Messe tridentine nel periodo natalizio alla chiesa di S. Canziano a Padova

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Nella chiesa di S. Canziano a Padova (Via S. Canziano presso Piazza delle Erbe) nel periodo delle festività natalizie sarà detta la Messa tridentina col seguente calendario:

domenica 17 dicembre 2017 DOMINICA TERTIA ADVENTUS

domenica 24 dicembre 2017 IN VIGILIA NATIVITATIS DOMINI

lunedì 25 dicembre 2017 IN NATIVITATE DOMINI

domenica 31 dicembre 2017 DOMINICA INFRA OCTAVAM NATIVITATIS

lunedì 1° gennaio 2018 IN CIRCUMCISIONE DOMINI

sabato 6 gennaio 2018 IN EPIPHANIA DOMINI

domenica 7 gennaio 2018 SANCTAE FAMILIAE JESU, MARIAE, JOSEPH

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Note sopra la liturgia, di Cristina Campo

1

Negli Apophtegmata Patrum è detto come il demonio sia incapace di conoscere i nostri pensieri perché di un’altra natura dalla nostra, ma come egli possa indovinarli osservando i movimenti del nostro corpo. Di quella spia egli profitta per tenderci i suoi tranelli: donde l’importanza data in ogni tempo al comportamento esteriore e la spontanea venerazione per chi l’abbia perfetto. Costui, oltre a creare intorno a se stesso un anello di purezza inviolabile, sta in certo modo compiendo un esorcismo a beneficio di quanti gli sono prossimi. «Beato – dice san Francesco – quell’uomo che non vuole nei suoi costumi e nel suo parlare esser veduto né conosciuto se non è in quella pura composizione e in quello adornamento semplice del quale Iddio lo adornò e compose».

E’ comprensibile che un maestro spirituale insistesse presso i suoi discepoli sulla liturgia solitaria, atteggiamento del corpo durante l’orazione anche soltanto mentale, consigliasse di pregare in piedi. compiendo tutti i gesti prescritti, come in coro, «come se i fratelli assenti fossero presenti». E che un’educatrice di genio, Hélène Lubienska de Lanval, imponga prima di tutto ai bambini la recitazione di pochi versetti biblici accompagnata da taluni gesti e cerimoniali significativi: preparando il calco esteriore alla colata del contenuto che verrà più tardi: intellettuale prima, spirituale poi. Si sa di molte conversioni dovute alla predicazione, ma la scintilla può scoccare da un solo, perfetto gesto liturgico; c’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro.

In un mondo nel quale l’uomo lentamente muore per mancanza non già di riverenza, come i filantropi vorrebbero indicarci, ma perché non sa più chi, non sa più che cosa riverire, un gesto simile può mutare una vita. E non appare strano, avendolo visto, che a santa Gertrude il Cristo sia apparso per la prima volta «nell’ora dolcissima di Compieta», mentre ella si rialzava da un inchino profondo col quale aveva riverito una monaca più anziana. Al posto di quella vide il «delicato giovinetto», «tale nell’aspetto quale allora la mia giovinezza sarebbe stata lieta di vedere anche con gli occhi del corpo». Con l’ultimo inchino sparirà forse da questa terra l’ultima vicenda degna di venerazione.

La liturgia è dunque il santo esorcismo. Santo e per così dire naturale. I gesti sacri lo sono anche in senso biologico, perché da tradizioni millenarie legati a numeri ai quali la vita dell’uomo arcanamente risponde: il tre, il sette, il dieci e così via. Uno studioso, Sambucy, ha notato come nella Messa siano contenuti gli atteggiamenti rituali più puri della contemplazione yoga, per esempio al Canone, allorché il sacerdote prega a braccia aperte e sollevate geometricamente, unendo i pollici agli indici; ma da noi si tende, incomprensibilmente, a trovare arbitrario, gratuito e sostituibile lo splendore di consimili gesti o la meravigliosa complicazione di certe regole cerimoniali: come quella, tutta ruotante intorno al numero tre e al mistico rapporto tra il cerchio e le rette (in modum circuliin modum crucis), che informa, nella Messa solenne, la incensazione delle oblate. L’uomo così impegnato in gesti significativi adempie all’opus Dei non soltanto in senso sacro ma anche in senso naturale, affidando il respiro al ritmo infallibile del canto (che, con le lunghezze armoniosamente diseguali dei versetti, dilata e varia il giuoco del soffio nei polmoni) e lasciando che tutto il corpo ritrovi, in quella stretta e trascendentale disciplina, le sue leggi e i suoi numeri segreti. Lode davvero trinitaria, nella quale il corpo è fatto sentimento, il cuore pensiero e l’intelletto contemplazione.

