Presentazione del numero speciale per i 50 anni del bollettino Una Voce Notiziario

Sabato 14 maggio 2022 alle 10:30 l’associazione Una Voce Italia organizza la presentazione del numero speciale del suo bollettino Una Voce Notiziario per il cinquantenario 1970-2019.

Una Voce Notiziario ha iniziato le pubblicazioni nel luglio 1970, è continuato senza interruzione fino ai giorni nostri.

Scopo del bollettino è sempre stato informare i soci di Una Voce Italia e tutti gli interessati della liturgia romana tradizionale, la Messa tridentina, della possibilità di parteciparvi e delle iniziative del movimento Una Voce per la sua salvaguardia e promozione.

Intervengono Fabio Marino, Filippo Delpino, Simone Di Tommaso.

Modera Riccardo Turrini Vita.

L’incontro si terrà in videoconferenza sulla piattaforma Meet al seguente link:
meet.google.com/asd-mhda-ybm

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Dalla riforma della settimana santa di Pio XII alla sovversione liturgica, l’intuizione di don Siro Cisilino

[Don Siro Cisilino] … , con spirito che oggi si direbbe «profetico», la sovversione egli l’aveva intuita da molto tempo. La quasi totalità dei tradizionalisti ha infatti preso coscienza della crisi della liturgia quando essa è scoppiata, cioè in Italia il 7 marzo 1965 e altrove pressappoco nello stesso periodo – ed è allora che incominciano a costituirsi i primi nuclei di resistenza e i movimenti in difesa della liturgia tradizionale -, ma don Siro il vento infido lo aveva fiutato da tempo, cioè dagli anni delle riforme di Pio XII, riforme limitate a pochi aspetti e a pochi, ma significativi, momenti, quali ad esempio il rito della Settimana Santa; riforme che potevano far presagire – e don Siro lo comprese subito – che si sarebbe aperto un varco all’ondata che nel giro di una quindicina d’anni avrebbe sommerso secoli di pietà, di devozione, di fede. Recentemente tutto ciò è stato messo in rilievo dalla pubblicistica tradizionalista e la cosa può avere stupito molti, ma non avrebbe certamente stupito don Cisilino. Don Siro infatti comprese immediatamente a cosa avrebbero portato le progressive novità: dalla sostituzione dell’antichissima festività dei santi Filippo e Giacomo con la sconcertante celebrazione di san Giuseppe artigiano il 1° maggio, alla riforma della settimana santa. Queste cose vanno ricordate non a titolo di aneddoto e curiosità, ma per far comprendere quanto profonda fosse la coerenza di questa splendida figura di sacerdote cattolico, scomparso il 4 marzo 1987.

Paolo Zolli

Cfr. Don Siro Cisilino (1903-1987) e la messa “tridentina” a Venezia, in «Una Voce Notiziario», 79-80, 1987, pp. 8 s. qui

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Klaus Gamber, «Actuosa participatio»

Nella Costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II si trova un’espressione che è diventata criterio ispiratore delle attuali riforme in campo liturgico: la «actuosa participatio», la partecipazione attiva dei fedeli all’azione liturgica (n. 50,1). Un evidente riferimento in tal senso si trova in 1 Pt. 2,9: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Iddio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce».

Che cosa i Padri conciliari abbiano inteso con «actuosa participatio» viene spiegato poco sopra dalla Costituzione medesima (n. 48): «Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, mediante una comprensione piena dei riti e delle preghiere partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente e attivamente; siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo l’ostia immacolata, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire sé stessi».

Tale esortazione era necessaria a fronte della prassi esistente nel rito latino, specialmente nei paesi latini: qui dal medioevo in poi i fedeli erano spesso solo muti spettatori del culto pubblico officiato dal clero (messa, liturgia delle ore) e potevano avere una partecipazione attiva esclusivamente nelle devozioni popolari, in primo luogo nella recita del rosario.

Ma oggi, specie in Germania e ancor più in Olanda e in Francia, si è caduti nell’eccesso opposto, in una troppo attiva partecipazione del «popolo di Dio» alla celebrazione della messa, nella quale taluni elementi che una volta sostenevano l’azione sacra, quale in primo luogo il coro, sono stati pressocché interamente eliminati.

In tale celebrazione stranamente fu preso come modello per l’«actuosa participatio» dei fedeli lo stile proprio delle vecchie funzioni extraliturgiche, ove il sacerdote comincia a recitare le preghiere, il popolo risponde e canta lodi sacre. E’ più o meno la stessa forma data negli anni trenta da Pius Parsch ai suoi uffici «liturgici popolari».

Oggi, dopo l’ntroduzione del nuovo rito, la situazione è particolarmente negativa nei paesi latini, ove il popolo non era abituato a prendere parte attiva alla liturgia, e di lodi sacre ve ne erano ben poche. Dato che solo di rado si hanno a disposizione lettori e cantoria, nel nuovo rito il celebrante deve assumersi anche i loro compiti. Così avviene che questi finisca per dire da solo quasi l’intero testo della messa, cioè le preghiere, le letture e i canti, e il più delle volte, per poter essere compreso nelle grandi chiese, lo fa al microfono, che si trova sia all’ambone sia all’altare.

Praticamente ci troviamo davanti a nient’altro che a una messa privata recitata ad alta voce e priva di ogni solennità, tanto più che i fedeli non partecipano alle risposte. Anche in Germania, in alcune comunità rurali, la situazione spesso non è molto migliore.

A questo punto è bene dedicare qualche parola agli impianti di amplificazione installati nelle chiese. Le orecchie dell’uomo moderno sono «inondate» quasi tutto il giorno di suoni, diffusi da qualche amplificatore. Provengono dalla radio, dalla televisione, dagli altoparlanti che sono nelle fabbriche, nei grandi magazzini, nelle stazioni, nelle manifestazioni di piazza.

Ora in chiesa l’amplificazione può anche servire, ma il suo impiego permanente in certo qual modo contribuisce alla massificazione dell’uomo. La parola pronunziata direttamente è comunque più naturale e quindi più efficace. Pertanto i microfoni dovrebbero essere adoperati solo quando è strettamente necessario. La vecchia «missa cantata» e i pulpiti, oggi non più in uso, nella maggior parte dei casi rendevano l’amplificazione non necessaria.

«Attori» della liturgia, come si è detto sopra, non sono solo il sacerdote e il popolo, ma anche il lettore, il coro (la schola), e possibilmente anche il diacono. Di ciò ci si renderà conto gettando uno sguardo a quanto avviene nella Chiesa orientale, ove tante cose risalenti alle origini cristiane si sono mantenute più fedelmente che non in occidente.

In essa, a partire dal IV secolo, è appunto il diacono a spingere il popolo all’«actuosa participatio» attraverso la recita di litanie e frequenti inviti alla preghiera.

E’ un errore sostenere che solennità e «actuosa participatio» si escludano a vicenda. Oggi chi frequenta il culto entra in chiesa provenendo dalla monotonia del quotidiano e porta con sé l’esigenza della solennità. Egli vuol fare l’esperienza del «numinosum», però desidera anche partecipare attivamente alla liturgia, e non solo «ascoltare la messa con devozione». Bisogna trovare il giusto mezzo tra la passività del passato e la partecipazione spesse volte eccessiva di oggi.

La solennità non è neppure necessariamente nemica della naturalezza. Al sud si possono vedere i piccoli andare in chiesa con i palloncini. Nessuno se ne scandalizza. Noi nordici nella casa di Dio siamo troppo rigidi. Dalle feste profane nei paesi mediterranei si può imparare come festeggia una comunità.

Nella liturgia dovrebbe esservi qualcosa dello splendore di una festa nuziale, lo splendore di una naturale solennità. Senza di questo l’«actuosa participatio» diviene un rigido regolamento. E niente falso pathos, che potrebbe allignare in una liturgia completamente recitata.

La Chiesa d’oriente non ha conosciuto né il gotico, con la sua accentuazione eccessiva della spiritualità privata nei confronti di quella comunitaria, né il barocco con il suo esagerato fasto. Per questa ragione in oriente non è mai esistita la messa privata, o comunque una funzione liturgica senza canto. Daltronde non esiste neppure la messa per orchestra come in occidente. Meno felice peraltro è il fatto che in oriente si fosse dato tanto rilievo al «tremendum mysterium», al punto da far andare quasi perduta in alcuni riti l’«actuosa participatio» del popolo.

Questo non vale però per i paesi slavi con la loro naturale religiosità popolare. Qui i fedeli, almeno nelle chiese dei villaggi, partecipavano ai canti più semplici (a più voci) del coro e dei cantori. In questi luoghi l’«actuosa participatio» è vieppiù favorita dal fatto che preghiere, letture e canti vi vengono eseguiti in una lingua che, pur essendo una lingua sacra, è ampiamente compresa anche dal popolo.

