Roma venerdì 9 marzo Messa per le vocazioni a S. Andrea della Valle

Venerdì 9 marzo 2018 ore 17:45 alla basilica di S. Andrea della Valle a Roma, corso Vittorio, don Matteo Raffray dell’Istituto del Buon Pastore celebrerà la Messa tridentina per le vocazioni.

L’iniziativa è di Tridentini, gruppo di studenti delle università pontificie nell’Urbe, con l’intenzione di pregare per la santificazione del clero, la perseveranza di seminaristi e religiosi, le nuove vocazioni. Per tale intenzione i Tridentini avevano già fatto celebrare una Messa solenne alla basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon) lo scorso 26 gennaio.

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Roberto Spataro, La Messa tridentina catechismo per i nostri tempi

Ringrazio vivamente gli organizzatori di questo incontro per l’invito gentilmente rivoltomi e per il lavoro che essi hanno svolto con generosità al fine di rendere possibile questo nostro raduno. Allo stesso tempo, rivolgo un cordiale saluto a ciascuno di voi perché onorate con la vostra presenza questa pregevole iniziativa. Sono lieto di trovarmi in Veneto, terra di tradizioni religiose antiche e radicate nel popolo. In particolar modo, mi rallegro di essere venuto a Vicenza, questa nobile città dove l’arte e la cultura, simbolicamente identificate nell’architettura palladiana, la storia e la vita della gente sono posti sotto la protezione della Vergine del Monte Berico. San Pio X, il Santo Papa nato a Riese, il Papa del catechismo e della liturgia, ci assista e ci protegga.

Nella conversazione che intratteniamo vorrei illustrare un argomento che considero non irrilevante per il nostro apprezzamento della Messa tridentina e che rende urgente la sua diffusione nel Popolo di Dio: la Messa tridentina è una sorta di catechismo che corrobora la nuova evangelizzazione e che contribuisce all’istruzione religiosa dei fedeli. Vorrete accettare benevolmente lo stile di questo intervento, più simile ad una chiacchierata che ad una vera e propria lezione.

Parto da una serie di dati, attinenti sia alla sociologia religiosa sia alla teologia.

1. Gli italiani che si professano credenti, e sono ancora la stragrande maggioranza della popolazione, sono religiosamente ignoranti. Nel 2014, un istituto, che pure, come posso presumere, non gode della nostra simpatia, ha reso noti i risultati di un’indagine sociologica intitolata «rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia». Da esso emerge che per il 50% Gesù è confuso con Mosè, e che per il 60%, eccetto il settimo comandamento, «non rubare», gli altri sono quasi del tutto ignoti, a partire dal primo, che è poi una professione di fede; se poi le domande diventano un po’ più impegnative, come quella circa le tre virtù teologali, l’80% fa scena muta. Non oso pensare alla reazione di fronte ad una domanda del tipo «quali sono i sei peccati contro lo Spirito Santo», dal momento che bisognerebbe spiegare chi sia lo Spirito Santo. Le cose, come possiamo dedurre da altri indicatori, come l’aumento di coloro che si dichiarano «atei», non sono migliori in altri paesi di tradizione cattolica, come la Spagna o il Belgio. L’iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti, messi da parte il Catechismo di san Pio X e la Messa tridentina, ha miseramente fallito. Qualche anno fa ha avuto un certo successo tra i “pastoralisti”, categoria particolarmente curiosa nel panorama ecclesiastico attuale, un libro, intitolato «la prima generazione incredula», riferita ai teenager e ai giovani italiani. In realtà, più che increduli, sono ignoranti: credono vagamente in Dio, ma sono del tutto digiuni del catechismo e, pertanto, non conoscono gli articoli fondamentali della fede cattolica, nonostante molti di essi abbiano dovuto subire tra i cinque e i sette anni di catechesi parrocchiale e d’insegnamento della religione a scuola. Vorrei aggiungere, inoltre, che discutibili convinzioni e deprecabili comportamenti morali sono associabili ed associati a questo crollo di istruzione religiosa: secondo i dati forniti annualmente dall’ISTAT e commentati autorevolmente da sociologi seri, come Franco Garelli, una lenta erosione sembra intaccare quello che è stato il Cattolicesimo del popolo italiano. Diminuiscono le persone che frequentano regolarmente un luogo di culto, con picchi molto alti nella fascia tra i 40 e i 55 anni, perché evidentemente non sanno che è un peccato grave, che contraddice il III comandamento. Aumentano coloro che approvano le leggi sull’aborto perché non sanno che è omicidio proibito dal V comandamento e con disinvoltura anche i cosiddetti «cattolici adulti» ammettono la liceità delle unioni civili e dei rapporti sodomiti, del tutto ignari che esistono quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio e che, tra di essi, uno prescrive i rapporti contro natura.

2. Di fronte a questo fenomeno, solo sommariamente descritto, si rivela di grande utilità rammentare un principio sacro della vita cristiana tout court che recita, secondo la formulazione classica risalente a Prospero di Aquitania nel V secolo, «Legem credendi lex statuat supplicandi», più comunemente sintetizzato nell’assioma lex credendi, lex orandi. Significativamente, infatti, quando rivisitiamo alcuni momenti cruciali della storia della Chiesa per la definizione del dogma, ci accorgiamo che il discrimen tra ortodossia ed eterodossia è stato segnato dal senso e dalle fonti della liturgia. Per esempio, quando nel IV secolo, gli Ariani della seconda generazione, più agguerriti e forti di quelli della prima fase, negavano la divinità dello Spirito Santo, furono i Padri Cappadoci ad addurre un argomento che fu risolutivo: l’isotimia, ossia la formulazione liturgica che attribuiva la stessa adorazione alle tre ipostasi trinitarie. E contra, quando i novatores hanno voluto cambiare arbitrariamente il «che cosa crediamo» hanno preso il piccone per demolire l’edificio liturgico, come accadde dolorosamente al tempo della Riforma protestante, ingenuamente, inspiegabilmente, irresponsabilmente celebrata da eminenti prelati in occasione del 500° anniversario del suo inizio. E poiché oggi assistiamo, e non senza turbamento, ad una lenta e diffusa apostasia da parte di membri del clero, amplificata dai mezzi di comunicazione, sentiamo il bisogno di essere protetti da una fortezza inespugnabile della fede: la Messa tridentina è questo luogo dove la purezza della fede è integralmente conservata e misticamente trasformata in atto di lode e di supplica a Dio. E quando parlo della fede, intendo riferirmi sia al suo aspetto oggettivo, la fides quae, nel linguaggio tecnico della teologia, le cose in cui crediamo e a cui diamo la nostra totale adesione, sia a quello soggettivo, la fides qua, per mezzo della quale affidiamo a Dio la nostra vita con le sue gioie e i suoi dolori, le sue speranze e le sue angosce. Questo equilibrio – a me pare – è stato incrinato a favore del secondo aspetto perché, nel generale clima di relativismo e di indifferentismo, si guarda con insufficiente attenzione, se non con disprezzo alla “dottrina”, pensando che essa diminuisca la forza taumaturgica della “pastorale”, parola-talismano tanto abusata che, per citare la Scrittura, «copre una moltitudine di peccati». Ciò detto, vorrei mostrare alcune proprietà della Messa secondo il Vetus ordo che corrispondono a questa sua virtuosa qualità di collegare armoniosamente fede e preghiera.

