splendore la magnificenza del tuo trionfo. Tu fosti inchiodato ad un legno, hai preso su di te la maledizione; crocifisso tra due scellerati, sei passato per un vile impostore, ed i tuoi nemici ti hanno insultato nella tua agonia su quel letto di dolore. Se non fossi stato che un uomo, non sarebbe rimasto di te che un ricordo disonorato; la Croce avrebbe divorato per sempre la tua gloria passata, o Figlio di Davide! Ma tu sei il Figlio di Dio, ed è la Croce che ce ne dà la prova. Tutto il mondo si prostra di fronte ad essa e l’adora; è lei che te l’ha conquistato, e gli omaggi che riceve vendicano abbondantemente la tua gloria dell’eclissi passeggera che il tuo amore per noi le impose un giorno.
Non si adora un patibolo; o, se si adora, è il patibolo di un Dio. Benedetto sia colui che è stato sospeso a quel legno! In cambio degli omaggi che ti rendiamo, o divin Crocifisso, mantieni in nostro favore la promessa che ci facesti: «Ed io quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me» (Gv. 12, 32).

Le reliquie.

Per attirarci con maggiore efficacia, deponi oggi tra le nostre mani il legno stesso, dall’alto del quale ci tendesti le braccia. Questo monumento della tua vittoria, sul quale ti reggerai nell’ultimo giorno, degnati di affidarcelo sino alla fine dei secoli, affinché noi attingiamo in esso un salutare timore della divina giustizia che ti ha inchiodato a quel legno vendicatore dei nostri delitti, e un amore sempre più tenero verso di te, nostra vittima, che non hai indietreggiato di fronte alla maledizione, affinché noi fossimo benedetti. Tutta la terra oggi ti ringrazia per il dono inestimabile che le hai concesso. La tua Croce, divisa in innumerevoli frammenti, è presente in moltissimi luoghi. Ora in tutto il mondo cristiano non vi è una regione che essa non renda sacra e non protegga.

La Croce ed il Sepolcro.

Il Sepolcro ci grida: Egli «è risuscitato, non è più qui»; la Croce ci dice: «Non l’ho trattenuto che per un momento, e poi si è slanciato nella sua gloria». O Croce! O Sepolcro! quanto breve è stata la sua umiliazione; mentre ci è assicurato il regno da Lui conquistato per tuo mezzo! Noi adoriamo in te le vestigia del suo passaggio, e tu rimani sacra per sempre, pcrché si è servito di te per la nostra salvezza. Gloria dunque sia a te, o Croce, oggetto del nostro amore e della nostra ammirazione in questo giorno! Continua a proteggere il mondo che ti possiede; siigli scudo per difenderlo contro il nemico, soccorso sempre presente che conserva il ricordo del sacrificio unito a quello del trionfo; poiché è per mezzo tuo, o Croce, che Cristo ha vinto, regna e impera. CHRISTUS VINCIT, CHRISTUS REGNAT, CHRISTUS IMPERAT.

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(1) Introito della Messa del giorno.

(2) Questi santuari erano stati consacrati il 13 settembre 335.

(3) Catechesi, IV, X, XIII.

(4) Ogni anno, il 14 settembre, aveva luogo a Gerusalemme la cerimonia dell’Esaltazione, od ostensione, della Croce. Quest’uso passò poi a Costantinopoli e più tardi a Roma (cfr. Anno Liturgico 14 settembre). Nella Gallia e nella Spagna si festeggiava la Santa Croce il 3 maggio, data che fu in seguito adottata dalla Liturgia romana, ciò che spiega perché abbiamo due feste della Croce. Noi non conosciamo infatti il giorno esatto dell’Invenzione, cfr. VINCENT et ABEL, Jérusalem Nouvelle, II, Parigi, 1914, pp. 201 ss.).

P. GUÉRANGER, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 599-604.

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A Venezia dal 5 al 12 aprile 2020 Settimana Santa tradizionale

Settimana Santa del 2020 nella chiesa di S. Simon Piccolo a Venezia (S. Croce 698, fondamenta S. Simon Piccolo):

5 aprile Domenica delle Palme
alle 11 benedizione delle Palme e processione interna, seguita dalla Messa cantata con il Passio di san Matteo. 

9 aprile Giovedì Santo
alle 11 Messa in Cena Domini, reposizione del Ss.mo Sacramento, vespri e spoliazione degli altari.

10 aprile Venerdì Santo
alle 15 canto del Passio di san Giovanni, adorazione della Croce, Messa dei presantificati.

