Il card. Burke all’Open Forum della FIUV a Roma il 16 settembre 2017

Card. Raymond Leo Burke

Sabato 16 settembre 2017 alle 18 a Casa tra Noi (via Monte del Gallo, 113) a Roma – nell’ambito della XXIII assemblea generale della Federazione Internazionale Una Voce -, come già annunciato, si terrà l’Open Forum aperto al pubblico.

Questo il programma dell’incontro:
alle 18 relazione di Paix Liturgique sìulla situazione della Messa tridentina negli ultimi anni.
alle 18:45 presentazione del nuovo libro di Leo Darroch sulla storia della FIUV con prefazione di mons. Athanasius Schneider (Una Voce, The History of the Foederatio Internationalis Una Voce, The Presidencies of Dr Eric Maria de Saventhem and Michael Treharne Davies 1964-2003, Leominster, Gracewinge, 2017, pp. 480, ISBN 978 085244 921 9, £ 25, www.gracewing.co.uk).
alle  19:30 arrivo di S. Em.za il card. Raymond Leo Burke che rivolgerà un messaggio e impartirà la benedizione ai presenti.

La FIUV invita all’Open Forum tutti gli interessati al rito romano antico e in particolare i pellegrini del Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum, che nello stesso giorno ha luogo nell’Alma Urbe.

Cfr. www.fiuv.org

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XXIII assemblea generale della FIUV a Roma

Dal 14 al 17 settembre 2017, si terrà a Roma la XXIII assemblea generale della Federazione Internazionale Una Voce, con la partecipazione dei delegati alle funzioni del Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum.

L’assemblea, riservata alle associazioni membro, sarà celebrata venerdì 15 al pomeriggio, alla Casa tra Noi (Via Monte del Gallo 113).

L’Open Forum si svolgerà invece sabato 16, sempre al pomeriggio e nella stessa sede.

Con questo evento, la FIUV conclude le celebrazioni del 50° anniversario della sua fondazione (1965-1967).

All’Open Forum sarà presentato il volume di Leo Darroch, già presidente internazionale, dal titolo Una Voce, The History of the Foederatio Internationalis Una Voce, The Presidencies of Dr Eric Maria de Saventhem and Michael Treharne Davies 1964-2003 (in uscita a settembre 2017 presso Gracewing, 2 Southern Avenue, Leominster, Herefordshire HR6 0QF, email gracewingx@aol.com sito web www.gracewing.co.uk, pp. 480, £ 25).

Mons. Athanasius Schneider orc, vescovo titolare di Celerina, ausiliare dell’arcidiocesi di Astana, in Cosacchia, ha scritto la prefazione del volume, dalla quale riportiamo questo bel giudizio:

Con questa sua opera magistrale, Leo Darroch, già presidente della FIUV, ha dato alle presenti e future generazioni cattoliche una preziosa documentazione della storia gloriosa della nobile battaglia di quegli intrepidi fedeli laici che si erano impegnati per restaurare il senso liturgico perenne della Chiesa. E’ stata una battaglia combattuta come buoni figli e figlie, per l’onore e la bellezza della loro Madre, la Chiesa. Possa questo libro avere un’ampia diffusione e sviluppare nei suoi lettori un profondo apprezzamento del tesoro liturgico perenne della Chiesa, il rito romano classico.

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Pellegrinaggio Summorum Pontificum a Roma dal 14 al 17 settembre 2017

Giovedì 14 settembre
-dalle 9 alle 18 Convegno «Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: una rinnovata giovinezza per la Chiesa» presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, Angelicum, largo omonimo:
9:30 saluto di padre Vincenzo M. Nuara op, moderatore di Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum e assistente spirituale di Giovani e Tradizione; 10 mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei: «Il Summorum Pontificum dieci anni dopo. Bilancio e prospettive»; 10:30 card. Gerhard Ludwig Müller: «Dogma e liturgia»; 11:30: don Marino Neri, segretario di ASSP: presentazione degli Atti del 4° convegno sul Motu proprio Summorum Pontificum del 2015; 11:45 dom Jean Pateau osb, abate di Fontgombault: «I frutti di grazia del Summorum Pontificum per la vita monastica e sacerdotale»; 12:30: Martin Mosebach: «Santa routine: sul mistero della ripetizione»; 13:30 pranzo; 15:30 card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti: «Il silenzio e il primato di Dio nella sacra liturgia»; 16:15 mons. Markus Graulich, sottosegretario del Pontificio consiglio per i testi Legislativi: «Dall’Indulto alla legge universale della Chiesa, una lettura canonistica del SP»; 17:15: dott. Ettore Gotti Tedeschi: «L’economia della liturgia»; 18 conclusioni (iscrizione 30 euro, compreso il pranzo);
-alle 18,30: Vespri dell’Esaltazione della santa Croce presso la basilica di S. Marco Evangelista al Campidoglio (piazza Venezia), officiati dall’arcivescovo mons. Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia.