3. I misteri principali della fede sono due, come ben sappiamo: unità e Trinità di Dio; Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo. L’Ordinario della Messa tridentina comunica queste due verità fondamentali in modo costante con i suoi ripetuti segni di croce, con la duplice invocazione alla Santissima Trinità, all’offertorio e alla fine della Messa, con la proclamazione del prologo del Vangelo di Giovanni e, oserei dire rifacendomi alla terminologia patristica, con la sua «economia liturgica» fatta di gesti e di simboli, che ripresenta il Mistero della Passione del Signore. Un’autentica perla di sintesi della nostra regula fidei sono le parole che submissa voce il sacerdote recita quando infonde poche gocce d’acqua nel calice e che ogni fedele, che segue i sacri riti sul suo Messalino, conosce bene. In esse è riassunto l’impianto storico-salvifico, creazione, peccato, incarnazione redenzione, grazia, gloria e vita eterna. «Deus qui dignitatem humanae substantiae mirabiliter condidisti [creazione] et mirabilius reformasti [redenzione], da per hujus vini et aquae mysterium ut ejus divinitatis efficiamur consortes [divinizzazione o vita della grazia], qui humanitatis nostrae fieri dignatus est [incarnazione]». Se il credente è un atleta che ingaggia il suo combattimento spirituale per guadagnare il premio della salvezza eterna, la nostra Messa gli consente di allenarsi efficacemente con gli esercizi di fede fondamentali: Dio uno e trino nel suo mistero di Amore eterno e sovrabbondante rivelato nell’Incarnazione del Figlio e nel suo Mistero Pasquale, capolavoro della storia della salvezza.

4. Il credente viene educato non solo alla percezione dei misteri principali della fede ma di tutto il “Credo”. Mi limito a qualche esempio. La fede cristiana è mariana. E la nostra Messa tridentina venera Maria Santissima nel Canone esprimendo la schiavitù monfortiana della Chiesa dinanzi alla sua regalità e l’ammirazione per i suoi privilegi chiedendo al sacerdote di inchinare il capo ogni qual volta il Suo nome santissimo viene pronunziato. D’altra parte, la mariologia è nel cuore della Messa perché l’Altare è santificato dall’assistenza invisibile della Madre di Dio. Durante un esorcismo, il demonio ha detto rabbiosamente: «Lei è là» Come dimenticare che San Giovanni Paolo II dedicò un bellissimo capitolo della sua enciclica Ecclesia de Eucharistia proprio a Maria, Donna eucaristica? Un altro articolo della fede cattolica è costituito dai novissimi su cui vige una confusione desolante, come ci accorgiamo ascoltando alcune omelie in occasione dei funerali. Ebbene la Messa tridentina non dimentica le anime del Purgatorio e viene offerta per esse, la Messa tridentina non ha censurato l’annuncio dell’inferno perché chiede a Dio Padre, per i meriti del Figlio immolato sull’altare, di liberarci dalla dannazione eterna e accoglierci nel gregge degli eletti, addita frequentemente il Paradiso menzionando gli Angeli e i Santi che lo popolano e alla cui intercessione viene affidata la Chiesa militante. Anche una corretta ecclesiologia che rispetta la distinzione ontologica tra il sacerdozio battesimale e quello ordinato viene riproposta in ogni Messa tridentina in cui i fedeli imparano a comprendere la dignità del ministero sacro e, attraverso esso, della Chiesa comprendono la nota fondamentale, ossia la sua associazione a Cristo, Capo del Corpo Mistico, venendo così messi al riparo da quella concezione sociologica a cui è ridotta la Sposa di Cristo nelle interpretazioni giornalistiche che, spesso, sono l’unica fonte di notizie sulla Chiesa che un fedele medio riceve.

5. Passo ora ad un altro grappolo di considerazioni con le quali vorrei mostrare che la Messa tridentina è un catechismo benefico e integrale. Gli articoli della fede sono professati all’interno di un atto liturgico tradizionale, nel senso più nobile del termine, forgiatosi lentamente che, dagli albori della liturgia apostolica, è giunto alla luminosità della sua perfezione. Lo stesso uso della lingua latina, una lingua che per sua stessa natura rinvia al passato, aiuta il credente a immergersi nel solco della Tradizione e a sentire con entusiasmo la comunione diacronica con le generazioni dei fedeli che quella stessa fede hanno professato, testimoniato, comunicato. Davvero la communio sanctorum vibra potentemente nella Messa tridentina! I santi, cioè i membri del Corpo Mistico, sono radunati attorno all’atto santificante per eccellenza, che è il Sacrificio del Calvario riattualizzato sull’Altare, condividendo le realtà sante della fede. La fede che professiamo nell’oggi del presente liturgico si salda con quella dei martiri, dei confessori, delle vergini, della schiera innumerevole dei santi del passato e si proietta verso la visione beatifica del futuro eterno del Cielo. La fede viene così “blindata” in gesti venerandi e parole sgorgate dall’intelligenza, penetrata dall’unzione dello Spirito Santo, dei Padri e dottori della Chiesa e resa invulnerabile agli assalti del nemico che, pur di strapparla dal cuore dei credenti, è ricorso ad ogni astuzia, compresa quella di un’applicazione dissacrante della riforma liturgica, che oggi è sotto gli occhi di tutti. Se gli abusi liturgici con cui pastori, a volte per ignoranza a volte per superbia, a volte per l’una e l’altra causa, infieriscono sulla santità e la sacralità della Messa, snaturandone la natura e caricandola di significati estranei alla fede cattolica, la Messa tridentina, che porta con sé l’osservanza esatta delle rubriche, impedisce che il tesoro, cioè la fede, venga sottratto e dilapidato.

