Il 28 dicembre il Vescovo di Verona celebra i vespri pontificali alla rettoria di S. Toscana

Domenica 28 dicembre 2014 alle 16, S. E. mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, celebrerà i vespri pontificali in rito tridentino alla Rettoria di S. Toscana (P.tta XVI Ottobre 27, Porta Vescovo, Verona).

I canti saranno eseguiti dall’Ensemble vocale Veneti Cantores.

La funzione è organizzata dalla Sezione di Verona San Pietro Martire di Una Voce Italia, in collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum.

S. Toscana è la chiesa veronese in cui da vent’anni è celebrata la messa tridentina la domenica alle 11.

Verona, rettoria di S. Toscana vespri pontificali di S. E. Zenti il 28 dicembre 2014 ore 16

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Sabato dei Quattro Tempi d’Avvento. Stazione a San Pietro

S. Pietro in Vaticano

Da principio, le ordinazioni dei sacri ministri in Roma non si celebravano che nel mese di dicembre; quando cioè la famiglia cristiana, all’appressarsi della solennità del Natale, con un solenne triduano digiuno offriva a Dio quasi una libazione dei frutti raccolti nella stagione, e profittava di quest’occasione per implorare i suoi carismi sopra coloro che lo Spirito Santo aveva designato a continuare l’opera degli Apostoli, nel governo del gregge di Gesù Cristo. Le ordinazioni dei sacri leviti si celebravano di regola presso la tomba di san Pietro. Siccome però ci si teneva a far rilevare che, sebbene tutti i membri del clero facciano capo all’Apostolo, da cui essi derivano, come da sorgente vitale, la loro podestà, tuttavia il solo Papa eredita da lui la pienezza della podestà pontificia ed il primato universale sulla Chiesa, perciò nel secolo XII solo la consacrazione pontificia si compieva regolarmente sull’altare che sovrasta l’avello dell’Apostolo, mentre le altre venivano per solito celebrate nella attigua rotonda di sant’Andrea o nell’oratorio di san Martino. Altra volta questo sabato in Roma era aliturgico, come il sabato santo e gli altri sabati dei IV Tempi; il che importava che il digiuno, iniziato dopo la cena del venerdì a sera, si protraesse sino all’aurora della domenica successiva, al termine della messa vigiliare che si recitava nella basilica vaticana.

In quei primi tempi di cui trattiamo, dominava ancora l’originario concetto dell’agape convivale intimamente associata alla celebrazione del Sacramento Eucaristico. Il digiuno ecclesiastico escludeva perciò eziandio la messa, la quale sin dai tempi di Tertulliano segnava invece il termine dell’astinenza. Era quindi ben naturale che, dovendosi celebrare le sacre ordinazioni durante la vigilia domenicale a san Pietro, il popolo si astenesse dal cibo per tutto il giorno precedente, e quindi il sabato non avesse messa.

Negli antichi Sacramentari i sabati dei IV Tempi prendono spesso il nome di sabati dalle dodici lezioni, e l’origine è questa. Da principio in Roma, e ne seguivano l’esempio molte altre Chiese occidentali, si digiunava tre di la settimana, cioè il mercoledì, il venerdì e il sabato, e nella notte precedente la domenica si celebravano le vigilie notturne in preparazione del sacrificio domenicale. Ecco la forma primitiva della santificazione della settimana cristiana, a confronto della farisaica, che importava solo un duplice digiuno, il lunedì e il giovedì. Questa rigida disciplina evangelica col tempo si rilasciò, e quello che prima era il consueto rito del ciclo ebdomadario, nel IV secolo finì per divenire la esclusiva caratteristica d’alcune settimane speciali, in occasione cioè dei tre solenni digiuni dei mesi di giugno, di settembre e di dicembre, contrapposti alle ferie latine della mietitura, della vendemmia e della svinatura.

Il tipo dell’antica vigilia romana ci è stato sufficientemente conservato nel Messale Romano nella prima parte della cerimonia che precede ora la benedizione del fonte battesimale il sabato santo. Questo tipo arcaico originariamente deriva dall’uso delle sinagoghe della diaspora, ove in ciascun sabato il popolo alternava il canto responsoriale dei salmi alle letture di determinate pericopi scritturali, commentate dai Rabbi. Dato che Paolo, Barnaba, Sila e gli altri frequentavano le adunanze sabbatiche nelle sinagoghe, le sinassi cristiane potevano incominciare solo al tramonto del sole, dopo compiuto il servizio liturgico dei figli d’Israele. Quando i trepidi seguaci del Vangelo si raccoglievano circa domos ad frangendum panem, già spuntava Venere in cielo, e la funzione dovendosi protrarre tutta la notte, incominciava colla poetica cerimonia del lucernario, onde dedicare alla luce increata la tremula fiammella che doveva diradare le tenebre della Sacra veglia. Essa era il vero simbolo della nascente Chiesa.

Assai prima che i monaci trapiantassero dall’Egitto e introducessero nella liturgia basilicale romana il tipo della vigilia salmodica in uso in quei cenobi, la veglia della Chiesa di Roma importava tutto un intreccio di dodici lezioni ripetute in latino e in greco, in grazia della popolazione promiscua dell’eterna città, e alternate dal canto responsoriale delle famose Odi mattutinali e dalle collette del sacerdote. Forse da principio le lezioni, come eziandio in Oriente, venivano successivamente commentate al popolo dai presbiteri o dal Papa; ma verso il V secolo tutta la spiegazione era contenuta nella colletta pronunziata dal presidente dell’assemblea. Alla fine di ciascun brano di lettura il diacono invitava il popolo alla preghiera: Flectamus genua, e l’adunanza si prostrava al suolo, meditando su quanto aveva udito leggere. Levate, intimava dopo pochi istanti il levita, e tutti sorgevano allargando le braccia in ‘forma di croce in atto di preghiera. Allora il sacerdote a nome di tutti recitava la breve prece pur oggi descritta nel Messale, la quale in tanto si chiamava colletta, perché riassumeva i voti particolari di ciascun fedele, e così riuniti li presentava al trono del Signore. Al termine delle vigilie, in sullo spuntare dell’alba, il cantico dei tre giovanetti di Babilonia, detto comunemente Benedictiones, poneva termine alla salmodia, e serviva come canto di passaggio tra l’ufficiatura vigiliare e l’offerta del Sacrificio Eucaristico. Prima però d’arrecare i sacri doni all’altare, si compiva l’ordinazione dei nuovi ministri. Lo schema del rito era identico pei vescovi, pei preti e pei diaconi. Una breve colletta di preparazione, quindi il canto della prece eucaristica di consacrazione (prefazio) accompagnata dall’imposizione delle mani. Non v’erano da principio né consegna di strumenti, né unzioni, né vestizioni, introdotte più tardi sotto l’influenza gallicana; l’anafora consacratoria si muoveva sull’identico ritmo di quella della messa, di cui l’ordinazione costituiva come un breve preludio e una parte reparatoria. In quei tempi aurei per la sacra liturgia, l’Eucaristia era il vero punto centrale del culto cattolico: essa incorniciava ogni altro
atto cultuale. Era in vista della sua consacrazione che si ordinavano i nuovi ministri; onde era ben giusto che questo rito formasse la parte preliminare dell’anafora stessa. Ed è per questo che i più antichi documenti liturgici ci riferiscono il testo dell’anafora eucaristica appunto quando vengono a trattare delle ordinazioni dei nuovi sacerdoti. “Quando voi avrete eletto alcuno alla dignità di vescovo o di presbitero, recitate su di lui la prece di consacrazione; quindi, ricevuto che egli avrà dal popolo il bacio di pace, il diacono gli presenti il pane ed il vino, ed il nuovo sacerdote reciti su di questi elementi l’anafora d’oblazione”. Così generalmente nei canoni d’Ippolito e nei più antichi testi superstiti di diritto Ecclesiastico.