Oggi si direbbe che quell’insano terrore che induce l’uomo ad aggredire la natura nel momento stesso che la fugge, lo spinga ad interrompere anche il grande esorcismo spirituale del gesto, introducendovi sempre più ciecamente cunei di vita profana: voci scomposte, ordini, illuminazioni inopportune, oggetti non rituali e, mostruosamente, il microfono, che rende grottesca la voce umana, assurde le tragiche vesti, anacronistico il gesto cerimoniale: giacché sarà sempre il nobile a pagare per il predone.

2

Liturgia è celebrazione dei divini misteri. È anche la grande esoterica del cattolico, che solo dopo una lunga frequentazione della liturgia terrena sarà in grado di presagire qualcosa della liturgia celeste. È, infine, desiderio di glorificare la divinità ricomponendo sulla terra, come stampate da un’ombra, le meraviglie del cielo: il giro degli astri, il succedersi delle stagioni, il mistero del tempo, l’itinerario della mente a Dio. Assistendo a una celebrazione liturgica solenne o anche soltanto a un Vespro bene ufficiato (è chiaro che parliamo e abbiamo parlato finora della tradizionale liturgia latino-gregoriana), si avrà l’impressione immediata di un moto astrale, di un’orbita celeste. E subito il Breviario lo conferma: piccolo libro zodiacale e cosmologico, currens per anni circulum, dove ciascuna ora canonica celebra una fase della luce, come negli Inni delle Piccole Ore, un momento della creazione del mondo, come negli Inni dei Vespri, o il graduale passaggio dalla notte al giorno, dal peccato all’illuminazione, come negli Inni dei Mattutini. Fin nelle ultime sfumature la varietà dei toni, le diverse cadenze musicali di uno stesso inno, salmo o responsorio a seconda del tempo liturgico, della solennità o della stagione (tonus vernalistonus hiemalis) – l’ «immensa e delicata» liturgia mostra di ben portare il nome che le diede san Benedetto, opus Dei, giacché l’uomo non vi ha ruolo che di interprete delle grandezze di Dio e del creato. I suoi movimenti vi uniscono la lentezza maestosa delle ore con la levità della danza, mentre i paramenti, variando il loro colore, fissano all’occhio significati di morte, di risurrezione primaverile, di purgazione, di purpurea raccolta. Intorno all’immobile Sole – Cristo – Cristo stesso, nella persona del sacerdote, volge la Sua divina vicenda, e in essa coinvolge l’anno come il giorno, l’uomo in adorazione come lo stuolo dei Santi e delle Gerarchie Angeliche. Liturgia è dunque desiderio di circondare la divinità di immagini quanto possibile ad essa somiglianti, oltre che di parole da essa ricevute. Di restituire al Creatore, in virtù della Sua ispirazione, un estatico specchio della creazione. Gratias agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam.

In un tempo nel quale l’uomo, preda di forze oscure, si industria di far esplodere la vita, stravolgendone tutte le leggi e rinunciando alla sua ultima destinazione, è particolarmente affliggente per lo spirito che anche nel meraviglioso santuario della liturgia tradizionale si aprano brecce, che anche questo sistema vacilli.

3

Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.

La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

«E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara per la mia sepoltura» disse il Salvatore con quell’accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava. Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’ «ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente. Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole:

«Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?».

La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto, quello non meno ineffabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravita che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

Cfr. [Bernardo Trevisano] in «Cappella Sistina», luglio-settembre 1966, pp. 99-102; ora in C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, Milano, Adelphi, 1998², pp. 129-135.

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L’8 ottobre 2017 a Roma Messa solenne di mons. Soseman prima di rientrare nella sua diocesi

Messa solenne di mons. Soseman a Roma l'8 ottobre 2017

L’8 ottobre 2017 a Roma mons. Richard R. Soseman ha cantato la Messa solenne alla chiesa di Gesù e Maria al Corso.

Grande amico di Una Voce e spesso celebrando secondo il rito romano antico, mons. Soseman è stato parecchi anni nell’Urbe quale officiale della Congregazione per il Clero. Adempiuto il suo incarico in Vaticano, verso la metà di ottobre è rientrato nella sua diocesi, Peoria negli Stati Uniti d’America, Illinois, per reinserirsi funditus nell’attività pastorale, assumendo nell’immediato la cura di due parrocchie a Peru, vicino ai suoi familiari.