Nella Chiesa orientale il singolo fedele che frequenta la liturgia è libero di partecipare a suo modo all’azione sacra che viene compiuta in primo luogo dal clero. Nessuno si scandalizza se qualcuno entra in chiesa durante la celebrazione e accende candele davanti all’iconostasi o si prostra in umile preghiera davanti alle icone.

Una tale libertà, di cui proprio l’uomo moderno ha bisogno, nella liturgia latina non è quasi più garantita per effetto dell’eccessiva importanza data nel momento attuale all’«actuosa participatio». Quest’ultima pertanto viene non di rado rifiutata da molti fedeli, in quanto viene vista come mera esteriorità e come una forma di partecipazione eccessiva: essi si sentono completamente «alla mercé» del modo di impostare e di regolamentare la funzione da parte del celebrante di turno.

Un tempo la liturgia veniva celebrata in tutta la Chiesa secondo riti fissi e tradizionali, in cui una dignitosa esecuzione dava una certa garanzia di una celebrazione liturgicamente perfetta.

Ora in occidente l’eccessiva importanza attribuita all’«actuosa participatio» ha portato a cercare sempre nuove strade per ottenere questa partecipazione attiva dei fedeli. Appaiono necessari continui esperimenti per il semplice fatto che le innovazioni, che al principio fanno una certa impressione ai fedeli, come l’esperienza dimostra ben presto perdono di efficacia.

La stabilità appartiene alla natura del rito. Un rito non si forma spontaneamente, ma subisce uno sviluppo e solo alla fine, al pari di un buon vino, si «chiarifica». Soltanto così esso può soddisfare tutti coloro che vi partecipano, dall’accademico alla semplice vecchietta. Nella liturgia moderna si fa valere per lo più un solo tipo di gusto, quello del celebrante di turno.

Come si è mostrato, un rito non si può puramente e semplicemente creare. Esso si sviluppa lentamente nel corso dei secoli, durante in quali tiene conto delle rispettive circostanze. Ma neppure deve irrigidirsi nel rubricismo, come è avvenuto in occidente dopo il Concilio di Trento.

Sarebbe interessante dedicare uno studio specifico all’adattamento del rito alle circostanze del tempo, come pure alle ragioni del suo irrigidimento. Comunque oggi dobbiamo chiederci perché si è pervenuti a questo o quello sviluppo, e innanzi tutto alla forte accentuazione dell’elemento culturale, o ancora perché determinate forme di culto liturgico siano venute meno nel corso del tempo.

Talvolta ciò si è verificato contemporaneamente nella Chiesa d’occidente e in quella d’oriente, come per esempio l’abolizione della comunione nella mano.

Altrimenti corriamo il pericolo di non imparare nulla dalla storia. E vi è pure il pericolo che l’«actuosa participatio» non si dimostri così benefica come potrebbe essere presa in sé e per sé. In tutti i nuovi tentativi non si deve dimenticare questa sola cosa: culto è innanzi tutto servizio davanti a Dio, dunque azione sacra riferita a Lui.

La «actuosa participatio» non può essere una panacea per la pastorale. E’ perlomeno altrettanto importante una buona istruzione dei fedeli nella predicazione e nella catechesi.

Tuttavia essa, se rettamente intesa, potrebbe apportare grandi vantaggi pastorali e non da ultimo contribuire a emancipare i cristiani moderni.

Nota
Da «INSTAURARE» n° 1/93. Pubblichiamo in traduzione italiana, a cura di Fabio Marino, l’articolo dal titolo «Actuosa participatio» di Mons. Klaus Gamber, uscito originariamente nel 1971 e di recente riapparso nel volume Fragen in die Zeit. Kirche und Liturgie nach dem Vatikanum II (Regensburg 1989, 111-115). In questo volume l’A., appena prima della sua morte, avvenuta nel 1989, aveva raccolto profondamente rielaborati una serie di scritti sulla riforma liturgica e i suoi problemi. La partecipazione attiva dei fedeli viene spesso addotta come fondamento di innovazioni liturgiche tra le più spinte, tra cui per esempio l’altare obbligatoriamente rivolto verso il popolo. Gamber chiarisce qui il senso e l’ambito della «actuosa participatio» intesa dal Concilio, riportandolo nei limiti, accettabili, dati come sempre dalla tradizione, dalla prassi ecclesiastica fin dai tempi più antichi, dalle esigenze teologiche e dalle ragioni pastorali.

Cfr. «Notizie», 189, 1993, pp. 1-3.

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Amato Pietro Frutaz, Messale

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Dal latino ecclesiastico Missa, onde Missale o Liber Missalis, è il libro liturgico che contiene le formole eucologiche (letture, canti, orazioni) e le prescrizioni rituali per la celebrazione della S. Messa.

I. Origine. – La celebrazione della S. Messa nella antichità e nel medioevo era un atto essenzialmente corale, cui prendevano parte attiva ministri e cantori, ai quali erano riservati libri speciali (Sacramentario, Evangeliario, Epistolario, Graduale o Antifonario v. libri liturgici). Se le chiese cattedrali o abbaziali potevano vantare di possedere la serie completa di tali libri, non altrettanto potevano fare le chiese minori o di campagna, spesso male dotate e scarsamente officiate, e i missionari che dovevano portar seco quanto era necessario per la celebrazione, in forma ridotta, dei divini Misteri. Si venne così, per motivi economici e pratici, alla creazione del M. in cui vennero raccolte tutte di seguito le formole eucologiche occorrenti per la celebrazione della Messa.

Antesignani del M. furono i libelli Missarum contenenti il formulario parziale (orazioni e Prefazi) o completo (orazioni, letture, Prefazi, Canone) di poche Messe, preferibilmente votive o del «Commune». Tali sono, oltre la raccolta contenuta nel Sacramentario Leoniano, le cosiddette Messe gallicane di Mone, sec. vii (PL 138, 863-882); il M. irlandese di Stowe, sec. vii-ix (ed. G. F. Warner, Londra 1906, 1915); il Liber Sacramentorum di Alcuino (PL 101, 445-66; cf. le sue lettere 51 e 142

 

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[«misi chartulam missalem»]: ibid. 100, 215-16. 385) e le Messe del palinsesto di Monaco (cod. Lat. 6333, fine sec. viii, ed. A. Dold, Beuron 193o). Libretti di questo genere continuarono ad essere in uso per tutto il medioevo (cf. i cosiddetti M. di Worms e di St-Aubin con poche Messe, sec. x : Leroquais [v. bibl.], I, pp. 62-63, 74) sino ai secc. xv-xvi, epoca in cui vennero sostituiti dai M. portabili a stampa chiamati Missale itinerantium, Missale vade mecum o veni mecum, contenenti una scelta di Messe e il Canone (cf. W. Weale-H. Bohatta [v. bibl.], pp. 82-85; M. Besson [v. bibl.], I, pp. 319-32). Talvolta questi libretti furono congiunti con altri testi di utilità pratica per sacerdoti in cura d’anime, come nel tipico caso del cod. 10.127-44 della Biblioteca reale di Bruxelles, sec. viii (cf. P. de Puniet, Un abrégé ancien du Missel rom., in La vie et les arts lit., 7 [1920-21], pp. 534-42).

I primi saggi rudimentali ed imperfetti di M. propriamente detti risalgono ai secc. vii-x inoltrato con i frammenti palinsesti di Montecassino, cod. 271, fine sec. vii (ed. A. Dold, Beuron 1943); il M. di Bobbio, sec. viii (ed. E. A. Lowe, Londra 1917, 192o), adoperato probabilmente da un missionario; il caratteristico M. copiato a S. Cristina di Olona, ca. l’85o, emigrato poi nel monastero di Wessobrunn, con canti e letture inseriti nel testo delle Messe (cf. A. Dold, Geschichte eines karolingischen Plenarmissales, in Archivalische Zeitschrift, 46 [1950], pp. 40; si tratta di fogli frammentari); il Sacramentario Bergomense, sec. x (ed. P. Cagin, Solesmes 1900) primo saggio, nonostante il titolo, di M. ambrosiano; il Liber Ordinum, sec. x-xi (ed. M. Férotin, Parigi 1904) rituale, pontificale e M. mozarabico.

