Ildefonso Schuster, 12 marzo. San Gregorio Magno, Papa, Confessore e Dottore

Vigilia notturna e Messa stazionale a san Pietro.

Questa festa, celebrata anche dai Greci, si ritrova già nel Sacramentario Gregoriano dei tempi di Adriano I, ed è una delle poche penetrate sin da antico nel Calendario Romano durante il periodo quaresimale. Sappiamo anzi che ivi nel secolo ix «eius anniversaria solemnitas, cunctis … pernoctantibus, … celebratur. In qua pallium eius, et phylacterin, sed et balteus eius consuetudinaliter osculantur» (Ioh. Diac., Vita P. S. Gregorii, L. IV, c. 80). La celebrità di san Gregorio (+ 604), e soprattutto il significato simbolico che assunse la sua personalità storica, quando nel medio evo incarnò il concetto del papato romano nella più sublime espressione del suo primato su tutta la Chiesa, giustificavano quest’eccezione. Si può dire infatti, che l’intera età di mezzo visse dello spirito di san Gregorio; la liturgia romana, il canto sacro, il diritto canonico, l’ascesi monacale, l’apostolato fra gl’infedeli, la vita pastorale, tutta, in una parola, l’attività ecclesiastica, faceva capo al Santo Dottore, i cui scritti sembravano esser divenuti come il codice universale del cattolicismo. Il numero
assai grande di antiche chiese dedicate in Roma al Santo Pontefice attesta la popolarità del suo culto, il quale, oltre al suo antico monastero di sant’Andrea al Clivo di Scauro, aveva per centro la sua veneranda tomba nella basilica vaticana.

Giovanni Diacono nel IX secolo ci attesta la religiosità colla quale ancora si conservavano in Roma tutti i ricordi di Gregorio, i Registri delle sue elemosine, il giaciglio, la verga, il codice dell’antifonario e la sua cintura monastica. Il culto di san Gregorio I, in grazia sopratutto dell’Ordine Benedettino, di cui egli è una fulgidissima gloria, e dei nuovi popoli anglosassoni, che riconoscono nel Santo il loro primo apostolo, divenne assai presto mondiale. Infatti, all’indomani della sua morte, colui che ne dettò l’epigrafe sepolcrale nel portico di san Pietro, non seppe meglio esprimere l’universalità della sua azione pastorale, che chiamandolo – lui, l’antico rampollo dei Consoli dell’eterna Roma – il Console di Dio, «Dei Consul factus, laetare triumphis». L’espressione non poteva essere più felice, pari al verso «implebat actu quidquid sermone docebat», della medesima epigrafe.

L’odierna stazione, sin dai tempi di Giovanni Diacono, era a san Pietro, presso la tomba del Santo, ove si celebravano in di lui onore anche le vigilie notturne. Nel secolo xv, in seguo di festa, non si adunava in questo giorno neppure il concistoro papale.

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La messa, posteriore alla raccolta gregoriana, deriva i canti da altre messe più antiche. L’introito è del Comune dei Martiri Pontefici, come il giorno di sant’Eusebio, 16 dicembre. Con delicata allusione all’umiltà di cuore, opposta da Gregorio alla superbia dell’Ecumenico Digiunatore, vi si fa invito agli umili di cuore di benedire Dio, da cui essi riconoscono tutto quello che hanno ricevuto
di bene.

La preghiera è la seguente:
«O Signore, che concedesti il premio dell’eterna felicità allo spirito del tuo servo Gregorio; ci concedi che, sentendoci come oppressi sotto il peso dei nostri peccati, ci risollevi la sua intercessione».

Allo spirito del tuo servo Gregorio: egregiamente detto, mentre il carattere distintivo della spiritualità di san Gregorio, spiritualità che lo designa subito per un monaco della scuola del Patriarca san Benedetto, è espresso tutto in quel titolo da lui per primo adoperato: Gregorio, servo dei servi di Dio. Anche oggi i Papi nei loro atti più solenni, ad imitazione del nostro Santo, prendono il titolo di Servus servorum Dei, che però originariamente, per Gregorio, monaco nel cenobio di sant’Andrea, significava: servo dei servi di Dio, cioè dei monaci (Servus Dei): in una sola parola: l’ultimo del monastero. La tradizione ascetica benedettina sulla virtù dell’umiltà, s’è conservata sempre viva presso tutti i grandi Dottori formati nel chiostro di san Benedetto. Ritroviamo perciò san Pier Damiani che si sottoscrive abitualmente: Ego Petrus peccator, episcopus hostiensis; e Ildebrando che, prima di divenire Gregorio VII, si firma anche lui: Ego Hildebrandus qualiscumque, S. R. E. archidiaconus.

La doppia lezione è del Comune dei Dottori, come il giorno 7 dicembre.

Il graduale è tolto dalla festa di san Clemente, e deriva dal salmo 109, in cui si esalta il pontificato messianico del Cristo: «Iahvè ha giurato e non recederà; tu sei l’eterno sacerdote secondo il rito di Melchisedech». V). «Disse il Signore al mio Signore:» – cioè l’Eterno Padre al Cristo, figlio suo e figlio di Maria, discendente da David – «siedi alla mia destra» – come mio eguale nella potenza e nella maestà della divinità. –

Il salmo tratto è come per la festa di san Paolo I Eremita, il 15 gennaio.

