A Roma, chiesa di Gesù e Maria il 20 maggio Messa pontificale del card. Burke

Chiesa di Gesù e Maria al Corso, Roma

Il 20 maggio 2018, Domenica di Pentecoste, ore 9:30 alla chiesa di Gesù e Maria al Corso (Via del Corso 45, Roma) il card. Raymond Leo Burke celebrerà la Messa pontificale. A Gesù e Maria ogni domenica e festa di precetto vi è la Messa in rito tridentino per le cure della Casa Romana dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

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Xavier Barbier de Montault, Le voile du calice

Velo del calice

1. Définition. Le voile, suivant l’étymologie latine, sert à dérober le calice aux regards, depuis le commencement de la messe jusqu’à l’offertoire et depuis les ablutions jusqu’à la fin.

2. Obligation. Strictement obligatoire pour la messe, le voile ne peut être mis de côté après la communion et le prêtre doit alors, de nouveau, en couvrir le calice.

URBINATEN. – An sacerdos, in missae sacrificio, post communionem reponens calicem in medio altaris, velum, quo in principio missae operitur, supra bursam debeat plicare necne? Et Sacra Rituum Congregatio respondit: Tam in principio missae quam post communionem calicem velatum esse debere totum in parte anteriori. Et ita in posterum tam in dioecesi Urbinaten. quam ubique servari voluit et mandavit. Hac die 12 Januarii 1669.

PRAGEN. – Utrum calix in fine missae debeat totus velari in parte anteriori, prout ab initio missae? Sacra Rituum Congregatio respondit: Ante versiculum quod dicitur communio, cooperiendum velo calicem in anteriori parte, prout ante confessionem. Die 1 Martii 1698.

A parte anteriori s’explique, quand l’autel est adossé au mur; il n’en serait pas de même si l’autel était isolé, comme dans nombre d’églises de Rome. Totum signifie que le voile doit retomber jusque sur l’autel et ne pas laisser le pied du calice à découvert. Le Cérémonial des évèques omet la mention du voile à la préparation de la messe: «Calix cum patena, palla, purificatorio et bursa» (l. I, c. xv, n. 19).  «Calix vero cum patena, bursa» (l. I, c. xv, n. 14), ce qui ferait croire qu’on pourrait s’en passer, mais il n’est pas oublié à la fin de la messe: «Subdiaconus complicat corporale, tergit et mundat calicem, … velum et bursam super calicem reponendo» (l. II, c viii, n. 77).

3. Matière et forme. Le voile est entièrement en soie, «velo serico» (Missale Romanum), et sans doublure; s’il y avait une doublure, elle devrait être en soie, malgré la pratique contraire en France. Sa largeur est telle qu’il couvre complètement le calice de toutes parts, en retombant également de chaque coté; il faut donc que l’étoffe soit souple. En France, au contraire, elle est raide et si parcimonieusement coupée, qu’elle ne recouvre que le devant du calice, ce qui est trop peu. Le voile mesure soixante-quatre centimètres en carré.

4. Galon et croix. Il est garni d’un galon étroit ou d’une dentelle de soie ou d’or. En général, il est d’étoffe unie. L’usage français met une croix à la partie antérieure: celle pratique est moderne. Si l’on tient absolument à la croix, on la place au milieu du voile, à l’endroit correspondant à l’ouverture du calice.

5. Usages romains. Quand le prêtre part de la sacristie, il relève la partie antérieure du voile sur la bourse, afin de porter plus commodément le calice et ne la rabaisse qu’à l’autel; au retour, il fait de même. Le servant de messe plie le voile à l’envers, en deux d’abord, puis en quatre, dans le sens de la longueur; ensuite en deux et en quatre dans l’autre sens, ayant soin de replier en diagonale l’angle supérieur. Il met le voile ainsi réduit à la droite du corporal, pour que le prêtre puisse y déposer la pale, chaque fois qu’il découvre le calice.

6. Couleur. La couleur assortit à celle de la chasuble: «Velum parvum, coloris paramentorum, super ipsum calicem» (Pontificale Romanum). On est moins strict à Rome pour l’étoffe, qui n’assortit pas toujours à l’ornement.