Per il periodo delle origini, dal sec. vii-viii fino a quasi tutto il sec. xi, la fusione dei singoli libri nel M. fu tutt’altro che omogenea, procedendo i compilatori con somma libertà e con criteri affatto personali, quasi sempre intenti a trar profitto dei Sacramentari già esistenti, che trasformarono nei modi più vari: il Sacramentario venne, p. es., legato

 

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assieme a un Graduale e un Lezionario (cf. Ebner [v. bibl.], p, 361 ; Leroquais [v. bibl.], I, pp. 64-69), oppure venne munito di un supplemento per le letture o per l’antiphonale Missarum (se ne ha un classico esempio nel cod. 1519 della Biblioteca universitaria di Bologna, sec. xii; Ebner [v. bibl.], pp. 12, 363). In altri casi sui margini o negli spazi liberi, ottenuti raschiando le parti inutili, furono trascritte le formole per completare determinate Messe (cf., p. es., Leroquais [v. bibl.], I, p. .41). L’antiphonale Missarum, con o senza neumi, spesso indicato con le sole prime parole dei singoli canti, è più frequentemente riprodotto nel corpo del Sacramentario, talvolta all’inizio di esso o delle singole Messe oppure sui margini (cf. Ebner [v. bibl.], p. 362; Leroquais [v. bibl.], I, p. xii). Le Epistole e i Vangeli, a volte pure indicati con i semplici incipit, cominciarono a figurare di preferenza nelle Messe votive o in quelle del «Commune», poi in quelle del «Temporale» e del «Santorale» (cf. Ebner [v. bibl.], pp. 362-63; Leroquais [v. bibl.], I, pp. xii-xiii). Tra i testi pubblicati si hanno caratteristici casi di Sacramentari adattati a M.: nel Vetus Missale Romanum monasticum Lateranense (ed. E. de Azevedo, Roma 1752), in uso presso il monastero dei SS. Sergio e Bacco ca. la fine del sec. xi (la prima parte recensisce le orazioni, i Prefazi e i Vangeli, la seconda, meno antica, le Epistole e l’antiphonale Missarum); nel M. di Canterbury (ed. M. Rule, Cambridge 1896), copiato ca. il 1095; nel M. di Leofrico (ed. F. E. Warren, Oxford 1883, trascritto tra il 1050 e il 1072, ecc. Il crescente uso da parte dei celebranti di recitare anche nelle Messe solenni le parti cantate dai ministri o dal coro (consuetudine in atto alla fine del sec. xi e nel sec. xii, cosa normale ca. la metà del sec. xiii), e la graduale eliminazione dei vecchi codici adattati alla meglio, come si è detto sopra, determinarono gli amanuensi a trascrivere per intero e per ordine i formulari delle singole Messe. Si ebbe allora tra la fine del sec. x e l’xi sec. il vero Missale plenarium o completum che nel sec. xii prenderà definitivamente il sopravvento sul Sacramentario, destinato a scomparire.

 

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Il sustrato dei primi M. plenari, ad eccezione dei M. ambrosiano e mozarabico, è costituito dal Sacramentario franco del sec. ix, amalgama di elementi gregoriani (in prevalenza), gelasiani e gallicani o franchi, che nel sec. xi era diffuso in tutta l’Europa non esclusa Roma (v.: carlomagno, X, riforma della liturgia; sacramentario). Su questo ceppo romano s’innestarono poi in misura varia, nel corso dei secc. elementi di carattere locale, specie nell’Ordinarium Missae, che determinarono la formazione di innumerevoli riti diocesani o monastici, con rispettivi M. plenari come i riti di Colonia, Sarum o Salisbury, Parigi, Aquileia, dei Premostratensi, Cistercensi, Domenicani, Certosini, Carmelitani per ricordare soltanto i più noti.

Pur avendo un contenuto proprio, i M. ambrosiano e mozarabico ebbero origine e sviluppo parallelo ai M. sopraddetti sino alle rispettive edizioni principes del 1475 (23 marzo per i tipi di A. Zarotte, senza titolo, Milano) e dei 15oo (Toledo, Missale mixtum [cioè plenario] secundum regulam b. Isidori dictum mozarabes).

II. Il M. della Curia. – Fra i molti M. plenari in uso nei secc. xii-xiii, quello della Curia o della Cappella papale era destinato a diventare universale. Le continue peregrinazioni della corte pontificia non solo in Italia, ma anche all’estero, costrinsero i «clerici capellae» o ad abbreviare e modificare i solenni riti papali che si svolgevano nelle basiliche romane e principalmente nella Lateranense. Da tali abbreviazioni e modifiche nacque per l’ufficiatura il Breviarium Curiae (v. breviario) e, per la Messa, il Missale Curiae, che ha molte affinità con il già ricordato Vetus Missale Romanum edito dall’Azevedo. Il tipo di questo M. si è definitivamente fissato all’epoca e per interessamento d’Innocenzo III (1198-1216). Certo è che prima del 1223 esso era completo, poiché in quell’anno s. Francesco d’Assisi ordinava ai suoi figli di conformarvisi (cf. Regola, cap. 3). Il M. della Curia del sec. xiii è noto dal cod. 100 della Biblioteca di Avignone (copiato tra il 1276 e 1288) e il cod. Ottoboniano 356

 

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della Biblioteca Vaticana (copiato tra il 1288 e il 1292), come ha egregiamente provato M. Andrieu (Le Missel de la Chapelle papale à la fin du XIIIe siècle, in Miscell. F. Ehrle [Studi e testi, 38], Roma 1924, pp. 348-76); altro testimonio di questo tipo di M. si ha nel cosiddetto «Breviario» di S. Chiara che contiene dal fol. 192r al 2o4v Messe del «Commune» e votive (cf. A. Cholat, Le Bréviaire de Ste Claire, Parigi 1904, P. 45). I due codici citati contengono soltanto le parti riservate al celebrante (orazioni, Prefazi e Canone) con numerose rubriche che riproducono l’Ordinarium della Cappella papale in conformità con  le innovazioni liturgiche di Innocenzo III (cf. M. Andrieu, Le Pontificai romain au moyen âge, II [Studi e testi, 87], Città del Vaticano 1940, pp. 4-5, 205, 309-308, 319-20), che venne poi modificato quando la Curia soggiornò a Avignone (cf. Ordo XIV del card. Giacomo Gaetani Stefaneschi).

I Francescani adottando questo M. l’adattarono alle esigenze del loro apostolato e della loro vita liturgica e gli dettero il seguente titolo: Ordo Missalis Fratrum Minorum secundum consuetudinem et usum Romanae Curiae, oppure Romanae Ecclesiae. Gregario IX pensò di estendere a tutta la Chiesa il M. così riformato, ma nulla fece al riguardo; Niccolò III nel 1277 ne ordinò invece l’accettazione a tutte le chiese dell’Urbe (cf. A. Le Carou, Le Bréviaire romain et les Frères Mineurs au XIIIe siècle, Parigi 1928, p. 213). Solo tre secoli più tardi, dopo i necessari emendamenti e aggiornamenti, s. Pio V riuscirà a farlo accettare da quasi tutte le Chiese di rito latino. Il M. della Curia, così riformato e patrocinato dal fiorente Ordine francescano e da altri religiosi, come gli Agostiniani e i Serviti, ebbe presto una larghissima diffusione in tutta l’Europa, ma ormai il suo contenuto, come quello degli altri tipi di M. plenari, essendo fissato, ad eccezione di qualche elemento locale, non ha più grande interesse per il liturgista: ai M. manoscritti dei secc. xiv-xv si rivolgono di preferenza gli studiosi d’arte, ché la

 

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loro presentazione esterna (scrittura, decorazione, legatura) raggiunge in tutti i paesi l’apice della perfezione Il M. della Curia fu tra i primi M. dati alle stampe, ove si eccettuino il Missale speciale di Costanza e il Missale abbreviatum (v. ill. supra) stampati dal Gutenberg ca. 1457 (cf. E. Misset, Un missel special de Constance, oeuvre de Gutenberg avant 1450, étude liturgique et critique, Parigi 1899, estratto dal Bibliographe moderne, 1899, n. 4; A.- Ruppel, Y. Gutenberg, sein Leben u. sein Werk, 2ª ed., Berlino, 1947, pp. 156-62). Infatti l’editio princeps fu pubblicata a Milano il 6 dic. 1474 per i tipi di Antonio Zarotte, parmense, con il titolo: Incipit Ordo Missalis secundum consuetudinem Romane Curie (riprodotta secondo l’unica copia esistente all’Ambrosiana nel vol. XVII della H. Bradshaw Society a cura di R. Lippe, Missale Romanum Mediolani, 1474, I, Londra 1899). Il contenuto è così disposto: calendario; Ordo ad faciendam aquam benedictam; Proprium de tempore; dopo il Sabato Santo segue l’Ordinarium Missae con Prefazi e Canone; Proprium sanctorum; Commune Sanctorum, Messe votive e orazioni varie; Messe per i defunti, benedizioni varie. Le rubriche sono inserite nel testo.

Le edizioni del M. della Curia si susseguirono rapidamente, come si rileva dal Weale-Bohatta ([v. bibl.], pp. 148-99), ma per mancanza di un organo centrale che ne vigilasse la genuina riproduzione, gli editori introdussero molteplici varianti, di cui alcune sostanziali, e aggiornamenti vari come si può rilevare dal confronto fatto su 15 edizioni da R. Lippe (op. cit., II, Londra 1907).

