San Pietro e Paolo Patroni dell’Alma Urbe 2018

29 Giugno. Terzo delle Calende di Luglio.
+ Rosso. Venerdì (sono permesse le carni). SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI, 
Patroni principali dell’Alma Urbe, doppio di prima classe con Ottava privilegiata di III ordine.
MESSA propria, Gloria, Credo, Prefazio degli Apostoli, Ite, Missa est, ultimo Vangelo di san Giovanni.
Dell’Ottava si fa la commemorazione a tutte le Messe, anche dei doppi di prima e seconda classe.

Romae natális sanctórum Apostolórum Petri et Pauli, qui eódem anno eódemque die passi sunt, sub Neróne Imperatóre. Horum prior, in eádem Urbe, cápite ad terram verso cruci affíxus, et in Váticano juxta viam Triumphálem sepúltus, totíus Orbis veneratióne celebrátur; postérior autem, gládio animadvérsus, et via Ostiénsi sepúltus, pari honóre habétur (Martyrologium Romanum).

O Roma felix, quæ duórum Príncipum
Es consecráta glorióso sánguine!
Horum cruóre purpuráta céteras
Excéllis orbis una pulchritúdines.

V). Annuntiavérunt ópera Dei.
R). Et facta ejus intellexérunt.

                                                                          Oratio

Deus, qui hodiérnam diem
Apostolórum tuórum Petri et Pauli
martýrio consecrásti : da Ecclésiæ
tuæ, eórum in ómnibus sequi
præcéptum; per quos religiónis
sumpsit exórdium. Per Dóminum.

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Il 18 giugno a Roma pontificale di mons. Pozzo in suffragio del card. Castrillón

Card. Darío Castrillón Hoyos

Lunedì 18 giugno 2018 alle ore 18:30, in Roma, alla chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, l’ecc.mo mons. Guido Pozzo, arcivescovo di Bagnoregio e segretario della Pontificia commissione Ecclesia Dei, canterà la Messa pontificale di requiem con assoluzione al tumulo, per il trigesimo dell’em.mo signor cardinale Darío Castrillón Hoyos, del titolo di S. Maria al Foro Traiano, già benemerito presidente della Pontificia commissione.

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Pellegrinaggio alla basilica della Salute a Venezia il 16 giugno 2018

Basilica della Salute Venezia

Il 16 giugno 2018 alle 10 avrà luogo a Venezia alla basilica della Salute un pellegrinaggio del circolo Traditio Marciana. Saranno cantate more Veneto le litanie della Beata Vergine, cui farà seguito la Messa solenne votiva della Presentazione della B. V. Maria, celebrata da mons. Marco Agostini. Dopo la Messa sarà venerata la reliquia dell’ulna di S. Antonio da Padova, Patrono meno principale della Città, nel corso dell’ottava della di lui festa.

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Ricordo del card. Darío Castrillón Hoyos, di Riccardo Turrini Vita

Card. Darío Castrillón Hoyos

E’ mancato nella notte di venerdì 18 maggio 2018, l’em.mo signore don Darío Castrillón Hoyos, cardinale del titolo (pro illa vice) del Ss.mo Nome di Maria al foro Traiano (1929-2018).

Il porporato colombiano era stato presidente del CELAM (1987-1991) e prefetto della Congregazione del clero (1998-2006), ma è soprattutto noto  in Una Voce Italia, e nella Federazione internazionale Una Voce, per aver presieduta la Pontificia commissione Ecclesia Dei (2000-2009), segnandola di grandi momenti di giustizia e di grazia per il rito romano classico e per tutti i cattolici che, per più di mezzo secolo, si sono confermati in quel retto «sentire de re sacra» che è il cuore del movimento unavociano.

Card. Darío Castrillón Hoyos S. Maria Maggiore 24 maggio 2003
Pontificale in S. Maria Maggiore

L’em.mo Castrillón Hoyos fu infatti auspice e scrittore del motu proprio Summorum Pontificum (2007) ed iniziò i lavori per la conseguente istruzione Universae Ecclesiae (2011).

