Napoli 22 marzo, convegno di studi organizzato dalla locale sezione di Una Voce Italia

Una Voce Napoli organizza un convegno di studi dal titolo “Il Concilio Vaticano II cinquant’anni dopo: domande e riflessioni” che si terrà venerdì 22 marzo 2013 ore 17  presso il Salón de Actos della Real Hermandad de los Nobles españoles a Napoli Via San Giacomo, 40.

Interverrano il prof. Giovanni Turco sul tema “Pensare il Concilio Vaticano II”, il padre Serafino Lanzetta FI su “Il Vaticano II come questione teologica” e il prof. Roberto de Mattei che parlerà sul tema ”Il Concilio come problema storico”.

Nel corso del Convegno sarà presentato il volume del padre Serafino Lanzetta, Iuxta modum (Siena, Cantagalli,  2012) ed il volume del prof. Roberto de Mattei, Apologia della Tradizione (Torino, Lindau, 2011).

I lavori saranno presieduti dal presidente nazionale Una Voce Italia.

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Ritorna il pellegrinaggio Summorum Pontificum a ottobre 2013 per la conclusione dell’anno della fede

Il Coetus Internationalis Summorum Pontificum (CISP) è lieto di annunciare che chiuderà l’Anno della Fede con una peregrinatio ad Petri sedem.

Dopo il fecondo successo spirituale del pellegrinaggio 2012, il popolo Summorum Pontificum torna a Roma per far risplendere la perenne giovinezza della liturgia tradizionale presso la tomba dell’Apostolo. Il CISP intende così partecipare all’armonia e all’edificazione della Chiesa universale, nella docilità all’azione dello Spirito Santo.

Il pellegrinaggio si terrà da giovedì 24 a domenica 27 ottobre 2013, e la sua organizzazione è stata avviata già da alcuni mesi, aderendo all’incoraggiamento a seguir adelante (andare avanti) calorosamente indirizzato al CISP dal cardinale Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione del Culto Divino, al termine del pontificale del 3 novembre. Lo scorso 14 marzo, il cardinale Comastri, arciprete della Basilica di S. Pietro, ha comunicato la disponibilità della basilica il prossimo sabato 26 ottobre 2013, ore 11, per la celebrazione solenne, momento culminante del pellegrinaggio.

Il CISP ringrazia il card. Comastri per la sua benevolenza e invita tutti i gruppi che curano la celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano a prepararsi sin d’ora con la preghiera al pellegrinaggio, e a sostenerne attivamente l’organizzazione, affinché tutti i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e i fedeli legati alla liturgia tradizionale possano convenire numerosi a Roma a dimostrare il loro amore per la Chiesa e la sede di Pietro.

Il CISP, costituito nel luglio dello scorso anno per l’organizzazione del pellegrinaggio del 2012, è oggi guidato da un comitato composto dal cons. Giuseppe Capoccia, delegato generale, da Guillaume Ferluc, segretario generale, e dall’abbé Claude Barthe, cappellano. Il cons. Capoccia succede al cons. Riccardo Turrini Vita, nominato il 31 dicembre scorso giudice della Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano.

Contatto: +39 366 70 46 023 – cisp@mail.com

Cfr. unacumpapanostro.com

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Viva il Papa

Orémus pro Pontífice nostro Francísco.

R). Dóminus, consérvet eum, et vivíficet eum, et beátum fáciat eum in terra, et non tradat eum in ánimam inimicórum ejus.

V). Fiat manus tua super virum déxterae tuae.

R). Et super fílium hóminis quem confirmásti tibi.

Orémus.

Deus, ómnium fidélium pastor et rector, fámulum tuum Francíscum, quem pastórem Ecclésiae tuae praeésse voluísti, propítius réspice : da ei, quaésumus, verbo et exémplo, quibus præest profícere; ut ad vitam, una cum grege sibi crédito, pervéniat sempitérnam. Per Christum.

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Pro eligendo Summo Pontifice

 

Orémus.

Dómine, humilitáte depóscimus : ut sacrosánctæ Románæ Ecclésiæ concédat Pontíficem illum tua imménsa píetas; qui et pio in nos stúdio semper tibi plácitus, et tuo pópulo pro salúbri regímine sit assídue ad glóriam tui nóminis reveréndus. Per Dóminum.