Oggi il rito prescritto dal Pontificale Romano per le sacre ordinazioni, è molto più complesso. La mentalità giuridica franca colle sue distinzioni tra il diritto e l’investitura per l’attuale esercizio di questo diritto, ha introdotto nel cerimoniale di Roma tale un complesso di doppioni di preghiere di ricambio, di consegne di strumenti, di vestizioni, d’unzioni coll’olio dei catecumeni, col crisma, che talora i teologi scolastici hanno finito per non raccapezzarvicisi più nella ricerca della materia e della forma essenziale del sacramento dell’Ordine. Convien dire che Roma assai di mal animo e solo alla fine del medio evo si acconciò a quest’intrecci di cerimonie; nei lunghi secoli dell’età di mezzo ella, come attestano gli Ordines Romani, ha conservato intatte le sue originarie anafore per l’ordinazione dei sacri ministri, e queste, poste a confronto con quelle che troviamo recensite nei più antichi documenti liturgici del patriarcato d’Alessandria e d’Antiochia, i Canoni così detti d’Ippolito, l’ordinamento Ecclesiastico degli Egiziani, la Didascalia degli Apostoli, le Costituzioni Apostoliche, il Testamento del Signore ecc., risultano loro strettamente affini, e derivanti da una primigenia comune fonte ispiratrice.

Non essendo qui il luogo di riferire per intero le formole romane per la consacrazione dei sacri ministri, le riassumeremo brevemente.

Premessa una breve colletta di introduzione, che a titolo d’onore precede sempre in antico così le anafore eucaristiche che l’orazione domenicale, la prece per la consacrazione dei vescovi e del Papa stesso, esprimeva il concetto che, a differenza dell’antico sacerdozio levitico, le cui prerogative consistevano tutte nell’esterno splendore delle vesti, il sacerdozio cristiano non ha vesti speciali. – Ci troviamo dunque in un periodo in cui non esiste ancora un tipo speciale di vesti ieratiche; ma, precisamente come in Roma ai principii del IV secolo, i sacri leviti nel ministero dell’altare e nel seppellire i Martiri si distinguono appena per il maggior candore dei loro pallii gittati sulla toga latina dal taglio comune degli altri cittadini. – Gli ornamenti invece del sacerdozio nostro, proclama alto l’anafora, sono le virtù, quelle appunto che simboleggiavano tipicamente gli ori e le gemme dell’antico efod pontificale. Siccome poi nei primi tre secoli, a preferenza dei presbiteri che solo presiedevano ai penosi esercizi dell’exomologesi dei penitenti, il ministro abituale dell’assoluzione sacramentale, come del battesimo e della prima comunione, era il vescovo, così nell’anafora di cui trattiamo si supplica Dio di consegnargli le chiavi del celeste regno, affinché leghi e sciolga in Cielo quello che colla sua sentenza avrà legato e sciolto in terra.

In quei primi tempi così agitati dalle eresie, a preferenza dei preti anche il ministero della predicazione era tanto proprio dei vescovi, che, non ostante il cattivo viso che san Girolamo faceva a questo estremo riserbo del potere pontificale, un tempo Roma ebbe a riguardare perfin con occhio diffidente la differente disciplina delle Chiese Gallicane, ove ai presbiteri era lecita la predicazione. Quindi nell’anafora consacratoria dei vescovi, esprimesi anche quest’ufficio di annunziare la parola di Dio, tanto importante e così proprio dei Pontefici, i quali appunto pel ministero dell’evangelizzazione venivano considerati come i successori degli Apostoli.

Tenuto quindi conto di tutte queste attribuzioni vescovili nei primi quattro secoli, poiché l’anafora consacratoria dei vescovi, giusta il Pontificale Romano, riflette precisamente quest’ordine d’idee e questa primitiva disciplina della Chiesa, la sua redazione non va riportata oltre il secolo V, ma piuttosto prima che dopo.

A lato dei brani più importanti del testo dell’odierno Pontificale, pongo le frasi parallele degli Statuti Apostolici e dei così detti Canoni d’Ippolito.

Pontif. Roman.

Huic famulo tuo quem ad summi sacertdotii ministerium elegisti, hanc, quaesumus, Domine, gratiam largiaris… ut tui Spiritus virtus et interiora eius repleat… Sint speciosi munere tuo pedes ad evangelizandum… Da ei… ministerium reconciliationis, in verbo, in factis, in virtute signorum et prodigiorum… Da ei, Domine, claves regni caelorum, … quodcumque ligaverit super terram, sit ligatum et in caelis, et quodcumque solverit super terram, sit solutum et in caelis. Quorum retinuerit peccata retenta sint, et quorum remiserit, tu remittas. Tribue ei, Domine, cathedram episcopalem, ad regendam ecclesiam tuam.

Statut. Apostol. latin.
Veron.

Da… super hunc servum tuum quem elegisti ad episcopatum, pascere gregem sanctam tuam, primatum sacerdotìi tibi eixihibere…

… habere potestatem dimittere peccata … solvere etiam omnem colligationem, secundum potestatem quam dedisti Apostolis.

Canon Hippolythi

… Ratione huius episcopi qui est magnus Abraham, … respice super servum tuum, tribuens virtutem tuam et spiritum… quem… tribuisti sanctis Apostolis… Tribue illi episcopatum…

et potestatem ad remittenda peccata, et tribue illi facultatem ad dissolvenda omnia vincula iniquitatis.