Alla Messa dell’8, l’ultima a Gesù e Maria prima della sua partenza, ha manifestato la sua gratitudine a questa chiesa, da lui frequentata fin dal 1993, e ai suoi fedeli, come ai tanti cristiani legati alla Messa tridentina conosciuti a Roma e nei vari luoghi dell’Italia da lui visitati.

Una Voce Italia ringrazia di cuore mons. Soseman e, augurandogli buon lavoro nel suo nuovo ministero, esprime la speranza di poterlo presto rivedere nell’Eterna Città.

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Immacolata 2017

Immacolata

8 Decembris sexto Idus

Color albus. Feria sexta (permittuntur carnes). CONCEPTIO IMMACULATA BEATAE MARIAE VIRGINIS, duplex primae classis cum Octava communi.

MISSA propria, Gloria, secunda oratio feriae (Dominicae primae Adventus), Credo, Praefatio B. Mariae Virginis (In Conceptione Immaculata) per totam Octavam nisi aliter notetur, Ite, Missa est, Evangelium S. Joannis in fine.

 

 

DIE  8  DECEMBRIS

IN  CONCEPTIONE  IMMACULATA

BEATÆ  MARIÆ  VIRGINIS

 Duplex I classis cum Octava communi

Introitus                                                                                                    Is. 61, 10

GAudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo : quia índuit me vestiméntis salútis : et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis. Ps. 29, 2. Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me : nec delectásti inimícos meos super me. V). Glória Patri. Gaudens.

Oratio

DEus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti : quaésumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas. Per eúndem Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Oratio

EXcita, quaésumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni : ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári : Qui vivis et regnas.

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov. 8, 22-35

DÓminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram : necdum fontes aquárum erúperant : necdum montes gravi mole constíterant : ante colles ego parturiébar : adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat cælos, áderam : quando certa lege et gyro vallábat abýssos : quando aéthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum : quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos : quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens : et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore : ludens in orbe terrárum : et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me : Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas cotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

Graduale. Judith 13, 23. Benedícta es tu. Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram, V). Ibid. 15, 10. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

Allelúja, allelúja. V). Cant. 4, 7. Tota pulchra es, María : et mácula originális non est in te. Allelúja.

+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum
Lucam                     Luc. 1, 26-28

IN illo témpore : Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilaéæ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit : Ave, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus.

Credo, per totam Octavam.

Offertorium. Luc. 1, 28. Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum : benedícta tu in muliéribus, allelúja.

Secreta

SAlutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta : ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Secreta

HÆc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos, ad suum fáciant purióres veníre princípium. Per Dóminum.

Præfatio de B. Maria Virg. Et te in Conceptióne immaculáta : quæ dicitur per totam Octavam in omnibus Missis, quaæ non sint de Tempore neque aliam Præfationem exigant, juxta Rubricas.

PEr ómnia saécula sæculórum.
R). Amen.
V). Dóminus vobíscum.
R). Et cum spíritu tuo.
V). Sursum corda.
R). Habémus ad Dóminum.
V). Grátias agámus Dómino Deo nostro.
R). Dignum et justum est.

VEre dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper, et ubíque grátias ágere : Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus : Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit : et virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam láudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli, cælorúmque Virtútes, ac beáta Séraphim, sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces, ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes :

Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.

Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio. Gloriósa dicta sunt de te, María : quia fecit tibi magna qui potens est.

Postcommunio

SAcraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster : illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti. Per Dóminum.

Et fit Commemoratio Feriæ :

Postcommunio

SUscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui : ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus. Per Dóminum.

Infra Octavam Missa dicitur ut in Festo, sed pro 3ª Oratione, juxta diversitatem Temporum assignata, dicitur Oratio de Spiritu Sancto.

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L’8 dicembre a Roma processione dell’Immacolata da Gesù e Maria al Corso a S. Maria sopra Minerva

S. Maria sopra Minerva

L’8 dicembre 2017 a Roma grande processione con le fiaccole in onore dell’Immacolata, organizzata anche quest’anno dalla Casa Romana dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

La processione, presieduta dal card. Gerhard Ludwig Müller, partirà alle 19 dalla chiesa di Gesù e Maria al Corso (Via del Corso 45), percorrerà il Corso e passando davanti al Pantheon – S. Maria ad Martyres – giungerà alle 20 alla basilica di S. Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva). All’interno della basilica seguirà la solenne benedizione eucaristica.