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Udine, continuano le persecuzioni alla memoria di don Siro Cisilino

SEDE VACANTE

 

Il fatto: il requiem in suffragio di don Siro Cisilino (morto il 4 marzo 1987) quest’anno non si è potuto celebrare nella parrocchiale di S. Stefano a Blessano (Udine) – dove il defunto era stato per molti anni vicario – . Ha detto no il nuovo parroco di Basiliano, e Blessano, don Dino Bressan.

Dal 1987 tutti gli anni una messa di requiem in rito tridentino – per il trigesimo e tutti gli anniversari – è stata fatta cantare da Una Voce nei luoghi ove don Siro era nato e aveva esercitato il suo ministero, da parecchi anni la funzione aveva luogo a Blessano. L’intenzione era ed è quella del cristiano suffragio, in particolare con la messa tridentina, chiesta dal Defunto per le esequie nelle sue ultime volontà che non erano state rispettate.

Don Bressan fino all’anno scorso è stato rettore del Seminario Interdiocesano di Udine. È la sua avversione ideologica contro la messa tradizionale che lo induce a non applicare il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI? o c’è anche quella contro la figura tradizionale del prete, quale era e restò anche nel postconcilio don Siro Cisilino?

Sulla persecuzione che c’era riproduciamo qui una recensione – pubblicata sul bollettino nazionale di Una Voce Italia n° 91-92 del 1990 – al volume di mons. Emidio Goi, allora rettore del Seminario di Udine, predecessore di don Dino Bressan, contenente una “commemorazione” di don Cisilino offensiva della sua memoria. L’odio continua?

 

Mons. EMIDIO GOI, “L’assemblea ne proclama le lodi” (Sir. 44, 15b). Profili biografici dei presbiteri defunti dell’Arcidiocesi di Udine. 1985-1989, Agraf, Udine 1989.

Paolo Zolli, illustrando la figura di don Siro Cisilino e la sua battaglia per la liturgia tradizionale, affermava anni fa su queste colonne che bisogna “iniziare sin d’ora a raccogliere í materiali per un futuro martirologio di quel clero cattolico che intendeva rimanere fedele all’antica liturgia ed è per questo diventato oggetto di indebite pressioni e persecuzioni che rimarranno a perpetua vergogna di chi le ha perpetrate” (Don Siro Cisilino (1903-1987) e la Messa “tridentina” a Venezia, in «Una Voce Notiziario», 79-80, 1987, p. 9 vedi qui). Ancora oggi -  pur dopo il Motu proprio Ecclesia Dei con le sue dichiarazioni e le sue promesse – simili “materiali” son ben lungi dall’appartenere a un passato da consegnare alla storia: oggi come ieri la persecuzione continua persino nella forma più vile e odiosa, quella della denigrazione post mortem.

Ci vorrebbe la penna di Zolli, la sua critica e la sua inventiva, per scrivere quanto va scritto della indecorosa pubblicazione che qui segnaliamo di recente apparsa per festeggiare il trentesimo di sacerdozio e il decimo di rettorato del rettore del Seminario arcivescovile di Udine Mons. Emidio Goi. Si tratta di una raccolta contenente le commemorazioni dei sacerdoti defunti tenute dall’A. davanti all’assemblea del clero diocesano. Ebbene, ecco che cosa si legge tra l’altro nella sedicente commemorazione di don Siro Cisilino (tenuta in Seminario nell’ottobre 1987):

L’arcivescovo ai funerali di don Siro a Pantianicco procurando di obbedire al suo testamento che domandava la Messa secondo il rito tridentino ha fatto un miscuglio di latino e di italiano così da indignare i lefevriani di casa nostra e non i soli che in massa erano accorso (sic!) ai funerali di don Cisilino, forse non tanto per la settima opera di Misericordo (sic!) corporale “seppellire i morti” quanto per assistere a una prelibata celebrazione tutta in Latino, secondo il vecchio rito e per di più presieduto (sic!) dall’Arcivescovo. Ma l’attesa è stata delusa. Come ha deluso “credo” molti l’ostinata perseveranza di don Siro a combattere la riforma liturgica voluta dal Concilio Vat. II, nella quale lotta egli ha profuso volontà e intelligenza che meritavano spese per obiettivi più nobili e degni (p. 28).