Nella formola consacratoria romana è notevole che l’autorità di rimettere i peccati sia posta direttamente in relazione colla podestà delle somme chiavi consegnate a Pietro; il che si verifica pel Pontefice romano, ma non è interamente esatto per gli altri vescovi. La quale osservazione c’induce a sospettare, che da principio l’anafora del Pontificale sia stata redatta per l’esclusiva consacrazione del Papa, e che solo in seguito sia stata adibita per quella degli altri vescovi suffraganei di Roma, i quali appunto dovevano ricevere la loro consacrazione di mano del Pontefice, in qualità di loro metropolitano.

L’ufficio dei presbiteri, giusta la disciplina ecclesiastica dei primi secoli, era quello di formare il consiglio del vescovo, e di sostituirlo nell’amministrazione dei Sacramenti, fatta eccezione di quelli che, per divina istituzione o per disciplina canonica, erano a lui riservati. Perciò, giusta il Pontificale Romano, nell’anafora consacratoria dei sacerdoti, il vescovo, ricordato dapprima che Mosè nel deserto era coadiuvato da un’assemblea di settanta anziani, e che Aaron giovavasi del ministero dei propri figli, e che infine anche agli Apostoli Gesù accordò l’aiuto dei dottori, supplica il Signore che nella persona dei nuovi candidati al sacerdozio conceda anche a lui consacrante degli aiuti ripieni dello spirito di ogni santità. In armonia colla posizione occupata in antico dai presbiteri che, pur formando il consesso sacerdotale attorno alla persona del vescovo, nelle circostanze ordinarie non avevano alcuna attribuzione particolarmente loro riservata, non battezzavano, non celebravano la messa, non assolvevano i penitenti se non in mancanza del vescovo e dietro sua speciale delegazione, nell’anafora del Pontificale Romano per l’ordinazione dei preti non si esprime alcun ufficio particolare loro distintamente attribuito; solo si prega in genere che il carisma sacerdotale li renda providi cooperatores ordinis nostri, appunto come avveniva in pratica, quando in quei primissimi tempi l’unico sacerdos e ministro dei sacramenti era il Pontefice, ed i preti, fatta eccezione del sacramento dell’Ordine Sacro, lo sostituivano solo là dove non poteva giungere l’attività di lui.

Il diacono nell’antichità era l’indivisibile compagno del vescovo; si può anzi dire che, se il collegio presbiterale rappresentava la sapienza della Chiesa e il fulcro dell’autorità episcopale, i diaconi però erano il suo braccio destro. Fu così che a Roma nel III secolo era invalso l’uso, che giammai i preti, ma sempre invece i diaconi succedessero al Pontefice defunto. A differenza dei preti, che col senno e colla podestà loro assistevano il vescovo nel regime spirituale della Chiesa e nell’amministrazione dei Sacramenti, l’ufficio dei diaconi, per quanto di maggiore responsabilità, era più umile. Nelle sinassi sacre i preti, appunto perché condividevano, sebbene in grado inferiore, il sacerdozio col Pontefice, si assidevano a lato a lui, talora concelebravano insieme, frangevano col medesimo il Pane Eucaristico, mentre l’atteggiamento caratteristico dei diaconi era quello di stare sempre in piedi, come chi attende ordini dall’alto, ed è destinato ai materiali uffici del sacro ministero. Quali? Non già semplicemente l’assistenza al vescovo quando egli predicava, celebrava i divini Misteri, o si recava ai Concili, ma soprattutto l’amministrazione del patrimonio ecclesiastico, dei cimiteri, la cura dei poveri, degli orfani, dei catecumeni, dei prigionieri gettati in prigione per la confessione del nome di Cristo, la corrispondenza della cancelleria episcopale, ecc.

L’anafora di consacrazione del diacono esprime perciò tutta l’importanza che la Chiesa annetteva all’ufficio dei suoi leviti. Le loro qualità morali debbono essere tali e tante, che il vescovo quasi esita a farsi mallevadore del loro merito presso i fedeli, e si appella perciò all’imperscrutabile giudizio di Dio, il quale solo può penetrare le coscienze dei candidati e risanare le piaghe che sfuggono all’occhio e alla cura umana. I diaconi, prega perciò il celebrante, siano l’esempio
fulgido d’ogni virtù, siano casti, costanti, modesti nell’autorità loro. Quest’ultima raccomandazione era particolarmente opportuna pei diaconi romani, che eccedevano talora nelle loro competenze, sì da costringere dei concili a porre un freno all’alterigia loro: De diaconibus Urbis, ut non sibi tantum praesumant.

Coll’aiuto dei vari Ordines Romani noi possiamo seguire passo passo tutto lo sviluppo del rituale delle sacre ordinazioni nell’Eterna Città. Da principio, una semplice oratio in forma d’anafora, accompagnata dall’imposizione delle mani episcopali, e che formava come una brevissima parentesi nel consueto ordine dell’offerta del divin
Sacrificio. Era questione di qualche minuto: ieiunantes et orantes, imposuerunt eis manus, perfettamente com’è descritta negli atti degli Apostoli l’ordinazione di Paolo e di Barnaba. Chiusa la parentesi, si continuava la messa dal punto in cui era stata sospesa, e l’Eucaristia poneva l’ultimo suggello ad ogni rito.

Nel medio evo il cerimoniale si complica. Viene la consegna ufficiale degli oraria deposti il dì innanzi sull’arca sepolcrale di san Pietro, la vestizione delle penule, le litanie, la cavalcata solenne dei nuovi preti e diaconi ai rispettivi titoli; ai quali riti descritti negli Ordines Romani del IX secolo, s’intrecciano più tardi le altre cerimonie gallicane delle unzioni e della consegna degli strumenti, simboli dell’Ordine ricevuto. Tutto quest’incrocio rituale lascia alquanto a desiderare dal punto di vista dell’estetica liturgica, la quale esige nel culto assoluto rigore teologico di formole, ordine, armonia e proporzione nelle parti. Nell’insieme, però, la fusione dei due cerimoniali romano e gallicano, a chi non guarda tanto per il sottile, è di effetto e piace. La Chiesa parla, e la parola sua, anche quando per sussulto straboccante d’affetti non procede con rigoroso ordine metodico, desta sempre una viva impressione, perché è la parola dello Spirito Santo, e verbo di Dio non è mai sterile, né si cancella.