11 aprile Sabato Santo
alle 11 Veglia pasquale seguita dalla Messa cantata.

12 aprile Domenica di Risurrezione
alle 11 Messa cantata.

Le funzioni saranno celebrate a porte chiuse, in seguito alle disposizioni vigenti contro il contagio del covid-19, trasmesse in diretta streaming sulla pagina facebook Chiesa di San Simeon Piccolo – Venezia – Rito romano antico, e ivi fruibili anche in differita.

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Pro vitanda mortalitate

Deus, qui non mortem, sed pœniténtiam desideras peccatórum : pópulum tuum ad te reverténtem propítius réspice; ut, dum tibi devótus exsístit, iracúndiæ tuæ flagélla ab eo cleménter amóveas. Per Dóminum nostrum Jesum Christum fílium tuum, qui vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula sæculórum. Amen.

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Indulgenza plenaria per la pandemia. Decreto della Penitenzieria apostolica

PENITENZIERIA APOSTOLICA

DECRETO

Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm. 12, 12). Le parole scritte da san Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.

Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.

La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da san Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «E’ soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).

Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.

Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della santa messa, alla recita del santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.

Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv. 15, 13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.

Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.

La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cfr. Enchiridion indulgentiarum, n. 12).

La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore

Krzysztof Nykiel
Reggente

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Venezia 8 marzo alle 11 Messa tridentina in diretta streaming

In seguito alle disposizioni del patriarca di Venezia per evitare il contagio del Covid-19, comuni anche a diverse altre diocesi, la Messa cantata in rito tridentino delle 11 di domenica 8 marzo 2020 alla chiesa di S. Simon Piccolo a Venezia sarà celebrata a porte chiuse.

La funzione sarà però trasmessa in diretta streaming sulla pagina facebook Chiesa di San Simeon Piccolo – Venezia – Rito romano antico.

La trasmissione in diretta della Messa è già avvenuta anche il 1° marzo.

L’iniziativa contribuisce a garantire ai cristiani legati al rito romano antico di poter seguire le celebrazioni a distanza, esigenza assai trascurata dalle diocesi nelle presenti circostanze.

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Kampala, no alla Comunione in mano. Lo stabilisce l’arcivescovo Lwanga insieme con altre norme per la celebrazione della liturgia

 

Il 1° febbraio 2020 mons. Cyprian Kizito Lwanga, arcivescovo di Kampala in Uganda, ha emanato con suo decreto (prot. X/347/20) una serie di regole da osservarsi nell’arcidiocesi per «la celebrazione propria dell’Eucaristia». Il presule ha stabilito innanzi tutto che «è vietato distribuire o ricevere la Comunione nelle mani».

La prescrizione è fondata sull’esigenza di garantire l’applicazione del can. 898 del Codice di Diritto Canonico che prevede che sia tenuta in sommo onore la santissima Eucaristia: poiché vari atti disonorevoli perpetrati contro l’Eucaristia risultano collegati con la Comunione in mano, appare appropriato – dice mons. Lwanga – ritornare al metodo più riverente di ricevere la Comunione sulla lingua.

Il decreto vieta che un laico possa distribuire la Comunione, se non sia incaricato dall’autorità ecclesiastica quale ministro straordinario a norma del can. 910 § 2. Inoltre il ministro straordinario prima di distribuire la Comunione dovrà riceverla sulla lingua dal ministro ordinario (vescovo, presbitero o diacono, can. 910 § 1).

La celebrazione eucaristica deve essere compiuta in un luogo sacro, salvo che una grave necessità consigli altrimenti, ancora ha stabilito l’arcivescovo di Kampala in modo da dare applicazione al can. 932 § 1.

Egli invoca poi il rispetto del can. 915, e pertanto ribadisce che coloro che si trovano in una illecita convivenza more uxorio e coloro che permangono in stato di peccato grave e manifesto non possono essere ammessi a ricevere la Comunione. Inoltre per evitare lo scandalo l’Eucaristia non può essere celebrata in casa di dette persone.

Nel celebrare e amministrare l’Eucaristia, infine, preti e diaconi devono indossare le vesti sacre previste dalle rubriche, come previsto dal can. 929. In applicazione di questo canone, mons. Lwanga vieta severamente di ammettere alla concelebrazione ogni prete che non indossi propriamente le prescritte vesti liturgiche. Un prete in dette condizioni non deve né concelebrare né assistere alla distribuzione della Comunione. Non deve neppure sedere nel santuario, ma porsi tra i fedeli nella congregazione.