Questo scampolo di squinternata prosa è davvero un tipico esempio – nella forma e nella sostanza – di nuova “oratoria sacra”, offerto dal rettore ai (per fortuna) pochissimi studenti di teologia del nuovo Seminario di Udine, di cui esprime in pieno lo spirito: un coacervo di inesattezze, di contraddizioni, di faziosa malignità. Si lasci pure da parte il vero e proprio giudizio temerario disinvoltamente espresso sulle pretese intenzioni degli amici di don Siro, come lui fedeli alla liturgia antica, presenti alle esequie, e che vengono gratificati del solito spregio riservato a chi rifiuti di vendersi l’anima al modernismo (ad avviso di chi scrive peraltro da certa gente sarebbe un’onta ricevere approvazione). Ma un dato di fatto va riaffermato con estrema chiarezza: come riferì a suo tempo Zolli (Don Siro, cit., p. 11), all’arcivescovo di Udine fu chiesto dallo stesso Zolli e dal presidente di Una Voce-Venezia (telegramma in tal senso fu inviato anche dal presidente di Una Voce-Udine) che fosse rispettata l’ultima volontà di don Cisilino: i suoi funerali si celebrassero col rito tradizionale o altrimenti con la sola benedizione senza Messa. Nessuno invece aveva mai pensato di chiedere (e tanto meno don Siro, il quale a queste cose notoriamente non teneva) che a officiarli fosse l’arcivescovo in persona con celebrazione più o meno “prelibata”. Quindi proprio nessuna presunta “attesa” in tal senso è stata delusa, e la becera soddisfazione espressa dal Goi non può che esplicarsi semmai sulla delusione di coloro che si aspettavano rispetto e pietà per l’ultimo legittimo desiderio di un santo sacerdote (evidentemente al Seminario udinese anche questa pietà, questo rispetto sono considerati roba vecchia, preconciliare…).

È poi davvero sorprendente come il Goi non si vergogni di dichiarare che quanto egli stesso chiama “un miscuglio di latino e di italiano” sia stato fatto “procurando di obbedire al … testamento” di don Cisilino. Quella concelebrata alle esequie – per i particolari rinviamo allo scritto di Zolli (ult. l. c.) – fu una Messa riformata e per di più abusiva, in seguito a illegittima commistione di riti. Quindi non si obbedì né all’una né all’altra delle alternative richieste dal defunto: è più che evidente la contraddizione rispetto alla realtà, in cui piomba il rettore; ma tant’è, con simile “logica” si suole ragionare oggi al Seminario di Udine. È bene ribadirlo con forza: non vi è il minimo dubbio che le disposizioni mortis causa di don Siro Cisilino sono state violate senza attenuanti; non si “volle rispettare la volontà e il desiderio del vecchio sacerdote che con la sua fede e la sua cultura aveva costituito uno dei vanti del Friuli cattolico” (ZOLLI, ult. l. c.). E si trattò di una violazione del tutto gratuita, in quanto entrambe le alternative richieste erano liberamente praticabili ai sensi della vigente normativa liturgica. La difesa d’ufficio del Goi è patetica e controproducente; e del tutto inopportuna questa sua pubblicazione a distanza di anni dai fatti, che non fa altro se non richiamare penosamente l’attenzione su di un episodio che l’Ordinario udinese avrebbe tutto l’interesse a far dimenticare.

Ma ciò che nella pretesa “commemorazione” vi è di più grave è la spudorata denigrazione di don Cisilino, ennesimo oltraggio e vergogna che si aggiunge ai precedenti: doveva “perseguire obiettivi più nobili e degni”; il suo agire “ha provocato turbamento in molti” (qui è colto un aspetto di verità, se per “molti” si intendono i preti carrieristi e à la page); ovviamente era “ostinato”, “testardo” e “visse sempre senza la radio e la televisione”, quasi fosse un demerito o una tara ereditaria (invece i seminaristi udinesi con la televisione convivono spesso e volentieri …). Si aggiunga il tentativo di ridimensionare la sua grandezza come musicologo, peraltro con argomenti che, non entrando nel merito della dimostrazione di quanto affermano, non vanno oltre il livello del sentito dire e del pettegolezzo. Sembra che il Goi cerchi in ogni modo far dimenticare che don Cisilino aveva idee ben chiare e ben motivati giudizi sulla attuale situazione della Chiesa e della liturgia. Queste idee, questi giudizi, tutto il suo atteggiamento erano fondati come su di una roccia sui principi immutabili della religione cattolica, che egli aveva appreso da giovine chierico: per tutta la vita don Siro, con piena lucidità e assoluta coerenza, mantenne inalterati gli ideali della propria vocazione sacerdotale.