III. Il M. romano di s. Pio V. – Agli albori della riforma protestante l’anarchia nel campo dell’eucologia eucaristica latina toccava il suo acme e la stampa, anziché favorire il trionfo di un determinato tipo di M., peggiorò la situazione. Il catalogo dei M. pubblicati nelle varie diocesi prima del Concilio di Trento, redatto da Weale e Bohatta, è quanto mai istruttivo a questo riguardo. C’è di più: nei M. manoscritti o a stampa rimanevano traccie di feste popolari come quelle dei pazzi e degli asini, autentiche carnevalate. Tutto questo dava esca ai novatori per far cadere il discredito sul culto e sui libri liturgici. Una riforma s’imponeva ed era richiesta da molti; ad essa provvide in parte il Concilio di Trento nella sess. XXV, 4 dic. 1563. Però la commissione nominata dal Concilio non approdò a nulla perché i criteri dei vari membri erano troppo discordi : gli uni volevano un’assoluta uniformità eucologica per tutta la Chiesa, mentre altri sostenevano con vivacità i diritti dei riti diocesani. Siccome il Concilio volgeva al termine, fu deciso di rimettere ogni cosa al Romano Pontefice. Pio IV, che già si era interessato alla questione, ricevuti gli atti della commissione sul finire del 1563, ne chiamò a Roma ì membri e volle che altri studiosi ne facessero parte. Si cominciò con il Breviario che fu pubblicato da S. Pio V nel 1568 (v. breviario), poi si passò al M. La commissione scelta da s. Pio V non creò un nuovo M. ma ritoccò e aggiornò il M. della Curia, più volte ristampato dopo il 1474. In genere le parti essenziali del M. di s. Pio V differiscono poco da quelle dell’ed. del 1474, anzi talvolta ci sono le identiche varianti nei testi scritturali, come nell’Epistola della feria VI post Pascha.

Le parti più ritoccate sono: 1) le rubriche mutuate, in parte dall’Ordo Missae di Giovanni Burcardo, cerimoniere pontificio (cf. ed. di J. Wickam Legg, in Tracts on the Mass [H. Bradshaw Society, XXVII], Londra 1904, pp. 528-74; in nota [pp. 249-511] sono indicate le parti inserite nel M. di s. Pio V), pubblicato a Roma nel 15o2, ma già riprodotto nel M. romano stampato a Venezia nel 1501; 2) il «Santorale» concordato per i santi che vi dovevano figurare e per il rito della loro festa con quello del Breviario. Il M. così riveduto fu presentato a tutte le Chiese di rito latino, con il breve Quo primum del 14 luglio 1570, come l’autentico M. romano. Nello spazio di sei mesi tutte le Chiese che non avrebbero potuto provare che le loro consuetudini nella celebrazione della Messa erano state approvate sin dal loro nascere dalla Sede Apostolica, o che almeno erano rimaste immutate negli ultimi 200 anni, vi si dovevano conformare. La maggior parte dei M. diocesani dovette in tal modo scomparire, solo rimasero in vigore quelli dei più antichi riti occidentali,

 

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come quelli di Milano, Lione, Toledo, Braga, dei Certosini, Domenicani ecc.

IV. Il M. romano dopo la riforma di s. Pio V. – Il M. di s. Pio V fu accolto generalmente con entusiasmo ed alcune diocesi che avrebbero potuto usufruire dell’eccezione prevista, come Aquileia, rinunciarono alla loro liturgia. Altre invece, pur accettando il nuovo M., conservarono parte delle loro antiche consuetudini: si ebbero così i Propri diocesani e i M. ad Romani formam o iuxta mentem Tridentini. Pio V aveva comminato pene severissime contro i futuri manipolatori del testo del M., gli editori però non si preoccuparono molto di tali sanzioni e sin dalla seconda edizione romana del 1570 vi si riscontra una correzione (inizio del Vangelo della feria III dopo la terza domenica di Quaresima: cf. Zaccaria [v. I, p. 45). Però lo scandalo più grave fu dato dagli editori di Venezia (fratelli Giunta: Zaccaria [v. bibl.], I, pp. 54-56; Weale-Bohatta [v. bibl.], p. 214), i quali nel 1596 pubblicarono un M. romano tanto ritoccato da essere posto all’Indice dei libri proibiti con decreto del 1° febbr. 16o1. Le correzioni riguardavano principalmente l’antiphonale Missarum il cui testo proveniva dalla versione latina pregeronimiana, detta Itala. Ora gli editori di Venezia si credettero autorizzati: 1) a sostituire tale venerando testo con quello della Volgata, testé pubblicato, e 2) a ritoccare pure il testo e gli inizi delle Epistole e dei Vangeli. Papa Clemente VIII intervenendo nominò a tale effetto una commissione, in cui figurano le più eminenti personalità scientifiche dell’epoca, come s. Roberto Bellarmino, Baronio e Gavanto, che ritoccò qua e là il testo di s. Pio V, specie nelle rubriche e nei testi scritturali delle letture discrepanti dalla Volgata. Clemente VIII promulgò la nuova ed. tipica del M. con il breve Cum Sanctissimum, del 7 luglio 16o4, aggravando le pene contro coloro che la ristampassero o la mettessero in vendita senza le debite licenze e garanzie di autenticità. Urbano VIII, dopo aver pubblicato una nuova edizione tipica del Breviario, si vide costretto a dare anche una nuova edizione del M. per concordare i due libri liturgici. La commissione, nominata all’uopo, ritoccò ancora le rubriche e rivide nuovamente i testi biblici delle letture per concordarli in tutto con la Volgata. Urbano VIII promulgò la nuova edizione del M. con il breve Si quid est, del 2 sett. 1634, comminando le solite pene canoniche contro i futuri contravventori. Principali contravventori furono questa volta diversi vescovi francesi inficiati di giansenismo e gallicanismo. Dalla fine del sec. xvii e nel sec. xviii ci fu principalmente in Francia una frenesia per comporre nuovi M. (i M. neo gallicani) e nuovi Breviari: si tolsero i passi non scritturali; si mutarono rubriche; si aumentarono Prefazi e Sequenze, notissimo il Prefazio per la festa di Ognissanti composto dal giansenista L.-F. Boursier (cf. P. Gué-ranger, Institutions liturgiques, II, 2ª ed., Parigi 188o, p. 33o). In Italia, il Sinodo di Pistoia (VI sess., 27 sett. 1786) si occupò della riforma del M., ma secondo lo spirito che aleggiava oltr’Alpe (cf. Atti e decreti del Concilio diocesano di Pistoia, Firenze 1786, p. 205).

Questi M. si diffusero in Francia e nelle regioni vicine per oltre un secolo; scomparvero solo in seguito alla campagna per ristabilire la liturgia romana, iniziata e sostenuta da mons. Pierre-Louis Parisis, vescovo di Langres (lettera pastorale, 15 ott. 1839) e dall’abate d. Guéranger. Questo ritorno al M. romano nelle diocesi d’oltr’Alpe, comprese quelle di Colonia, Münster e Treviri, porse il destro a Leone XIII per pubblicare una nuova edizione tipica del M. che tenesse conto di tutte le variazioni posteriori a Urbano VIII. L’edizione fu pubblicata a Ratisbona (Pustet) nel 1884. L’ultima revisione tipica del M. è dovuta al b. Pio X il quale volle riportare il Breviario e il M. ad una maggior purezza di linee (cf. la bolla Divino afflatu del 1° nov. 1911). Le norme generali per la revisione del M. e del Breviario, in attesa di una vera riforma, furono fissate dal Pontefice nel motu proprio Abhinc duos annos del 23 ott. 1913 e alla Commissione incaricata del lavoro fu ingiunto 1) di non portare altre innovazioni oltre quelle richieste dalle variazioni già introdotte nella nuova edizione tipica dei Breviario (1914) e dai decreti della S. Congregazione

 

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dei Riti; 2) di ritoccare le rubriche e non la sostanza del M. Difatti il testo del M. non fu toccato, ad eccezione di poche correzioni o aggiunte di secondaria importanza (ad es., i Prefazi di s. Giuseppe e dei defunti, prescritti il 9 apr. 1919: AAS, 11 [1919], pp. 190-91). Le rubriche furono rivedute ma non si ebbe il coraggio di rifonderle, ragione per cui le rubricae generales Missalis rimasero quelle dell’ed. tipica di Leone XIII del 1900, alle quali fanno seguito, come nel Breviario, le Additiones et variationes in rubricis Missalis ad normam bullae «Divino affiatu» et S. R. C. subsequentium decretorum. Furono ridotte le Messe votive e aggiunti i formulari delle tre Messe dei defunti per il 2 nov., concesse da Benedetto XV con il breve Incruentum Altaris sacrificium, del 10 ag. 1915 (AAS, 7 [1915], pp. 401-404). L’ed. tipica delle Messe dei defunti fu pubblicata a parte nel 1919 con il titolo Missae defunctorum ex Missali Romano desumptae. Anche il calendario fu concordato, per contenuto e rito, con quello del Breviario. L’edizione fu promulgata e dichiarata tipica da Benedetto XV con decreto della S. Congregazione dei Riti del 25 luglio 1920 (cf. L. Barin, Il M. romano riformato da Pio X e promulgato da Benedetto XV. Commento e note illustrative alle modificazioni introdotte dalla ed. tipica MCMXX, Rovigo 192o).