Con il dichiarato scopo di frenare gli abusi nella celebrazione della Messa, il decreto si conclude stabilendo che tali norme devono essere seguite con effetto immediato.

Cfr. www.pmldaily.com

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Léon Gromier, Messe pontificale au faldistoire

Livre 2
Chapitre 8 bis

Tandis que le Cæremoniale S.(anctae)R.(omanae).E.(cclesiae) a deux chapitres détaillés sur la messe pontificale au faldistoire, le C.(aeremoniale) E.(piscoporum), ne lui en donnant point, se contente de quelques indications éparses à son égard. Pourtant la messe au faldistoire ne manque pas d’importance, soit parce qu’elle s’impose à tout évêque qui n’a pas le trône, ou qui en perd momentanément l’usage, soit parce qu’elle est organisée pour se célébrer devant un supérieur y faisant assistance pontificale, ou seulement passive. Son organisation, originaire de la chapelle papale, doit satisfaire ces deux exigences, dont la première peut aller sans la seconde, mais la seconde ne va pas sans la première. Ne l’ont pas compris quelques jeunes débutants romains, à la fin du siècle dernier, quand ils imaginèrent de transporter dans la messe au faldistoire toutes les particularités de la messe au trône qu’il crurent possibles. Ils se payèrent d’arbitraire et d’illogisme. On le verra au cours de ce chapitre spécial, nécessaire pour réunir les notions sur la messe au faldistoire.

L’évêque a toujours le droit de lire la préparation et l’action de grâces, de se chausser et déchausser, de s’habiller et déshabiller à l’autel, pourvu que ne soit pas présent un prélat supérieur, ou un chapitre, ou un nombreux clergé qui ne sent pas l’opportunité de telle sujétion à l’égard d’un évêque étranger. Dans ces trois cas, les actions susdites se font à la sacristie. A part les trois obstacles marqués, il peut y avoir un moyen terme: préparation et chaussement à la sacristie, puis habillement à l’autel; vice versa ensuite. Si habillement et déshabillement se font à l’autel, le diacre et le sous-diacre s’y rendent les premiers, et y attendent l’évêque, reçu et accompagné comme un évêque étranger; à la fin l’évêque part le premier, puis les ministres quand il est parti.

Si le célébrant est un évêque coadjuteur ou auxiliaire, et si l’évêque, non présent, lui a permis l’usage de la chape sans caudataire, il peut alors chanter tierce au faldistoire, s’habiller en pluvial pour la fin de cette heure, puis en chasuble pour la messe, à l’instar de l’évêque au trône, comme fait le cardinal archiprêtre dans les basiliques romaines.

En plus du diacre et du sous-diacre, le célébrant a un prêtre assistant pour la messe seulement, à l’exclusion de toute fonction qui peut la précéder ou la suivre. Ce prêtre assistant prend le pluvial quand l’évêque prend la chasuble; chacun quitte l’un et l’autre en même temps. Le diacre et le sous-diacre ne se joignent au célébrant qu’au moment de l’habiller; ils le quittent après l’avoir désbabillé; car des ministres parés ne servent jamais un évêque non paré, si ce n’est pour le parer.

C’est toujours le diacre qui met et ôte la mitre, toujours le sous-diacre qui met et ôte le grémial; quand ils en sont empêchés le cérémoniaire les remplace. Le diacre et le sous-diacre sont alignés devant ou derrière l’évêque quand il chante Dominus vobiscum ou Pax vobis. Oremus et la collecte, quand il entonne le Gloria et le Credo. Ils sont à ses côtés quand il dit l’introït, le Kyrie, le Gloria, le Credo et l’offertoire. Pour s’asseoir, les trois ministres vont au banc du prêtre célébrant; ils s’y placent, le prêtre assistant le plus proche de l’évêque, le diacre à la suite, le sous-diacre à, l’autre bout.

Le faldistoire est placé, l’évêque s’y asseoit et s’y tourne de la manière expliquée livre 1, chapitre 19, numéros 4 et 5. L’évêque est assis ou debout comme il le serait au trône. Il est tourné vers l’autel quand le serait un prêtre célébrant. Les règles concernant l’évêque, le livre, le bougeoir (s’il ne sert pas à un supérieur qui assiste au trône), la mitre et, éventuellement, la crosse, sont celles données chapitre 8. Néanmoins, le livre n’est tenu que par le portelivre, sauf une seule exception. De plus, on ne met pas sur l’autel les mitres du célébrant; car cette distinction est réservée aux mitres d’un prélat supérieur faisant assistance pontificale en pluvial.