Ora è chiaro che tanta nobile fermezza non poteva non attirare la persecuzione in vita e in morte da parte di chi di coerenza non ne ha alcuna, essendosi posto nella mandria del modernismo alla moda, dimenticando e tradendo la fede cattolica. Oggi i responsabili del Seminario di Udine, peggio che altrove, hanno lasciato cadere totalmente i principi e i valori del passato, anche quelli immutabili. L’istituto è nelle mani di mons. Rinaldo Fabris, famigerato esegeta razionalista firmatario della lettera dei 63 contro il Papa, il quale, con la negazione della storicità dei Vangeli, del soprannaturale, dei miracoli, della stessa risurrezione di N.S. Gesù Cristo, con il suo pacifismo demenziale, riscrivendosi la Bibbia a proprio talento per riproporre ogni sorta di errori condannati dalla Chiesa, vi propaga a piene mani quello che non a torto è stato chiamato “il cristianesimo della disperazione” (cfr. AA.VV., Eutanasia del cattolicesimo? Considerazioni sul “nuovo cristianesimo” gnostico di Rinaldo Fabris, Napoli 1990). Dal punto di vista liturgico poi vi regna l’abuso e il degrado più totale: è noto per esempio che anche prima della recente concessione vi si dava regolarmente ai seminaristi la Comunione nella mano, anzi essa era ed è in pratica obbligatoria. A tutto ciò naturalmente anche il rettore Goi non può che tener mano. Ciò spiega ancor meglio i motivi dello scomposto attacco contro don Cisilino: nell’introduzione del libretto si dice apertamente che il Seminario di ieri, “quel tipo di Seminario da cui sono usciti i sacerdoti di questi medaglioni … è morto, è defunto” (p. 5), ma sarebbe più esatto dire “assassinato”. Ora è ben chiaro che la faziosità di coloro che hanno distrutto e tradito quel Seminario tradizionale, da cui fino a qualche decennio fa decine di giovani friulani ogni anno uscivano sacerdoti seguendo un ideale così sublime da superare gravissime difficoltà, non può che cercare di screditare in ogni modo chiunque a quell’ideale fosse tuttora rimasto fedele. E don Siro era l’esempio della fedeltà assoluta.

Peraltro se ne ha piena conferma leggendo il resto dell’opuscolo, ove mentre vengono esaltati con mirabolanti panegirici preti friulanisti e politicanti, tra l’altro per aver celebrato e promosso illecitamente la c.d. Messa in friulano non ammessa dalla S. Sede (pp. 24s. e 26ss.), la denigrazione post mortem resta la regola per chi non si fosse sufficientemente adeguato al nuovo corso. Si legge per esempio l’ignobile attacco – ci manca l’animo di continuare a usare il termine ipocrita “commemorazione” – portato contro il compositore mons. Vittorio Toniutti (1900-1987), che anch’egli continuò a celebrare la Messa tradizionale criticando le decadenza liturgica, fatto oggetto dello scherno del Goi perché colpevole di aver detto la seguente sacrosanta verità: “l’altare voltato verso il popolo è il segno evidente del capovolgimento della Chiesa” (p. 35).

Preferiamo non andare oltre in una rassegna fin troppo nauseabonda, ma non si può passare sotto silenzio quanto di più incredibile compare nel libello, una vergognosa offesa alla Sede apostolica e al Santo Padre. Si legge infatti alle pp. 51 s. la testuale affermazione del Goi: “Dio ci liberi da visitatori apostolici con pieni poteri” (!). Ecco dunque come si prega al Seminario di Udine, ed è ben comprensibile, poiché se i visitatori che si sono succeduti negli ultimi tempi avessero avuto pieni poteri, e li avessero usati, dell’attuale istituto e di chi lo dirige sarebbe rimasto ben poco. Certo esternare certe cose a mezzo stampa …, ma almeno così tutti possono toccare con mano chi siano i detrattori di don Siro Cisilino.

Avremmo fatto volentieri a meno di aggiungere che purtroppo questo libello oltraggioso per i defunti è una pubblicazione apertamente approvata e lodata dall’arcivescovo di Udine mons. Alfredo Battisti: infatti in una sua lettera posta quale prefazione il Presule si esprime come segue: “Lodo la decisione di stampare i profili dei sacerdoti friulani defunti, tracciati con finezza e brio da mons. Emidio Goi a partire dal 1985″ (p. 3). Che dire davanti a tanto brio, a tanta decantata finezza? Che noi speriamo di vedere finalmente il giorno in cui i persecutori interessati di don Siro saranno messi a tacere …

Fabio Marino

Cfr. «Una Voce Notiziario», 91-92 (1990), pp. 21-23.