Gesti di personale affezione, sempre tenuti con tempra di vero hidalgo, furono l’inaugurazione della vigenza del motu proprio fatta a Loreto, ove volle essere accompagnato dal presidente nazionale di Una Voce Italia, con un solenne pontificale nella le festa dell’Esaltazione della  santa Croce (14 settembre 2007), e ancora prima nella Basilica liberiana a Roma, segnandovi così il ritorno pubblico del rito romano antico (24 maggio 2003).

La sua sincera affezione al nostro popolo, affidatogli da Pietro, non mancò mai di essere confermata, anche celebrando ai pellegrinaggi annuali del CISP, o comparendo all’Open Forum dell’assemblea generale biennale della FIUV dalla quale accolse con piacere la medaglia De Saventhem per i massimi benemeriti del rito classico.
Con pari sincerità di cuore, Una Voce Italia piange la scomparsa della paterna figura, e se ne conforta solo nella certezza che il Cielo non avrà mancato di accogliere, quale vero «fidelis servus et prudens» Darío Castrillón Hoyos.

RIP

 

Card. Darío Castrillón Hoyos udienza del presidente della FIUV 13 marzo 2004

Il Cardinale riceve in udienza il presidente della FIUV Ralf Siebebürger, accompagnato dalle delegazioni di Una Voce Italia e del Coordinamento di Una Voce delle Venezie, il 13 marzo 2004.

 

Card. Darío Castrillón Hoyos basilica di S. Pietro 5 novembre 2013

Il Cardinale dice la Messa alla Cappella del Ss.mo Sacramento della basilica di S. Pietro in Vaticano il 5 novembre 2013 per i delegati della XX assemblea generale della FIUV. Era la prima volta che un cardinale celebrava la Messa antica in basilica dopo la riforma liturgica (cfr. fiuv.org).

 

Card. Darío Castrillón Hoyos Open Forum della FIUV 9 novembre 2013

Il Cardinale riceve la medaglia De Saventhem dal presidente della FIUV James Bogle il 9 novembre 2013 all’Open Forum della XXI assemblea generale.

 

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Il 19 maggio a Roma si riunisce l’assemblea nazionale di Una Voce Italia

Una Voce Italia              Foederatio Internationalis Una Voce 1965 - 2015

 

Sabato 19 maggio 2018 ore 10 si terrà l’assemblea nazionale dei soci di Una Voce Italia presso la Sagrestia della Parrocchia della Ss. Trinità dei Pellegrini (piazza Trinità dei Pellegrini) in Roma.

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Bartolomeo Riceputi, Il ministro della messa privata. All’Offertorio