Les médiocres théoriciens déjà signalés se dévoient facilement et de bonne heure. Leur opuscule sur la messe au faldistoire dément un travail sorti jadis d’une ambiance dont ils proviennent. Eux qui se piquent de suivre à la lettre le C. E. voudraient lui imputer des choses inouïes. Ils commencent par faire couvrir de sa barette un évêque en mantelet qui va s’habiller à l’autel, et qui s’en retourne apres déshabillement. Il ne faut pas beaucoup de raisonnement, on l’a vu en son lieu, pour comprendre que, malgré l’obscurité du C. E., l’évêque diocésain marche dans l’église couvert de sa barette. Certains rubricistes pourtant contestent ce principe. Alors comment peut-on l’appliquer à un évêque étranger, en dépit d’une règle commune à tout le clergé?

A un évêque faisant le même trajet, dans les mêmes conditions, ils font détacher et porter la queue de la soutane. Or la queue de la soutane ne se détache qu’à un évêque paré, et encore pas toujours; ensuite, quand elle est détachée, elle n’est pas portée devant un prélat supérieur qui fait assistance pontificale. Comme le C. E. ne parle pas de cela, nos théoriciens l’ont donc pris dans leur imagination.

Si l’on va processionnellement de la sacristie au chœur et vice versa, le sous-diacre marche seul devant le célébrant, qui marche entre le prêtre assistant à droite et le diacre à gauche. Le Cæremoniale S. R. E., qui ne suppose pas de procession, ne fait pas porter l’évangéliaire avec le manipule du célébrant par le sous-diacre. P. Grassi, au contraire, les lui fait porter; bien plus, il fait bénir et porter l’encens; mais il montre un souci exagéré d’imiter la procession de la messe au trône, qui pour lui n’existe pas.

A la messe au trône, le prêtre assistant, après être monté du côté de l’évangile pour aider le sous-diacre à faire baiser le livre, n’a qu’à descendre du même côté si le trône s’y trouve, ou bien au mileu si le trône est au fond de l’abside. A la messe au faldistoire, par contre, il doit descendre au coin de l’épître; alors y a-t-il besoin de lui imposer cette allée et venue pour si peu de chose? Nos théoriciens n’hésitent pas à dire oui; mais le Cæremoniale S.R.E. et la tradition romaine disent non.                                                                                    (I segue)

Cfr. L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale episcoporum, Paris, La Colombe, 1959, pp. 314-316.

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Venezia 21 gennaio 2020. Seminario di arte organaria “La lezione di Pietro Nacchini”

La lezione di Pietro Nacchini, Venezia 21 gennaio 2020

Nell’ambito delle celebrazioni dei 250 anni della morte di Pietro Nacchini, il 21 gennaio 2020 si svolgerà a Venezia, presso la Sala dei Concerti del Conservatorio Benedetto Marcello (Campo Pisani, San Marco 2810), il seminario di arte organaria “La lezione di Pietro Nacchini”.

Con inizio alle 10:30 fino alle 17 vi saranno gli interventi di Lorenzo Marzona, Introduzione all’organaria nacchiniana; Francesco Zanin, Gli organi di Pietro Nacchini: materiali, tecniche, conservazione; Massimo Bisson, Gli organi della Sala dei Concerti del Conservatorio di Venezia: una sintesi tra antico e moderno; Francesco Zanin, Accordatura e intonazione degli organi: problemi pratici e tecniche.

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Una Voce Notiziario 72-74 ns

Una Voce Notiziario 72-74 ns (2019)

Bollettino trimestrale UNA VOCE Associazione per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana Gennaio – Settembre 2019 N. 72-74 Nuova Serie [202-204 dell’intera collezione].

INDICE

1. Comunicato della Federazione Internazionale Una Voce sul divieto della Messa romana tradizionale da parte dell’Ordine di Malta, pp. 1-2
2. Jon Tveit, La prosa poetica del Canone romano, pp. 2-7
3. UNA VOCE ITALIA 50 ANNI – TESTIMONIANZE (n. 4)
4. Lettera di UNA VOCE alla Conferenza Episcopale Italiana del 1° novembre 1966, pp. 8-10
5. CONOSCERE LA SACRA LITURGIA (n. 6)
6. Rubricae generales Missalis Romani (4), pp. 10-11
7. VITA DELL’ASSOCIAZIONE, pp. 11-12

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