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FIUV Comunicato sulla rinunzia di papa Benedetto XVI

I membri della Federazione Internazionale Una Voce hanno appreso con tristezza la notizia che papa Benedetto XVI lascerà la Cattedra di san Pietro l’ultimo giorno di febbraio 2013.

Il nostro presidente fondatore, il dottor Eric de Saventhem, e il suo successore Michael Davies sono stati sempre ben accolti a Roma dal card. Ratzinger il quale ha molto appoggiato gli scopi della Federazione, la promozione della liturgia tradizionale e il ritorno della messa tradizionale sugli altari.

La promulgazione del Motu proprio Summorum Pontificum nel luglio 2007, dopo poco più di due anni del suo pontificato, fu l’atto di un Papa che dimostrava coraggio di fronte a una grande opposizione. Nell’introduzione al Motu proprio papa Benedetto affermava:

“Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale ‘ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede’.

Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. … Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà“.

Il coraggio immenso di papa Benedetto XVI nel dichiarare pubblicamente ciò che molti sapevano, ma erano riluttanti o timorosi di esprimere, – che il Messale Romano promulgato dal beato papa Giovanni XXIII nel 1962 non è mai stato abrogato, e che questa forma di messa può essere permessa – ha portato e continuerà a portare abbondanti grazie alla Santa Madre Chiesa e alle generazioni future. Con la ricchezza di insegnamento che ci ha lasciato in eredità, questo chiarimento sullo stato della liturgia tradizionale nella Chiesa, apportato da papa Benedetto, è stato un contributo veramente storico al Magistero ecclesiastico nel riaffermare il legame delle generazioni passate con quelle del futuro nel culto divino. L’usus antiquior di ieri è ora quello di oggi, e sarà quello di domani. La seconda fioritura dell’usus antiquior porterà realmente la gioia ai nostri giovani. La sua miracolosa diffusione e il suo incremento, di cui Benedetto XVI è stato lo strumento provvidenziale, appare manifesto dal crescente numero di giovani che prendono contatto con la Federazione Una Voce.

Per tutto ciò la Federazione Internazionale Una Voce rende grazie a Dio Onnipotente del pontificato di Benedetto XVI. A papa Benedetto esprimiamo la nostra filiale gratitudine, a Lui offriamo, e vogliamo continuare a offrire le nostre preghiere e la nostra gratitudine.

Leo Darroch, Presidente

22 Febbraio 2013. Festa della Cattedra di san Pietro.

Cfr. fiuv.org – The Resignation of Pope Benedict XVI

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Seconda Domenica di Quaresima. Stazione a Santa Maria in Domnica

Oggi non vi dovrebb’essere propriamente messa stazionale, giacché è stata già precedentemente celebrata in San Pietro alla fine della Pannuchis. E infatti, negli antichi Sacramentari quest’oggi si trovava indicato Dominica vacat, anche perché il popolo era stanco dalla veglia e dal prolungato digiuno. Portato il Sacramentario Romano fuori di Roma, dove non si celebravano né stazioni, né vigilie, si sentì il bisogno di raffazzonare con elementi presi da altre messe l’odierna liturgia domenicale, che finalmente finì per essere accettata anche in Roma. L’appellativo della basilica di Santa Maria sul Celio in domnica, ha un sapore antico, almeno del IV secolo, quando cioè la casa del Signore era generalmente chiamata il Dominicum, come anche oggi presso i popoli di razza anglo-sassone e germanica.

(SCHUSTER, Liber Sacramentorum, III, p. 80)

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Mercoledì dei IV Tempi di Quaresima. Stazione a Santa Maria Maggiore

Veramente il parlare di IV Tempi in quaresima, sembra cosa del tutto superflua, perché i tre giorni di questa settimana consacrati al digiuno IV Temporum rientrano semplicemente nella serie della sacra quarantena e non se ne distinguono punto. Infatti, le antiche fonti romane ci parlano del digiuno del IV, VII e X mese, ed il Pontificale narra di papa Callisto: Hic constituit ieiunium die sabbati ter in anno fieri senza dir nulla dei tre digiuni delle Tempora di Marzo.