Riproduciamo il paragrafo dedicato all’Offertorio dell’opuscolo Il Ministro della Messa privata nel testo che si trova nella raccolta di opuscoli vari scritti e pubblicati da o per ordine del card. Vincenzo Maria Orsini, poi papa Benedetto XIII, per la sua diocesi quando era arcivescovo di Benevento. Il volume era uscito nel 1726 a cura di Francesco Giannini, bibliotecario di Sua Santità. Autore di questo opuscolo il sacerdote Bartolomeo Ric(c)eputi, rettore e «maestro di riti» nel Seminario Beneventano (cfr. M. BOSCIA, Tipografia e vita culturale nella Benevento del XVIII secolo, in Illuminismo meridionale e comunità locali, a cura di E. NARCISO, Napoli, Guida, 1988, p. 101 nt. 60). Era stato già edito, infatti, con il titolo completo Il Ministro della Messa privata: Secondoche dalle Rubriche del Messale Romano: Dal Castaldo, dal Gavanto, dal Bauldry, dal Corsetto, da Monsignor di Biseglia, e da altri Autori s’è osservato, e discusso in più Conclusioni nel Sagro Seminario di Benevento (In Benevento, nella Stamperia Arcivescovile, 1705, pp. 88, cfr. S. BASILE, Edizioni beneventane del Settecento, in «Samnium», LI, 1978, p. 161, n. 18; ristampa Benevento, 1722, pp. 68) e dotato di una lettera dedicatoria – recante la data del 14 ottobre 1704 – di Bartolomeo Ricceputi ai Seminaristi di Sant’Agata dei Goti (pp. 5 ss.). Le due edizioni del 1705 e del 1722 sono ristampate on demande. In queste pagine l’autore descrive in particolare due diversi modi di portare all’altare le ampolline da parte del serviente della Messa letta, nonché dei rispettivi modi – di conseguenza diversi – di amministrare al celebrante la lavanda delle mani. Il modo secondo cui si portano insieme alle ampolline anche il piattello e il manutergio o fazzoletto, ponendoli sulla mensa, risale al commento alle rubriche del barnabita Bartolomeo Gavanto (+ 1638), uscito nel 1628 (B. GAVANTO, Thesaurus sacrorum rituum, seu Commentaria in Rubricas Missalis et Breviarii Romani, auctore adm. Reverendo P. D. Bartholomaeo Gavanto Mediol. … , 2, 7, 2, ad Discooperit, I, Antverpiae, ex Officìna Plantiniana Balthasaris Moreti, 1646, p. 131, e 2, 7, 6 ad Ministro aqua fundente, ivi, p. 136). L’altro, in cui si portano solo le ampolline, ad Andrea Castaldo Pescara, teatino (+ 1629), nel suo trattato Praxis caeremoniarum seu sacrorum Romanae Ecclesiae rituum accurata Tractatio … auctore D. Andrea Piscara Castaldo … 1, 4, 1, 15-16, Venetiis, apud Paulum Balleonium, 1681, p. 50 (ma vedi già, analogamente, ID., Sacrarum caeremoniarum iuxta Romanum ritum ex usu Clericorum Regularium accurata distributio, A P. D. Andrea Piscara Castaldo … in lucem edita. Opus … quibusvis ecclesiasticis apprime utile 1, 16, 15-16, Neapoli, Ex Typographia Io Iacobi Caroleni, 1613, pp. 22 s.). Per Ricceputi in qualunque di questi modi si proceda non è mai male, basta che si segua quello che prevede la rubrica, che è la seguente: «Accipit ampullam vini de manu ministri (qui osculatur ipsam ampullam, non autem manum Celebrantis) et ponit vinum in Calicem» (Ritus servandus in celebratione Missae, VII 4). Come portare le ampolline propriamente non è specificato, e la rubrica è rimasta inalterata anche nella editio typica VII del 1962, ove permane in vigore. Pertanto gli autori di cerimonie hanno dato l’uno o l’altro modo, eventualmente con particolari motivazioni, ovvero entrambi, dal ‘600 fino ai tempi più recenti (si vedano, per esempio, rispettivamente L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica, Torino, Marietti, 1963², p. 463, e L. HEBERT, Leçons de liturgie à l’usage des seminaires. – III. Le Cérémonial, revue par A. FAYARD, Paris, Berche et Pagis, 195227, p. 144 e nt. 1). La testimonianza che a Benevento fosse stato preferito e introdotto il modo proposto dal Castaldo, senza piattello e manutergio, si riferisce allo storico Pompeo Sarnelli (+ 1724), fino al 1692 a Benevento autorevole prelato collaboratore del card. Orsini, poi vescovo di Bisceglie (perciò Monsignor di Biseglia). Monsignor Sarnelli lasciò anche un’opera sulle cerimonie, ove sostiene tale scelta (cfr. Comentarj intorno al rito della Santa Messa per que’ sacerdoti, che privatamente la celebrano: scritti da Monsignor Pompeo Sarnelli Vescovo di Biseglia … , Venezia, appresso Antonio Bortoli, 1725, pp. 62 s., in particolare p. 63 sub 9). L’inchino del serviente al Dominus vobiscum, quando il celebrante si volge al popolo, non si trova indicato dalla gran parte degli autori: in realtà non è previsto dalle rubriche (in proposito cfr. per esempio A. FERRIGNI-PISONE, Note, in G. M. PAVONE, La guida liturgica … , II, Napoli, Gabinetto Letterario, 1842², p. 10). Per «semigenuflessione» al n. I l’autore intende genuflessione semplice, cioè con un solo ginocchio (cfr. Il Ministro, § I, V).

f.m.