7. Communion. Le voile, sous aucun prétexte, parce que telle n’est pas sa destination liturgique, ne doit tenir lieu de nappe aux communiants, même ecclésiastiques.

8. Coutume. C’est la coutume qui règle si le voile, à l’offertoire, est plié par le prêtre ou par lo servant de messe. A Rome, elle est en faveur de ce dernier.

An in missa privata, quando minister non est superpelliceo indutus lieeat cum, lecto offertorio a celebrante, ad altare ascondere, accipere et plicare velum calicis vel hic ritus reservari debeat ministris superpelliceo indutis, vel etiam celebrans ipse debeat plicare velum et super altare ponere? Sacra Rituum Congregatio respondit: Servandam consuetudinem. Die 12 Augusti 1854.

Cfr. X. BARBIER DE MONTAULT, Le costume et les usages ecclésiastiques selon la tradition Romaine, II, Paris, Letouzey, et Ané, 1899, pp. 165-168.

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Alla chiesa di S. Simon Picolo a Venezia Messa solenne per la festa di san Marco

Chiesa di S. Simon Picolo, Venezia

Il 25 aprile 2018, festa di san Marco evangelista Patrono principale di Venezia, ore 11 alla chiesa di S. Simon Picolo processione delle Litanie Maggiori e Messa solenne celebrata da padre Cyrille Sow fssp. Al termine una reliquia del glorioso Santo sarà offerto al bacio dei fedeli.

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Venezia, S. Simon Picolo. Settimana Santa 2018

Chiesa di S. Simon Picolo, Venezia

Orario della Settimana Santa alla chiesa di S. Simon Picolo a Venezia:

25 marzo Dominica in Palmis alle 11 Benedizione dei rami, processione e Messa cantata

26, 27, 28 marzo Feria II, III et IV Majoris Hebdomadae alle 18:30 Messa letta

29 marzo Feria IN Coena Domini alle 19 Messa cantata in Coena Domini

30 marzo Feria VI in Parasceve alle 18:30 Via Crucis, alle 19 Messa dei Presantificati

31 marzo Sabbato Sancto alle 19 Veglia Pasquale e Messa cantata della Risurrezione

1° aprile Dominica Resurrectionis alle 11 Messa cantata

Cfr. fsspvenezia.blogspot.it

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Visita delle Sette Chiese il 17 marzo 2018

Via Paradisi

Sabato 17 marzo 2018, organizzata dalla Casa Romana dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, anche quest’anno vi sarà la Visita delle Sette Chiese.

Questa pia pratica è ordinata a ravvivare nei cristiani la memoria della Passione di Gesù.

Ritrovo dei pellegrini alla Messa che sarà detta dall’abbé Antoine Landais alle 7:10 alla basilica di S. Pietro in Vaticano, altare di S. Erasmo.

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Roma venerdì 9 marzo Messa per le vocazioni a S. Andrea della Valle

Venerdì 9 marzo 2018 ore 17:45 alla basilica di S. Andrea della Valle a Roma, corso Vittorio, don Matteo Raffray dell’Istituto del Buon Pastore celebrerà la Messa tridentina per le vocazioni.

L’iniziativa è di Tridentini, gruppo di studenti delle università pontificie nell’Urbe, con l’intenzione di pregare per la santificazione del clero, la perseveranza di seminaristi e religiosi, le nuove vocazioni. Per tale intenzione i Tridentini avevano già fatto celebrare una Messa solenne alla basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon) lo scorso 26 gennaio.

Per informazioni tridentini@use.startmail.com

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Roberto Spataro, La Messa tridentina catechismo per i nostri tempi

Ringrazio vivamente gli organizzatori di questo incontro per l’invito gentilmente rivoltomi e per il lavoro che essi hanno svolto con generosità al fine di rendere possibile questo nostro raduno. Allo stesso tempo, rivolgo un cordiale saluto a ciascuno di voi perché onorate con la vostra presenza questa pregevole iniziativa. Sono lieto di trovarmi in Veneto, terra di tradizioni religiose antiche e radicate nel popolo. In particolar modo, mi rallegro di essere venuto a Vicenza, questa nobile città dove l’arte e la cultura, simbolicamente identificate nell’architettura palladiana, la storia e la vita della gente sono posti sotto la protezione della Vergine del Monte Berico. San Pio X, il Santo Papa nato a Riese, il Papa del catechismo e della liturgia, ci assista e ci protegga.