Nella messa, più che delle sacre ordinazioni, domina il concetto della prossima venuta del Verbo incarnato. Forse originariamente nelle notti in cui si celebravano a Roma le sacre Vigilie, e a più forte ragione quando s’ordinavano i sacri Ministri, tutta la prima parte della liturgia eucaristica – la così detta Messa dei Catecumeni che vuol essere appunto una riduzione del primiero rito vigiliare - si ometteva, per incominciare subito colla presentazione delle oblate e coll’anafora consacratoria. Così appunto si costumava il pomeriggio del Giovedì Santo, dopo che la mattina s’erano riconciliati i penitenti ed era già preceduta la missa chrismalis. Ed è forse questa la ragione per cui oggi negli Ordines si dà tanta importanza al canto delle Benedictiones dopo la lezione di Daniele, giacché queste lodi dovevano appunto tenere il luogo della consueta dossologia mattutinale, l’Inno Angelico, disponendo immediatamente gli animi per l’anafora consacratoria. Comunque sia, ad intendere bene l’attuale testo del Messale, noi dobbiamo tener conto della successiva stratificazione di tutti questi riti. La loro attuale fusione risale indubbiamente ai tempi almeno di san Gregorio Magno.

Sappiamo infatti che fu proprio lui a raccorciare il primitivo rito vigiliare, che importava da principio la recita di dodici lezioni tanto in greco che in latino. Il santo Pontefice le ridusse della metà, ma, fuori dell’ambiente della Curia pontificia, tanta fu la forza dell’uso, che non solo rimase intatta l’antica denominazione di sabato delle XII lezioni già attribuita a questi sabati dei IV Tempi, ma in grazia del Gelasiano adottato in moltissimi luoghi in Francia e altrove, sopravvissero pure al naufragio le famose dodici lezioni della vigilia pasquale. Queste, bandite già da Roma per la porta; dopo quasi un secolo vi ritornarono per la finestra, giacché, soppresse nel Sacramentario Gregoriano, esse riacquistarono la cittadinanza per opera del Gelasiano, quando questo nel periodo franco si compenetrò nell’uso del clero col codice del primo Gregorio.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum, II, pp. 128-135)

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Venerdì dei Quattro Tempi d’Avvento. Colletta a San Marco. Stazione ai Santi Dodici Apostoli

SS. XII Apostoli

La stazione precedente le solenni ordinazioni in Roma, è sempre all’Apostoleion di Pelagio I, e questo, così in omaggio al coro degli Apostoli, la cui missione per l’evangelizzazione del mondo dovrà ormai essere continuata dai leviti di domani, come ancora a cagione della grande celebrità a cui era salita questa veneranda basilica nel primo periodo bizantino. Il Pontificale ne fa suo primo autore papa Giulio I; ma l’edificio, in grazia del danaro bizantino, dovette poi ricevere dei fondamentali restauri sotto i pontefici Pelagio e Giovanni III, così che, scomparso il ricordo di papa Giulio, il tempio passa comunemente come un’opera di Pelagio I, monumento votivo della vittoria riportata da Narsete sui Goti. Nel 1873 scavandosi sotto l’altare centrale, fu trovata una capsella contenente dei frammenti delle ossa dei santi apostoli Filippo e Giacomo misti a residui di balsamo, ivi certamente deposti in occasione della seconda dedicazione della basilica. Nel secolo IX trovarono altresì ricetto in questa chiesa parecchi corpi di antichi Martiri trasportati dal cimitero di Aproniano sulla via Latina i tra cui quello veneratissimo di sant’Eugenia, che perciò conservavasi in uno speciale oratorio attiguo all’Apostoleion.

La colletta, o convegno donde oggi soleva prendere le mosse la processione stazionale prima di giungere all’Apostoleion, doveva essere nel vetusto titolo di San Marco in Pallacinis, che sorge ivi presso. Così almeno è prescritto nelle liste stazionali per il venerdì dei IV Tempi di quaresima, sebbene queste serie delle stazioni nulla contengano a riguardo dell’odierna funzione natalizia.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum II, p. 124)

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Card. Prospero Lambertini (papa Benedetto XIV), Annotazioni sopra il santo Sacrifizio della messa XXV-XXVII

Card. Prospero Lambertini

XXV. Scorrendo le storie della Chiesa, ritroviamo fatta menzione di calici d’altra materia, ed anche di più sorta di calici. Onorio Augustodunense al lib. 1 cap. 89 dice che gli apostoli celebrarono la messa ne’ calici di legno: “Apostoli et eorum successores in quotidianis vestibus et ligneis calicibus missas celebrabant”; ed attribuisce a s. Zefirino papa e martire l’introduzione dei calici d’oro o d’argento: “Zephirinus autem papa et martyr in aureis, vel argenteis calicibus, et pannis offerri constituit”. Circa i calici di legno è celebre il detto di s. Bonifacio vescovo di Magonza nel Concilio tiburiense sotto Formoso al cap. 18: “vasa in quibus sacrosancta conficiuntur mysteria, calices sunt et patenae, de quibus Bonifacius martyr et episcopus interrogatus, si liceret in vasculis ligneis sacramenta conficere, respondit: quondam sacerdotes aurei ligneis calicibus utebantur, nunc e contra lignei sacerdotes aureis utuntur calicibus”. Non passa per sincero appresso tutti il supposto decreto di Zefirino; ma ciò che si può dire di sicuro si è, essere stati per molto tempo in uso anche i calici di vetro, ma che in quel tempo in cui erano in uso i detti calici, e nel tempo delle più fiere persecuzioni, non mancavano alla chiesa calici d’oro e d’argento.

XXVI. Quanto all’uso dei calici di vetro esso si comprova dal fatto di Marco eresiarca circa il tempo degli apostoli. Raccontano s. Ireneo al lib. 1 cap. 9, e s. Epifanio all’eresia 34, che il detto Marco per arte magica trasmutava in rosso il vin bianco quando era nel calice; il che dimostra che il calice era trasparentte, epperò di vetro. Di vetro sembra che fosse quello rotto dai gentili, che colle orazioni rassestò e riunì s. Donato vescovo d’Arezzo, di cui favella s. Gregorio nel lib. 1 dei Dialoghi al cap. 7, e l’uso di questi calici di vetro durò in molti luoghi; onde s. Girolamo nclla lettera a Rustico parlando del santo vescovo di Tolosa Esuperio, così scrisse: “nihil illo ditius, qui corpus Domini canistro vimineo, sanguinem portat in vitro”; e nella Vita di s. Cesario vescovo arelatense, il quale fiorì nel fine del quinto e nel principio del sesto secolo, scritta da un certo Cipriano di Francia si legge “annon, inquit, in vitro habetur sanguis Christi?”