6. La trasmissione della fede che la Messa Vetus ordo opera avviene, inoltre, in un clima liturgico che veicola una visione totale dell’uomo e di Dio e dell’uomo dinanzi a Dio, una sorta di cornice all’atto catechistico. Chiedendo ai fedeli di rimanere in ginocchio per una parte considerevole dell’atto sacro e domandando al sacerdote di genuflettersi prima di entrare a contatto con le Specie consacrate, la Messa tridentina annuncia che l’atteggiamento più consono con cui l’uomo riconosce il Mistero di Dio è l’adorazione, ossia, come l’etimologia stessa della parola evoca, un atto di amorosa sottomissione, di reverente ubbidienza, di affettuosa accettazione della Sua maestà. L’uomo si riconosce e si sente creatura la cui origine e la cui destinazione partono e sono orientate al Creatore. Se si rifiuta questa visione, non potrà che esserci un illusorio e arrogante antropocentrismo, quello che tante ferite e tanti dolori ha prodotto, soprattutto negli ultimi due secoli, derubricando dal cuore degli uomini la speranza, come ha magistralmente dimostrato papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi. E qui permettetemi di citare un passo del libro del grande cardinal Robert Sarah, intitolato significativamente O Dio o il niente. Parlando dei Padri Spiritani francesi, da cui ha appreso la fede, il cardinale africano ricorda:

Quante volte sono stato afferrato nel profondo dal silenzio che regnava nella chiesa durante la preghiera dei padri! All’inizio, mi mettevo in fondo alla chiesa e, guardando questi uomini, mi chiedevo che cosa facessero in ginocchio o seduti nella penombra, perché non dicevano nulla. Però avevano l’aria di ascoltare e di conversare con qualcuno in questa semioscurità della chiesa, illuminata dalle lampade. Sono stato realmente affascinato dalla pratica dell’orazione e dall’atmosfera che genera. Mi sembra giusto affermare che esiste un’autentica forma di eroismo, di grandezza e di nobiltà in questa vita di preghiera regolare. L’uomo non è grande se non quando è in ginocchio davanti a Dio.

E proprio questo atteggiamento di umile adorazione infonde nei credenti il senso del timor di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo meno richiesti ai nostri giorni che, infatti, registrano in proporzione con questa dimenticanza, un tale oscuramento della coscienza morale che oggi si giustifica, non solo giuridicamente ma anche moralmente, ogni sorta di trasgressione dei comandamenti di Dio. In ginocchio, invece, l’uomo impara ad obbedire a Dio e ai suoi precetti. E la morale fa parte del catechismo, tanto quanto il Credo.

7. Se la Messa è un insegnamento catechistico che salda lex credendi, lex orandi e lex vivendi, anche la metodologia è importante perché i contenuti insegnati siano ben compresi e recepiti. E la Messa tridentina ha una sua metodologia catechistica: il silenzio e le immagini. Anzitutto, il silenzio che sovranamente e sublimemente accompagna lo svolgimento dei sacri riti, soprattutto nel momento più solenne e sacro, quello del Canone e della consacrazione. Il silenzio aiuta il raccoglimento e favorisce la preghiera personale, sostenendo così il fedele nell’assimilazione dei mysteria fidei. Come non ricordare l’ammonimento che ci è giunto sempre dal Cardinale Prefetto della Congregazione per il culto divino nel libro-intervista La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore? Senza silenzio, non c’è ascolto di Dio, senza silenzio non c’è intimità divina. Le parole di Dio sono la sorgente di ogni catechismo che di quelle parole fissa l’insegnamento perché essa sia raccolto all’intelligenza che cerca la verità e custodito dal cuore che la ama. Scrive il cardinal Sarah:

E’ necessario per tutti noi coltivare il silenzio e circondarlo di una diga interiore. Nella mia preghiera e nella mia vita interiore, ho sempre sperimentato il bisogno di un silenzio più profondo, più completo. Si tratta di quella sobrietà che conduce a non pensare neppure a me stesso, ma a volgere il mio sguardo, il mio essere e la mia anima verso Dio. Il silenzio sacro permette all’uomo di mettersi gioiosamente a disposizione di Dio ed è la sola reazione veramente umana e cristiana di fronte all’irruzione di Dio nella nostra vita. Occorre far vivere il profondo legame tra silenzio sacro e mistero, perché senza il mistero noi siamo ridotti alla banalità di cose terrestri. Il silenzio è un velo che protegge il mistero. Nelle liturgie della Chiesa, il silenzio non può essere una pausa tra due riti; il silenzio è la stoffa nella quale dovrebbero essere tessute tutte le nostre liturgie. Nulla in esse può rompere l’atmosfera silenziosa che è il suo clima naturale.

Il cardinale evocava addirittura una forma di resistenza spirituale di fronte all’invasione odierna delle parole e dei rumori che anestetizza il pensiero e lo rende piatto, banale, acritico. Purtroppo, l’applicazione della riforma liturgica si è dipanata all’insegna di un verbalismo tanto prolisso quanto vacuo. Si parla di tutto, di sociologia e di mode politiche, ma molto spesso questa liturgia parolaia copre la voce sommessa e gentile di Dio che discretamente bussa alle porte delle anime e seppellisce le formule della lex credendi/lex orandi sotto una cascata di monizioni, didascalie, liberi interventi e preghiere dei fedeli. La metodologia catechistica della Messa tridentina è poi incrementata dalla valorizzazione delle immagini sacre, quelle fisse e quelle in movimento. Mi spiego: il Crocifisso, le statue della Madonna e dei santi, i colori e i paramenti, tutto ciò che viene raggiunto dallo sguardo favorisce l’apprendimento dell’alfabeto della fede perché parola ed immagine sono un linguaggio molto efficace. Ci sono poi le immagini in movimento, ossia quella «sacra danza» che il sacerdote e i ministri compongono osservando la sobria ed armoniosa gestualità prevista dal rito e che si imprime nelle pieghe dell’anima di chi «assiste» alla Santa Messa. Anche la musica e il canto sacro sono un altro mezzo potentissimo attraverso il quale le verità della fede siano saporosamente gustate incidendo la loro registrazione nelle facoltà interne dell’anima. Davvero, la liturgia del Rito romano antiquior è un’eccellente declinazione di proposta catechetica, per il contenuto e la forma.

Cari Amici, mi avvio alla conclusione, prima di rispondere alle eventuali domande che vorrete cortesemente propormi. In questa mia riflessione ho voluto denunciare la piaga dell’ignoranza religiosa. Il rimedio sta anche nella diffusione della Messa Vetus ordo. All’indomani del Concilio Vaticano II, un Vescovo coraggioso e, purtroppo inascoltato, asserì che l’abolizione della Messa di sempre trascinava con sé in una folle opera d’iconoclastia la rovina del catechismo, dell’ascesi, della morale. Dobbiamo pertanto essere molto grati al Papa emerito che, con un atto di lungimiranza profetica, ha promosso il ripristino della Messa Vetus ordo intuendo che, come la sua soppressione aveva avuto ripercussioni drammatiche su tutto l’edificio della fede, così il suo ristabilimento dignitosamente garantito dal Motu Proprio Summorum Pontificum e promosso da manipoli di fedeli e sacerdoti sempre più numerosi e motivati, porterà con sé frutti copiosi e gustosi per la ricostruzione del tessuto ecclesiale e per un autentico rinnovamento nella vita delle anime, che è la cosa che più ci deve interessare. Se la crisi della Chiesa è soprattutto una crisi liturgica, come ammoniva l’allora cardinal Ratzinger e come altri saggi e santi pastori ci hanno ricordato recentemente, è proprio dalla riforma della riforma liturgica che verrà la rinascita e sarà promosso l’autentico bene della Chiesa, ossia la gloria di Dio e la santificazione delle anime, «ad laudem et gloriam Nominis sui ad utilitatem quoque nostram totiusque Ecclesiae suae sanctae».