Il verso offertoriale deriva dal salmo 88. «E’ con lui la mia fedeltà e la mia misericordia. La sua potenza prevarrà nel mio nome». Ecco il secreto della riuscita delle intraprese dei Santi. Essi sperano in Dio, e non potranno quindi mancare.

La preghiera sull’oblazione è la seguente: «Per intercessione del beato Gregorio fa, o Signore, che ci sia giovevole questo Sacrificio, per l’immolazione del quale tu accordi il perdono di tutti i delitti del mondo».

Il Sacramentario Gregoriano assegna oggi un prefazio proprio: « … aeterne Deus; qui sic tribuis Ecclesiam tuam sancti Gregorii Pontificis tui commemoratione gaudere, ut eam illius et festivitate laetifices, et exemplo piae conversationis exerceas, et verbo praedicationis erudias, grataque tibi supplicatione tuearis, per Christum, etc.».

Il verso per la Comunione del popolo, è come il giorno di san Saba, il 5 dicembre. Il frumento che Gregorio ha somministrato ai suoi conservi, è l’attività sua pastorale di predicatore indefesso, di maestro vigilantissimo, di pontefice intemerato.

Dopo la Comunione, si recita la preghiera seguente: «O Signore, che sublimasti il beato pontefice Gregorio, sino a pareggiarlo ai meriti dei tuoi più grandi Santi; ci concedi che, celebrandone oggi la memoria festiva, ne imitiamo altresì gli esempi. Per il Signore».

Un artificio del demonio suoI essere quello di suggerirci un ideale ed una forma di perfezione, che a cagione delle circostanze non si può punto realizzare. Tante anime allora, invece di mutar piano e santificarsi nello stato di vita in cui le ha poste la Provvidenza, rimangono inattive, piangendo la loro sorte e sospirando
sempre verso il tipo irrealizzabile della loro santità. Avviene così che perdono un tempo preziosissimo, s’inaspriscono il cuore, cagionano danno alla loro salute, e non sono utili né a sé né ad altri. Bisogna che la perfezione non assurga puramente ad un’astrazione metafisica, ma, come l’aria, penetri tutte le opere della nostra vita. Poco importa che siamo ricchi o poveri, dotti o ignoranti, sani o
infermi. Bisogna servire il Signore nelle condizioni in cui Egli ci ha posti, e non in quelle in cui vorremmo porci noi. Un bell’esempio di questo senso pratico nel cammino della santità, ce l’offre Gregorio. Il suo carattere meditabondo lo spingeva allo studio tranquillo della filosofia, nella pace del chiostro. Iddio invece lo vuole diplomatico, papa, amministratore d’un immenso patrimonio immobiliare, perfino stratego nel dirigere le opere di difesa delle città italiche assediate dai Langobardi; vero console di Dio, dall’attività e dal potere vasto come tutto il mondo. Gregorio, assai spesso trattenuto a letto dalla podagra e dalle sofferenze di stomaco, senza empire l’aria dei suoi rimpianti, s’adatta meravigliosamente a tutti questi uffici, e nell’intento di servire unicamente al Signore, li sostiene con si mirabile maestria e perfezione, che riempie del suo spirito tutta l’età di mezzo, e lascia profonde le orme del suo genio nella successiva vita del Pontificato Romano.

Anche i Bizantini celebrano la santità di Gregorio, al quale, dai suoi quattro libri dei Dialoghi tradotti in greco da papa Zaccaria, danno il titolo di dialogista o di Διαλογος.

In onore del Pontefice il quale può quasi considerarsi come il padre della liturgia romana e del canto ecclesiastico, riferiamo qui un’antica sequenza di san Gregorio, edita già dal Bannister da un codice del secolo xv.

Organum spirituale                        Oggi l’onorabile ceto ecclesiastico
Tangat decus clericale,                   Faccia risuonare un organo angelico,
Dum recolitur natale                       Giacché si celebra il natale
Vigilia Gregorii.                                Di Gregorio, il vigilante.

Scriba Regis Angelorum,              Egli, da studioso discepolo alla scuola del Re degli Angeli,
Floruit hic lux doctorum,               Divenne il vanto e la luce dei Dottori,
Et Apostolus Anglorum,                 L’apostolo dogli Inglesi,
Qui prius inglorii.                            I quali prima se ne stavano senza alcuna gloria.

Ex prosapia Romana,                     Romano di stirpe,
Spreta mundi pompa vana,           Disprezzando le vane pompe del  secolo,
In doctrina Christiana                    Attese indefessamente
Vigilanter studuit.                            Allo studio della dottrina di Cristo.

Rector magnus et urbanus,           Sostenne egregiamente la pretura di Roma,
Cuius pater Gordianus,                   Ebbe a padre Gordiano,
Felix Pontifex Romanus                  E papa Felice romano
Atavus resplenduit.                          Fu il suo bisavolo.