XXVII. Quanto poi al punto che anche ne’ tempi ne’ quali erano in uso i calici di vetro, e ne’ tempi delle persecuzioni non mancassero alla chiesa i calici d’oro e d’argento, lo dimostra il martirio di s. Lorenzo che patì nella persecuzione di Valeriano, lo dimostra l’empio detto di colui che spedito da Giuliano apostata saccheggiò la chiesa antiochena. , che, come riferisce Teodoreto nel lib. 3 della Storia ecclesiastica al c. 8, avendo osservatoessere i calici d’oro e d’argento, esclamò: “en eiusmodi vasis filio Mariae ministratur”. Sopra ciò si possono leggere il cardinal Bona, Rer. liturg. al lib. 1 cap. 25, ed il Binghamo nel tom. 3 delle Antichità ecclesiastiche alla pag. 241.

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo Sacrifizio della messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 22-24.

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Mercoledì dei Quattro Tempi d’Avvento. Colletta al titolo d’Eudossia. Stazione a Santa Maria Maggiore

S. Maria Maggiore

Il solenne digiuno dei Tre Tempi sembra in origine proprio della Chiesa Romana, dalla quale poi lo appresero le altre diocesi latine. San Leone I ne spiega bene il significato, specialmente in occasione dei digiuni di dicembre, osservando che, al chiudersi delle stagioni e prima di porre mano alle riserve invernali, è assai conveniente che ne offriamo le primizie alla divina Provvidenza, con una spontanea libazione d’astinenza e d’elemosina. Vi si aggiungeva per la circostanza un motivo speciale. Un’antica tradizione riservava al mese di dicembre le ordinazioni dei preti e dei diaconi, e per consuetudine introdotta dagli Apostoli stessi, il popolo cristiano per mezzo del digiuno e della preghiera doveva associarsi al vescovo, per impetrare dal Signore un’abbondanza di carismi sacerdotali sul capo dei neo-eletti al ministero dell’altare.

Infatti, gl’interessi supremi del popolo cristiano dipendono in gran parte dalla santità del Clero; e poiché c’insegna la Scrittura che il gastigo più terribile che Dio infligge alle nazioni prevaricatrici si è quello di concedere loro pastori e duci della loro stessa genia, è evidente che l’ordinazione dei sacri ministri non è un affare che interessa esclusivamente il vescovo e il suo seminario, ma ha un’importanza decisiva e suprema per tutta la famiglia cattolica.

Per questo motivo gli Atti degli Apostoli ricordano i solenni digiuni e le pubbliche preghiere che precedettero l’ordinazione dei primi sette Diaconi, e poi la missione di Paolo e Barnaba all’apostolato fra i gentili; ed oggi, dopo tanti secoli, questa disciplina non ha subito alcun rallentamento essenziale. I riti e l’apparato esterno saranno forse un po’ più modesti che nell’alto medio evo a Roma; però i digiuni, le stazioni preparatorie e le solenni preghiere della Comunità Cristiana, ancor precedono regolarmente l’imposizione sacramentale delle mani sugli eletti al sacerdozio.

Oggi la stazione – come di regola il mercoledì dei IV Tempi - è nella basilica Liberiana, per porre i nuovi leviti sotto il celeste patrocinio di Colei che i Padri chiamarono talvolta Vergine-Sacerdote, tempio in cui il Verbo stesso incarnato fu unto sacerdote dal divino Paraclito. Altra volta la processione del clero e del popolo si conduceva al tempio di Liberio movendo da san Pietro in Vincoli, e traversando al canto supplice della litania la Suburra, il Viminale e l’Esquilino. Dopo la colletta d’ingresso a Santa Maria Maggiore, uno scriniario papale annunziava al popolo dall’ambone i nomi dei futuri ordinandi: Auxiliante Domino et Salvatore nostro Iesu Christo eligimus hos N. N. diaconos in presbyteratum. Si igitur est aliquis qui contra hos viros aliquid scit de causa criminis, absque dubitatione exeat et dicat; tantum, memento Communionis suae.

Queste solenni proclamazioni tenevano a Roma luogo dell’antico rito, così diffuso altrove, del suffragio popolare nelle ordinazioni dei sacri ministri. In alcuni luoghi il popolo veniva consultato, allo scopo che ubbidisse poi più di buon animo a coloro che egli stesso s’era scelto a pastori. Roma tuttavia sin da antico – e lo attesta san Clemente ai Corinti – riteneva questa concessione troppo pericolosa e compromettente, facile ad essere male interpretata, e poco conforme al carattere divinamente autoritario della sacra gerarchia. E il Cristo per mezzo degli Apostoli e dei vescovi che deve scegliere i suoi ministri, e non per mezzo del suffragio popolare, come si faceva al foro pei magistrati. Roma adunque nelle sacre Ordinazioni riservava al popolo una parte onorifica, senza dubbio, ma secondaria e di mera garanzia; quella cioè di deporre contro i candidati, nel caso li conoscesse giuridicamente colpevoli ed indegni. È appunto quanto esige l’Apostolo, quando scrive a Timoteo esser necessario che gli eletti all’ufficio sacerdotale abbiano testimonium … bonum ab his qui foris sunt, ut non in opprobrium incidant1.

L’odierna messa è tutto un sospiro, un grido ardente dell’animo verso il Messia venturo. Il gran profeta dell’Avvento è Isaia, onde la Chiesa in questi giorni rilegge i più bei squarci del suo volume, perché anche i fedeli affrettino coi loro voti il regno di Gesù Cristo.

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1 I Timoth. III, 7.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum, II, pp. 120-121)

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Domenica III d’Avvento Stazione a San Pietro

S. Pietro in Vaticano

Poiché in Roma nella quarta domenica d’Avvento non si teneva alcuna stazione, – a cagione che nella notte precedente si compievano le grandi ordinazioni dei preti e dei diaconi mense decembri -, questa terza stazione preparatoria al Natale era celebrata a san Pietro con un insolito splendore di riti e processioni, che nella mente della Chiesa volevano quasi inaugurare le sante gioie del ciclo natalizio.

Questa infatti è la settimana dei grandi scrutini e dei solenni digiuni, che precedono le sacre ordinazioni; onde i fedeli anch’oggi si raccolgono attorno alla tomba del Principe degli Apostoli, quasi per assicurarsi la sua celeste protezione, e per mettere il Pastor Ecclesiae a parte del gaudio che inonda l’animo del gregge al fausto annunzio della vicina parusia: Prope est iam Dominus …

Altra volta il Papa si recava alla basilica Vaticana in sul tramonto del sabato, ed assistendo ai vesperi preintonava la prima e l’ultima antifona, che gli venivano perciò suggerite da un canonico. Per questo servizio, come notano gli Ordini Romani1, il Pontefice soleva porre in bocca al buon ecclesiastico una moneta d’oro.