Testo della conferenza tenuta il 17 febbraio 2018 a Vicenza per iniziativa del Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

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A Vicenza vasta partecipazione alla conferenza di don Roberto Spataro sulla Messa tridentina


Conferenza di don Roberto Spataro sdb Vicenza 17 febbraio 2018

Il 17 febbraio 2018 don Roberto Spataro sdb ha tenuto a Vicenza l’annunciata conferenza dedicata alla Messa tridentina come catechismo dei nostri giorni, organizzata dal Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

Il relatore, infatti, ha sostenuto come oggi – a fronte del diffuso analfabetismo religioso – la Messa nell’antica forma corrobori la nuova evangelizzazione in quanto contribuisce alla carente istruzione dei fedeli: essa è il luogo dove la purezza della fede è integralmente conservata e misticamente trasformata in atto di lode e di supplica a Dio (il testo integrale è pubblicato in questo stesso sito qui).

Nonostante la contemporanea organizzazione di presentazioni di libri, un folto pubblico è intervenuto all’incontro e ha partecipato con grande interesse al successivo dibattito. Alcuni dei presenti hanno preso la parola nel corso del dibattito per lamentare la mancata celebrazione della Messa tridentina a Vicenza città, da molti sentita come una esigenza improrogabile.

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Ildefonso Schuster, La liturgia quaresimale a Roma

Come la Vigilia domenicale (1) in attesa della Parusia (2) del divin Giudice contribuì assai per tempo a sostituire la domenica cristiana al vecchio sabato della Sinagoga, così i due digiuni settimanali del mercoledì e del venerdì furono sin dai tempi apostolici come i due primi capisaldi della settimana liturgica. Ne troviamo i primi accenni già nella Dottrina dei Dodici Apostoli, nel Pastore di Erma e in Tertulliano, giusta il quale la Statio importava una levata mattiniera, la triplice eucologia di terza, sesta e nona, seguita nel pomeriggio dall’offerta eucaristica.

Erma ci attesta che fin dai suoi tempi tale osservanza, con vocabolo militare, veniva appunto chiamata Statio; però, come rileviamo da Tertulliano, essa aveva carattere di devozione puramente libera, il che diede origine alle dispute tra i Montanisti ed i Cattolici, pretendendo i primi che tali digiuni fossero obligatorî e si dovessero protrarre sino al tramonto del sole.

Un’osservanza preparatoria alla Pasqua, prima ancora dei canoni conciliari, dové nascere dal senso stesso e dal genio soprannaturale del Cristianesimo. Infatti, non si può spiegare diversamente la differente disciplina delle varie Chiese su questo punto; così che, mentre da principio ad Alessandria, a Roma e nelle Gallie il digiuno durava una settimana, altre Chiese si limitavano a consacrare all’astinenza solo i due ultimi giorni della Settimana Santa.

Ignoriamo le cagioni che nel iii secolo determinarono Roma a prolungare il digiuno di tre settimane; ma fu certo l’esempio del Salvatore che digiunò 40 giorni nel deserto quello che influì sui Padri di Nicea, perché la Quaresima pasquale comprendesse appunto 40 giorni. Dopo questo tempo, i Santi Padri, d’accordo con la legislazione civile di Bisanzio, non fanno che inculcare l’osservanza, determinare i riti,  spiegare i motivi e i vantaggi, cosicché, fino ai secoli a noi più vicini, la Santa Quaresima era considerata come il perno della disciplina cattolica, la «tregua di Dio», in cui tutta la società cristiana, messo da parte ogni altro negozio, chiusi i tribunali e i teatri, colla penitenza e coll’istruzione liturgica si rifaceva a nuovo, accumulando novelle energie per risorgere a vita santa col Cristo risorto e trionfante.

Gli Orientali, considerando come festivi, e quindi esenti dal digiuno, tutti i sabati e le domeniche ad eccezione del Sabato Santo, venivano a sottrarre troppi digiuni alla Quaresima, perché non ne dessero quasi un compenso, anticipando l’astinenza di alcune settimane. A Gerusalemme la Quaresima cominciava otto settimane prima di Pasqua, rito che in parte fu imitato anche dai Latini, quando, a compiere i quattro giorni di digiuno che mancavano ai 36 di digiuno quaresimale, cominciarono a digiunare fin dal mercoledì della settimana di Quinquagesima.

La primissima idea d’un tempo di penitenza in preparazione alla Pasqua, sembra essere sorta a riguardo specialmente dei catecumeni, che, col digiuno e colla preghiera, si preparavano a ricevere il Battesimo nella notte precedente la Pasqua; e questo concetto del Baptismum poenitentiae informa ancor oggi tutta la liturgia quaresimale. Diversamente da Gerusalemme, ove in segno di penitenza e di lutto non si celebrava il Sacrificio, Roma non considerò come aliturgici (3) che i soli due ultimi giorni di Quaresima; tutti gli altri avevano i loro riti particolari, le loro processioni, i propri canti, cosicché, in armonia col carattere delle anafore eucaristiche (4) latine, sembra che gli Occidentali, e Roma soprattutto, collo splendore della liturgia quaresimale abbiano voluto ubbidire fedelmente al comando del Salvatore, che ci esorta a dissimulare con modi festevoli il rigore della nostra penitenza.

Da gran tempo le jejuniorum veneranda solemnia cominciarono col Mercoledì delle Ceneri; ma nella liturgia romana ancor oggi si possono distinguere varie formole iniziali della Santa Quaresima, che in diversi tempi si sovrapposero le une alle altre. E’ assai importante il significato dell’antica solennità romana della dominica mediante (die festo), o mediana, tre settimane innanzi alla Pasqua. Il Papa percorreva il tratto che divide la basilica stazionale Sessoriana del Laterano cingendo il capo col regnum (5), come nelle più grandi solennità, e teneva in mano una rosa d’oro cosparsa di balsamo, che poi donava al Prefetto della Città.

A tempo di san Gregorio il digiuno cominciava il primo lunedì di Quaresima, come tuttavia si rileva dalla secreta della Domenica I di Quaresima che ricorda appunto il Sacrificium quadragesimalis initii, gli inizi del sacro digiuno. Anche il Cursus (6) dell’ufficio divino, gli inni, i versicoli, i responsorii,  non conoscono alcuna variazione durante tutta la settimana di Quinquagesima; lo stesso santo Pontefice in un’Omilia sul Vangelo pronunciata nella I domenica in Quadragesima ci attesta che da questo giorno sino alle gioie della festa pasquale corrono bensì sei settimane, ma perché di questi 42 giorni di penitenza si sottraggono al digiuno le 6 domeniche, così in realtà non restano che soli 36.