Roma, 8 dicembre 2016 processione dell’Immacolata

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Dieci anni Summorum Pontificum a Napoli. «C’ è un pregiudizio ideologico che ha radici molto profonde tra coloro che non applicano il Motu proprio, ed è legato alla lettura sbagliata del Concilio Vaticano II come inizio di una Chiesa nuova», ha detto mons. Pozzo

Napoli 21 ottobre 2017 pontificale di mons. Guido Pozzo alla basilica di S. Paolo Maggiore 1

Il 21 ottobre 2017 il decimo anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI è stato ricordato a Napoli con una Messa pontificale di mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, nella Basilica di San Paolo Maggiore per iniziativa della sezione di Napoli di Una Voce Italia, dei coetus fidelium San Gaetano e Sant’Andrea Avellino, dell’Istituto del Buon Pastore-Italia e di Fraternità Cattolica.

La sacra funzione è stata accompagnata dal canto gregoriano del Coro Soli Deo Gloria, al termine ha fatto seguito una conferenza del teologo don Nicola Bux dedicata al Motu proprio.

Folta la partecipazione di fedeli di ogni età, con rappresentanze da Salerno, Castellammare di Stabia, Caserta, e altri centri della Campania, ai quali si sono aggiunti turisti e visitatori della Basilica retta dai Padri Teatini, attirati dalla bellezza della liturgia.

Messaggi di saluto sono pervenuti dall’Arcivescovo di Napoli card. Crescenzio Sepe e dal card. Darío Castrillón Hoyos.

«Saremo sempre grati a papa Benedetto XVI – ha detto all’omelia mons. Pozzo – per questo dono che ci ha fatto, affinché il mistero della vita possa risplendere nella bellezza della liturgia romana».

«C’ è un pregiudizio ideologico che ha radici molto profonde – ha aggiunto Pozzo – tra coloro che non applicano il Motu proprio Summorum Pontificum, ed è legato alla lettura sbagliata del Concilio Vaticano II come inizio di una ‘Chiesa nuova’». E’ da prendere buona nota di questa dichiarazione, da un lato tenendo presente che coloro che non applicano hanno nomi e cognomi ben noti anche tra i vescovi italiani, dall’altro auspicando che alle parole debbano seguire anche i fatti per eliminare queste storture.

Napoli 21 ottobre 2017 pontificale di mons. Guido Pozzo alla basilica di S. Paolo Maggiore 2

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Visita della Sette Chiese 2017

Sabato di Passione 8 aprile 2017, per le cure dell’Apostolato Romano dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, si è svolta nell’Urbe la visita delle Sette Chiese, cui hanno preso parte soci di Una Voce Roma, fedeli frequentatori della chiesa di Gesù e Maria al Corso romani e di diverse nazionalità provenienti da tutto il mondo.

Il pellegrinaggio è iniziato con la Messa tridentina detta dal can. Antoine Landais icrss all’altare di S. Erasmo nella basilica di S. Pietro in Vaticano (prima visita). Dopo la funzione, movendo dalla basilica per borgo S. Spirito, via dei Penitenzieri, Porta S. Spirito, la via omonima, piazza della Rovere, lungotevere Gianicolense i partecipanti hanno imboccato la Lungara, e passando Porta Settimiana, per via della Scala, piazza S. Egidio, via della Paglia hanno raggiunta S. Maria in Trastevere. Di qui per via della Lungaretta e piazza della Gensola, attraversato il Ponte Cestio, si sono diretti alla basilica di S. Bartolomeo all’Isola. Passati alla riva sinistra, hanno costeggiato S. Nicola in Carcere raggiungendo S. Maria in Cosmedin. Saliti poi all’Aventino, si sono fermati alla chiesa di S. Prisca, da cui sono discesi alla via Ostiense e uscendo per Porta S. Paolo hanno raggiunto la basilica di S. Paolo fuori le Mura (seconda visita).

Recitate le orazioni e lasciata la basilica hanno raggiunto la via delle Sette Chiese – l’antica via Paradisi – , hanno percorso poi vicolo delle sette Chiese e la via Appia antica fino a fare tappa alla basilica di S. Sebastiano fuori le Mura (terza visita), ove in genere ai tempi di san Filippo i pellegrini assistevano alla Messa.
Riprendendo la via Appia antica, e fatta breve visita alla chiesetta Domine, quo vadis (S. Maria in Palmis), sono rientrati nelle mura attraverso Porta S. Sebastiano e passando per S. Cesareo de Appia (S. Cesareo in Palatio), davanti S. Sisto Vecchio e SS. Nereo e Achilleo, per la via della Navicella si sono diretti alla Villa Celimontana (Giardino Mattei) ove hanno consumato una parca refezione.