Nella conversazione che intratteniamo vorrei illustrare un argomento che considero non irrilevante per il nostro apprezzamento della Messa tridentina e che rende urgente la sua diffusione nel Popolo di Dio: la Messa tridentina è una sorta di catechismo che corrobora la nuova evangelizzazione e che contribuisce all’istruzione religiosa dei fedeli. Vorrete accettare benevolmente lo stile di questo intervento, più simile ad una chiacchierata che ad una vera e propria lezione.

Parto da una serie di dati, attinenti sia alla sociologia religiosa sia alla teologia.

1. Gli italiani che si professano credenti, e sono ancora la stragrande maggioranza della popolazione, sono religiosamente ignoranti. Nel 2014, un istituto, che pure, come posso presumere, non gode della nostra simpatia, ha reso noti i risultati di un’indagine sociologica intitolata «rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia». Da esso emerge che per il 50% Gesù è confuso con Mosè, e che per il 60%, eccetto il settimo comandamento, «non rubare», gli altri sono quasi del tutto ignoti, a partire dal primo, che è poi una professione di fede; se poi le domande diventano un po’ più impegnative, come quella circa le tre virtù teologali, l’80% fa scena muta. Non oso pensare alla reazione di fronte ad una domanda del tipo «quali sono i sei peccati contro lo Spirito Santo», dal momento che bisognerebbe spiegare chi sia lo Spirito Santo. Le cose, come possiamo dedurre da altri indicatori, come l’aumento di coloro che si dichiarano «atei», non sono migliori in altri paesi di tradizione cattolica, come la Spagna o il Belgio. L’iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti, messi da parte il Catechismo di san Pio X e la Messa tridentina, ha miseramente fallito. Qualche anno fa ha avuto un certo successo tra i “pastoralisti”, categoria particolarmente curiosa nel panorama ecclesiastico attuale, un libro, intitolato «la prima generazione incredula», riferita ai teenager e ai giovani italiani. In realtà, più che increduli, sono ignoranti: credono vagamente in Dio, ma sono del tutto digiuni del catechismo e, pertanto, non conoscono gli articoli fondamentali della fede cattolica, nonostante molti di essi abbiano dovuto subire tra i cinque e i sette anni di catechesi parrocchiale e d’insegnamento della religione a scuola. Vorrei aggiungere, inoltre, che discutibili convinzioni e deprecabili comportamenti morali sono associabili ed associati a questo crollo di istruzione religiosa: secondo i dati forniti annualmente dall’ISTAT e commentati autorevolmente da sociologi seri, come Franco Garelli, una lenta erosione sembra intaccare quello che è stato il Cattolicesimo del popolo italiano. Diminuiscono le persone che frequentano regolarmente un luogo di culto, con picchi molto alti nella fascia tra i 40 e i 55 anni, perché evidentemente non sanno che è un peccato grave, che contraddice il III comandamento. Aumentano coloro che approvano le leggi sull’aborto perché non sanno che è omicidio proibito dal V comandamento e con disinvoltura anche i cosiddetti «cattolici adulti» ammettono la liceità delle unioni civili e dei rapporti sodomiti, del tutto ignari che esistono quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio e che, tra di essi, uno prescrive i rapporti contro natura.