Venerdì, 15 settembre
-alle 16 Via Crucis presso l’Anfiteatro Flavio (Colosseo) per le cure dell’Istituto del Buon Pastore;
-alle 19 Messa solenne alla basilica di Santa Maria sopra Minerva (piazza Minerva), cantata da mons. Gilles Wach, superiore generale dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

Sabato, 16 settembre
alle 9 adorazione eucaristica alla Chiesa Nuova, S. Maria in Vallicella (corso Vittorio);
-alle 9:45: uscita della processione dalla Chiesa Nuova verso la basilica di S. Pietro in Vaticano, diretta dall’arcivescovo mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei;
-alle 11 ingresso nella basilica e Messa pontificale all’altare della Cattedra celebrata dal card. Carlo Caffarra, il coro sarà diretto dal m° Aurelio Porfiri;
-alle 13 refezione per i membri del rev.do Clero, imbandita da Paix liturgique e dalla Federazione Internazionale Una Voce in occasione del suo 50° anniversario (richiesta l’iscrizione).

Domenica, 17 settembre
-alle 11 alla chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini Messa solenne in rito domenicano celebrata dal padre Dominique-Marie de Saint-Laumer, priore generale della Fraternità San Vincenzo Ferrer.

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Quarant’anni senza feste

Cade quest’anno il 40° anniversario della legge 5 marzo 1977, n. 54 che con l’accordo delle autorità civili e religiose (Giulio Andreotti presidente del consiglio e papa Paolo VI) stabiliva che i giorni dell’Epifania, san Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini e SS. Apostoli Pietro e Paolo «cessano di essere considerati festivi agli effetti civili». La norma statuale determinò la conseguente applicazione, da parte della Conferenza episcopale italiana, del n. 7 del decreto della S. Congregazione dei Riti 21 marzo 1969, recante Norme generali per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del Calendario romano: nei luoghi dove le solennità dell’Epifania, dell’Ascensione, del Corpo e Sangue di Cristo non sono di precetto, saranno trasportate alla domenica come a giorno proprio, quindi l’Epifania, alla domenica tra il 2 e l’8 gennaio, l’Ascensione, alla domenica VII di Pasqua, il Corpus Domini alla domenica dopo la Ss.ma Trinità. La traslazione, come appare, vale soltanto per la forma ordinaria del rito romano, mentre in quella straordinaria il giorno proprio di queste feste dovrebbe restare quello indicato dal Messale Romano, dicendosi la domenica seguente la Messa votiva della solennità esterna per l’utilità dei cristiani. Come è noto, in seguito fu ripristinata l’Epifania festa civile, e quindi liturgica, il 6 gennaio, e limitatamente al comune di Roma la festa di san Pietro e Paolo il 29 giugno (cfr. D.P.R. 28 dicembre 1985, n. 792).

Ma rimane la traslazione dell’Ascensione, non è più quaranta giorni dopo la risurrezione di Gesù, e del Corpus Domini, inoltre restano lavorativi il 19 marzo festa di san Giuseppe e, salvo che a Roma, il 29 giugno festa dei santi Apostoli. Una situazione che da quarant’anni affligge i cattolici italiani, portata da un infelice provvedimento che prometteva magnifiche sorti e progressive che non si sono poi realizzate, conseguenza di una politica che antepone per principio il (presunto) vantaggio economico alla religione e al sacro culto.