Oltre il giovedì in cui a Roma si ometteva la messa stazionale, anche la domenica dopo la grande Vigilia notturna del Sabato dei Quattro Tempi era considerata come giorno di «vacanza» (Domicica vacat), in quanto che la Messa veniva celebrata allo spuntar dell’alba, al termine dell’Ufficio Vigiliare. Però, già sotto Gregorio II (715-731) vennero istituite le stazioni dei giovedì di Quaresima, racimolandone gli elementi salmodici qua e là nell’Antifonario; in seguito, specialmente fuori di Roma ove non si celebravano le solenni Vigilie papali, anche la seconda domenica di Quaresima ebbe la propria Messa stazionale. Così l’Ufficio quaresimale fu al completo.

Una circostanza importantissima dell’antico rito quaresimale era l’uso di non prender cibo prima del tramonto del sole. Durante il giorno il popolo e il clero attendevano alle consuete occupazioni, ma verso nona, da ogni parte della città era un accorrere frettoloso di Fedeli verso la chiesa stazionale, ove assai spesso interveniva il Papa ed offriva il divin Sacrificio. Ordinariamente, la processione stazionale cominciava in una altra basilica vicina, ove il popolo attendeva l’arrivo del Pontefice e dei suoi alti ufficiali del palazzo lateranense, che recavano i vessilli e le suppellettili preziose pel divin Sacrificio. Al canto devoto della Litania, il corteo muoveva verso la chiesa stazionale, ove il santo Sacrificio terminava quando già il sole volgeva al tramonto. Era come un’offerta vespertina di tutta la famiglia cristiana al termine di una giornata operosa, santificata dalla preghiera e dalla mortificazione.

Gli Ordines romani (7) così descrivono il rito della feria IV cinerum. Dopo nona, il popolo e il clero si raccoglievano nella basilica di sant’Anastasia, alle radici del Palatino, ove il Pontefice, circondato dai diaconi, saliva all’Altare e cantava una preghiera. In seguito, verso il x secolo, l’antico rito delle Ceneri imposte già ai pubblici penitenti andò sempre più popolarizzandosi, onde l’Ordo romanus xi finì per estenderne la prescrizione indistintamente a tutti i Fedeli. Terminata questa mesta cerimonia, un suddiacono inalberava la preziosa croce stazionale (8), e ordinati tutti in processione, al canto delle Litanie e di Antifone adatte alla circostanza, salivano il colle Aventino, alla basilica di santa Sabina, ove si celebrava la Messa. Giusta il medesimo consuetudinario romano, il Pontefice e i diaconi compievano la strada a piedi nudi, rito abbastanza frequente nella litugia penitenziale di Roma. La Messa non aveva il Kyrie o la litania, giacché suppliva quella che era stata recitata per via; però si ripeteva l’introito e si compievano tutte le altre cerimonie consuete della Messa papale. Prima della Comunione un Suddiacono Regionario annunziava al popolo: Crastina die veniente, statio erit in ecclesia sancti Georgii martyris ad Velum Aureum. E la schola rispondeva: Deo gratias. Quindi, dopo la Comunione e la colletta super populum, che suppliva allora le benedizione finale, i Fedeli venivano licenziati (ite, missa est), e il clero si ritirava alle proprie case. Non si dice parola del Vespero, perché nell’alto Medio Evo in Roma, tranne i dì più solenni, esso veniva celebrato esclusivamente nei monasteri. Quando il Papa non interveniva alla festa stazionale, si recava da lui un accolito e gli recava per devozione un po’ di bambagia intinta nell’olio delle lampade del Santuario. Diceva dapprima: Jube, domne, benedicere; ed impetrata la benedizione, proseguiva: Hodie fuit statio ad sanctam Sabinam, quae salutat te. Il Papa rispondeva: Deo gratias, e baciato riverentemente quel batuffolo di bambagia, lo consegnava al Cubiculario perché lo custodisse diligentemente, onde riempirne poi il suo cuscino funebre.

Non si riesce a scoprire esattamente con qual criterio siano state prescelte per la Santa Quaresima le chiese stazionali. Da questa lista sono sempre escluse le basiliche cimiteriali dei Martiri, il che sembra rivelare un ordinamento posteriore al v secolo, quando la devozione popolare verso i cimiteri suburbani venne alquanto a raffreddarsi; si fa solo eccezione per le grandi Basiliche Apostoliche e pel sepolcro di S. Lorenzo, che nelle maggiori ricorrenze dell’anno, durante cioè la preparazione alla Quaresima, nella settimana pasquale e nel triduo che segue la Pentecoste, dovevano costituire quasi la meta venerata dai Fedeli e dai Neofiti. Specialmente dopo il Battesimo amministrato in Laterano nella Vigilia solenne di Pasqua, sembrava un dovere che l’intera Chiesa, clero e popolo, accompagnassero i Neofiti a questi insigni santuarî, e li presentassero ai tre grandi Patroni di Roma, Pietro, Paolo e l’arcidiacono Lorenzo.

Anche i giorni consacrati ai digiuni dei Quattro Tempi hanno le loro particolari stazioni: il mercoledì alla Basilica Liberiana, il venerdì all’Apostoleion di Papa Pelagio, e nella notte del sabato a san Pietro, ove si celebravano le Ordinazioni. I sacri Ordini venivano però conferiti in un oratorio attiguo alla basilica Vaticana, nell’interno del monastero di S. Martino, giacché era esclusivo privilegio del Papa d’essere consacrato sulla tomba stessa dell’Apostolo. Nella liturgia romana la stazione assume spesso il carattere d’una vera festa in onore del santo titolare della Chiesa; il che apparisce assai bene la domenica di Sessagesima nella basilica di san Paolo, e il giovedì dopo la domenica in mediana nella chiesa dei Martiri Cosma e Damiano. Più o meno queste preoccupazioni agiografiche locali hanno influito sulla scelta del lezionario quaresimale, tanto che un esame accurato di queste pericopi scritturali ci rivela mille particolari storici di grande valore. Così, la Messa del giovedì dopo le Ceneri nella Chiesa di S. Giorgio in Velabro, col racconto evangelico del Centurione di Cafarnao, allude a S. Giorgio, che dalla tradizione ci è appunto rappresentato come un valente uomo d’armi. Il dì appresso la Messa stazionale è nella chiesa di Pammachio, attigua allo Xenodochium dei Valerii sul Celio; infatti, le lezioni scritturali che vi si recitano insegnano il vero modo di compiere l’elemosina, con coscienza pura ed animo retto. Il lunedì seguente la stazione si raccoglie sull’Esquilino, nella basilica ad Vincula. S’impone quindi il ricordo del Pastor Ecclesiae, il quale perciò suggerirà la scelta della classica descrizione del buon Pastore tratta dal libro di Ezechiele. Il mercoledì seguente la festa stazionale sarà nella basilica Liberiana, e la liturgia assai delicatamente troverà un bel modo di insinuare le lodi della Santa Vergine nella stessa lettura evangelica. Si potrebbero moltiplicare questi esempi insistendo sull’importanza di questo colorito locale che domina tutta l’antica liturgia romana, e che le conferisce quel carattere eminentemente popolare, quella varietà, quella viva tinta di attualità, quella delicatezza infine di sentimenti che penetra così profondamente negli animi; perciò, se si vuol gustare la squisita bellezza religiosa ed estetica del patrimonio liturgico romano, non si può interamente trascurare l’ambiente esterno in cui nacque e si svolse, per non dir nulla poi delle condizioni interne dell’animo, che esiggono una fede viva ed operosa, senza di che animalis homo non percipit ea quae Spiritus sunt.