Qui seguita l’Offertorio, dove si dà principio più prossimamente alla Santa Messa: nella qual parte, fino al Canone, appartengono al Cherico le seguenti Azioni.

I. Al Dominus vobiscum s’inchina, e risponde col solito Et sum Spiritu tuo. Ascolta genuflesso l’Offertorio, e poi si alza. Alzato, fa in piano una semigenuflessione verso la Croce, e per lo piano girando verso il fianco Epistolare dell’Altare, sale, e prende il Velo del Calice, lo piega con pulizia, e lo colloca su l’Altare vicino al Corporale (ma non sopra di quello) nella parte più dentro verso il gradino de’ Candelieri.

II. Scende da i gradi dell’Altare, voltandosi verso dove stanno le Ampolline, e prese quelle, le porta al Sacerdote alla testa dell’Altare dalla parte dell’Epistola. Il modo di portare, e ministrare le Ampolline si osserva diversamente praticato nel Gavanto, nel Bauldrio, e nel Castaldo.

Il Gavanto ammette il Fazzoletto, che si stenda sopra l’Altare il Piattino, che si collochi sopra il Fazzoletto, e le Ampolline sopra il Piattino, à destra quella del Vino, quella dell’Acqua à sinistra. Il Bauldrio concede il Piattino sotto le Ampolline collocato sopra l’Altare, ma non ammette il Fazzoletto, disteso sotto di quello (se bene però nelle Note sopra le Rubriche del Messale non disappruova il predetto modo del Gavanto.)

Il Castaldo poi nè Fazzoletto, nè Piattino ricorda, ma le sole Ampolline in mano del Cherico; il che è più degli altri piacciuto à Monsignore Sarnelli, il quale così ha introdotto l’uso in questa Arcidiocesi di Benevento, e così quasi da per tutto si pratica.

In conclusione, il Messale non prescrive altro in questa materia, se non che il Sacerdote riceva dalle mani del Ministro le Ampolle colla debita riverenza, e bacio dell’Ampolline, non della mano del Sacerdote.

Siano poi le Ampolline sopra il Piattino, ò nò, siavi, ò nò il Fazzoletto sotto disteso, la Rubrica non ne parla: onde à qualunque de’ detti modi si portino le Ampolline all’Altare, non è mai male, purche si osservi la Rubrica, che’l Sacerdote non da sè se le pigli, ma dalle mani del Cherico. Per ciò fare, conviene, che il Cherico prenda le Ampolline nelle sue mani, nella destra quella del Vino, nella sinistra quella dell’Acqua, non per modo, che le impugni, ma sostenendole per la parte inferiore elevate su le tre dita pollice, indice, e medio, rivolte per modo, che il Sacerdote le pigli commodamente per lo manichetto, se vi è, e’l pizzetto sia al contrario; siche in voltarle verso il Calice, venga a riuscire verso di questo.