2. Di fronte a questo fenomeno, solo sommariamente descritto, si rivela di grande utilità rammentare un principio sacro della vita cristiana tout court che recita, secondo la formulazione classica risalente a Prospero di Aquitania nel V secolo, «Legem credendi lex statuat supplicandi», più comunemente sintetizzato nell’assioma lex credendi, lex orandi. Significativamente, infatti, quando rivisitiamo alcuni momenti cruciali della storia della Chiesa per la definizione del dogma, ci accorgiamo che il discrimen tra ortodossia ed eterodossia è stato segnato dal senso e dalle fonti della liturgia. Per esempio, quando nel IV secolo, gli Ariani della seconda generazione, più agguerriti e forti di quelli della prima fase, negavano la divinità dello Spirito Santo, furono i Padri Cappadoci ad addurre un argomento che fu risolutivo: l’isotimia, ossia la formulazione liturgica che attribuiva la stessa adorazione alle tre ipostasi trinitarie. E contra, quando i novatores hanno voluto cambiare arbitrariamente il «che cosa crediamo» hanno preso il piccone per demolire l’edificio liturgico, come accadde dolorosamente al tempo della Riforma protestante, ingenuamente, inspiegabilmente, irresponsabilmente celebrata da eminenti prelati in occasione del 500° anniversario del suo inizio. E poiché oggi assistiamo, e non senza turbamento, ad una lenta e diffusa apostasia da parte di membri del clero, amplificata dai mezzi di comunicazione, sentiamo il bisogno di essere protetti da una fortezza inespugnabile della fede: la Messa tridentina è questo luogo dove la purezza della fede è integralmente conservata e misticamente trasformata in atto di lode e di supplica a Dio. E quando parlo della fede, intendo riferirmi sia al suo aspetto oggettivo, la fides quae, nel linguaggio tecnico della teologia, le cose in cui crediamo e a cui diamo la nostra totale adesione, sia a quello soggettivo, la fides qua, per mezzo della quale affidiamo a Dio la nostra vita con le sue gioie e i suoi dolori, le sue speranze e le sue angosce. Questo equilibrio – a me pare – è stato incrinato a favore del secondo aspetto perché, nel generale clima di relativismo e di indifferentismo, si guarda con insufficiente attenzione, se non con disprezzo alla “dottrina”, pensando che essa diminuisca la forza taumaturgica della “pastorale”, parola-talismano tanto abusata che, per citare la Scrittura, «copre una moltitudine di peccati». Ciò detto, vorrei mostrare alcune proprietà della Messa secondo il Vetus ordo che corrispondono a questa sua virtuosa qualità di collegare armoniosamente fede e preghiera.

3. I misteri principali della fede sono due, come ben sappiamo: unità e Trinità di Dio; Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo. L’Ordinario della Messa tridentina comunica queste due verità fondamentali in modo costante con i suoi ripetuti segni di croce, con la duplice invocazione alla Santissima Trinità, all’offertorio e alla fine della Messa, con la proclamazione del prologo del Vangelo di Giovanni e, oserei dire rifacendomi alla terminologia patristica, con la sua «economia liturgica» fatta di gesti e di simboli, che ripresenta il Mistero della Passione del Signore. Un’autentica perla di sintesi della nostra regula fidei sono le parole che submissa voce il sacerdote recita quando infonde poche gocce d’acqua nel calice e che ogni fedele, che segue i sacri riti sul suo Messalino, conosce bene. In esse è riassunto l’impianto storico-salvifico, creazione, peccato, incarnazione redenzione, grazia, gloria e vita eterna. «Deus qui dignitatem humanae substantiae mirabiliter condidisti [creazione] et mirabilius reformasti [redenzione], da per hujus vini et aquae mysterium ut ejus divinitatis efficiamur consortes [divinizzazione o vita della grazia], qui humanitatis nostrae fieri dignatus est [incarnazione]». Se il credente è un atleta che ingaggia il suo combattimento spirituale per guadagnare il premio della salvezza eterna, la nostra Messa gli consente di allenarsi efficacemente con gli esercizi di fede fondamentali: Dio uno e trino nel suo mistero di Amore eterno e sovrabbondante rivelato nell’Incarnazione del Figlio e nel suo Mistero Pasquale, capolavoro della storia della salvezza.