Al capitolo vaticano incombeva l’obbligo d’apprestare al Papa e ai cardinali la cena e da dormire, durante la prima parte della notte; questa peraltro non era molto lunga, ché l’ufficio vigiliare doveva cominciare poco oltre la mezzanotte. Il Papa, preceduto da accoliti con candelabri e torcie, andava dapprima ad incensare gli altari dei santi Leone I, Gregorio Magno, Sebastiano, Tiburzio, degli apostoli Simone e Giuda, del Volto Santo, della beata Vergine e di san Pastore. Ciò fatto, discendeva nell’ipogeo della Confessione di san Pietro, e dopo offerto l’incenso sulla tomba dell’Apostolo, dava principio al primo ufficio vigiliare. Si cantavano dal clero tre salmi e tre lezioni scritturali; quindi il primicerio intonava l’inno Te Deum, il Papa recitava la colletta, e terminava la prima parte della salmodia notturna ad corpus.

Il corteo allora, con quel medesimo ordine com’era venuto, risaliva nella basilica superiore, e dopo incensato l’altare sotto il quale riposava san Pietro, dava principio all’ufficio mattutino propriamente detto. Il rito si svolgeva senza speciali particolarità. I canonici vaticani cantavano le lezioni del primo notturno; le prime due del secondo estratte dalla lettera di san Leone I al Patriarca Flaviano, toccavano ai vescovi; la terza e la prima del terzo notturno a due cardinali, la penultima al capo del capitolo vaticano, e l’ultima al Papa. Seguiva l’ufficio dell’ aurora, in cui il Pontefice intonava l’antifona che precede il cantico di Zaccaria, e da ultimo recitava la colletta finale.

L’odierna messa stazionale, in quanto precede immediatamente il ciclo natalizio, in antico aveva un carattere spiccatamente festivo. – Si sa che le novene e i tridui in preparazione alle maggiori feste sono d’origine posteriore, e nel periodo aureo della liturgia, questi periodi precedenti Pasqua e Natale, queste messe vigiliari e sinassi stazionali alle basiliche più venerate dell’eterna città, avevano appunto per iscopo di disporre l’animo dei fedeli, e d’impetrare loro dal Cielo la grazia di trascorrere fruttuosamente le varie solennità del ciclo liturgico -.

Alla messa il Papa intonava l’Inno Angelico, che veniva eseguito da tutto il clero. Dopo la colletta i cantori, sotto la direzione dei cardinali diaconi, dei suddiaconi apostolici e dei notai, recitavano delle acclamazioni o “Laudes” in onore del Pontefice, del clero e del popolo romano, il qual rito si conserva ancora nella coronazione dei sommi Pontefici. Terminato il divin Sacrificio, i diaconi ricingevano il Papa della tiara, e risaliti tutti in sella, facevano la solenne cavalcata al Laterano, ove aveva luogo il banchetto.

Di tutto questo apparato rituale così smagliante, l’odierno cerimoniale ha conservato ben poca cosa. – La gioia non è davvero la nota dominante della società moderna. – Alla messa, invece dei consueti parati violacei, i sacri ministri rivestono quelli color rosa, e l’organo riempie le navate del tempio coi suoi concerti. L’Ufficio divino non ha però subito alterazioni, e conserva intatto il suo primigenio carattere festivo e pieno di slancio, a cagione della prossima venuta del Salvatore.

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1 Ord. Rom. XIP. L., LXXVII, col. 1029.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum, II, pp. 116-118)

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Domenica II d’Avvento. Stazione a Santa Croce in Gerusalemme

S. Croce in Gerusalemme

Dopo Beth-lem ed il presepio, viene il Golgota con la Croce, che già sfolgoreggia di lontano sulla pacifica campagna d’Efrata, ove fa la sua prima apparizione il Verbo incarnato. La stazione perciò è nella basilica Sessoriana, – una riproduzione romana del martyrium gerosolimitano – ove si custodiva la santa Croce che l’imperatrice Elena aveva donato alla Chiesa di Roma. È necessario infatti, a precludere la via ad illusioni sentimentali, di rilevare nettamente e per tempo il carattere di questa prima venuta messianica, nell’umiliazione, nella povertà: il Cristo viene ad offrirsi vittima d’espiazione pei peccati del mondo; affine di non cadere nel peccato degli Ebrei, quali nel loro orgoglioso sensualismo rifiutaronsi d’accettare Gesù per Messia, solo perché non corrispondeva al concetto megalomane che se n’eran fatto. Quante anime ancor oggi trovano intoppo nella Croce! Quante, che pur dicono di cercar Gesù, incontrandolo incoronato di spine e colla croce in ispalla sulla via del Calvario, non s’accorgono ch’è lui, e passano oltre!

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum, II, p. 114)

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Domenica I d’Avvento. Stazione a Santa Maria Maggiore

S. Maria Maggiore

Diversamente dagli antichi Sacramentari che cominciavano l’anno dalla solennità natalizia, l’odierno Messale Romano inizia oggi il suo ciclo liturgico. La ragione si è che l’incarnazione del Verbo di Dio è il vero punto centrale, la colonna milliaria che divide il lungo corso dei secoli dell’umanità; la quale nei disegni della divina Provvidenza, o prepara quella pienezza dei tempi che prelude all’avventurato ”anno di redenzione”, o dalla culla di Bet-lehem indirizza i suoi passi verso la Valle di Giosafat, dove il Bimbo del Presepio attende al giudizio tutta l’eredità d’Adamo, riscattata col suo Sangue prezioso. L’ordine dell’odierno Messale è più logico, e corrisponde meglio a questo nobile concetto della storia, che fa dell’Incarnazione il vero punto centrale del dramma dell’universo; ma gli antichi che facevano cominciare i loro Sacramentari dalla festa del Natale, seguivano in questo la primitiva tradizione liturgica, la quale sino al IV secolo non conosceva ancora un periodo di quattro o sei domeniche di preparazione a questa massima tra le solennità.

Fu verso la metà del V secolo, quando pel contraccolpo delle eresie cristologiche di Nestorio la commemorazione natalizia del Salvatore salì a grande celebrità, che a Ravenna, nelle Gallie e nella Spagna cominciò ad apparire nella liturgia un ciclo speciale di preparazione al Natale. La polemica contro Nestorio ed Eutiche, e i grandi concili d’Efeso e di Calcedonia dove fu solennemente proclamato il dogma delle due nature divina ed umana nell’unica persona del Signore Gesù, e dove per conseguenza furono esaltate le glorie e le prerogative della Theotocos, diedero un vigoroso impulso alla pietà cattolica verso il mistero dell’Incarnazione, che ritrovò in san Leone Magno e in san Pier Crisologo i predicatori più efficaci ed entusiasti di quel mistero di Redenzione.