Quando il Sacerdote si accosta per riceverle, il Cherico fa un’inchino mediocre al medesimo Celebrante, poi col bacio, e con picciolo inchino di testa gli porge colla destra quella del Vino, ed intanto ch’e’ pone il Vino nel Calice, passa il Cherico quella dell’Acqua dalla sua sinistra alla destra, e colla sinistra ripiglia quella del Vino (senza più passarla alla destra) col debito atto di bacio, ed inchinetto grazioso. Tiene poi elevata quella dell’Acqua un tantino, finche il Sacerdote gli ha formato sopra il segno della santa Croce (se non è Messa da morto, nella quale tal segno si lascia): allora fa l’atto di baciarla, e coll’inchino picciolo gliela porge, sicome con gli atti medesimi la ripiglia; e fatta la riverenza con inchino mediocre al Celebrante, parte per la Credenza, se non vi ha il Piattino; ma se ha portato prima su l’Altare il Piattino, posa sopra di esso quella dell’Acqua, va à posare su la Credenza quella del Vino: piglia il Fazzoletto (se lo ha lasciato alla Credenza, e non lo ha prima disteso secondo il Gavanto sopra l’Altare) si accosta all’Altare, prende colla sinistra il Piattino, posa su l’Altare il Fazzoletto non affatto disteso, e coll’Ampollina dell’Acqua nella destra aspetta il tempo di lavare le deta al Sacerdote. Che, se secondo il Gavanto, ha lasciato il Fazzoletto sopra l’Altare, quando dalla Credenza, dove ha posato l’Ampollina del Vino, torna all’Altare per pigliare il Piattino, alza dal mezzo il Fazzoletto disteso alquanto, accioche sia comodo poi il prenderlo al Sacerdote; ed uscendo dal fianco dell’Altare, fuori di quello dà da lavare le mani al Sacerdote con un’inchino mediocre, sì prima, come doppo, quando poi parte per la Credenza.

Posto poi che si faccia, come si è supposto, senza il Piattino, quando il Cherico s’è partito (come si disse) per la Credenza, posa l’Ampollina del Vino sopra di quella, piglia il Fazzoletto, e se lo colloca dispiegato sopra il braccio sinistro vicino alla mano, (ò pure lo frammette con una punta alle dita della mano sinistra, lasciandolo pendere verso terra) e tenendo colla detta sinistra il Piattino per modo, che non gli possa scorrere dalle mani, e colla destra l’Ampollina dell’Acqua, si accosta (quando è il tempo) al Sacerdote, fuor dell’Altare tanto, che le mani del Sacerdote non solo fuor dell’Altare, ma fuori della Predella ancora si estendano, e colle riverenze sopraccennate lo serve.

Lavato il Sacerdote, e presosi da se il Fazzoletto dal braccio, ò dalle dita del Ministro, come sopra, nel mentre che quegli si asterge, resta ivi il Cherico col Piattino in mano, ed aspetta il Fazzoletto; il quale ò il Sacerdote ripone da se sopra il braccio sinistro del Ministro, ò piuttosto il Ministro medesimo, posata l’Ampollina dell’Acqua sovra il Piattino, lo ripiglia esso medesimo colla sua destra dal Sacerdote colla riverenza, e bacio dovuti.

III. Data l’Acqua alle mani, il Cherico sversa dal Piattino quel poco di Acqua, che ha servito al Sacerdote, non sopra i gradini dell’Altare, nè in luogo, dove possa andar sotto i piedi, ma ò nel proprio Vasetto fisso (sicome in questa Metropolitana stà ad ogni Altare provisto) ò in un cantoncino remoto. Prende poi il Fazzoletto, e lo ripiega, non in faccia al Popolo, ma verso la Credenza: e se intanto si volta il Sacerdote al Popolo, con dire l’Orate fratres, il Cherico si ferma dal piegare il Fazzoletto, e rivolto verso il Sacerdote, dice il Suscipiat: con avvertenza però di non dirlo subito subito doppo l’Orate fratres, ma doppo un tantino di tempo, quanto basti al Sacerdote, per compire quelle parole, che vanno unite all’Orate fratres, cioè, Ut meum, ac vestrum Sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem Omnipotentem; alle quali fa per l’appunto risposta propria il Suscipiat: il qual Suscipiat, ò si dica in piedi, ò si dica genuflesso, poco importa, purche si dica fermo, e non andante, nè facendo altro in tal tempo; nè pure si prescrive il dirsi chinato, nè necessariamente dal Cherico, dicendo la rubrica, che se non lo dice il Cherico, lo dica da se il Sacerdote.