4. Il credente viene educato non solo alla percezione dei misteri principali della fede ma di tutto il “Credo”. Mi limito a qualche esempio. La fede cristiana è mariana. E la nostra Messa tridentina venera Maria Santissima nel Canone esprimendo la schiavitù monfortiana della Chiesa dinanzi alla sua regalità e l’ammirazione per i suoi privilegi chiedendo al sacerdote di inchinare il capo ogni qual volta il Suo nome santissimo viene pronunziato. D’altra parte, la mariologia è nel cuore della Messa perché l’Altare è santificato dall’assistenza invisibile della Madre di Dio. Durante un esorcismo, il demonio ha detto rabbiosamente: «Lei è là» Come dimenticare che San Giovanni Paolo II dedicò un bellissimo capitolo della sua enciclica Ecclesia de Eucharistia proprio a Maria, Donna eucaristica? Un altro articolo della fede cattolica è costituito dai novissimi su cui vige una confusione desolante, come ci accorgiamo ascoltando alcune omelie in occasione dei funerali. Ebbene la Messa tridentina non dimentica le anime del Purgatorio e viene offerta per esse, la Messa tridentina non ha censurato l’annuncio dell’inferno perché chiede a Dio Padre, per i meriti del Figlio immolato sull’altare, di liberarci dalla dannazione eterna e accoglierci nel gregge degli eletti, addita frequentemente il Paradiso menzionando gli Angeli e i Santi che lo popolano e alla cui intercessione viene affidata la Chiesa militante. Anche una corretta ecclesiologia che rispetta la distinzione ontologica tra il sacerdozio battesimale e quello ordinato viene riproposta in ogni Messa tridentina in cui i fedeli imparano a comprendere la dignità del ministero sacro e, attraverso esso, della Chiesa comprendono la nota fondamentale, ossia la sua associazione a Cristo, Capo del Corpo Mistico, venendo così messi al riparo da quella concezione sociologica a cui è ridotta la Sposa di Cristo nelle interpretazioni giornalistiche che, spesso, sono l’unica fonte di notizie sulla Chiesa che un fedele medio riceve.

5. Passo ora ad un altro grappolo di considerazioni con le quali vorrei mostrare che la Messa tridentina è un catechismo benefico e integrale. Gli articoli della fede sono professati all’interno di un atto liturgico tradizionale, nel senso più nobile del termine, forgiatosi lentamente che, dagli albori della liturgia apostolica, è giunto alla luminosità della sua perfezione. Lo stesso uso della lingua latina, una lingua che per sua stessa natura rinvia al passato, aiuta il credente a immergersi nel solco della Tradizione e a sentire con entusiasmo la comunione diacronica con le generazioni dei fedeli che quella stessa fede hanno professato, testimoniato, comunicato. Davvero la communio sanctorum vibra potentemente nella Messa tridentina! I santi, cioè i membri del Corpo Mistico, sono radunati attorno all’atto santificante per eccellenza, che è il Sacrificio del Calvario riattualizzato sull’Altare, condividendo le realtà sante della fede. La fede che professiamo nell’oggi del presente liturgico si salda con quella dei martiri, dei confessori, delle vergini, della schiera innumerevole dei santi del passato e si proietta verso la visione beatifica del futuro eterno del Cielo. La fede viene così “blindata” in gesti venerandi e parole sgorgate dall’intelligenza, penetrata dall’unzione dello Spirito Santo, dei Padri e dottori della Chiesa e resa invulnerabile agli assalti del nemico che, pur di strapparla dal cuore dei credenti, è ricorso ad ogni astuzia, compresa quella di un’applicazione dissacrante della riforma liturgica, che oggi è sotto gli occhi di tutti. Se gli abusi liturgici con cui pastori, a volte per ignoranza a volte per superbia, a volte per l’una e l’altra causa, infieriscono sulla santità e la sacralità della Messa, snaturandone la natura e caricandola di significati estranei alla fede cattolica, la Messa tridentina, che porta con sé l’osservanza esatta delle rubriche, impedisce che il tesoro, cioè la fede, venga sottratto e dilapidato.

6. La trasmissione della fede che la Messa Vetus ordo opera avviene, inoltre, in un clima liturgico che veicola una visione totale dell’uomo e di Dio e dell’uomo dinanzi a Dio, una sorta di cornice all’atto catechistico. Chiedendo ai fedeli di rimanere in ginocchio per una parte considerevole dell’atto sacro e domandando al sacerdote di genuflettersi prima di entrare a contatto con le Specie consacrate, la Messa tridentina annuncia che l’atteggiamento più consono con cui l’uomo riconosce il Mistero di Dio è l’adorazione, ossia, come l’etimologia stessa della parola evoca, un atto di amorosa sottomissione, di reverente ubbidienza, di affettuosa accettazione della Sua maestà. L’uomo si riconosce e si sente creatura la cui origine e la cui destinazione partono e sono orientate al Creatore. Se si rifiuta questa visione, non potrà che esserci un illusorio e arrogante antropocentrismo, quello che tante ferite e tanti dolori ha prodotto, soprattutto negli ultimi due secoli, derubricando dal cuore degli uomini la speranza, come ha magistralmente dimostrato papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi. E qui permettetemi di citare un passo del libro del grande cardinal Robert Sarah, intitolato significativamente O Dio o il niente. Parlando dei Padri Spiritani francesi, da cui ha appreso la fede, il cardinale africano ricorda:

Quante volte sono stato afferrato nel profondo dal silenzio che regnava nella chiesa durante la preghiera dei padri! All’inizio, mi mettevo in fondo alla chiesa e, guardando questi uomini, mi chiedevo che cosa facessero in ginocchio o seduti nella penombra, perché non dicevano nulla. Però avevano l’aria di ascoltare e di conversare con qualcuno in questa semioscurità della chiesa, illuminata dalle lampade. Sono stato realmente affascinato dalla pratica dell’orazione e dall’atmosfera che genera. Mi sembra giusto affermare che esiste un’autentica forma di eroismo, di grandezza e di nobiltà in questa vita di preghiera regolare. L’uomo non è grande se non quando è in ginocchio davanti a Dio.

E proprio questo atteggiamento di umile adorazione infonde nei credenti il senso del timor di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo meno richiesti ai nostri giorni che, infatti, registrano in proporzione con questa dimenticanza, un tale oscuramento della coscienza morale che oggi si giustifica, non solo giuridicamente ma anche moralmente, ogni sorta di trasgressione dei comandamenti di Dio. In ginocchio, invece, l’uomo impara ad obbedire a Dio e ai suoi precetti. E la morale fa parte del catechismo, tanto quanto il Credo.

7. Se la Messa è un insegnamento catechistico che salda lex credendi, lex orandi e lex vivendi, anche la metodologia è importante perché i contenuti insegnati siano ben compresi e recepiti. E la Messa tridentina ha una sua metodologia catechistica: il silenzio e le immagini. Anzitutto, il silenzio che sovranamente e sublimemente accompagna lo svolgimento dei sacri riti, soprattutto nel momento più solenne e sacro, quello del Canone e della consacrazione. Il silenzio aiuta il raccoglimento e favorisce la preghiera personale, sostenendo così il fedele nell’assimilazione dei mysteria fidei. Come non ricordare l’ammonimento che ci è giunto sempre dal Cardinale Prefetto della Congregazione per il culto divino nel libro-intervista La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore? Senza silenzio, non c’è ascolto di Dio, senza silenzio non c’è intimità divina. Le parole di Dio sono la sorgente di ogni catechismo che di quelle parole fissa l’insegnamento perché essa sia raccolto all’intelligenza che cerca la verità e custodito dal cuore che la ama. Scrive il cardinal Sarah:

E’ necessario per tutti noi coltivare il silenzio e circondarlo di una diga interiore. Nella mia preghiera e nella mia vita interiore, ho sempre sperimentato il bisogno di un silenzio più profondo, più completo. Si tratta di quella sobrietà che conduce a non pensare neppure a me stesso, ma a volgere il mio sguardo, il mio essere e la mia anima verso Dio. Il silenzio sacro permette all’uomo di mettersi gioiosamente a disposizione di Dio ed è la sola reazione veramente umana e cristiana di fronte all’irruzione di Dio nella nostra vita. Occorre far vivere il profondo legame tra silenzio sacro e mistero, perché senza il mistero noi siamo ridotti alla banalità di cose terrestri. Il silenzio è un velo che protegge il mistero. Nelle liturgie della Chiesa, il silenzio non può essere una pausa tra due riti; il silenzio è la stoffa nella quale dovrebbero essere tessute tutte le nostre liturgie. Nulla in esse può rompere l’atmosfera silenziosa che è il suo clima naturale.