Virgo saeculo pusilla,                      La vergine Tarsilla, tutta umile innanzi al mondo,
Eius amita Tarsilla,                         Fu sua zia materna,
Deo vigilans ancilla                          Essa attese indefessa al servizio di Dio,
Vidit Iesum dulciter.                        E meritò di vedere il dolce Gesù.

Vivens Silvia caelestis,                    Silvia, degna madre d’un tanto Santo,
Mater huius digna gestis,               Visse d’una vita celestiale;
Fixit cor aeternis festis,                   Col cuore sempre intento ai gaudi celesti
Finiens feliciter.                                Incontrò una felice morte.

Monasteria construxit,                   Eresse Gregorio dei monasteri,
Ac prudentia adfluxit,                     Che ordinò con somma prudenza;
Monachalem vitam duxit,              Abbandonata ogni cosa,
Derelinquens omnia.                       Menò vita monastica.

Sed cum cuperet sincere                 Egli sinceramente desiderava
Mori cunctis et latere,                     D’apparir morto al mondo e di vivere nascosto;
Cogebatur apparere                        Invece fu costretto, al pari d’un fiore,
Ut flos inter lilia.                              Tra i gigli a primeggiare.

Eruditus in virtute                           Avviato a virtù
A primaeva iuventute,                    Sin dall’infanzia,
Iter vadens viae tutae,                    Incedendo per la via sicura,
Devitavit crimina.                            Si tenne lungi dalla colpa.

Retexendo cantilenas                      Sofferente di febbri, ne mitigò la pena
Sublevavit febris poenas,                Riordinando le sacre melodie,
Odas addidit amoenas                     Ed ornò i cantici Scritturali
Per Scripturae carmina.                 Di sublimi armonie.

Videns pueros Anglorum,               Al vedere i fanciulli inglesi
Pulchros vultu angelorum,             Dal volto angelico,
Mox misertus est eorum,                 Intenerito,
Suspirando graviter.                        Diede un gran sospiro.

O Pontificem beatum,                       O beato Pontefice,
Per columnam demonstratum,       Designato col segno d’una colonna,
Et a naufrago probatum,                 Preannunziato già dal naufrago
Dignum mirabiliter.                          E degno d’ogni elogio.

Recta scribens, recte vixit,              Scrisse saggiamente, visse santamente;
Quo malivolos adflixit,                     Coi suoi scritti sconfisse gli empi,
Sed correctis benedixit,                    Benedisse i buoni,
Pastor bonus omnibus.                    Facendosi a tutti tenero pastore.

Vigil iste Sanctus fuit,                      Questi fu proprio il Santo vigilante,
Qui ut nubes magna pluit,               Il quale, al pari d’una larga nube, dnfrescò la terra;
Et ut ros de caelo ruit,                      E, simile a rugiada celeste,
Utilis fidelibus.                                   Fu utile ai fedeli.

Monstra fecit in hac vita;               In vita costui, da veggente di Dio, quale egli era,
Verus hic Israelita,                           Operò grandi miracoli;
Quod cognovit eremita (1)              Quali appunto Dio all’Eremita
Ex divina gratia.                               Rivelò per grazia speciale.

Deus fecit Levi pactum,                   Dio strinse con lui, quale altro Levi, una alleanza,
Nec poenituit transactum,              Né ebbe a pentirsene;
Pacis atque vitae factum                 Patto di pace, di vita,
Cum honoris gloria.                          E di gloria immortale.

Es in zonis non compegit,               Non accumulò danaro nella borsa,
Sed pauperibus redegit,                  Ma lo profuse ai poveri;
Quem Salvator praeelegit               Il Salvatore lo predestinò
Organum mellifluum.                      Ad essere come un organo soavissimo della divina                                                                               parola.

Istum deprecemur Sanctum           Noi che viviamo solo di questa vita temporale,
Nos viventes vita tantum,                Scongiuriamo un tanto Santo,
Ut cantemus Agni cantum               Perché possiamo eseguire coi Vergini il canto
Nunc et in perpetuum.                      Dell’Aguello divino, ora e per sempre.

La sequenza contiene l’acrostico: O Servum Servorum Dei.

V’è un’altra sequenza assai più antica, la quale, senza essere stata originariamente composta per san Gregorio Magno, pure gli si adatta mirabilmente, e fu infatti cantata nel solenne pontificale che nel 1904 Pio X celebrò in san Pietro, in occasione del XIII centenario dalla morte del grande Dottore. Il coro dei cantori in quell’occasione, era potente d’oltre un migliaio di voci; ed il Pontefice rimase talmente impressionato dell’effetto immenso prodotto da quella melodia che, terminato appena il solenne sacrificio, ordinò che gli si ripetesse il canto della magnifica sequenza. Questa quindi, consacrata, com’è, dall’approvazione di Pio X in quella solenne occasione, può quasi aver diritto a venir considerata siccome appartenente già alla liturgia romana.

Ecco il testo dell’importante composizione medievale, in puro ritmo, senza rima, formata, come le primitive sequenze, sopra il melisma alleluiatico della messa.

1) Alma cohors una
Laudum sonora
Nunc prome praeconia.
O inclito coro, eleva ora concorde un sublime cantico di lode,

2) Quibus en insignis rutilat
Gregorius ut luna,
Solque sidera.
Ed inneggia a Gregorio, che risplende al pari del sole, della luna, degli astri.