Ma, oltre al culto dei Santi nelle loro chiese stazionali, un’altra grande idea domina tutta la liturgia quaresimale della Chiesa Romana; l’istituzione della Quaresima aveva avuto come un primo impulso dalla preparazione dei catecumeni al Battesimo, e questo grandioso concetto della resurrezione dell’umanità per mezzo del Cristo che risorge da morte, non poteva non influire potentemente sulla liturgia di questo sacro tempo.

Al principio di Quaresima, o verso la domenica in mediana (9), i catecumeni meglio disposti ed istruiti davano il nome al Vescovo, onde essere ammessi al Battesimo. Ecce Pascha est, ripeteva S. Agostino, da nomen ad Baptismum. Registrati quindi i nomi, il mercoledì seguente si celebrava la stazione nella vasta basilica di san Paolo, ove si compievano i grandi Scrutinii. Ancor oggi la liturgia di quel giorno è dominata dal concetto del battesimo, e come tipo appunto di verace conversione, la Chiesa Romana addita ai nuovi proseliti l’Apostolo delle Genti, che trascorse i tre giorni del suo catecumenato nella preghiera e nel digiuno. Perciò, la scelta della lezione evangelica del cieco nato, oltre al significato spirituale della colpa originale colla quale tutti gli uomini nascono ciechi al lume della Fede, contiene una delicata allusione alla cecità materiale dell’Apostolo, da cui fu guarito nell’istante del suo battesimo.

La cerimonia cominciava verso terza; un accolito faceva l’appello nominale dei catecumeni, disponendoli in fila, i maschi a destra, le fanciulle a sinistra. Passava quindi un sacerdote, ed imposte sui loro capi le mani, recitava una formola d’esorcismo, ponendo sul loro labbro del sale benedetto. Ritirati quindi i Catecumeni, incominciava la Messa; però, dopo la prima colletta erano di nuovo richiamati, e all’invito del diacono recitavano genuflessi alcune preghiere. Diceva quindi il levita ai padrini e alle madrine: Signate illos, e questi imprimevano loro un segno di croce in fronte. Seguivano tre accoliti con altre imposizioni di mani, segni di croce ed esorcismi; poscia il diacono esclamava: Catechumeni recedant; si quis cathecumenus est, recedat; omnes cathecumeni exeant foras, e i catecumeni si ritiravano. All’Offertorio i padrini e le madrine presentavano al Papa le oblazioni anche pei loro futuri figliocci, i cui nomi erano pubblicamente letti durante il Canone. Dopo la Comunione, il Papa faceva avvertire al popolo il giorno del secondo scrutinio, che si iniziava con gli stessi riti del primo.

Però la cerimonia a Roma aveva un nome speciale, in aurium aperitione, giacché in quel giorno le orecchie dei catecumeni si aprivano per la prima volta ad ascoltare pubblicamente la lettura dei Santi Vangeli. Dopo il canto del Graduale, comparivano quattro diaconi coi volumi dei Vangeli che deponevano sui quattro lati della sacra mensa. Il Papa teneva allora un’Omilia sul carattere e sull’importanza della Legge Evangelica; quindi un diacono leggeva i primi versi del Vangelo di san Matteo e consegnava poscia il libro a un suddiacono, che, ravvoltolo riverentemente in un velo, lo riponeva nel sacrario. Il Pontefice successivamente commentava i primi versicoli dei quattro Vangeli, giusta l’ordine col quale venivano letti dai diaconi; indi spiegava il Simbolo della Fede, ignoto fino allora ai nuovi aspiranti. Finito il discorso, gli si presentava un accolito tenendo in braccio uno dei bambini greci, numerosissimi in Roma durante il periodo bizantino. Chiedeva il Pontefice: Qua lingua confitentur Dominum nostrum Jesum Christum? – Graece – Annuntia fidem illorum  – e l’accolito cantava: pisteuo eis ena … a nome dei fanciulli bizantini, filgi degli alti impiegati imperiali. Un altro accolito compieva la stessa cerimonia per i fanciulli latini, quindi il Papa, dopo un breve esordio, insegnava ai catecumeni l’Orazione domenicale. A Roma gli Scrutinii dapprima erano tre, indi giunsero sino a sette, riservando l’ultimo alla mattina stessa del Sabato Santo. Passava allora un sacerdote, e segnate nuovamente le fronti di ciascuno col segno di croce, imponeva loro le mani proferendo una formola di esorcismo; toccava indi le loro orecchie e il labbro superiore col dito inumidito di saliva: Epheta, quod est adaperire, in odorem suavitatis, e imposte nuovamente le mani, cantava il Credo. Dopo un’ultima preghiera recitata in comune, gli aspiranti venivano finalmente licenziati, per attendere ansiosi il tramonto del sole, quando appunto cominciava la solenne Vigilia Pasquale.

Dopo la lettura dei più bei squarci della Bibbia, in cui si preludeva al trionfo definitivo del popolo cristiano mercé la grazia del santo Battesimo, il Papa, accompagnato da alquanti preti, diaconi e ministri inferiori, si conduceva processionalmente al magnifico battistero lateranense, lasciando in Chiesa il resto del clero e del popolo a cantare replicatamente le Litanie dei Santi. Dapprima si benediceva il fonte battesimale che veniva cosparso di crisma profumato, indi il Papa conferiva il Battesimo ad alcuni catecumeni, e frattanto che i preti, i diaconi e gli accoliti discesi a pié scalzi nella sacra vasca compievano sugli altri il sacro rito, egli entrava nel Consignatorium e col crisma confermava i nuovi Fedeli man mano che gli venivano presentati. Il sole nascente indorava già la sommità dei colli Albani che si designano maestosi sullo sfondo della piazza lateranense, quando la processione dei bianchi neofiti, seguita dai loro padrini e dal Papa, rientrava in Chiesa a celebrare la Messa pasquale, in cui per la prima volta ricevevano la santa Comunione. Quali dolci emozioni! tutto per essi era nuovo: la celeste dottrina, i Santi Sacramenti, la divina liturgia della Chiesa, che in quel giorno doveva davvero apparire ai nuovi Fedeli, come la vide Erma, sotto forma di una splendida matrona, tutta radiante di fulgore e di eterna giovinezza.