Il cardinale evocava addirittura una forma di resistenza spirituale di fronte all’invasione odierna delle parole e dei rumori che anestetizza il pensiero e lo rende piatto, banale, acritico. Purtroppo, l’applicazione della riforma liturgica si è dipanata all’insegna di un verbalismo tanto prolisso quanto vacuo. Si parla di tutto, di sociologia e di mode politiche, ma molto spesso questa liturgia parolaia copre la voce sommessa e gentile di Dio che discretamente bussa alle porte delle anime e seppellisce le formule della lex credendi/lex orandi sotto una cascata di monizioni, didascalie, liberi interventi e preghiere dei fedeli. La metodologia catechistica della Messa tridentina è poi incrementata dalla valorizzazione delle immagini sacre, quelle fisse e quelle in movimento. Mi spiego: il Crocifisso, le statue della Madonna e dei santi, i colori e i paramenti, tutto ciò che viene raggiunto dallo sguardo favorisce l’apprendimento dell’alfabeto della fede perché parola ed immagine sono un linguaggio molto efficace. Ci sono poi le immagini in movimento, ossia quella «sacra danza» che il sacerdote e i ministri compongono osservando la sobria ed armoniosa gestualità prevista dal rito e che si imprime nelle pieghe dell’anima di chi «assiste» alla Santa Messa. Anche la musica e il canto sacro sono un altro mezzo potentissimo attraverso il quale le verità della fede siano saporosamente gustate incidendo la loro registrazione nelle facoltà interne dell’anima. Davvero, la liturgia del Rito romano antiquior è un’eccellente declinazione di proposta catechetica, per il contenuto e la forma.

Cari Amici, mi avvio alla conclusione, prima di rispondere alle eventuali domande che vorrete cortesemente propormi. In questa mia riflessione ho voluto denunciare la piaga dell’ignoranza religiosa. Il rimedio sta anche nella diffusione della Messa Vetus ordo. All’indomani del Concilio Vaticano II, un Vescovo coraggioso e, purtroppo inascoltato, asserì che l’abolizione della Messa di sempre trascinava con sé in una folle opera d’iconoclastia la rovina del catechismo, dell’ascesi, della morale. Dobbiamo pertanto essere molto grati al Papa emerito che, con un atto di lungimiranza profetica, ha promosso il ripristino della Messa Vetus ordo intuendo che, come la sua soppressione aveva avuto ripercussioni drammatiche su tutto l’edificio della fede, così il suo ristabilimento dignitosamente garantito dal Motu Proprio Summorum Pontificum e promosso da manipoli di fedeli e sacerdoti sempre più numerosi e motivati, porterà con sé frutti copiosi e gustosi per la ricostruzione del tessuto ecclesiale e per un autentico rinnovamento nella vita delle anime, che è la cosa che più ci deve interessare. Se la crisi della Chiesa è soprattutto una crisi liturgica, come ammoniva l’allora cardinal Ratzinger e come altri saggi e santi pastori ci hanno ricordato recentemente, è proprio dalla riforma della riforma liturgica che verrà la rinascita e sarà promosso l’autentico bene della Chiesa, ossia la gloria di Dio e la santificazione delle anime, «ad laudem et gloriam Nominis sui ad utilitatem quoque nostram totiusque Ecclesiae suae sanctae».

Testo della conferenza tenuta il 17 febbraio 2018 a Vicenza per iniziativa del Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

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A Vicenza vasta partecipazione alla conferenza di don Roberto Spataro sulla Messa tridentina


Conferenza di don Roberto Spataro sdb Vicenza 17 febbraio 2018

Il 17 febbraio 2018 don Roberto Spataro sdb ha tenuto a Vicenza l’annunciata conferenza dedicata alla Messa tridentina come catechismo dei nostri giorni, organizzata dal Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

Il relatore, infatti, ha sostenuto come oggi – a fronte del diffuso analfabetismo religioso – la Messa nell’antica forma corrobori la nuova evangelizzazione in quanto contribuisce alla carente istruzione dei fedeli: essa è il luogo dove la purezza della fede è integralmente conservata e misticamente trasformata in atto di lode e di supplica a Dio (il testo integrale è pubblicato in questo stesso sito qui).

Nonostante la contemporanea organizzazione di presentazioni di libri, un folto pubblico è intervenuto all’incontro e ha partecipato con grande interesse al successivo dibattito. Alcuni dei presenti hanno preso la parola nel corso del dibattito per lamentare la mancata celebrazione della Messa tridentina a Vicenza città, da molti sentita come una esigenza improrogabile.

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