2a) Meritorum est mirifica
Radians idem sacra
Praerogativa.
Egli rifulge per la speciale gloria dei suoi santi meriti.

3) Hunc nam Sophiae mystica
Ornarunt mire dogmata,
Qua fulsit nitida
luculenter per ampIa
orbis climata.
Lo adorna l’intelligenza dei più profondi dogmi della Sapienza, così che risplendé nei più lontani confini del mondo.

3a) Verbi necnon fructifera
Saevit divini semina
Mentium per arva,
pellendo quoque cuncta
noctis nubila.
Egli inoltre disseminò il grano della Divina parola nel terreno dei cuori, e diradò tutte le tenebre della notte.

4) Hic famina fundens diva,
Utpote caelestia
Ferens in se Numina,
Annunziando il divino Verbo, il quale reca in sé la potenza di Dio,

4a) Sublimavit catholica
Vehementer culmina
Sancta per eloquia.
Egli colla sua predicazione sublimò la Chiesa Cattolica.

5) Is nempe celsa
Compos gloria,
Nunc exultat
Inter laetabunda
Coelicolarum ovans
contubernia.
Conseguita ora l’eterna gloria, trionfando, esulta in mezzo al lieto coro dei beati.

5a) Sublimis extat
Sede superna,
Fruens vita
Semper inexhausta.
Sat per celeberrima
Christi pasqua.
E’ stato sublimato su d’un eccelso trono, e negli ubertosi pascoli di Cristo, vive perennemente.

6) O dignum cuncta
Laude, praeexcelsa
Praesulem tanta
Nactus gaudia,
Virtutum propter merita,
Quibus viguit, ardens
Velut lampada.
O Pastore degno d’ogni lode, e che adesso ha ottenuto un’immensa beatitudine, in premio delle virtù, in grazia delle quali, ardé già come una lampada!

6a) Nos voce clara
Hunc et iucunda
Dantes oremus
Preces et vota,
Qui nobis ferat commoda,
Impetret et aeterna
Poscens praemia.
Nel celebrare con gioconde armonie un tant’uomo, porgiamo gli preghiere e voti, perché c’interceda quanto può aiutarci a conseguire il premio celeste.

7) Quod petit praesens caterva,
Praesulum gemma,
Devota rependens munia
Mente sincera,
Favens da
Sibi precum instantia,
Scilicet ut polorum
Intret lumina.
O Gemma dei Pontefici, al coro che ora con sincera mente qui t’offre devoto ossequio, tu accorda quanto appunto questo implora, che cioè possa entrare nel regno lucido del cielo.

7a) Quo iam intra palatia
stantem suprema,
Laeti gratulemur adepti
Polorum regna,
Qui tua
Praesul, sistentes hac aula,
Iubilemus ingenti
Cum laetitia.

8) Recinentes dulcia
Nunc celsaque alleluia.
Affinché, come ora stiamo nel tuo tempio, o Pontefice, così meritiamo di conseguire lietamente il regno del cielo, dove teco congratulandoci, possiamo con immensa letizia far echeggiare melodiosamente un superno alleluia.

Ma non sappiamo allontanarci da sì insigne Pontefice, il cui libro sul governo pastorale nel medio evo era divevuto la regola dei vescovi, tanto che entrava nell’elenco ufficiale dell’arredamento dell’appartamento papale, non sappiamo allontanarci da Gregorio Magno, senza aver prima riferito qui l’elogio sepolcrale che i romani affissero al suo primitivo sepolcro nel portico di san Pietro. Di quella lastra marmorea avanzano ancora, dopo tanti secoli alcuni preziosi frammenti:

SVSCIPE · TERRA · TVO · CORPVS · DE · CORPORE · SVMPTVM
REDDERE · QVOD · VALEAS · VIVIFICANTE · DEO
SPIRITVS · ASTRA · PETIT · LETHI · NIL · IVRA · NOCEBVNT
CVI · VITAE · ALTERlVS · MORS · MAGIS · IPSA · VIA· EST
PONTIFICIS · SVMMI · HOC · CLAVDVNTVR · MEMBRA · SEPVLCIIRO
QVI · INNVMERIS · SEMPER · VIVIT · VBIQVE · BONIS
ESVRIEM · DAPIBVS · SVPERAVIT · FRIGORA · VESTE
ATQVE · ANlMAS · MONITIS · TEXIT · AB · HOSTE · SACRIS
IMPLEBATQVE · ACTV · QVIDQVID · SERMONE · DOCEBAT
ESSET· VT · EXEMPLVM · MYSTICA. VERBA. LOQVENS
AD · CHRISTVM · ANGLOS · CONVERTIT · PIETATE · MAGISTRA
ACQVIRENS · FIDEI · AGMINA · GENTE · NOVA
RIO · LABOR · HOC · STVDIVM · HAEC · TIBI · CVRA · HOC · PASTOR ·
[AGEBAS
VT · DOMINO · OFFERRES · PLVRIMA · LVCRA · GREGIS
HISQVE · DEI · CONSVL · FACTVS · LAETARE · TRIVMPRIS
NAM · MERCEDEM · OPERVM · IAM · SINE · FINE · TENES