IV. Quando si parte il Cherico dalla Credenza per ritornare al suo luogo, porta seco il Campanello, e prima di genuflettere nel gradino, come prima, riverisce con una semplice genuflessione in plano la Croce, come fece al partirne.

V. Al Prefazio ci è per lo Cherico il rispondere al Per omnia saecula saeculorum coll’Amen; al Dominus vobiscum, coll’Et cum Spiritu tuo; al Sursum corda coll’Habemus ad Dominum; ed al Gratias agamus Domino Deo nostro (al quale si ha da inchinare semplicemente il capo) col Dignum, et justum est.

VI. Al Sanctus china mediocremente la vita, e dà tre tocchi col Campanello, uno a ciaschedun Sanctus: ed al Benedictus, qui venit in nomine Domini etc. erge il capo, e le spalle, e si segna, deposto il Campanello.

B. RICEPUTI, Il Ministro della Messa privata, in V. M. ORSINI, Opuscula varia variis temporibus pro Beneventana Archidioecesi vel calamo, vel jussu Fr. Vincentii Mariae Ordinis Praedicatorum S. R. E. Cardinalis Ursini Archiepiscopi, nunc Sanctissimi Domini Nostri Papae Benedicti XIII. In lucem edita In unum tandem collecta, novisque typis excusa, Romae, Typis Rocchi Bernabò, 1726, Sumptibus Francisci Giannini Suae Sanctitatis Bibliopolae, pp. 127-130 (§ 5); è stata mantenuta l’ortografia originale.

Cfr. «Una Voce Notiziario», 63-64 ns, 2016, pp. 11-13.

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa, LXXXIII-LXXXVI

Finita la recitazione del salmo Judica me Deus

Card. Prospero LambertiniLXXXIII. Finita la recitazione del salmo Judica me Deus, e recitato il Gloria Patri, e premesso dal sacerdote il versetto del salmo 123: «adiutorium nostrum in nomine Domini» e dopo aver il ministro risposto «qui fecit coelum et terram» si recita dal sacerdote il confiteor, dal ministro si invoca sopra d’esso la misericordia divina; e dopo d’avere il sacerdote risposto colla parola amen, si recita dal ministro il confiteor, dopo cui il sacerdote prega pel popolo coll’orazione misereatur vestri invocando tanto a sé, quanto al popolo la divina indulgenza con quell’altre parole «indulgentiam, absolutionem etc.». E nel confiteor profferendosi le parole «mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa» si batte col pugno dal sacerdote il proprio petto; e lo stesso ancora fa il ministro recitando pure il confiteor, quando arriva alle dette parole.

LXXXIV. Si recita dal sacerdote e dal ministro il confiteor e l’orazione misereatur, confidando tanto il sacerdote, quanto il ministro o sia il popolo per cui parla il ministro con questa vicendevole confessione e vicendevole orazione di ricevere da Dio la remissione de’ peccati leggieri per offerirgli con mente più pura il sacrifizio: «confitemini alterutrum peccata vestra et orate pro invicem, ut salvemini; multum enim valet deprecatio iusti assidua»; sono parole di s. Giacomo nel cap. 5 della sua lettera al vers. 16. Ed il battersi il petto è segno della contrizione, segno ricavato dal publicano, che confessando i propri peccati e percuotendo il proprio petto ne ottenne dal Signore il perdono: «Et publicanus a longe stans, nolebat nec oculos ad coelum levare; sed percutiebat pectus suum dicens: Deus propitius esto mihi peccatori»; sono parole di s. Luca al cap. 18 verso 13.