Passando per via S. Stefano Rotondo hanno raggiunto l’arcibasilica di S. Giovanni in Laterano (quarta visita), di qui lungo il viale Carlo Felice si sono recati davanti alla basilica di S. Croce in Gerusalemme (quinta visita).
Lasciata S. Croce, uscendo per Porta Maggiore si sono diretti alla basilica di S. Lorenzo fuori le Mura (sesta visita). Dal Verano sono rientrati nella cerchia da Porta Tiburtina, e di qui hanno raggiunto il compimento del percorso alla basilica di S. Maria Maggiore (settima visita), ove era in procinto di svolgersi una veglia di preghiera con l’intervento del Santo Padre nel prosieguo della serata: dopo essersi trattenuti in preghiera all’esterno della basilica, si sono recati alla vicina S. Prassede, all’interno della quale si è chiuso il pellegrinaggio.

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Léon Gromier, Commentaire du Caeremoniale episcoporum. L’absoute I

Livre 2
Chapitre 11*

Préparatifs pour la messe pontificale des morts. Qualité de la cire.  L’évêque n’emploie ni sandales, ni gants, ni crosse. Il omet les prières de la préparation. Parure du chapitre. On ne baise pas les mains de l’évêque. Où se chantent l’épître et l’évangile. Des cierges sont distribués et allumés. Quels encensements on fait. (Oraison funèbre.) Absoute donnée devant le trône, ou bien au catafalque. Cinq absoutes pour le souverain pontife, un cardinal, (le nonce,) le métropolitain, l’évêque, le prince souverain. Personnages qui les donnent, et comment ils sont vêtus. Ordonnance des encensements. Chant (des répons et) des oraisons. Fin des absoutes, et modalités les concernant.

1. Quand l’évêque veut célébrer pontificalement pour la commémoraison de tous les défunts, ou bien n’import quand, pour un ou plusieurs défunts, on prépare ce qui suit, L’autel sans aucun ornement de fête, sans statues ni bustes de saints, (sans reliquaires,) mais seulement avec la croix et six chandeliers (non dorés.) Deux chandeliers sur la credence, le drap mortuaire qu’on étendra pour l’absoute après la messe, s’il n’y a pas dans la nef un catafalque, ou lit funèbre, ou civière mortuaire.

(…) On distingue plusieurs manières de disposer le corps d’un défunt, ou d’en faire la représentation. Leur complexité se proportionne à la qualité du défunt.

Première manière: Le lit funèbre est un vaste lit, très surélevé à l’ancienne mode, à plan incliné portant un forme de cercueil; le tout entouré d’étoffe noire, et couvert du drap mortuaire. Le défunt semble être sur le lit; en réalité il est dessous.

Seconde manière: Le catafalque, qui se voit un peu partout, est une estrade plus ou moins haute, plutôt pyramidale, qui porte soit le cercueil, soit une forme de cercueil ou de tombeau; le tout de couleur noire, et couvert du drap mortuaire.

Troisième manière: La civière est un brancard à quatre pieds et quatre barres, convenablement décoré, qui sert à porter le cercueil couvert du drap mortuaire. On la pose sur le sol, ou sur une plate-forme.

Dans ces trois manières, des cierges brûlent autour du défunt, placés sur des chandeliers de préférence en fer ou en bois.

Quatrième manière: Le drap mortuaire étendu par terre, au pied du trône ou au pied de l’autel, suppose que le défunt est enterré sous le pavé; on l’étend au moment voulu, sans chandeliers.

Une cinquième manière, peu répandue, usitée à Rome, dite more nobilium, caractérise la noblesse du défunt, quand on n’a pas motif de faire autrement. Sur le drap mortuaire étendu par terre, dans la nef, on place le cercueil nu; deux chandeliers seulement, un à la tête, l’autre aux pieds: autour du drap mortuaire un quadrilatère formé de simples bancs de bois, sur lesquels sont couchés
des paquets de cierges éteints. Cela montre de la modestie quant au défunt, et ensemble de la générosité quant à la paroisse, qui bénéficie des paquets de cierges.

Le Caeremoniale episcoporum (C. E.) appelle castrum doloris un catafalque de grandes proportions, d’aspect monumental, qui peut s’employer pour le pape (le corps non présent), pour le souverain, pour un haut personnage, pour un citoyen éminent. Jadis, ce catafalque était parfois surmonté d’un baldaquin à colonnes, chose prohibée; mais on y voyait bien moins le dais d’un trône qu’un ciel de lit, à une époque où tout lit respectable avait une garniture de ce genre.