V. Il contenuto – 1) Documenti pontifici. Il decreto della S. Congregazione dei Riti (25 luglio 1920); i brevi già ricordati di s. Pio V, di Clemente VIII, di Urbano VIII, la bolla Divino afflatu di Pio X. 2) Il trattatello De anno et eius partibus, elementi essenziali del computo ecclesiastico con tabelle pasquali e temporarie delle feste mobili. I primi paragrafi sono stati aggiunti da Urbano VIII. 3) Il Calendario corrisponde ora esattamente al Santorale mentre nei M. manoscritti e nelle ed. anteriori a Pio V, non sempre corrispondeva. E’ uno degli elementi più antichi del M., e spessissimo serve a identificare l’origine e a determinare la data dei M. manoscritti, a seconda dei santi locali e di altre notizie che vi figurano

 

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(cf. Leroquais [v. I, pp. xvii-xix). 4) Le Rubricae generales Missalis compilate sulla base dell’Ordo Missae di Burcardo dalla commissione di s. Pio V e concordate con quelle del Breviario pubblicato nel 1568, rivedute da Clemente VIII, Urbano VIII e Leone XIII (v. rubrica). Seguono le Additiones et variationes di Pio X. 5) Il Ritus servandus in celebratione Missae, desunto dal Burcardo e il De defectibus in celebratione Missarum occurrentibus, compilazione già inserita nel M. edito a Venezia nel 1557 (cf. B. Gavanto, Thesaurus Sacrorum Rituum, ed. di G. M. Merati, I, Venezia 1769, p. 2o1). 6) La Praeparatio ad Missam, le Orationes dicendae cum sacerdos induitur sacerdotalibus paramentis e la Gratiarurn actio post Missam. Nel M. di s. Pio V c’erano soltanto i salmi con i versetti e gli oremus consueti, le altre preghiere furono inserite dopo. 7) L’Ordo incensationis con le illustrazioni competenti. 8) Il Proprium de Tempore (v. temporale) che incomincia con la prima domenica di Avvento. Tra il Sabato Santo e la domenica di Risurrezione figura l’Ordinarium Missae con i Prefazi e il Canone. 9) Il Proprium de Sanctis (v. santorale) che incomincia con il 28 nov.; nei M. manoscritti contiene spesso preziosi elementi per determinarne l’origine. 10) Il Commune sanctorum, incomincia con la vigilia di un Apostolo e termina con le Messe della Vergine. 11) Missae votivae, assai più numerose nei M. manoscritti. 12) Orationes diversae. 13) L’Ordo ad faciendam aquam benedictam, che nella editio princeps del 1474 figura all’inizio del M. 14) Le Benedictiones diversae. 15) Il Proprium sanctorum pro aliquibus locis ubi ex indulto S. Sedis concessum est. 16) Proprium diocesanum.

Bibl.: 1) Descrizioni di M. manoscritti: si tiene conto soltanto delle raccolte generali: L. Delisle, Mémoire sur d’anciens Sacramentaires, Parigi 1886 (descrive vari M.); A. Ebner, Quellen u. Forsch. zur Geschichte u. Kunstgesch. des Missale Rom. im Mittelalter. Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896; H. Ehrensberger, Libri liturgici Bibliot. Vatic., ivi 1897; J. Köck, Handschriftl. Missalien in Steiermark, Graz 1916; Toivo Hapanen, Verzeichnis mittelalterl. Handschriftenfragmente in der Universitätsbiblioth. zu Helsingfors, I, Missalia, Helsingfors 1922 (catalogo di 369 frammenti di M. quasi tutti finlandesi dall’xi al xv sec.; resti della vandalica distruzione dei riformatori); G. Lindberg, Die schwedischen Missalien des Mittelalt., I, Berlino 1924; V. Leroquais, Les sacramentaires et missels mss. des bibliot. publ. de France, 4 voll., di cui uno di tavv., Parigi 1924 (cf. A. Wilmart, Les anciens missels de la France, in Ephem. liturg., 46 [1932], pp. 235-67): P. Radó, Libri liturgici manuscripti bibliothecarum Hungariae, Budapest 1047 (M. dal sec. xi); id., Mittelalterl. liturg. Handschr. deutscher, italien. u. französ. Herkunft in den Bibliotheken  Südosteuropas, in Miscell. liturg. in hon. L. C. Mohlberg, II, Roma 1949, pp. 349-92. Tra le collezioni nelle quali sono riprodotti antichi M., si devono segnalare quelle della Surtees Society, della Henry Bradshaw Society, dei Texte und Arbeiten di Beuron (per i testi palinsesti). 2) Per i M. stampati : F. A. Zaccaria, Bibliotheca ritualis, I, Roma 1776, pp. 49-76, cf. in specie 52-55; W. H. J. Weale – H. Bohatta, Bibliographia liturgica. Catal. Missalium ritus lat. ab a. MCCCCLXXIV impressorum, Londra 1928 (con ricca bibl. a pp. xvi-xxxii; non tutte le notizie sono però attendibili); M. Besson, L’Eglise et l’imprimerie dans les anciens diocèses de Lausanne et de Genève jusqu’en 1525, I, Ginevra 1937, pp. 193-332 (rettifica il Weale-Bohatta). 3) Letteratura: mancando ancora una storia completa del M., si ricordano, oltre i capitoli di sintesi sull’origine del M. dell’Ebner, pp. 359-454, e l’introduzione del Leroquais, I, pp. xii-xvii, i seguenti saggi: J. Baudot, Le Missel plénier, 2 voll., Parigi 1912; D. Buenner, La formation du Missel rom., in La vie et les arts liturg., nov. 1919, apr. e luglio 1920 (cf. La Scuola cattolica, 22 [1922], pp. 201-15, 360-73); L. Barin, Storia del M. rom. dalle più remote sue origini alla ed. tipica MCMXX, Rovigo 192o; E. Bishop-A. Wilmart, Le génie du rit romain, Parigi [1921]; H. Grisar, Das Missale in Lichte der röm. Stadtgesch., Friburgo in Br. 1925; Bohatta, Liturgische Drucke und liturgische Drucker, Ratisbona [1926]; P. Batiffol, Leçons sur la Messe, Parigi 1927, pp. 1-10; J. B. Ferreres, Hist. de Misal rom., Barcellona 1929 (la parte migliore dell’opera è la descrizione di M. manoscr., esistenti in alcune biblioteche spagnole, pp. xviii-cxix); F. Cabrol, Les livres de la liturgie lat., Parigi 1930; id., Missel e Missel rom., in DACL, XI, 11 (1934), coll. 1431-68, 1468-94; A. Baumstark, Missale Rom., Eindhoven-Nimega 1930; R.-J. Hesbert, Antiphonale Missarum sextuplex, Bruxelles 1935; Ph. Oppenheim, Instit. systematico-histor. in sacram liturgiam, IV, Torino 1940, pp. 55-62 e passim (cf. indice s. v.); E. Bourque, Etude sur les Sacramentaires romains, Città del Vaticano 1948; P. Bruylants, Les oraisons du Missel Romain. Texte et histoire, 2 voll., Abbaye de Mont-César-Louvain 1952 (importante lavoro sulla genesi

 

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e l’evoluzione dell’eucologia romana). Per le rubriche cf. F. X. Hecht, Rubricae generales Missalis, Roma 1940 (Pro manuscripto: è in preparazione una nuova ed.). V. ambrosiana, liturgia; mozarabica, liturgia; sacramentario.

 

Cfr. A. P. Frutaz, voce Messale, in Enciclopedia Cattolica, VIII, Città del Vaticano,  Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952, coll. 831-839.

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Roma, Messa solenne di requie in rito tridentino in suffragio del card. Luigi de Magistris

Il 23 febbraio 2022 alla chiesa dei SS. Celso e Giuliano a Roma, tenuta dall’Istituto di Cristo Sommo Sacerdote, con la partecipazione di Una Voce Italia, è stata cantata dal rev.mo mons. Marco Agostini una Messa solenne di requie, seguita dall’assoluzione al tumulo, in suffragio del card. Luigi de Magistris, defunto il giorno 16.

La Cappella Ludovicea ha eseguito il Requiem di Giuseppe Ottavio Pitoni (1657-1743).

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Domenica 27 febbraio 2022 riprendono le Messe tridentine a Pordenone

Il 27 febbraio 2022, domenica di Quinquagesima, alle ore 18 riprendono le Messe tridentine ogni domenica e festa di precetto alla chiesa della Santissima a Pordenone (cfr.), per le cure della locale sezione di Una Voce Italia.

Don Dionisio Vivian – il sacerdote incaricato dal vescovo di Concordia mons. Giuseppe Pellegrini, dopo la scomparsa di mons. Bernardino del Col, – si è ripreso dalla indisposizione che non gli aveva consentito di celebrare dal 2 febbraio.