LXXXV. Stando anche il sacerdote fuori della predella e degli scalini dell’altare, e recitata, come si è veduto, la confessione col ministro, recita alcune altre preghiere prese dalle divine scritture, nelle quali domanda al Signore il perdono dei peccati. e chiede la purità della mente e del cuore, necessaria per celebrare santamente il sacrosanto sacrificio della Messa; a cui pure risponde il ministro. Fra le orazioni che ora si recitano, vi è quella che anche più volte si ripete nel decorso della Messa Dominus vobiscum, ricavata dal libro di Ruth 11 4: «Et ecce ipse veniebat de Bethlehem, dixitque messoribus: Dominus vobiscum; qui responderunt ei: benedicat tibi Dominus»; e vi è la risposta che si dà dal ministro: «et cum spiritu tuo» che pure si ripete ogni volta che nel decorso della Messa si dice dal sacerdote Dominus vobiscum: «Gratia Domini nostri Jesu Christi cum spiritu vestro, fratres, amen» sono parole di s. Paolo ad Galatas 6, 18.

LXXXVI. Finalmente dopo avere il sacerdote eccitato sé e gli altri ad orare dicendo la parola Oremus, sale sulla predella dell’altare, e salendola recita l’orazione aufer a nobis, alla quale sussiegue l’altra Oramus te, Domine, per merita sanctorum baciando per la prima volta l’altare; il che fa ancora altre volte nel decorso della Messa; essendo il bacio una specie di saluto, come anche ben riflette il Pouget nel luogo citato alla pag. 827 ove proposta l’interrogazione: «cur sacerdos accedens ad altare, hoc osculatur idemque facit quoties ab eo recedit?» responde: «hoc salutationis genus est. Osculantur sacerdos altare qui typus est Christi, eoque osculo profitetur adhaerere se Christo, cui sicut membra capiti, connexi sunt sancti, quorum reliquiae ibi servantur»; non potendosi dire la messa che nell’altare consagrato, o almeno ove è la pietra sacra, giacché non si fa consagrazione dell’altare o della pietra senza collocarvi le reliquie de’ santi; onde s. Ambrogio nell’epist. 54 a Marcellina sorella scrisse: «cum basilicam dedicare vellem, mihi tamquam uno ore interpellare coeperunt dicentes: Sicut in romana, sic basilicam dedices. Respondi; faciam si martyrum reliquias invenero», ed avendo ritrovati i corpi de’ ss. Gervasio e Protasio, dedicò la basilica secondo il costume romano.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 67-69.

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Il 21 aprile a Brescia Giornata dell’amicizia liturgica

Parrocchia di S. Giovanni Bosco Brescia

Sabato 21 aprile 2018 a Brescia, presso la Parrocchia di S. Giovanni Bosco (via S. Giovanni Bosco 15), avrà luogo la Giornata dell’amicizia liturgica, organizzata dalla Amicizia San Benedetto Brixia.

Programma

16:30 presentazione del libro Missa in scena di Luigi Martinelli

18:00 Messa in rito tridentino

19:30 cena

21:00 conferenza di don Marino Neri sul tema «1968-2018: la liturgia antidoto alla Rivoluzione».

Per iscrizioni alla cena e informazioni amiciziasanbenedettobrixia@gmail.com

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A Roma, chiesa di Gesù e Maria il 20 maggio Messa pontificale del card. Burke

Chiesa di Gesù e Maria al Corso, Roma

Il 20 maggio 2018, Domenica di Pentecoste, ore 9:30 alla chiesa di Gesù e Maria al Corso (Via del Corso 45, Roma) il card. Raymond Leo Burke celebrerà la Messa pontificale. A Gesù e Maria ogni domenica e festa di precetto vi è la Messa in rito tridentino per le cure della Casa Romana dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

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Xavier Barbier de Montault, Le voile du calice

Velo del calice

1. Définition. Le voile, suivant l’étymologie latine, sert à dérober le calice aux regards, depuis le commencement de la messe jusqu’à l’offertoire et depuis les ablutions jusqu’à la fin.

2. Obligation. Strictement obligatoire pour la messe, le voile ne peut être mis de côté après la communion et le prêtre doit alors, de nouveau, en couvrir le calice.