Le cercueil, réel ou feint, de tous les ecclésiastiques défunts, doit toujours être mis dans la nef, jamais dans le chœur. L’ecclésiastique vivant avait bien sa place au chœur, stalle ou même trône; mais mort, il ne peut plus l’occuper; son cadavre ne doit pas encombrer le chœur. Tout ecclésiastique est un homme public, un fonctionnaire religieux. Défunt, il ne déchoit nullement de son rang à être placé dans la nef, exposé là où le peuple peut l’approcher, jadis le voir, le vénérer; où il se trouve au milieu de sa parenté et des personnes menant le deuil. Quant au clergé, la meilleure manière dont il peut honorer le défunt est de se rendre auprès de lui afin de l’entourer pendant l’absoute.

(…) 6. Si l’on distribue des cierges, on le fait durant le chant de la séquence. On les allume pour l’évangile; ensuite pour la consécration, jusqu’après la communion; enfin pour l’absoute.

Le C. E., le Missel, le Pontifical et le Rituel s’accordent pour déclarer facultative la distribution des cierges dans la messe des morts. Notons pourtant que le Rituel en recommande fort l’emploi d’une façon générale, et les demande pour l’absoule. Notons aussi que le C. E. et le Pontificat veulent que les absolvants des cinq absoutes aient leur cierge; cela ferait un curieux contraste avec le cIergé s’il n’avait point de cierges.

Si quelqu’un s’étonnait de voir le clergé tenir des cierges pendant l’évangile, alors que les acolytes ne portent pas leurs chandeliers, il devra faire cette réflexion: Les chandeliers des acolytes se portent à cause de l’évangile, qui dans notre cas subit une simplification sur l’ambon, la lumière et l’encens; au contraire, le clergé tient des cierges à cause des morts et de l’application de l’évangile qu’on leur fait.

(…) 10. 11. A la fin de l’oraison funèbre, ou si elle n’a pas lieu, dès que l’évêque a revêtu le pluvial après la messe, des clercs étendent le drap mortuaire au pied du trône, devant le plus bas degré, pour l’absoute. Si l’évêque avait chanté la messe au faldistoire, on étendrait
le drap mortuaire au pied de l’autel, devant le plus bas degré, pour y donner l’absoute.

Le texte latin donne à choisir: ou étendre le drap mortuaire, ou apporter la civière mortuaire, tant au pied du trône qu’au pied de l’autel. La civière n’est connue ni du Caeremoniale S.R.E., ni de P. Grassi; elle fut admise plus tard à la chapelle papale, puis introduite dans le C. E., et n’y fut pas un perfectionnement. Si l’on étend le drap mortuaire, on suppose le mort enterré sous le pavé à cet endroit; en cela rien d’impossible, d’invraisemblable, de surprenant. Au contraire, si l’on amène une civière censée porter un mort, on fait une manœuvre stupéfiante, une supercherie incroyable; des questions se poseront: d’où arrive le mort? Que n’est-il venu plus tôt? Ne savait-on qu’en faire jusqu’à présent? Voilà qui frise le ridicule. Qu’on s’en tienne donc au simple, commode et modeste drap mortuaire.

Quoique l’ordre logique des phrases ne soit pas observé dans le texte latin, on comprend bien le drap mortuaire étendu au pied du trône ou de l’autel, suivant qu’on donne l’absoute depuis l’un ou l’autre. On le comprendrait encore mieux si, à la treizième ligne du numéro 10, le mot presbyterii, de sens peu précis aujourd’hui, ne causait pas superfluité et perplexité. Ce lieu dit presbytère n’est pas obligé d’avoir des degrés; s’il en a quelque part, ce ne seront jamais les degrés du trone ni de l’autel.

10. Si, au milieu de l’église, se trouve le lit funèbre ou le catafalque, l’évêque doit s’y rendre processionnellement avec les chanoines et le clergé, qui prendront place à des bancs préparés, pour eux; aussi bien dans le cas de l’évêque seul, que dans celui de l’evêque joint à quatre autres absolvants, comme on verra. (Alors on prépare un faldistoire couvert de noir, et au besoin quatre tabourets nus, en plus de ceux. pour les ministres.)