L’abolizione della Befana determinò, particolarmente a Roma, reazioni e proteste: il nostro Notiziario (Ripensamento, in «Una Voce Notiziario», 40-41, 1977, p. 22) pubblicò una pasquinata che circolava nella Eterna Città, e che riportiamo qui sotto. Essa era dedicata, in particolare, alla prospettata (ma subito ritirata) abolizione – da parte dell’allora sindaco Giulio Carlo Argan – anche delle tradizionali bancarelle a Piazza Navona. Rammentiamo che Giovanni Battista Montini era di Concesio (Brescia), e Argan torinese. (fm)

All’ultimo momento si apprende che il malcontento e la disapprovazione per l’abolizione della festa della Epifania è stata tale da indurre l’autorità laica e religiosa, di comune accordo, a un ripensamento. Pare, infatti, che l’impopolare e inspiegabile provvedimento sarà ufficialmente ritirato. Tutto resterà come prima. Era tempo. Già circolavano per Roma pasquinate con aggettivi a dir poco roventi. Si sa che il popolino «non tiene peli sulla lingua»! Ecco una delle strofette più timorate:

Er Papa che è de razza cispadana
ha levato ai Romani la Befana;
er Sindaco de razza anche più bbona
je vo’ llevà pure Piazza Navona.

Cattiverie. Il Papa e il Sindaco non avevano queste intenzioni.

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Card. Bona, Qua lingua Apostoli celebraverint. Addita quaedam de linguarum mutatione. Cur lingua vulgo ignota Ecclesiasticae functiones peragantur