Accogli, o terra, un corpo tratto dal tuo seno,
Perché tu lo restituisca a Dio il giorno della resurrezione.
L’anima se n’è volata al cielo, giacché l’inferno non poté vantare alcun diritto
Su di lui, cui la morte fu piuttosto la via per una vita migliore.
In questo sepolcro giace la salma d’un Pontefice sommo,
La cui fama resterà dovunque celebre, a cagione dei suoi immensi meriti.
Egli con elargizioni di cibi mitigò gli orrori della carestia, con le
vesti il rigore dell’inverno,
E coi suoi santi ammonimenti tenne lungi il demonio dalle anime.
Adempiva coi fatti quanto insegnava colle prediche,
Cosicché esponendo le Scritture, le realizzava col proprio esempio.
Convertì a Cristo gl’Inglesi e l’informò a pietà,
Guadagnando alla fede un nuovo popolo.
Questa fu l’opera tua, questo il voto, questa la cura, a questo tu
intendevi, o Pastore,
Di presentare cioè al Signore un abbondante frutto nel governo del gregge.
Sei divenuto perciò il Console di Dio; rallegrati quindi dei tuoi trionfi,
Perché ormai godi in eterno il premio delle tue fatiche.

L’uso delle sequenze nella messa, venne accolto da Roma solo nell’ultimo medio evo; di più, la tradizione franca medievale non può dirsi veramente universale. V’era però un altro canto in onore di san Gregorio, e che serviva quasi da preludio all’Antifonario Romano, e questo lo si eseguiva in moltissimi paesi nella prima Domenica d’Avvento, prima cioè d’intonare l’introito. Il testo primitivo può risalire ad Adriano I, ma sovente è stato rimaneggiato. Ecco quello in esametri, attribuito ad Adriano II:

Gregorius Praesul, meritis et nomine dignus,
Il Pontefice Gregorio, degno pei meriti e pel nome

Unde genus ducit summum conscendit honorem.
Salì al trono pontificio, donde appunto aveva derivato i suoi natali (2).

Qui renovans monumenta Patrum iuniorque priorum,
Egli rinnovò i documenti degli antichi Padri,

Munere caelesti fretus, ornans sapienter,
E li adornò colla saggia perizia che Dio gli aveva concessa.

Composuit Scholae Cantorum hunc rite libellum,
Compose pertanto per la Scuola dei Cantori questo fascicolo,

Quo reciprocando, moduletur carmina Christi.
Affinché essi alternino melodiosamente la lode di Cristo.

Tutta l’Eterna Città, di cui Gregorio fu pastore vigilantissimo, le sue chiese stazionali, i cemeteri dei Martiri, ricordano lo zelo attivo dell’incomparabile Pontefice. Alcuni santuari romani però, oggi quasi rivendicano l’onore d’una festa speciale e sono: oltre alla basilica vaticana che ne custodisce il corpo, quella di sant’Andrea al Clivo di Scauro, dove Gregorio fu prima monaco e poi abbate; quella di san Paolo, che il santo fece abbellire e dove aveva la tomba di sua famiglia; il Laterano dove visse nei quasi quattordici anni del suo supremo pontificato. Nel medio evo, le quattordici regioni urbane fecero a gara nell’onorare Gregorio e nel dedicare al suo nome tempi e cappelle, così che abbiamo le chiese S. Greg0rii ad Clivum Scauri, S. Gregorii de Cortina, S. Greg0rii de Gradellis, S. Gregorii dei Muratori, S. Gregorii in Campo Martio, S. Gregorii de ponte Iudaeorum, per nulla dire dei moltissimi altri oratorii a lui intitolati. Una bolla di Gregorio III nella basilica di san Paolo, ricorda una messa quotidiana che sin da quel tempo si celebrava in quell’insigne santuario apostolico sull’altare S. Gregorii ad ianuas; precisamente come a san Pietro, dove la tomba del Santo si trovava nel portico esterno, prope secretarium. L’epigrafe di Gregorio III a san Paolo rappresenta forse uno dei monumenti più antichi del culto liturgico attribuito a san Gregorio Magno.

La circostanza che ancora adesso il Papa, quando il giorno della sua Coronazione celebra solennemente il Divin Sacrificio in san Pietro ed assume i sacri paramenti all’altare che ricopre la tomba di san Gregorio, oltre ad un significato speciale di venerazione verso il Santo il quale ha, per cosi dire, incarnato in sé tutto il più sublime ideale compreso nel concetto cattolico del Pontificato Romano, deriva dal fatto che, in origine, il sepolcro del grande Dottore nell’atrio della basilica vaticana era attiguo al Secretarium o sacristia, dove appunto i sacri ministri si rivestivano degli indumenti liturgici. Nell’erezione della nuova basilica di san Pietro, ci si tenne a conservare a san Gregorio questo posto tradizionale, a fianco cioè della sacristia, e fu cosìi che venno conservata altresì la consuetudine della vestizione solenne del Papa all’altare del Santo.

Anche i Greci sono compresi di grande venerazione per san Gregorio.