La solennità battesimale a Roma si prolungava per un’intera settimana; ogni giorno dopo il vespero la processione riconduceva i neofiti biancovestiti al battistero, finché la domenica appresso, al deporsi delle vesti candide, si celebrava la stazione nella chiesa suburbana del quattordicenne martire Pancrazio, che la Liturgia additava siccome un modello a imitarsi dalle giovani reclute della milizia cristiana. La Messa in quel giorno sembra appunto ispirata a quel sublime entusiasmo e a quella gioia che è propria del vigore giovanile, quasi modo geniti infantes, e doveva certo ricolmare i neofiti delle più liete speranze e delle più dolci promesse di grazia e di benedizioni.

Tale, a sommi tratti, è la splendida liturgia stazionale della Chiesa Romana, in cui questa divina madre e maestra dei popoli cristiani rivela un genio affatto speciale, per tradurre negli animi dei Fedeli, mediante le sue processioni, i riti e le sacre salmodie, una catechesi altrettanto sublime che fruttuosa. Quel che oggi fanno i quadri plastici e i catechismi illustrati, altra volta lo compieva direttamente la stessa sacra Liturgia, e l’insegnamento non era meno profondo, giacché rimaneva fermamente impresso nelle menti, facendo sì che la dottrina cristiana fosse non solo compresa, ma tradotta, a dir così, in atto nella vita stessa del popolo fedele.

Fu Gregorio, il grande restauratore dello spirito cristiano per mezzo soprattutto della Liturgia, quello che riordinò in Roma l’antica ufficiatura stazionale; e le storie, infatti, ce lo descrivono a capo del gregge cristiano, che si conduce in processione a questo o a quel santuario dei Martiri, onde pascere i Fedeli coll’esempio, colla viva parola e coi santi Sacramenti. Certo, anche prescindendo, se è possibile, dall’efficacia soprannaturale di questi riti e di queste preghiere presentate a Dio collettivamente da un intero popolo, non doveva esservi nulla di più bello, e commovente, quanto il vedere quelle migliaia di Fedeli di ogni età e condizione, operai, patrizi, monaci ed alto clero, che, dopo le fatiche della giornata, ritrovano il conforto dello spirito assetato di Dio e del cielo nella festa stazionale, ove l’unità ecclesiastica d’un sol gregge e d’un solo pastore era visibilmente affermata dall’unica mensa, dall’unico pane e dal medesimo calice eucaristico, offerto a Dio a nome di tutti dal supremo pastore.

Oggi le mutate condizioni della vita sociale hanno fatto sì che anche la Chiesa abbia dovuto introdurre alcune modificazioni di minor conto nei suoi riti. La disciplina del catecumenato è andata da lungo tempo in disuso, ma non per questo si può dire che la liturgia quaresimale abbia perduto il suo carattere di viva attualità, giacché anche ai dì nostri le anime che fuori del seno della Chiesa Cattolica attendono l’ora della divina misericordia, sono tutt’altro che poche, ed è dovere della Chiesa d’anticipare colle preghiere la loro conversione.

La Quaresima inoltre è il tempo della penitenza, dell’emenda dei costumi e della preparazione alla solennità Pasquale, e queste condizioni dell’ascesi cristiana trascendono universalmente i secoli, e s’impongono a tutti i Fedeli. Le sante gioie di Pasqua allora saranno più vive e inonderanno più intimamente il cuore del cristiano, quando questo, già mortificato dalla penitenza, si sarà reso degno di vivere una vita tutta santa, unicamente per Dio, ad esempio di Gesù risorto, di cui scrive l’Apostolo: Mortuus est semel, quod autem vivit, vivit Deo (10).

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(1) E’ il nome dato in antico all’Ufficio notturno che si celebrava nella notte tra il sabato e la domenica.

(2) Così nell’evo apostolico era chiamata per eccellenza la seconda venuta del Divin Redentore alla fine del mondo.

(3) Giorni, cioè, in cui non si offre il divin Sacrificio.

(4) E’ il nome dato in antico dagli Orientali a quella preghiera che oggi ha titolo Canon MIssae.

(5) Così chiamavasi altre volte la tiara pontificia, quando era cinta da una sola corona. Il triregnum data dagli ultimi tempi del Medio Evo.

(6) Cioè l’ordinamento, la disposizione.

(7) Formano quasi una collezione di statuti cerimoniali, mediante i quali possiamo seguire passo passo tutto lo svolgimento della liturgia papale in Roma, dal secolo vi al xvi.

(8) Era così chiamata, perché veniva appunto inalberata durante le processioni stazionali.

(9) Corrisponde alla IV domenica di Quaresima.

(10) Rom., VI.

Cfr. I. SCHUSTER, Le sacre Stazioni quaresimali secondo l’ordine del Messale Romano. Note storiche preci stazionali e devote aspirazioni raccomandate dal Sommo Pontefice Benedetto XV, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1915, pp. 5-18.

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Padova, alla chiesa di S. Canziano benedizione e imposizione delle ceneri

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Mercoledì 14 febbraio 2018 alle 11 nella chiesa di S. Canziano a Padova (alla via omonima, tra piazza delle Erbe e Canton del Gallo) vi sarà la benedizione e imposizione delle ceneri secondo il rito tridentino, seguita dalla Messa della Feria IV Cinerum.

La sacra funzione penitenziale è organizzata a cura del Comitato San Canziano pro Missa Tridentina di Padova (Pagina Fb).

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Vicenza, 17 febbraio. Conferenza di don Roberto Spataro sulla Messa tridentina

Conferenza di don Roberto Spataro a Vicenza il 17 febbraio 2018

Sabato 17 febbraio 2018 alle 16 a Vicenza don Roberto Spataro sdb terrà una conferenza dal titolo «Lex credendi, lex orandi: la Messa tridentina come catechismo dei nostri giorni». L’incontro avrà luogo nella Sala Meeting del Polo Giovani B55 in Contrà Barche 55.

La conferenza si rivolge a tutti gli interessati alla Messa tridentina in città – cioè nella forma straordinaria del rito romano in base al Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI -,  ed è stata organizzata dal Gruppo pro Missa Tridentina Vicenza in collaborazione con Una Voce Italia.

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Dardi verso il cielo, di Cristina Campo

Anteo, per rimanere invincibile, doveva toccar terra col piede. L’uomo religioso deve, nell’agone che gli è proprio, staccarsene il più sovente possibile: proiettando la sua mente in Dio, scagliandola, come si dà il volo a una rondine, verso il Creatore. Questo dardo d’oro della mente, questo batter d’ali che si gettano perdutamente a prender dimora un istante nel cuore stesso della luce, sono noti ai cristiani; e quando siano vocali (ma non necessaria­mente) si chiamano operazioni giaculatorie, da jaculum, appunto: dardo o freccia scoccata.