Superest nunc alia difficultas explananda, qua lingua Apostoli celebraverint. Joannes Echius lib. 2. de Sacrif. Missae cap. 2. nullo adhibito teste ausus est diffinire, Missam non nise Hebraice actam tam ab Apostolis, quam ab eorum Successoribus usque ad tempora Adriani Imperatoris: et nunc demum coepisse Ecclesiam lingua Graeca in Sacris uti. Sed hujus sententiae nullum reperio apud Veteres fulcimentum; multa autem habeo, quae iosam convellant. Secundo enim labente saeculo, quo vixit Adrianus, jam fides nostra in varias regiones propagata erat, Apostoli autem donum linguarum a Spiritu Santo acceperant, ut fidem, ejusque mysteria singulis gentibus proprio cujusque idiomate praedicarent et docerent, non exotico, et praesertim Hebraico, quod tunc temporis nec vulgo quidem Hebraeorum notum erat. Deinde Jacobus Liturgiam suam graece scripsit: hanc autem legitimum illius Apostoli foetum esse suo loco ostendemus (infra cap. 8 § 3). Paulus item de publicis Ecclesiae precibus ad Corinthios scribens, Si benedixeris, inquit, Spiritu, qui supplet locum idiotae quomodo dicet Amen super tuam benedictionem, quoniam quid dicas nescit? Haec autem verba S. Thomas et alii ita interpretantur, ut velint Apostolum loqui de Sacrificio Missae, et nolle ipsum agi sermone prorsus ignoto et peregrino, qualis tunc erat Hebraicus Corinthiis, et aliis nationibus. Asserendum itaque videtur Apostolos eorumque Successores eo idiomate in singulis regionibus usos, quod tunc illis commune et vernaculum erat: et ita Hierosolymis Chaldaice; Antiochiae vero, Alexandriae, et in aliis Graecorum Civitatibus Graece; Romae autem et in toto Occidente Latine celebrasse. Nititur haec mea assertio antiquissime et immemorabili Ecclesiae consuetudini: in Occidente enim non inveniuntur antiquae Liturgiae, nisi Latinae: In Oriente vero, quamvis multae diversarum linguarum nationessint, quae Christiana professione censentur, veteres tamen Liturgias non habent, nisi Graeca, qua Graeci, et Melchitae, et Chaldaica lingua, qua Maronitae, Nestoriani, et Jacobitae per varias provincias dispersi utuntur. Hinc autem liquet vetustas offerendi formulas maxima cura, et religiosissima solicitudine a Majoribus nostris custoditas fuisse, ut sicut una est fides, ita una esset lingua communis, qua multae nationes possent mutuo communicare. Missae autem Chaldaico, Graeco, et Latino sermone primum compositae, eodem semper celebratae sunt, quamvis illae linguae desierint esse vulgares. Gentes autem quae in Occidente successu temporis Christianam Religionem amplexae sunt, Germani, Franci, Angli, Poloni, et alii Septentrionales, Larina lingua, licet illis ignota esset, Sacrificium offerebant. In Africa etiam Latinae linguae usus in Sacris semper viguit, licet eam populus non intelligeret, ut Augustinus testis est; scribens enim Coelestino Papae Epist. 261. (seu, ut in novo ordine num 219.) ait se curasse ut Episcopus in loco, qui Fussala dicebatur, ordinaretur: Quod, ut fieret, inquit, aptum loco illi, congruumque requirebam, qui et Punica lingua esset instructus: ut nimirum plebem Latini eloquii ignaram instruere posset. Idem lib. 2. Retract. cap. 3. de agone Christiano, humili sermone se scripsisse asserit pro fratribus in eloquio Latino ineruditi. Et in expositione inchoatae Epistolae ad Romanos: In quorumdam, inquit,  rusticanorum collocutione, cum alter alteri dixisset, salus, quaesivit ab eo, qui et latine nosset, et Punice, quid esset salus: Tractatu item in Joan. multi fratres, ait, imperitiores latinitatis loquuntr sic ut dicant, dolus illum torquet, pro eo, quod est dolor: Erat autem lingua Punica hebraicae, et Syrae dialectus, ut ipsemet Augustinus testatur tract. 15 in Joann., qua passim utebantur Africanae gentes, ubi non erant Coloniae Romanorum. Idem accidit in Oriente quoad linguam Graecam et Chaldaicam, nam iis utuntur in divinis officiis, quamvis Populis ignotae sint, qui vel Graeca vulgari, vel Arabica communiter loquuntur. Fert hoc rerum humanarum vicissitudo, ut linguae vulgares mutationibus subjectae sint, vel quia corrumpuntur alterius Nationis commercio, vel quia Provinciae in extraneorum Principum dominium transeunt, qui proprias leges, et mores, et linguam in eas introducunt. Vetus Gallorum lingua, qui uti solebant priusquam Regum illud in Provinciam a Romanis redigeretur, penitus abolita est. Sic enim Hispani proprium amiserunt sermonem, cum potestati Romanorum subditi fuerunt. Veteres Francos, qui Regnum in Gallia constituerunt, Germanica lingua loquutos Beatus Rhenanus lib. 2. rerum Germanicarum ostendit, ex antiquissimo Codice Evangeliorum, quem Frisingae se vidisse ait in linguam Francicam translatum, quae eadem est ac Germanica. Regiones quoque Septentrionales a Romanis subactae latine loqui didicerunt, donec ipsa Latina lingua interiit, et ex ejus corruptione in Italia, Gallia et Hispania vulgares hodiernae exortae sunt. Eodem fato Graeca, et Chaldaica extinctis, Turcica, Arabica, et aliae vulgares in plerisque Regnis Orientalibus successerunt. Ut autem Religio adversus hujusmodi mutationes inconcussa maneret, semper et ubique Orthodoxa Ecclesia vetus idioma in divinis officiis retinuit, id exigente Sacrarum rerum dignitate et majestate, ut nihil in iis immutetur, nihilque erroneum aut impurum in eas irrepat: quod facile contingeret, si eas ab antiquo sermone, quo ab Apostolis et Apostolicis viris traditae sunt, in alium recentiorem, vel a primaevo diversum transferre liceret. Quod si Graeca, et Latina lingua conservatae olim non essent, et usque ad nos propagatae propter necessarium usum in Sacris functionibus, jam inutiles nobis forent veterum Conciliorum Canones, Antiquorum Pontificum Constitutiones, Sanctorum Patrum et aliorum Lucubrationes Graeco, vel Latino sermone exaratae, quia nec eas legere, nec intelligere possemus, sicut non intellimus priscos Hspaniae characteres, qui in nummis conservati sunt, nec scimus quid dicat Poenulus apud Plautum, quia lingua Punica, qua ille loquitur, dudum interiit. Narrat Polybius lib. 3. Hist. quod cum inita pax est post secundum bellum Punicum, pacta primae pacis vix intelligebantur, adeo lingua tempore interiecto mutata erat. Idem nunc apparet in Italica nostra, et in Gallica, multum enim discrepat hodierna ab antiqua. Cum ergo experientia docuerit singulis fere seculis vulgare idioma mutari, si Missa sermone vulgi celebraretur, iisdem mutationibus subiecta foret, non sine gravi dispendio debitae venerationis, et cum evidenti periculo depravationis. Tolleretur etiam necessaria ad Fidei unitatem Ecclesiarum communicatio, quae hoc vinculo nectitur: nec posset Sacerdos Italus in Gallia, aut in Germania, nec Germanus, aut Gallus in Italia sacris operari. Quare sapientissime ab Ecclesia constitutum est, ut quo idiomate Missae primum institutae sunt, eo semper celebrentur, licet populo ignotum sit. Praecessit exemplum hujus disciplinae in veteri Testamento, nam cum populus post captivitatem Chaldaice loqueretur, Psalmos tamen et Scripturas Hebraice semper cantavit, et legit; quem morem Hebraei etiam hodie in Synagogis observant: nec enim voluit Deus mutari Scripturam, licet Populus linguam mutasset. Eadem Romanis cura fuit servandi in Sacris sermonis antiquitatem, nam carmina Saliorum vix Sacerdotibus suis intellecta, ut ait Quintilianus lib. 1. Instit. Orat. cap. 6. numquam mutarunt, quia vetabat Religio, et consecratis utendum erat. De aliis gentibus, quae lingua peculiari sacra mysteria celebrant, locus agendi erit, cum de propriis cujusque nationis Liturgiis tractabo.