Nell’ufficio lo chiamano: «Sacratissime Pastor, factus es successor in telo et sede C0ryphaei, populos purificans et ad Deum adducens. Successor in sede Principis Chori Discipulorurn, unde verba, veluti fulgores, o Gregori, proferens, face illuminas fideles. Ecclesiarum Prima, cum Te ad pectus complexa esset, irrigat omnem terram quae sub sole est, piae doctrinae divinis fluentis». Ecco l’antica fede della Chiesa orientale circa il primato pontificio sulla Chiesa universale.

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(1) Si allude ad una graziosa leggenda. Un santo monaco ebbe un dì la semplicità d’interrogare il Signore a qual grado di santità fosse già giunto, con tutto il rigore della sua vita. Rispose Dio, che aveva eguagliato papa Gregorio. Di che rimase offeso il monaco, giacchè egli viveva poveramente in una grotta, il Pontefice invece imperava sul mondo dal magnifico patriarchio Lateranense. Iddio allora fece osservare al monaco, che Gregorio viveva più distaccato dallo splendore della sua dignità papale, di quello che non lo fosse egli da un piccolo gatto che gli teneva compagnia!

(2) Antenato di Gregorio era stato appunto papa Felice IV. Anche di Damaso, nato anch’egli da persona rivestita di dignità vescovile, in un carme è detto:
NATVS · QVI · ANTISTES · SEDIS · APOSTOLICAE

A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano – VII. I Santi nel mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalla Quaresima all’Ottava dei Principi degli Apostoli), Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 47-57.

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12 marzo 2019 Padova alla chiesa di S. Canziano messa di san Gregorio Magno protettore del movimento UNA VOCE

Padova chiesa di S. Canziano Messa per san Gregorio Magno il 12 marzo 2019

Martedì 12 marzo 2019 alle 17 alla chiesa di S. Canziano (via omonima, Padova) sarà cantata la Messa nella festa di san Gregorio Magno, protettore del movimento UNA VOCE per la difesa della liturgia latino-gregoriana.

La funzione è organizzata e promossa per le cure del Comitato San Canziano di Padova (@sancanziano.pd).

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Messe tridentine nel mese di marzo 2019 a Padova

Comitato San Canziano Padova, Messe straordinarie del mese di marzo 2019

Nel mese di marzo 2019 alla chiesa di S. Canziano – oltre alla Messa tridentina ogni domenica alle ore 11 – saranno celebrate a cura del Comitato San Canziano di Padova:

Mercoledì 6 ore 11 benedizione e imposizione delle Ceneri seguita dalla Messa cantata.

Martedì 12 ore 17 Messa di san Gregorio Magno protettore del movimento UNA VOCE per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana.

Martedì 19 ore 17 Messa di san Giuseppe con l’intenzione di impetrare il ritorno delle festività soppresse nel 1977: san Giuseppe, Giovedì dell’Ascensione, Giovedì del Corpus Domini, san Pietro e Paolo.

Lunedì 25 ore 11 Messa dell’Annunciazione.

Giovedì 21 marzo ore 18 alla chiesa di S. Benedetto Vecchio (Riviera omonima a Padova) Messa cantata nella festa del Santo titolare a cura del Comitato San Canziano e della Schola Gregoriana Scriptoria di Este.

Per informazioni email comitatosancanziano.pd@gmail.com, pagina fb @sancanziano.pd

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Messa tridentina dell’Annunciazione a Venezia nella Ducale Basilica

Ducale basilica di S. Marco, Venezia. Altare della Nicopeia

Il 25 marzo 2019 alle  16, Messa cantata in rito tridentino della festa dell’Annunciazione della B. Vergine Maria, sotto questo titolo Compatrona principale di Venezia, all’altare della Nicopeia nella Ducale Basilica di S. Marco, nell’occasione del MDXCVIII anniversario della fondazione della Città. La funzione è organizzata dal Circolo Traditio Marciana.

I cristiani potranno accedere alla basilica dalla Porta dei Fiori (sul lato sinistro, affacciata alla Piazzetta dei Leoncini), dichiarando al personale di accedere per motivi di culto.

Cfr. traditiomarciana.blogspot.com

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Epifania 2019

Adorazione dei magi

Stella ista sicut flamma corúscat,
et Regem regum Deum demónstrat:
Magi eam vidérunt,
et magno Regi múnera obtulérunt.

 

6 Gennaio
Ottavo delle Idi

Bianco. Domenica vacante. EPIFANIA DEL SIGNORE, doppio di prima classe con Ottava privilegiata di secondo ordine.

 

FESTA MOBILIA
in Epiphania Domini
post Evangelium Missae sollemnis
sic praenuntiantur

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.
Die décima séptima Februárii erit Domínica in Septuagésima.
Sexta Mártii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.
Vigésima prima Aprílis sanctum Pascha Dómini Nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis.
Trigésima Maji erit Ascénsio Dómini Nostri Jesu Christi.
Nona Júnii erit Festum Pentecóstes.
Vigésima ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.
Prima Decémbris Domínica prima Advéntus Dómini Nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in saécula sæculórum. Amen.