Il Sacramentario Leoniano essendo mutilo in principio, non può attestarci nulla circa le prime origini dell’Avvento liturgico a Roma; ma è probabile che il rito della metropoli pontificia anche in questo punto fosse sostanzialmente identico a quello di Napoli e della suffraganea Ravenna, ove il Crisologo – se pure non gli spetta la paternità delle collette d’Avvento del famoso rotolo ravennate – in quattro diverse occasioni pronunziò al popolo delle splendide omilie in preparazione alla festa di Natale.

Da molti secoli la Chiesa Romana consacra alla celebrazione dell’Avvento quattro settimane. È vero che i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, insieme a parecchi altri antichi lezionari, ne enumerano cinque; ma le liste lezionali di Capua e di Napoli, e l’uso dei Nestoriani che conoscono solo quattro settimane d’Avvento, depongono in favore dell’antichità della pura tradizione romana anche su questo punto.

A differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di lutto pel deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione – Evangelizo vobis gaudium magnum quod erit omni populo1 – è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il nostro cuore, al pari d’Abramo il quale exultavit, dice Gesù Cristo, ut videret diem meum, vidit et gavisus est2 dev’essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione ipostatica del Cristo, viene sublimata sino al trono della Divinità.

I canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera – come la descrive pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia: expectatio enim creaturae revelationem filiorum Dei expectat3 – si senta come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa, viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle sue mani – Instaurare omnia in Christo4. – La sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni più vigorose e meglio atte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia colla quale i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno affrettato coi loro voti la discesa del Figlio di Dio. Noi non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il Verbo umanato che si degni di nascere, in tutti i cuori, estendendo altresì il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato annunziato, ove gli abitanti dormono tuttavia nelle tenebre ed ombre di morte.

L’odierna stazione nella basilica Liberiana – ove sin dai tempi di Sisto III si venerava una riproduzione romana del santuario della Natività a Bet-lehem – sembra quasi voglia additare ai fedeli lo scopo e il vero termine di questo periodo di preparazione e di preghiera; è là che ci attende il Praesepe Domini, la culla del Verbo incarnato, la quale, mentre dimostra la verità della sua natura umana, è insieme il trono e la cattedra donde egli ci tiene le sue prime lezioni evangeliche sull’ubbidienza, povertà e mortificazione dei sensi, condannando la superbia, la sensualità e il fallace fasto del mondo.

Nell’Ordo Romanus di Cencio Camerario si attesta, che nel secolo XII il Papa quest’oggi era ancora solito di recarsi a celebrare la messa stazionale a Santa Maria Maggiore1. È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omilia sul Vangelo che leggesi nel Breviario fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.

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1 Luc., 2, 10. 2 Ioan., VIII, 56. 3 Rom., VIII, 19. Ephes., I, 10. P. L., vol. LXXVIII, col. 1068.

(A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano - II. L’inaugurazione del Regno Messianico [La Sacra Liturgia dall'Avvento alla Settuagesima], Torino-Roma, Marietti, 1933, pp. 109-111)

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Documenti della Santa Sede sulla scomunica minacciata ai fedeli che vanno a messa e ricevono i sacramenti da sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Riportiamo la lettera del Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi al prefetto della Congregazione per i vescovi, e la allegata Nota esplicativa, datate 24 agosto 1996 e pubblicate nelle «Communicationes» del Pontificio Consiglio. Attualmente esse sono reperibili nel sito del Vaticano vatican.va. Si tratta di documenti della Santa Sede sulla questione della scomunica minacciata ai fedeli che vanno a messa e ricevono i sacramenti da sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre. Di tale questione si è molto parlato dopo la notizia di una Notificazione ai parroci del vescovo suburbicario di Albano (14 ottobre 2014) e di un decreto di contenuto analogo del vescovo di Zárate-Campana in Argentina (3 novembre 2014). Nota esplicativa 24 agosto 1996 del Pontificio Consiglio per l'Interpretazione dei Testi Legislativi

V. Sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre

Quoad notitias varias mediis communicationis recenter diffusas hoc Pontificium Consilium opportunum duxit iuris facere hanc notam explicativam Congregationi pro Episcopis ab ipso datam. (Dopo le notizie diffuse recentemente da alcuni media questo Pontificio Consiglio ha ritenuto opportuno rendere di pubblico dominio una Nota esplicativa dallo stesso inviata alla Congregazione per i Vescovi)

PONTIFICIUM CONSILIUM
DE LEGUM TEXTIBUS
INTERPRETANDIS

Città del Vaticano, 24 agosto 1996

Prot. N. 5233/96

Eminenza Reverendissima,

Con lettera dei 26 luglio Prot. N. 329/94, l’Eminenza Vostra Reverendissima inviava a questo Pontificio Consiglio una lettera di S. E. Mons. Norbert Brunner, Vescovo di Sion nella Svizzera, nella quale il Presule – attese alcune confuse informazioni di stampa, chiedeva l’interpretazione autorevole del Motu Proprio “Ecclesia Dei” e del Decreto successivo di codesta Congregazione concernenti la scomunica comminata nei confronti del Vescovo Marcel Lefebvre, dei quattro Vescovi da lui ordinati e del Vescovo emerito Antonio de Castro. Nel contempo, l’Eminenza Vostra domandava il parere di questo Dicastero circa i termini della risposta da dare al su menzionato Presule.

In merito mi pregio significarLe che il problema prospettato dall’Ordinario di Sion non sembra esigere una interpretazione autentica né del Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988, né del Decreto di codesta Congregazione per i Vescovi del 1 luglio 1988, né dei canoni relativi del CIC: 1364, § 1 e 1382.

Il Presule infatti fonda la Sua richiesta su esigenze d’indole pastorale, per porre fine ad erronee interpretazioni, ma non offre alcun elemento che prospetti l’esistenza o probabilità fondata di un autentico “dubium iuris” nella normativa dei predetti documenti, condizione indispensabile per una “interpretazione autentica”.

Ciononostante, per venire incontro alla richiesta di codesto Dicastero, si offrono nell’unita Nota, alcune considerazioni e suggerimenti con la speranza che possano essere di utilità per la risposta chiarificatrice che codesta Congregazione intende dare al Vescovo di Sion.

Se invece, la confusione di cui parla il Presule nella sua lettera fosse rilevante dal punto di vista pastorale, anche perché estesa ad altre diocesi e nazioni dove opera il movimento lefebvriano, si potrebbe ipotizzare una dichiarazione generale della Santa Sede, da preparare in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina per la Dottrina della Fede (cf. Nota, n. 5).