12. L’évêque assis, et le drap mortuaire étendu, les chantres commencent le répons Libera me, Domine, etc. A la reprise du répons viennent au trône le thuriféraire et le porte-bénitier; l’évêque, servi par le prêtre assistant, met et bénit l’encens. Sur la fin du répons, l’évêque sans mitre se lève; après le troisième Kyrie, eleison, il chante Pater noster, qu’il continue en silence; il reçoit l’aspersoir du prêtre assistant, asperge trois fois le drap mortuaire, au milieu, à sa gauche, à sa droite, rend l’aspersoir, reçoit du même l’encensoir, et en donne pareillement trois coups sur le drap mortuaire, les diacres assistants élevant toujours les bords du pluvial. Pendant ce temps sont venus au pied du trône deux acolytes avec leurs chandeliers, hors du drap mortuaire, le porte-livre et le porte-bougeoir se tenant prêts. L’encensement terminé, l’évêque chante Et ne nos inducas, etc., les versets et l’oraison, sur le livre tenu par le prêtre assistant. A la fin, en chantant le verset Requiem aeternam, etc., l’évêque fait un signe de croix vers le drap mortuaire; puis les chantres ajoutent Requiescant in pace. On dépose les ornements sur place, et l’évêque se retire après avoir fait oraison.

Certains voudraient que le livre fût tenu à l’évêque par le portelivre, non par le prêtre assistant, sous prétexte que le C. E. dit: tenu par le ministre habituel. Or, l’un et l’autre sont le ministre habituel, chacun dans le cas prévu; aucun des deux n’est plus habituel que l’autre. Le prêtre assistant tient le livre dans toute véritable célébration; le porte-livre dans tous les autres cas; or ici nous avons célébration, qui continue. On ne dira pas que, la célébration étant terminée, le prêtre assistant ne tient plus le livre; car ainsi, à l’oraison de tierce parée, le prêtre assistant ne tiendrait pas encore le livre, la célébration n’étant pas commencée. Pour lors, la célébration continue si bien que le prêtre assistant tient le livre pour l’oraison Non intres in judicium, etc. (n. 17). Si donc le prêtre assistant tient le livre pour la première oraison de l’absoute, le bon sens exige qu’il le tienne pour la dernière.

Cette anicroche est arrivée d’une façon assez banale. Le C. E. copie presque littéralement la description de l’absoute dans le Pontifical (l. 3, De officio post missam pro defunctis), qui suppose la messe au faldistoire. Dans les premières éditions du C. E., la messe pontificale des morts n’avait ni diacres assistants pour la messe, ni prêtre assistant pour l’absoute. Lorsque, fort justement, on introduisit dans la messe funèbre au trône le chapitre paré et les trois assistants du trône, on pensa bien au prêtre assistant pour lui faire tenir le livre à l’oraison Non intres, etc.; mais on l’oublia pour l’oraison de l’absoute au trône, et pour la dernière oraison de l’absoute au catafalque.

Le texte latin déplace indûment le signe de croix que doit faire l’évêque; car c’est en chantant Requiem aeternam, etc., non en silence après le Requiescant in pace final. Le même signe de croix est oublié à la fin du numéro 22.

Puisque, à la neuvième ligne du présent numéro, le C. E. esquisse l’hypothèse de l’absoute au faldistoire, mais sans aboutir, et en s’interrompant au Pater noster, on est forcé de suppléer à cette lacune. Voici donc en entier la cérémonie, tronquée dans le texte latin.

Si l’évêque a chanté la messe au faldistoire, pendant qu’il s’y déshabille pour prendre le pluvial, le prêtre assistant quitte le sien et se retire, ayant achevé sa fonction; on étend le drap mortuaire devant l’autel. Pendant le chant du répons l’évêque est assis au faldistoire, le diacre et le sous-diacre à leur banc. A la reprise du répons, les ministres rejoignent l’évêque, le diacre lui fait mettre et bénir l’encens; le thuriféraire et le porte-bénitier vont au coin de l’évangile. Avant le Kyrie, eleison, le diacre ôte la mitre, l’évêque monte directement au coin de l’épître, devant le missel, ayant les ministres à sa droite. Après le dernier Kyrie, l’évêque chante Pater noster, se rend au milieu de l’autel et lui tourne le dos, entre le diacre à sa droite et le sous-diacre à sa gauche. Servi par le diacre, il asperge et encense le drap mortuaire; puis retourne devant le missel, ou il chante Et ne nos, etc., les versets et l’oraison. Après celle-ci, sans changer de place, il se retourne vers le drap mortuaire et fait un signe de croix en chantant le verset Requiem aeternam, etc. Ensuite l’évêque reçoit la mitre, et va au faldistoire s’il y dépose les ornements.

(…)

Livre 2
Chapitre 37

Un anniversaire pour tous les évêques et chanoines défunts de la cathédrale y doit y être célébré chaque année. L’évêque assiste pontificalement à la messe. L’absoute est donnée par l’évêque ou par le célébrant.