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Bartolomeo Riceputi, Il Ministro della Messa Privata. Le mani

VI. Le mani si hanno à tenere in modo divoto; cioè ò gionte per modo, che le palme si tocchino una coll’altra in tutta uguaglianza, se non che li due pollici vanno incrociati uno sovra l’altro, il desstro sopra, sotto il sinistro; col riguardo ancora, che le punte delle dita guardino in sù verso il Cielo, senza pero sforzo, è senz’affettazione; nè le braccia, in ciò fare, si elevino, ò distacchino dalli fianchi, ma naturalmente il cubito al suo fianco s’appoggi. Si ponno ancora tenere cancellate assieme deta fra deta avanti il petto; ò veramente ancora cancellando le braccia, sicche la mano destra venga ad appoggiarsi al fianco sinistro distesa, e la sinstra al destro: Alla Confessione però necessariamente si debbono tener gionte, per non discordare dal Celebrante, col quale la Confessione si fa.

B. RICEPUTI, Il Ministro della Messa privata, in V. M. ORSINI, Opuscula varia variis temporibus pro Beneventana Archidioecesi vel calamo, vel jussu Fr. Vincentii Mariae Ordinis Praedicatorum S. R. E. Cardinalis Ursini Archiepiscopi, nunc Sanctissimi Domini Nostri Papae Benedicti XIII. In lucem edita In unum tandem collecta, novisque typis excusa, Romae, Typis Rocchi Bernabò, 1726, Sumptibus Francisci Giannini Suae Sanctitatis Bibliopolae, p. 115 (§ 1); è stata mantenuta l’ortografia originale. Cfr. la prefazione in unavoceitalia.org («Una Voce Notiziario», 63-64 ns, 2016, p. 11).

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Una Voce Pordenone e la Compagnia di Sant’Antonio a Madonna del Monte di Aviano

Madonna del Monte in Costa di Aviano 22 dicembre 2018 1

Riportiamo il comunicato della Compagnia di Sant’Antonio e di Una Voce Pordenone sul pellegrinaggio a Madonna del Monte in Costa d’Aviano compiuto il 22 dicembre 2018 e alcune immagini del medesimo (cfr. traditiomarciana).

Salve sancta Parens, enixa puerpera Regem, qui coelum terramque regit in saecula saeculorum, sono le parole dell’introito della Messa in Nativitate Beatae Mariae Virginis celebrata oggi al santuario di Madonna del Monte di Aviano da mons. Sergio Moretto, rettore del santuario, in occasione del pellegrinaggio locale organizzato dalla Compagnia di Sant’Antonio e dalla sezione pordenonese di UNA VOCE.

In questo luogo santo, situato a mezza costa ed in posizione dominante sulla pianura del pordenonese, è giunto un gruppetto di pellegrini  appartenenti alle diocesi di Concordia-Pordenone e di Udine per onorare e supplicare la Vergine Santissima che qui apparve, ad un contadino di nome Antonio Zampara, l’8 settembre 1510.

Ella chiese al devoto un digiuno di tre sabati successivi in Suo onore e invitò che lo stesso facessero tutti gli abitanti della zona e infine dispose che fossero edificati una cappella e un altare. E così avvenne: l’apparizione mariana stimolò immediatamente devozione e pellegrinaggi, talché una piccola chiesa fu presto costruita. Essa venne poi ampliata nel 1615.

Non meravigli che questa apparizione si unisca a numerose altre di cui la Madre celeste volle gratificare le nostre genti agli inizi del ‘500 – si pensi all’apparizione a Motta di Livenza avvenuta il 9 marzo 1510 al pio contadino Giovanni Cigana. Quegli anni erano segnati dalle devastanti guerre d’Italia, che si sarebbero concluse solamente con la pace di Cateau Cambrésis del 1559, ma soprattutto sarebbero stati gli anni della durissima prova dell’apostasia protestantica (1517), destinata a lacerare le carni della Chiesa e a aprire definitivamente la deriva modernistica e secolarizzante. La Madre celeste volle e vuole sempre ammonire e consigliare i suoi figliuoli, perché si trovino pronti alla prova con la recita del Santo Rosario, coi i sacramenti e la partecipazione alla Santa Messa.

Nel corso dei secoli le popolazioni della Pedemontana incrementarono la loro pietà verso la Grande Mediatrice, tanto che agli inizi del XX secolo il santuario fu ulteriormente ampliato, dotandolo di una suggestiva cupola.

Pregando il Santo Rosario percorrendo l’irta strada che porta al monte, ritornavano alla memoria di molti le parole che la Vergine rivolse al contadino:« Dove vuoi andare, tu, uomo dabbene?». E’ la domanda che ciascun pellegrino sempre si pone nel suo cammino di fede alla ricerca di Dio.

Un cammino devozionale che, iniziato con il nuovo anno liturgico, ci porterà da Madonna del Monte ad Aquileia, visitando alcuni tra i luoghi più significativi della pietà popolare tra il Veneto Orientale e il Friuli.

Gli organizzatori ringraziano per l’ospitalità il rettore del santuario di Madonna del Monte e gli amici del Circolo Traditio Marciana per la consueta e preziosa collaborazione nel servizio all’altare.