Certamente tutti si augurano che mons. Pellegrini possa quanto prima, come più volte chiesto e promesso, designare un altro prete che sostituisca in caso di necessità don Dionisio, quasi novantenne anche se in piena attività in diocesi.

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Alfredo Ildefonso Schuster, La Cattedra di san Pietro

18 Gennaio.
SANTA PRISCA VERGINE E MARTIRE
Stazione al «titulus Priscae».

La festa più recente della Cattedra di san Pietro in Roma, venne introdotta nell’odierno Messale da Paolo IV sotto l’influenza delle tradizioni liturgiche gallicane. Essa ha fatto passare in seconda linea il natale di santa Prisca, titolare d’una delle più antiche basiliche dell’Aventino, e la cui messa già ricorre nel Sacramentario Gregoriano e in tutti i calendari romani del medio evo. Gli antichi itinerari dei pellegrini additavano la primitiva tomba della Martire nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria. In seguito però, al tempo cioè delle grandi traslazioni dei corpi santi nell’interno della Città, le sacre Reliquie di Prisca, in grazia forse dell’omonimia colla titolare della basilica sull’Aventino, vennero colà trasferite, senza tuttavia che possa dimostrarsi alcuna relazione tra la Prisca martire del iii secolo, l’omonima moglie di Aquila di cui è memoria negli Atti degli Apostoli, e finalmente l’altra Priscilla titolare del cimitero Priscilliano. Si tratta di due, o di tre Prische o Priscille? Il fatto non è punto isolato; anzi in Roma molte volte l’0monimia che correva tra i fondatori degli antichi titoli urbani e i Martiri dei cimiteri suburbani, è stato il motivo che nel IX secolo ha determinato i Papi a trasferire le Reliquie di questi ultimi nelle basiliche fondate dai loro omonimi. E’ cosi che il titulus Balbinae, dopo la traslazione del corpo dell’omonima Santa, è divenuto il titulus sanctae Balbinae; il titulus Sabinae, quello di sanctae Sabinae; l’altro di Prisca, il titulus sanctae Priscae, e così in molti altri casi.

Narra Eadmero nella vita di sant’ Anselmo, che essendo stata aperta in Roma l’arca col corpo di santa Prisca, Wala vescovo di Parigi ne impetrò una parte del cranio, di cui concesse anche un frammento al biografo del santo Dottore. Ma essendosi questi lamentato perché gli sembrava troppo piccolo, sant’Anselmo gli disse: Custodisci gelosamente il tuo tesoro, e sta pure sicuro che nel giorno della resurrezione la Martire per tutto l’oro del mondo non vorrà punto rinunziare a riprendersi l’osso, che tu ora hai impetrato.

 

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Nel medio evo, il titolo di Prisca unì a questo nome pure l’altro di Aquila, cosicché nel Liber Pontificalis vien chiamato Titulus beatorum Aquilae et Priscae. Ad ogni modo, è da distinguere la Prisca martire del cimitero di Priscilla, ricordata oggi nel Geronimiano: Romae, via Salaria, Priscellae, dalla Priscilla moglie di Aquila e discepola di san Paolo, che visse quasi due secoli innanzi.

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La messa, tranne le collette, è identica a quella di santa Bibiana il giorno 2 dicembre.

Le orazioni seguenti già si trovano nel Sacramentario d’Adriano.

Preghiera. – «Fa, o Signore, che celebrando noi quest’oggi il natale della tua beata vergine, la martire Prisca, non ne festeggiamo soltanto l’annua solennità, ma ci sia altresì proficuo l’esempio di una fede così inconcussa».

Ecco il frutto che dobbiamo ricavare dalle feste dei Martiri: la fortezza cristiana, per vivere conforme alla santità del nostro battesimo; così che tutta la vita sia una confessione, se non cruenta, almeno aspra e dolorosa del Vangelo di Cristo.

Il Vangelo tratto da san Matteo, (xiii, 44-52) si trova già indicato nella lista di Würtzburg.

Preghiera prima dell’anafora: «Quest’ostia che ti offriamo, o Signore, nella ricorrenza natalizia dei tuoi Santi, sciolga i lacci della nostra malizia, e c’impetri la grazia della tua misericordia».

Preghiera dopo la Comunione: «Collo spirito ripieno del Mistero della salute, noi ti preghiamo, o Signore, che ci aiuti colla sua intercessione Colei di cui oggi celebriamo la solennità».

Ecco il bell’effetto della comunione dei Santi. Noi in terra baciamo i loro sepolcri, e sulle loro ossa sacrate offriamo l’Eucaristia in loro memoria, ed essi in cielo perorano la causa dei loro fratelli minori, e divengono nostri avvocati.

Quanto è mai sublime la vocazione del martirio! Che felice cambio, quello di dare un resto di miserabile vita, per conseguire la vita vera, indefettibile, di Dio! Che felicità suprema, quella di chiudere gli occhi alle miserie del mondo, per risvegliarsi un istante dopo nella Gerusalemme celeste, ed inebriarsi alle sorgenti stesse della

 

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beatitudine divina! La Chiesa ripone una ferma fiducia nell’intercessione dei Martiri, perché essi avendo dato tutto a Dio, senza riserva alcuna, possono tutto sul di lui cuore.

 

Nello stesso giorno.
CATTEDRA DI S. PIETRO, QUANDO LA PRIMA VOLTA
FISSO’ LA SUA SEDE IN ROMA

La storia di questa festa si perde fra le tenebre delle catacombe, e dopo i recenti studi, ancora oggi non si può dire d’averne rimosso tutte le incertezze ed oscurità. Almeno sino dal iii secolo, si venerava in Roma nella regione cimiteriale tra la Salaria e la Nomentana una memoria – simboleggiata probabilmente da una cattedra lignea o tufacea – del ministero apostolico esercitato in quel luogo da san Pietro. Vi ardevano delle lampade, ed i pellegrini del vi secolo visitando il luogo, erano soliti di riportarne a casa per devozione qualche fiocco di bambagia o di cotone immerso in quell’olio profumato. In seguito, noi ritroviamo la sella gestatoria apostolicae confessionis, come la chiama Ennodio, nel battistero damasiano nel Vaticano, cosicché di papa Siricio, successore di Damaso, è detto:

Fonte sacro magnus meruit sedere sacerdos.

Mentre però in Roma il Natale Petri de Cathedra il 22 febbraio è notato sin dal iv secolo nel Latercolo Filocaliano, le Chiese Gallicane, per non celebrare forse questa festa in quaresima, costumarono d’anticiparla il 18 gennaio. I due usi si svolsero indipendenti e paralleli per più secoli; quindi finalmente, fuori di Roma
finirono per perdere l’unità primitiva di significato, ed invece di
un’unica cattedra di san Pietro, ne risultarono due, una attribuita
a Roma, il 18 gennaio, l’altra altrove, ma poi finalmente ad Antiochia.

Roma medievale dimenticò per qualche tempo il Natale Petri de Cathedra – forse quando questa venne rimossa dalla sua sede primitiva e trasportata in Vaticano; o meglio ancora, quando s’incominciò a celebrare solennemente, con significato quasi affine, il

 

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Natale Ordinationis del Papa, in occasione del quale affluiva ogni anno a Roma gran numero di Vescovi. – Il fatto sta, che la festa manca affatto nei Sacramentari Romani, e ricomparisce solo alla data tradizionale nei calendari dell’xi secolo e nei tardi Ordines Romani. Urbano VI volle però restituire alla solennità il suo antico splendore, ed ordinò che in tale giorno durante la messa papale al Vaticano uno dei cardinali tenesse un discorso al popolo. Ma lo zelo del fervido Pontefice non ebbe seguito, e fu solo nel 1558 che Paolo IV prescrisse nuovamente la celebrazione della festa della Cathedra S. Petri qua primum Romae sedit il 18 gennaio, giusta le tradizioni gallicane.

La veneranda reliquia della Cattedra di san Pietro, dal battistero dove si trovava nel v secolo, ora è custodita nell’abside della basilica vaticana, di cui costituisce uno dei più splendidi ornamenti. Essa è ridotta a poche assi lignee, ma fin da antico venne foderata con lamine d’avorio istoriate. Il rinascimento non ha tenuto troppo conto del profondo significato dogmatico di quella sede, quando su di essa prendevano realmente posto i Romani Pontefici. L’arte grandiosa del Bernini ha racchiuso quel cimelio in un colossale reliquiario. Ne è seguito, che ora il Papa non può più sedere, come i Pontefici dei primi quindici secoli, nella sua vera ed antica cattedra, su quella che Prudenzio appellava senz’altro: Cathedra Apostolica.

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L’antifona per l’introito è comune alla festa di san Nicola.

Le collette seguenti, con leggere varianti, si trovano già nel così detto Sacramentario Gelasiano per il natale di san Pietro.