Cfr. J. Bona, Rerum liturgicarum libri duo auctore Joanne Bona S. E. R. Tit. S. Bernardi ad Thermas Presbytero Cardinali Ordinis Cisterciensis … Quibus quaecumque ad Missae Sacrificium, …  enucleantur, studio et labore, D. Roberti Sala Taurinensis … Tomus primus, sive Libri I. a Cap. I. ad XVII. Pars prima … , 1, 5, 4, Augustae Taurinorum, ex Typographia Regia, 1747, pp. 79-81.

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Due nuove Messe tridentine nel Salento

Cappella S. Gaetano da Thiene, Tricase (Lecce) Cappella della Madonna di Pompignano, Acquarica del Capo

Due nuove celebrazioni stabili sono iniziate grazie all’opera instancabile delle sezione di Lecce di Una Voce Italia. L’una a Tricase (Lecce) alla cappella di S. Gaetano da Thiene (Via omonima) ogni sabato alle 20. L’altra nei pressi di Acquarica del Capo, alla cappella della Madonna di Pompignano ogni sabato alle 18. Entrambe sono rinomate località di villeggiatura sulla costa salentina, non distanti dal santuario di Santa Maria di Leuca.

Si tratta di una iniziativa utile e intelligente, supportata dal clero locale, che fornisce il servizio della liturgia romana agli abitanti e ai turisti. Nel resto d’Italia la Messa antica, quando d’estate in molte città viene sospesa e quasi chiusa per ferie, ben poche volte, ovvero quasi mai, è celebrata nelle località dove i fedeli trascorrono le vacanze.

Cfr. Messe tridentine a Lecce e nel Salento

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San Pietro e Paolo Patroni dell’Alma Urbe 2017

29 Giugno. Terzo delle Calende di Luglio.

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI

Patroni principali dell’Alma Urbe, doppio di 1ª classe con Ottava privilegiata di III ordine. Dell’Ottava si fa la commemorazione a tutte le Messe, anche dei doppi di 1ª e 2ª classe.

O Roma felix, quæ duórum Príncipum
Es consecráta glorióso sánguine!
Horum cruóre purpuráta céteras
Excéllis orbis una pulchritúdines.

V). Annuntiavérunt ópera Dei.
R). Et facta ejus intellexérunt.

Oratio

Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti : da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium. Per Dóminum.

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RIP mons. Giuseppe Romanin già cappellano di Una Voce Pordenone

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Mons. Giuseppe Romanin, già arciprete del duomo concattedrale di Pordenone, è scomparso all’età di 88 anni il 2 giugno 2017 nella Casa del clero di San Vito al Tagliamento.