1. Un jour non empêché dans les sept qui suivent le 2 novembre, l’anniversaire pour tous les évêques et chanoines de la cathédrale défunts sera chanté par un chanoine. L’évêque y assistera pontificalement en chape, puis prendra le pluvial et donnera l’absoute comme au chapitre précédent.

2. Si l’évêque n’était pas présent, ou s’il était présent mais ne donnait pas l’absoute, le célébrant la donnerait de la manière suivante.

Voici la description de l’absoute donnée depuis l’autel, ressemblant à celle donnée depuis le trône, sans catafalque, sans procession, le clergé restant à ses places au chœur; absoute s’adaptant aux services de troisième, septième, neuvième, trentième, quarantième jour, et d’anniversaire.

La messe finie, le célébrant descend à son banc au coin de l’épître; lui et ses ministres quittent le manipule; il prend le pluvial au lieu dela chasuble; tous trois s’asseyent, comme l’évêque et le chœur, pendant le chant du répons Libera me, etc. En même temps des ercs auront étendu le drap mortuaire sur le pavé devant l’autel.

Durant le répons, l’évêque est assis au trône, un évêque officiant au faldistoire y serait assis, le clergé est assis au chœur, n’ayant point motif d’être debout; mais le célébrant serait debout à l’autel pour n’y rien faire, d’après le texte latin. Celui-ci doit s’entendre avec tempérament; en d’autres termes, le célébrant monte à l’autel quand il le faut.

3. Lorsque les chantres reprennent le répons après le verset Requiem aeternam, le thuriféraire et le prêtre assistant montent au trône; l’évêque, servi par le prêtre assistant, met l’encens avec la bénédiction habituelle. Ensuite le thuriféraire porte l’encensoir à l’autel, se joint au porte-bénitier, et tous deux vont au coin de l’évangile.

Le célébrant devra agir au milieu de l’autel, servi par le diacre à sa droite, vers le coin de l’évangile. Le thuriféraire et le porte-bénétier ne peuvent donc pas se tenir du côté de l’épître, malgré le latin qui fait erreur de rédaction.

4. A la reprise du répons, le célébrant avec ses ministres monte au coin de l’épître, devant le missel. Il met et bénit l’encens, servi par le diacre, si l’évêque n’est pas présent.

5. A la fin du répons, tous se découvrent et se lèvent pour le Kyrie, eleison. Après le dernier Kyrie, le célébrant chante Pater noster et continue à voix basse; il va au milieu de l’autel et lui tourne le dos, ayant le diacre à sa droite, le sous~diacre à sa gauche. Servi par le diacre, il asperge puis encense le drap mortuaire de trois coups. Retourné devant le missel au coin de l’épître, il chante Et ne nos inducas, etc., les versets et l’oraison. Après celle-ci, en chantant le verset Requiem aeternam dona ei, Domine, il se tourne et fait un signe de croix vers le drap mortuaire. Le verset Requiescant in pace ajouté par les chantres, il retourne à la sacristie.

Cette manière de donner l’absoute vaut également pour un évêque ayant chanté la messe au faldistoire, avec une seule différence: l’évêque célébrant met et bénit l’encens assis au faldistoire, d’où il part pour monter au milieu de l’autel avant le Kyrie, eleison.

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Si è omesso il commento alle cinque assoluzioni al catafalco.

Cfr. L. GROMIER, Commentaire du Caeremoniale episcoporum, Paris, La Colombre, 1959, pp. 332-339; 466-467.

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Padova 22 novembre, requiem per i defunti del gruppo di S. Canziano

Padova, chiesa di S. Canziano 22 novembre 2017 ore 16

Il 22 novembre 2017 alle 16 alla chiesa di S. Canziano (S. Rita) a Padova (via S. Canziano presso piazza delle Erbe) Messa di requiem in suffragio dei Defunti del gruppo di fedeli frequentatori della liturgia tridentina alla chiesa di S. Canziano. 

Cfr. San Canziano Padova

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In memoriam

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E’ mancato il 10 novembre 2017 il dottore agronomo Dante Turrini, Padre del cons. Riccardo Turrini Vita già presidente nazionale di Una Voce Italia. Le esequie secondo il rito romano antico avranno luogo oggi lunedì 13 novembre alle 15 in Roma alla parrocchia della Ss.ma Trinità dei Pellegrini  (piazza omonima).

Nel rimpianto di un grande Amico, l’Associazione manifesta il proprio cordoglio al suo ex presidente e ai familiari tutti.

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