Il concetto della podestà delle Chiavi informava tanto l’antica devozione verso gli Apostoli, e in particolare verso san Pietro, che si richiedeva da loro insistentemente negli inni, nelle collette e nei responsorii, la remissione dei peccati.

Preghiera. – «O Dio, che consegnando le chiavi del celeste regno al tuo apostolo Pietro, lo investisti del pontificato; per la sua intercessione ci concedi d’essere prosciolti dai lacci dei nostri peccati».

Giusta la primitiva consuetudine romana, ogni volta che si celebra la memoria di san Pietro, si fa immediatamente seguire la commemorazione di san Paolo e viceversa, giacché, come s’esprime un’antica antifona: quomodo in vita sua dilexerunt se, ita et in morte non sunt separati.

La seguente colletta si trova pure nell’Antifonario Gregoriano: «O Dio, che ammaestrasti la moltitudine delle nazioni per mezzo della predicazione del tuo beato apostolo Paolo; ci concedi di grazia

 

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che, venerandone la memoria, possiamo altresì sperimentare presso di te l’efficacia del suo patrocinio».

Segue un brano della lettera di san Pietro (I, i, 1-7) alle chiese dell’Asia Minore, all’indomani dell’incendio di Roma e quando già erano state iniziate negli orti vaticani le prime grandi esecuzioni Neroniane contro i Cristiani. L’Apostolo calmo esorta i fedeli a soffrire animosamente la prova del fuoco, giacché così si raffina l’oro della loro fede, in attesa del giorno della parusia quando, invece del
«Divo» Nerone, auriga, incendiario e matricida, comparirà nella sua gloria Cristo Gesù, a dare ai fedeli il frutto delle loro sofferenze ed il premio della speranza.

Il responsorio graduale tolto dal salmo 106, deriva dagli usi gallicani. Oggi lo cita anche il Breviario in un sermone attribuito a sant’Agostino, ma che invece appartiene ad un anonimo vescovo delle Gallie, sicuramente antico: Unde convenienter psalmus qui lectus est dicit: exaltent eum in ecclesia plebis et in cathedra seniorum laudent eum: «Lo celebrino in mezzo all’adunanza del popolo, e quando sono assisi sulle cattedre degli anziani, dicano le sue lodi».

v). «Glorifichino il Signore per le sue misericordie e i suoi portenti in favore dei figli dell’uomo».

Oltre la preghiera privata, Dio si compiace immensamente della preghiera liturgica, che pel suo carattere sociale corrisponde precisamente alla natura dell’uomo, e riflette fedelmente l’anima della Chiesa.

Il verso alleluiatico è il seguente: «Alleluia, alleluia». (Matt. xvi, 18). «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Come il fondamento sorregge tutta la mole dell’edificio, così quella è la vera Chiesa fondata da Gesù Cristo, che si erge sull’autorità e sulla fede di Pietro, sempre vivo e visibile nei suoi successori.

Dopo la Settuagesima, si omette il verso alleluiatico, e invece si canta il seguente tratto, che però non si ritrova in nessun antico Sacramentario, e per la sua stessa struttura accusa un’origine assai tarda. Infatti, invece d’essere desunto, come regolarmente, dal Salterio, che è il Canzoniere per eccellenza della Chiesa, si compone di alcuni versetti del Vangelo di san Matteo, che gli antichi, per
religioso rispetto, riservavano esclusivamente alla lettura del diacono sull’ambone.

Tratto. (Matt. xvi, 18) «v). Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. v). E le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; e a te darò le chiavi del regno dei cieli. v). Tutto ciò

 

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che avrai legato sulla terra, sarà altresì legato nei cieli. v). E quanto
avrai prosciolto sulla terra, sarà pure prosciolto nei cieli».

Le porte d’inferno qui stanno per la potenza stessa del principe dei demoni, giacché presso gli antichi Semiti, le assemblee giudiziarie si tenevano spesso alle porte delle città. Le porte dell’Ade, qui sono in contrasto con quelle di cui a Pietro sono rimesse le chiavi. Bisognerà dunque intendere anche in quest’ultimo caso, che le porte del regno dei cieli significhino la potenza e l’autorità gerarchica di cui Pietro è l’immediato depositario, e che egli esercita per divina istituzione su tutta la Chiesa di Cristo.

Questa infatti è la differenza che corre tra l’autorità del Papa e quella degli altri patriarchi, metropoliti, ecc. Che questi abbiano giurisdizione su di altri vescovi, non leggesi nulla nel Vangelo; mentre al contrario sappiamo, che essi in diversi tempi hanno conseguito tali prerogative per autorità conciliare o pontificia. Invece, il santo Vangelo descrive in modo solenne ed esplicito l’autorità universale concessa dal Salvatore a san Pietro. La storia da parte sua dimostra che sin dai tempi più prossimi all’evo apostolico, i Romani Pontefici, senza alcun contrasto da parte della Chiesa, hanno esercitato di fatto tale primato di giurisdizione siccome un ministero loro attribuito dal Cristo colle parole indirizzate a san Pietro; cosicché, anche come corollario storico, si deve escludere un periodo in cui questo primato sarebbe sorto per opera di fattori naturali. No, la storia contiene bensì la documentazione dell’esercizio del primato pontificio, ma la sua istituzione è contenuta nel Vangelo.

Oggi la lezione evangelica è quella dell’istituzione del primato pontificio, concetto che informa pure tutta la messa. Gesù, insieme alle glorie attribuite alla potenza spirituale del papato, annuncia altresì a Pietro le lotte che esso dovrà sostenere attraverso i secoli. Le «porte dell’inferno» non sono semplicemente gli empi; ma simboleggiano gli stessi capi degli spiriti infernali, le potenze e i governi anticristiani, che faranno tutti gli sforzi per distruggere l’edificio divino fondato su Pietro, senza però mai riuscirvi. La storia di quasi venti secoli
di Cristianesimo, è qui annunziata nei pochi versetti del Santo Vangelo (Matt. xvi, 13-19).

Il verso offertoriale, contrariamente alla tradizione classica romana, invece che dal Salterio, è tratto dalla precedente pericope evangelica. Si deve però facilmente perdonare all’artista gregoriano che ha composto la splendida antifonia di questa messa, la piccola libertà che s’è presa. Il concetto dello stabilimento della Chiesa sul

 

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fondamento di Pietro l’aveva giustamente conquiso tanto, che egli dà libero corso alla foga del suo genio, e nel tratto, nell’offertorio e nel communio riveste le parole di Gesù a Pietro di melodie sempre nuove e sempre eleganti. E’ da por mente alla frase non praevalebunt, la quale nel racconto evangelico dell’istituzione del Primato, mentre per noi rappresenta la storia ecclesiastica lunga oltre diciannove secoli, contiene altresì anche per gli avversari della Chiesa, la profezia dell’avvenire. Né le persecuzioni esterne, né l’insufficienza
e le miserie stesse dei divini ministri, riusciranno mai a svellere la religione di Cristo.

Offert. (Matt. xvi, 18-19): «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, né le potenze dell’inferno prevarranno su di lei, e a te darò le chiavi del regno dei cieli».

La preghiera di preludio all’anafora consacratoria, è la seguente: «L’intercessione del beato apostolo Pietro accompagni, o Signore, le preghiere e le offerte della tua Chiesa; affinché il Sacrificio che a di lui onore celebriamo, valga ad impetrarci pietà. Per il Signore».

Il Sacrificio eucaristico, come osserva sant’Agostino, viene offerto solamente a Dio uno e trino; esso però si celebra in memoria dei Santi, per render grazie alla Triade augusta d’averli tanto esaltati coi meriti e colla gloria. La liturgia esprime questo concetto in una splendida colletta di Quaresima: In tuorum, Domine, pretiosa morte iustorum Sacrificium illud offerimus, de quo martyrium sumpsit omne principium.

La colletta in memoria di san Paolo, è squisitamente elegante: «Per le preghiere del tuo apostolo Paolo santifica, o Signore, l’oblazione del tuo popolo; affinché il Sacrificio che già t’è grato perché tu stesso ne fosti l’institutore, ti riesca ancor più accetto per le preghiere dell’intercessore. Per il Signore».

Il Sacrificio Eucaristico, gradito a Gesù che ne fu l’istitutore e che, quale erede delle promesse Messianiche, primo ne partecipò, oggi riesce ancor più accetto alla Divina Maestà, perché vi si congiungono le preghiere di colui che, dopo i Vangeli, nelle sue epistole fu l’organo della divina rivelazione, al fine di spiegare alle Chiese tutto il mistero di morte e di vita, d’umiliazione e di gloria, che si cela sotto quei candidi veli.

Il prefazio è quello degli Apostoli, originariamente proprio della festa dei santi Pietro e Paolo.