LCSA – UNA VOCE Pordenone

Madonna del Monte in Costa di Aviano 22 dicembre 2018 2

Madonna del Monte in Costa di Aviano 22 dicembre 2018 3

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Card. Lambertini, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa, LXXXVII-LXXXVIII

Antichità della disciplina di recitare il salmo Judica me Deus

Card. Prospero LambertiniLXXXVII. V’è chi pensa non essere molto antica la disciplina di recitare il salmo Judica me Deus nel principio della messa. Il Vert nel 1 part. 1ª cap. 1 vuole che il salmo Judica me Deus non più di dugento anni addietro incominciasse a recitarsi nel principio della messa dalla Chiesa romana. Ma se in un messale romano più antico di cinquecento anni che ritrovasi nella biblioteca Angelica di Roma si leggono le seguenti parole: «Cum autem indutus fuerit (parlasi del sacerdote) accedat ad altare, et dicat introibo ad altare Dei R). Ad Deum atc. Psalmum Judica me Deus. Tunc inclinet se ante altare et dicat confiteor Deo» se il Micrologo descrivendo l’ordine della messa romana così dice al cap. 23 «Paratus sacerdos venit ad altare dicens introibo ad altare Dei et Psalmum Judica me Deus, post quem sequitur confessio» se tutto ciò vien confermato dal pontefice Innocenzo III nel lib. 2 De mysteriis missae al cap. 13 chiaro è lo sbaglio dell’ardito Vert. E gli autori ben pratici degli antichi documenti hanno mostrato ritrovarsi l’uso del salmo Judica me Deus nel settimo, e nell’ottavo secolo. Ma perché, ciò non ostante, alcuni dicevano l’antifona introibo, ed il salmo Judica me Deus, altri lo tralasciavano, il santo pontefice Pio V nella ricognizione del messale stabilì l’uniformità del rito, determinando, che ogni sacerdote nella messa dicesse la detta antifona, e recitasse il detto salmo.

LXXXVIII. V’è pure chi fa autore del confiteor il pontefice Ponziano; ma ciò non ha fondamento. Può ben dirsi essere apostolica tradizione che in generale si permetta un’ingenua confessione de’ propri peccati avendo anche i sacerdoti ed i profeti dell’antico testamento prima di sacrificare adoprata la seguente formula di confessione: «peccavimus, Domine, iniuste egimus, iniquitatem fecimus»; ma circa la formola speciale, della quale oggi ci serviamo nel sacrifizio della messa, non pare che possa dirsi altro se non ch’era in uso sino dall’anno 1300. Nelle liturgie di s. Giacomo apostolo e di s. Marco evangelista il sacerdote incomincia dall’accusare i propri peccati e ne domanda a Dio il perdono per sé e pel popolo. Nell’antico rito de’ Mozarabi non v’era alcuna confessione; ma vi erano altre orazioni poste in luogo del confiteor; ed il Cardinal Ximenes fu quello che ve le aggiunse. Chi vuole interamente soddisfarsi sopra ciò che insino ad ora si è detto può leggere il Cardinal Bona nel lib. 2 rer. liturgic. al cap. 2, il P. Le Brun nel cit. tom. 1 alla pag. 127 e seguenti, il Grancolas nel libro De antiquis liturgiis alla pag. 447 sino alla pag. 453 ed il P. Merati nella sua opera sopra il Gavanto alla part. 1ª tom. 1 alla p. 382 e molte altre seguenti. E solamente pensiamo potersi qui osservare, non avere gli eretici che dire contro il o il salmo Judica me Deus o la confessione in quanto si fa a Dio ed agli uomini presenti. Alcuni di essi però hanno osato di riprovare la confessione, in quanto si fa ai santi, in sequela dell’errore, che questi come lontani siccome non possono intendere le nostre orazioni, così nemmeno possono intendere le nostre confessioni: ma avendo già noi nella nostra opera De canonizatione trattato dell’invocazione de’ santi, e del modo, con cui essi hanno notizia delle nostre orazioni, diremo solo ch’essendo consapevoli i santi delle nostre orazioni, sono ancora consapevoli delle nostre confessioni che facciamo ad essi, e farsi la confessione de’ peccati avanti Iddio, che per essi è offeso e che si placa colla penitenza, ed avanti i santi che con Cristo nel fine de’ secoli sederanno giudici del mondo giusta il vangelo di s. Matteo al cap. 19: «Amen dico vobis, quod vos qui secuti estis me, in regeneratione cum sederit Filius hominis in sede maiestatis suae sedebitis et vos super sedes duodecim iudicantes duodecim tribus Israel»; e giusta la prima lettera ai Corinti al cap. 6: «An nescitis quoniam sancti de hoc mundo iudicabunt»? Nel decimo quarto ordine romano stampato dal P. Mabillon nel tom. 2 del Museo d’Italia alla pag. 529 vi è la formola del nostro confiteor, ma con l’aggiunta di alcune altre parole, leggendosi in essa: «Quia peccavi nimis cogitatione, delectatione, consensu, verbo et opere».

da P. LAMBERTINI, Annotazioni sopra il santo sacrifizio della Messa secondo l’ordine del Calendario Romano, Torino, Speirani e Tortone, 1856, pp. 69-71.

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Gloria a Dio nell’alto dei cieli

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine, Fili unigénite Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu, in glória Dei Patris. Amen.

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