La quaresima era un digiuno a parte e non rientrava punto nel ciclo III Temporum, a meno che la prima settimana di questi Quattro Tempi non si fosse fatta coincidere colla quinquagesima, o che l’attuale fissazione del digiuno nella sesta settimana prima di Pasqua non dati da un tempo quando il digiuno pasquale cominciava solo tre settimane prima della grande solennità. In conclusione, o il digiuno di queste Tempora in quaresima è un’appiccicatura priva di speciale significato, o bisogna trovar loro un posto fuori del digiuno pasquale.

Anche le ordinazioni mense martio non sono primitive; la prima volta che se ne discorre è in una lettera di papa Gelasio I ai vescovi della Lucania, mentre ai tempi di Leone I erano permesse il primo giorno di Pasqua.

Comunque sia, a Roma è di rito che nella feria IV precedente la sacra cerimonia, gli scrutini dei candidati al sacerdozio si compiano nella basilica Liberiana, ove si tiene perciò la stazione, quasi a porli sotto il patrocinio di colei che Proclo di Costantinopoli salutò: O templum, in qua Deus sacerdos factus est.

La basilica Liberiana sulla cima dell’Esquilino, in origine venne adattata da papa Liberio dentro un’aula classica, che toglieva il nome da Sicinino; onde Ammiano Marcellino la chiama senz’altro: basilica Sicinini. A tempo di Damaso, essa fu occupata dagli scismatici del partito d’Ursicino. Sisto III la fece restaurare e decorare di mosaici rappresentanti la vita della Vergine; e forse data anche dal suo tempo l’erezione dell’oratorio del Presepe, minuscola riproduzione romana del santuario della natività di Betlehem. Sotto l’altare maggiore è il corpo di san Mattia e quello di sant’Epafra, discepolo di san Paolo a Colossi.

(SCHUSTER, Liber Sacramentorum, III, pp. 64-65)

Cfr. Una Voce Venetia

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Martedì dopo la I Domenica di Quaresima. Stazione a Sant’Anastasia

La celebrità del culto di sant’Anastasia, forse più antico in Roma della stessa festa di Natale, fece sì che, sotto l’influsso del Cesarismo bizantino, il suo titolo, il quale veniva appunto considerato come chiesa di corte ai piedi del Palatium imperiale, fosse prescelto per la seconda messa Natalizia e per la seconda stazione quaresimale. Infatti, non sembra punto effetto di pura coincidenza, ché, dopo la basilica esquilina di Pietro e Paolo, succeda subito quella imperiale alle radici del Palatium.

Una tradizione vuole che il titulus Anastasiae, menzionato già in un sinodo del 499, ricordi la casa della Martire; ma non è esclusa l’opinione che si tratti invece d’una semplice identità di nome tra la fondatrice della basilica e la Santa titolare. San Leone I tenne in Sant’Anastasia una vigorosa omilia contro l’eresia d’Eutiche, probabilmente quindi per Natale. La chiesa è decorata di preziosissime Reliquie.

(SCHUSTER, Liber Sacramentorum, III, p. 62)

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Lunedì dopo la I Domenica di Quaresima. Stazione a San Pietro in Vincoli

Dopo il Laterano, a ben inaugurare il digiuno, oggi viene la volta della basilica in exsquiliis, dedicata da Sisto III agli Apostoli Pietro e Paolo, i grandi Patroni di Roma. Sebbene i loro sepolcri siano distinti e si ritrovino ai due estremi capi della città, Roma tuttavia non li ha mai separati nella sua venerazione, e nella liturgia, quando festeggia la memoria dell’uno, unisce subito la commemorazione dell’altro.

È degna d’esser notata l’insistenza colla quale il Pontefice fondatore del titolo congiunge insieme le glorie dei due Principi del Collegio Apostolico.

Haec Petri Paulique simul nunc nomine signo
Xystus, Apostolicae Sedis honore fruens.
Unum quaeso, pares, unum duo sumite munus
Unus honor celebrat quos habet una fides.

Più tardi però prevalse il titolo di San Pietro in Vincoli, dalle catene dell’Apostolo Pietro ivi custodite; quelle di san Paolo, giusta quanto attesta san Gregorio Magno, si conservano invece nella Basilica Ostiense.

Le lezioni d’Ezechiele e di san Matteo che si recitano alla messa, rievocano il ricordo del munus pastorale dei due Apostoli, quos operi, vicarios … eidem (cioè a Roma), contulisti praeesse pastores. Sotto l’altare, si conservano altresì delle Reliquie dei sette Martiri Maccabei.

(SCHUSTER, Liber Sacramentorum, III, pp. 59-60)

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