URBINATEN. – An sacerdos, in missae sacrificio, post communionem reponens calicem in medio altaris, velum, quo in principio missae operitur, supra bursam debeat plicare necne? Et Sacra Rituum Congregatio respondit: Tam in principio missae quam post communionem calicem velatum esse debere totum in parte anteriori. Et ita in posterum tam in dioecesi Urbinaten. quam ubique servari voluit et mandavit. Hac die 12 Januarii 1669.

PRAGEN. – Utrum calix in fine missae debeat totus velari in parte anteriori, prout ab initio missae? Sacra Rituum Congregatio respondit: Ante versiculum quod dicitur communio, cooperiendum velo calicem in anteriori parte, prout ante confessionem. Die 1 Martii 1698.

A parte anteriori s’explique, quand l’autel est adossé au mur; il n’en serait pas de même si l’autel était isolé, comme dans nombre d’églises de Rome. Totum signifie que le voile doit retomber jusque sur l’autel et ne pas laisser le pied du calice à découvert. Le Cérémonial des évèques omet la mention du voile à la préparation de la messe: «Calix cum patena, palla, purificatorio et bursa» (l. I, c. xv, n. 19).  «Calix vero cum patena, bursa» (l. I, c. xv, n. 14), ce qui ferait croire qu’on pourrait s’en passer, mais il n’est pas oublié à la fin de la messe: «Subdiaconus complicat corporale, tergit et mundat calicem, … velum et bursam super calicem reponendo» (l. II, c viii, n. 77).

3. Matière et forme. Le voile est entièrement en soie, «velo serico» (Missale Romanum), et sans doublure; s’il y avait une doublure, elle devrait être en soie, malgré la pratique contraire en France. Sa largeur est telle qu’il couvre complètement le calice de toutes parts, en retombant également de chaque coté; il faut donc que l’étoffe soit souple. En France, au contraire, elle est raide et si parcimonieusement coupée, qu’elle ne recouvre que le devant du calice, ce qui est trop peu. Le voile mesure soixante-quatre centimètres en carré.

4. Galon et croix. Il est garni d’un galon étroit ou d’une dentelle de soie ou d’or. En général, il est d’étoffe unie. L’usage français met une croix à la partie antérieure: celle pratique est moderne. Si l’on tient absolument à la croix, on la place au milieu du voile, à l’endroit correspondant à l’ouverture du calice.

5. Usages romains. Quand le prêtre part de la sacristie, il relève la partie antérieure du voile sur la bourse, afin de porter plus commodément le calice et ne la rabaisse qu’à l’autel; au retour, il fait de même. Le servant de messe plie le voile à l’envers, en deux d’abord, puis en quatre, dans le sens de la longueur; ensuite en deux et en quatre dans l’autre sens, ayant soin de replier en diagonale l’angle supérieur. Il met le voile ainsi réduit à la droite du corporal, pour que le prêtre puisse y déposer la pale, chaque fois qu’il découvre le calice.

6. Couleur. La couleur assortit à celle de la chasuble: «Velum parvum, coloris paramentorum, super ipsum calicem» (Pontificale Romanum). On est moins strict à Rome pour l’étoffe, qui n’assortit pas toujours à l’ornement.

7. Communion. Le voile, sous aucun prétexte, parce que telle n’est pas sa destination liturgique, ne doit tenir lieu de nappe aux communiants, même ecclésiastiques.

8. Coutume. C’est la coutume qui règle si le voile, à l’offertoire, est plié par le prêtre ou par lo servant de messe. A Rome, elle est en faveur de ce dernier.

An in missa privata, quando minister non est superpelliceo indutus lieeat cum, lecto offertorio a celebrante, ad altare ascondere, accipere et plicare velum calicis vel hic ritus reservari debeat ministris superpelliceo indutis, vel etiam celebrans ipse debeat plicare velum et super altare ponere? Sacra Rituum Congregatio respondit: Servandam consuetudinem. Die 12 Augusti 1854.

Cfr. X. BARBIER DE MONTAULT, Le costume et les usages ecclésiastiques selon la tradition Romaine, II, Paris, Letouzey, et Ané, 1899, pp. 165-168.

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