Profitto della circostanza per confermarmi con sensi di profonda venerazione

dell’Eminenza Vostra Reverendissima
dev.mo

+ Julán Herranz, Arcivescovo tit. di Vertara
Presidente

Marino Maccarelli
Sotto-segretario

con allegato

 

Allegato al Prot. N. 5233/96

PONTIFICIO CONSIGLIO PER L’INTERPRETAZIONE DEI TESTI LEGISLATIVI

NOTA

sulla scomunica per scisma in cui incorrono gli aderenti al movimento del Vescovo Marcel Lefebvre

1. Dal Motu proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988 e dal Decreto “Dominus Marcellus Lefebvre” della Congregazione per i vescovi, del 1° luglio 1988, appare innanzitutto che lo scisma di mons. Lefebvre è stato dichiarato in relazione immediata con le ordinazioni episcopali compiute il 30 giugno 1988 senza mandato pontificio (cf. CIC, can. 1382). Tuttavia appare anche chiaramente dai predetti documenti che tale gravissimo atto di disobbedienza ha costituito la consumazione di una progressiva situazione globale d’indole scismatica.

2. In effetti, il n. 4 del Motu proprio spiega quale sia stata la “radice dottrinale di questo atto scismatico” e il n. 5 c) ammonisce che una “adesione formale allo scisma” (dovendosi intendere per tale “il movimento dell’Arcivescovo Lefebvre”) comporterebbe la scomunica stabilita dal diritto universale della Chiesa (CIC, can. 1364, § 1). Anche il decreto della Congregazione dei vescovi fa esplicito riferimento alla “natura scismatica” delle predette ordinazioni episcopali e ricorda la gravissima pena di scomunica che comporterebbe l’adesione “allo scisma di Monsignor Lefebvre”.

3. Purtroppo, l’atto scismatico che ha originato il Motu proprio e il Decreto non ha fatto altro che portare a termine, e in modo particolarmente visibile ed inequivoco – con un gravissimo atto formale di disobbedienza al Romano Pontefice – un processo di allontanamento dalla communio hierarchica. Finché non vi siano cambiamenti che conducano al ristabilimento di questa necessaria communio, tutto il movimento lefebvriano è da ritenersi scismatico, esistendo al riguardo una formale dichiarazione della suprema autorità.

4. Non si può fornire alcun giudizio sulle argomentazioni della discussa tesi del Murray perché non è nota, e i due articoli che ne accennano appaiono confusi. Comunque non può essere ragionevolmente messa in dubbio la validità delle scomuniche dei Vescovi dichiarata nel Motu proprio e nel Decreto. In particolare non sembra che si possa trovare, quanto all’imputabilità della pena, qualche circostanza esimente o attenuante (cf. CIC, can. 1323-1324). Quanto allo stato di necessità in cui Mons. Lefebvre pensasse di trovarsi, va tenuto presente che tale stato deve verificarsi oggettivamente, e che non si dà mai una necessità di ordinare vescovi contro la volontà del Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi. Ciò infatti significherebbe la possibilità di “servire” la Chiesa mediante un attentato contro la sua unità in materia connessa con i fondamenti stessi di questa unità.

5. Come dichiara il Motu proprio n. 5 c), la scomunica latae sententiae per scisma riguarda coloro che “aderiscono formalmente” a detto movimento scismatico. Anche se la questione sull’esatta portata della nozione “adesione formale allo scisma” andrebbe posta alla competente Congregazione per la Dottrina della fede, sembra a questo Pontificio Consiglio che tale adesione debba implicare due elementi complementari:

a) uno di natura interna, consistente nel condividere liberamente e coscientemente la sostanza dello scisma, ossia nell’optare in tal modo per i seguaci di Lefebvre che si metta tale opzione al di sopra dell’obbedienza al Papa (alla radice di questo atteggiamento vi saranno abitualmente posizioni contrarie al Magistero della Chiesa);

b) un altro d’indole esterna, consistente nell’esteriorizzazione di quell’opzione, il cui segno più manifesto sarà la partecipazione esclusiva agli atti “ecclesiali” lefebvriani, senza prendere parte agli atti della Chiesa Cattolica (si tratta comunque di un segno non univoco, poiché c’è la possibilità che qualche fedele prenda parte alle funzioni liturgiche dei seguaci di Lefebvre senza condividere però il loro spirito scismatico).

6. Nel caso dei diaconi e dei sacerdoti lefebvriani sembra indubbio che la loro attività ministeriale nell’ambito del movimento scismatico è un segno più che evidente del fatto che si danno i due requisiti di cui sopra (n. 5) e che vi è quindi una adesione formale.

7. Nel caso invece dei fedeli è ovvio che non è sufficiente, perché si possa parlare di adesione formale al movimento, una partecipazione occasionale ad atti liturgici o attività del movimento lefebvriano, fatta senza far proprio l’atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare di tale movimento. Nella pratica pastorale può risultare più difficile giudicare la loro situazione. Occorre tener conto soprattutto dell’intenzione della persona, e della traduzione in atti di tale disposizione interiore. Le varie situazioni vanno perciò giudicate caso per caso, nelle sedi competenti di foro esterno e foro interno.

8. Comunque sarà sempre necessario distinguere la questione morale sull’esistenza o meno del peccato di scisma dalla questione giuridico-penale sull’esistenza del delitto di scisma e la sua conseguente sanzione. A quest’ultimo vanno applicate le disposizioni del Libro VI del CIC (anche i cann. 1323-1324).

9. Non sembra consigliabile formalizzare di più (ma bisognerebbe interpellare in merito il dicastero competente: cf. Costituzione “Pastor bonus”, n. 52) i requisiti per il delitto di scisma. Si rischierebbe forse di creare più problemi mediante un irrigidimento normativo di tipo penale, che non colga bene tutti i casi: lasciando fuori casi di scisma sostanziale, o contemplando comportamenti esterni che non sono sempre soggettivamente scismatici.

10. Sempre dal punto di vista pastorale sembrerebbe anche opportuno raccomandare ulteriormente ai sacri pastori tutte le norme del Motu proprio “Ecclesia Dei” con le quali la sollecitudine del Vicario di Cristo stimolava al dialogo e a porre i mezzi soprannaturali e umani necessari per facilitare il ritorno dei lefebvriani alla piena comunione ecclesiale.

Città del Vaticano, 24 agosto 1996

in «Communicationes» Pontificium Consilium de legum textibus interpretandis, XXIX, 1997, pp. 239-243.

Cfr. vatican.va

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