Il verso per la Comunione è identico a quello alleluiatico (Matt. xvi, 18): «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia

 

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chiesa». Quella dunque sarà legittima Eucaristia, che verrà offerta in comunione col Pontefice di Roma, il cui nome nei paesi latini veniva commemorato nell’anafora insin dai primi secoli. Tacere nella messa il nome del Papa, era per Ennodio di Pavia un offrire, contro l’antica tradizione, un sacrificio monco ed incompiuto: sine ritu catholico et cano more, semiplenas nominatim hostias1.

Dopo la Comunione si recita la seguente colletta: «L’oblazione ora offerta, o Signore, c’infonda letizia; onde, siccome ti predichiamo mirabile verso il tuo apostolo Pietro, così per suo mezzo possiamo conseguire ampio perdono».

Il perdono dei peccati è posto qui in relazione colla letizia santa cristiana, perché è appunto la colpa quella che isterilisce le fonti della gioia nel gaudium sancti Spiritus, di cui discorre l’Apostolo.

Per la commemorazione di san Paolo, si recita quest’altra preghiera: «Santificati, o Signore, dal Mistero della salute, ti preghiamo che non ci venga mai meno l’intercessione di colui, al cui patrocinio tu ci commettesti».

Questa preghiera del Sacramentario Leoniano riguarda anzitutto Roma, giacché essa sola può vantare la gloria d’essere stata affidata al patrocinio speciale dei due Principi degli Apostoli i quali, insieme col tesoro della loro predicazione e del sangue, la istituirono erede delle prerogative del loro Apostolato e del primato su tutte le altre Chiese.

Il Primato Pontificio è la stella polare che dirige la navicella della Chiesa in mezzo all’oceano infido e burrascoso del secolo, Vescovi, patriarchi, nazioni intere, un tempo credenti e gloriose, hanno molte volte miseramente naufragato nella fede; anzi, negli estremi giorni del mondo sono annunciati nelle Scritture molti pseudo-cristi e falsi profeti, che tenteranno di sedurre le moltitudini, operando magari apparenti prodigi, a conferma dei loro errori. Se dunque non possiamo sicuramente affidarci a nessuno, giacché tutti possono errare, nel negozio supremo della nostra eterna salute presso chi mai dobbiamo invocare scampo, se non presso di Pietro? La sua fede, per testimonianza dello stesso Redentore, è indefettibile, e le pecore che Pietro riconosce siccome appartenenti al suo ovile, sono riconosciute ed ammesse per tali anche da Gesù, supremo pastore.

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1 Ennodius Ep. Pap., Lib. Apologet, pro synodo, Patr. Lat. LXVII, col. 197.

 

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22 Febbraio.
CATTEDRA DI SAN PIETRO
Stazione in Vaticano.

Giusta quanto abbiamo osservato il 18 gennaio, oggi secondo l’antica tradizione Romana mantenuta inalterata sino al secolo xvi, ricorreva la festa della Cattedra Romana di san Pietro, senza che Antiochia v’abbia nulla a vedere. Non si tratta infatti di onorare tutte le diverse e successive residenze dell’Apostolo nelle varie parti del mondo; solo la Cattedra Vaticana assorge a simbolo del primato universale che Pietro e suoi successori da Roma esercitano su tutta la Chiesa; onore questo senza precedenti, e che la Città Eterna rivendica esclusivamente per sé.

L’origine di questa festa, già ricordata in questo giorno nel Feriale Filocaliano del 336: «Natale Petri de Cathedra» è sicuramente romana. Essa tuttavia viene omessa dai Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, senza che riusciamo troppo a intravederne il motivo, a meno che non si debba attribuire alla coincidenza che essa cade quasi ordinariamente durante la quaresima. Anche la circostanza che la sedes ubi prius sedit sanctus Petrus nel cimitero maggiore verso il secolo v incontrò una forte concorrenza nella Cattedra lignea Vaticana, contribuì a scemare d’importanza la vetusta sede della via Nomentana. Verso il vii secolo, cagioni che ci sfuggono determinarono inoltre l’autorità ecclesiastica a limitare ed impedire il culto che per mezzo di lampade ed incensi il popolino rendeva ad una cattedra tufacea esistente nel medesimo cimitero maggiore; e fu probabilmente sotto l’impressione di simili disordini, che la Chiesa Romana tentò di radiare dai Sacramentari la festa del 22 febbraio. La tradizione tuttavia fu più forte di qualsiasi editto di proscrizione, giacché nell’Antifonario di san Pietro ritroviamo che la festa della Cattedra di san Pietro era celebrata in Vaticano alla sua data originaria tradizionale, il 22 febbraio.

La messa è identica a quella del 18 gennaio, tranne che non si fa memoria di santa Prisca.

 

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Ecco il bel carme Damasiano che gli antichi epigrafisti dell’alto medio evo ricopiarono presso la Cattedra Vaticana del Principe degli Apostoli. Essa allora stava nel battistero:

AD FONTES

NON ⋅ HAEC ⋅ HVMANIS ⋅ OPIBVS ⋅ NON ⋅ ARTE ⋅ MAGISTRA
⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅ ⋅
SED ⋅ PRAESTANTE ⋅ PETRO ⋅ CVI ⋅ TRADITA ⋅ IANVA ⋅ CAELI ⋅ EST
ANTISTES ⋅ CHRISTI ⋅ COMPOSVIT ⋅ DAMASVS
VNA ⋅ PETRI ⋅ SEDES ⋅ VNVM ⋅ VERVMQVE ⋅ LAVACRVM
VINCVLA ⋅ NVLLA ⋅ TENENT ⋅ QVEM ⋅ LIQVOR ⋅ ISTE ⋅ LAVAT

Questo monumento, non col soccorso dell’umana potenza, non dietro i suggerimenti dell’arte,
Ma per intercessione di Pietro, al quale venne affidata la porta del Cielo
Apprestò il Pontefice Damaso.
Unica è la sede di Pietro, unico è il vero battesimo.
Chi si lava in queste onde, è prosciolto da ogni peccato.

*
*    *

Oggi il Geronimiano contiene questa indicazione: «Romae, via Tiburtina ad Sanctum Laurentium, natale sanctae Concordiae». Gli antichi itinerari romani ne indicano la tomba presso quella del grande Ippolito, di cui gli atti vogliono fosse stata appunto la nutrice.

Cfr. A. I. Schuster, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano – VI. La Chiesa Trionfante (Le Feste dei Santi durante il ciclo Natalizio), Torino-Roma, Marietti, 1930, pp. 151-158, 244-245.

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Franciscus PP., Decretum 11 Februarii 2022

DECRETUM

Sanctus Pater Franciscus, omnibus et singulis sodalibus Instituti vitae consecratae “Fraternitas Sancti Petri” nuncupati, die 18 iulii 1988 erecti et a Sancta Sede pontificii iuris declarati, facultatem concedit celebrandi sacrificium Missae, sacramentorum necnon alios sacros ritus, sicut et persolvendi Officium divinum, iuxta editiones typicas librorum liturgicorum, scilicet Missalis, Ritualis, Pontificalis et Breviarii, anno 1962 vigentium.

Qua facultate uti poterunt in ecclesiis vel oratoriis propriis, alibi vero nonnisi de consensu Ordinarii loci, excepta Missae privatae celebratione.

Quibus rite servatis, Sanctus Pater etiam suadet ut sedulo cogitetur, quantum fieri potest, de statutis in litteris apostolicis motu proprio datis Traditionis Custodes.

Datum Romae, Sancti Petri, die XI mensis Februarii, in memoria Beatae Mariae Virginis de Lourdes, anno MMXXII, Pontificatus Nostri nono.

Franciscus

Cfr. fssp.org

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In memoriam card. Luigi de Magistris

E’ mancato a Cagliari il 16 febbraio 2022 il card. Luigi de Magistris, della diaconia dei SS.mi Nomi di Gesù e Maria a Via Lata. Prima di ricevere il cardinalato in età ormai avanzata, giusto riconoscimento del suo servizio alla Santa Sede e del suo zelo sacerdotale, era stato pro penitenziere maggiore.

Soprattutto negli anni 2000 celebrava con il Messale tridentino e gli antichi libri liturgici romani, con grande disponibilità e nobiltà. Memorabile l’ordinazione secondo il rito romano antico di quattro diaconi dell’Istituto del Buon Pastore da lui celebrata il 23 febbraio 2008 all’arcibasilica del Ss.mo Salvatore detta S. Giovanni in Laterano, cattedrale dell’Urbe. Più volte disse Messa per Una Voce Roma alla chiesa di Gesù e Maria al Corso.

Una Voce Italia si unisce alle preghiere di suffragio.

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Pordenone, sospese le Messe tridentine alla Santissima

La Sezione di Pordenone di Una Voce Italia ha comunicato che da domenica prossima 6 febbraio 2022 le Messe tridentine alla chiesa della Santissima sono sospese per indisposizione del celebrante fino a data da destinarsi.

Quando vi sarà la ripresa della celebrazioni, ne sarà data tempestivamente notizia su questo sito web cfr. Messe tridentine a Pordenone

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