Dal 2009 al 2013 ha cantato messa alla chiesa della SS.ma Trinità, ove è officiato il rito tridentino per le cure di Una Voce Pordenone. Il suo servizio dell’altare è stato interrotto in seguito a difficoltà deambulatorie con l’autunno 2013, succedendogli mons. Bernardino Del Col, attualmente cappellano per le messe alla Santissima. Durante le visite che gli si facevano amava ripetere: «Ricordo sempre con nostalgia le messe alla Santissima».

Le esequie sono state il 6 giugno al duomo di S. Marco, in presenza del vescovo di Concordia-Pordenone mons. Giuseppe Pellegrini e dell’emerito mons. Ovidio Poletto.

Cfr. unavoce-ve.it

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa, XXV-XXVII

CALICE

Card. Prospero LambertiniXXV. Scorrendo le storie della Chiesa, ritroviamo fatta menzione di calici d’altra materia, ed anche di più sorta di calici. Onorio Augustodunense al lib. 1 cap. 89 dice che gli apostoli celebrarono la Messa ne’ calici di legno: «Apostoli et eorum successores in quotidianis vestibus et ligneis calicibus missas celebrabant»; ed attribuisce a s. Zefirino papa e martire l’introduzione dei calici d’oro o d’argento: «Zephirinus autem papa et martyr in aureis, vel argenteis calicibus, et pannis offerri constituit». Circa i calici di legno è celebre il detto di s. Bonifacio vescovo di Magonza nel Concilio tiburiense sotto Formoso al cap. 18: «vasa in quibus sacrosancta conficiuntur mysteria, calices sunt et patenae, de quibus Bonifacius martyr et episcopus interrogatus, si liceret in vasculis ligneis sacramenta conficere, respondit: quondam sacerdotes aurei ligneis calicibus utebantur, nunc e contra lignei sacerdotes aureis utuntur calicibus». Non passa per sincero appresso tutti il supposto decreto di Zefirino; ma ciò che si può dire di sicuro si è, essere stati per molto tempo in uso anche i calici di vetro, ma che in quel tempo in cui erano in uso i detti calici, e nel tempo delle più fiere persecuzioni, non mancavano alla chiesa calici d’oro e d’argento.

XXVI. Quanto all’uso dei calici di vetro esso si comprova dal fatto di Marco eresiarca circa il tempo degli apostoli. Raccontano s. Ireneo al lib. 1 cap. 9, e s. Epifanio all’eresia 34, che il detto Marco per arte magica trasmutava in rosso il vin bianco quando era nel calice; il che dimostra che il calice era trasparente, epperò di vetro. Di vetro sembra che fosse quello rotto dai gentili, che colle orazioni rassestò e riunì s. Donato vescovo d’Arezzo, di cui favella s. Gregorio nel lib. 1 dei Dialoghi al cap. 7, e l’uso di questi calici di vetro durò in molti luoghi; onde s. Girolamo nclla lettera a Rustico parlando del santo vescovo di Tolosa Esuperio, così scrisse: «nihil illo ditius, qui corpus Domini canistro vimineo, sanguinem portat in vitro»; e nella Vita di s. Cesario vescovo arelatense, il quale fiorì nel fine del quinto e nel principio del sesto secolo, scritta da un certo Cipriano di Francia si legge «annon, inquit, in vitro habetur sanguis Christi?»

XXVII. Quanto poi al punto che anche ne’ tempi ne’ quali erano in uso i calici di vetro, e ne’ tempi delle persecuzioni non mancassero alla chiesa i calici d’oro e d’argento, lo dimostra il martirio di s. Lorenzo che patì nella persecuzione di Valeriano, lo dimostra l’empio detto di colui che spedito da Giuliano apostata saccheggiò la chiesa antiochena., che, come riferisce Teodoreto nel lib. 3 della Storia ecclesiastica al c. 8, avendo osservato essere i calici d’oro e d’argento, esclamò: «en eiusmodi vasis filio Mariae ministratur». Sopra ciò si possono leggere il cardinal Bona, Rer. liturg. al lib. 1 cap. 25, ed il Binghamo nel tom. 3 delle Antichità ecclesiastiche alla pag. 241.

Cfr. P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 22-24.

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