Il Vescovo di Roma ha ricordato di recente che «l’uomo è un essere costituzionalmente ordinato a trascendere se stesso, un essere proiettato verso Dio». Questa naturale conformazione spiega come la giaculatoria sia stata in ogni tempo istintiva sulle labbra del popolo: il più delle volte inconscia, puro grido, non di rado colma di affetti delicati. «Cuore di Cristo, Vergine dolcissima, Madre del Cielo, fateci santi» sono tra le locuzioni ancora in uso nelle campagne italiane. E non è detto che il lancio di questi lievi e caldi boccioli non compensi, sulle bilance invisibili, terrificanti pesi di blasfemia. Il dolore del popolo rinnova, in una gamma infinita, l’eco – umile e difforme finché si vuole – della suprema giaculatoria divina: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Nella storia cristiana la pratica assidua, metodica dell’orazione giaculatoria risale ai padri anacoreti della Tebaide. Nelle Vitae Patrum è perpetuato il ricordo dell’unica giaculatoria con la quale l’abate Pafnuzio condusse in tre anni la cortigiana Thais alla purificazione perfetta. Volta verso Oriente, ella doveva ripetere: «Tu che mi creasti, abbi pietà di me».

Ma vi è un nome al quale «si piega ogni ginocchio, in cielo, in terra e negli inferni». La giaculatoria dei Padri era soprattutto il nome di Cristo, reiterato all’infinito secondo il comandamento paolino «Pregate incessantemente» (1Ts 5,17), ora solo, ora in un breve contesto: «Signore Gesù, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore». La pratica risale a un grande mistico bizantino, Simeone il Nuovo Teologo, ma la ritroviamo, più o meno ac­centuata, in tutti i Padri d’Oriente (v. Philokalia on Prayer of the Heart, Faber & Faber, 1957, e in italiano la piccola Philocalia, LEF, 1963).

Come il sacro Nome venga dolcemente accordato al gioco del respiro e del battito cardiaco, finché per così dire non più l’uomo prega ma in lui si prega incessantemente, gioiosamente, così come in lui si pulsa e si respira, è narrato con incantevole realismo in un singolare romanzo composto in Russia nel XIX secolo, senza dubbio da un eminente conoscitore delle vie della contemplazione: La relazione (o Il racconto) di un pellegrino al suo confessore (LEF, a cura di don Divo Barsotti) : stupenda piccola opera costruita, come Le anime morte, in forma di itinerario attraverso un paese ed un popolo. Ma queste sono anime vive, incoercibilmente felici e soavemente possenti, che il magnete del Nome congrega intorno al pellegrino dovunque passi. Il mondo, blocco ottuso e cieco, racchiude in ogni tempo una filigrana di esseri che vivono secondo regole che non sono di questo mondo. E sono gli esseri che mutano il cuore del mondo. L’iniziazione alla «via del Nome» è ancora diffusa nei monasteri del Monte Athos (v. Invocazione del Nome di Gesù, di Ignoto, LEF, 1961) e, a quanto sembra, in molti paesi dell’Est.

Cassiano consacra un intero capitolo delle sue Collazioni alla giaculatoria «Deus, in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina»: versetto davidico che aprirà, in Occidente, ciascuna Ora canonica dell’Uffizio corale. Nelle Ore, anche certe coppie di versi e responsori brevissimi suonano quali giaculatorie di supplica: «Ostende nobis Domine / misericordiam tuam», o «Miserere / mei, Deus».

Ma l’amore vince il timore. Giaculatoria regale è la giaculatoria di pura dilezione, come quella che san Francesco ripeté per un’intera notte: «Mio Dio e mio tutto». Affettuose giaculatorie chiudono ciascun capitolo dei piccoli trattati di sant’Alfonso. Non diversamente le intendeva san Francesco di Sales, le cui lettere di direzione spirituale si insinuano come dita delicate sino alle corde più fini della vita dell’anima, squisitamente accordandole alla volontà divina. A santa Francesca di Chantal egli raccomanda di salutare con una giaculatoria ogni rintoccar d’ora. Ad una giovane donna vessata dal terrore della morte, di esclamare frequentemente: «Voi siete mio Padre, o Signore». Ma è nelle lettere a due dame, a cui gli affari di Corte impediscono l’orazione metodica, che egli formula con maggior bellezza e precisione il carattere dell’orazione giaculatoria: « … soprattutto desidero che in ogni occasione, durante la giornata, voi ritiriate il vostro cuore in Dio, dicendogli qualche parola di fedeltà e d’amore». « … [supplite] alla mancanza degli altri esercizi con frequenti e ferventi orazioni giaculatorie o proiezioni (élancements) dello spirito in Dio» (Lettres, Garnier, vol. I).

Questo doppio e simultaneo movimento dello spirito, che si ritira in Dio cercandolo nella segreta stanza interiore, e trova in quel centro l’infinito nel quale lanciarsi, lo ritroviamo nella pratica religiosa dell’Islam. Secondo Frithjof Schuon (Comprendre l’Islam, Gallimard, 1961), «la preghiera canonica è diretta verso la Mecca, mentre la menzione di Dio – Non c’è Dio se non Dio – è diretta verso il cuore». Questa giaculatoria di lode, reiterata alla minima occasione, forma nell’Islam il tessuto stesso della vita.

La consuetudine di queste sacre formule riveste l’uomo di una speciale impassibilità, e non è raro incontrare ancor oggi delicati asceti di cui non si spiegherebbe la resistenza all’urto del mondo se non li sapessimo ricoperti da un’invisibile armatura di giaculatorie. Come sempre il santo è il miglior banchiere, secondo la parola di uno scrittore contemporaneo, e lo stato di orazione perenne, oltre ad assicurare un apporto continuo di energie spirituali, lo stato di gioia e la santa imperturbabilità, opera tutto un seguito di meraviglie minori, alle quali difficilmente si crederà senza esperienza. La recitazione del Nome e la giaculatoria in generale, isolando lo spirito in un cerchio al quale soltanto forze superiori hanno accesso, è una possente difesa psicologica ben nota agli uomini di preghiera. Più di un antico mistico sperimentò come questa fulminea intimità con Dio arrivasse a produrre in qualche maligno interlocutore la improvvisa balbuzie, inspiegabili capogiri o altri sintomi di confusione mentale.

Anche l’inscrutabile vincitore è più spesso di quanto non si creda, e al contrario di quanto usa credere, vir orationis. Uno studioso riferiva un caso: quello del potentissimo finanziere uso alla contemplazione che assistendo a conferenze d’affari, veri convegni di lupi pronti a sbranarsi, se ne isolava di tanto in tanto elevando la mente in breve orazione. «E con sorpresa, ogni volta, li vedeva placarsi, riconciliarsi uno dopo l’altro». Riviste hanno riferito del magnate giapponese dell’automobile che trascorre un intero giorno della settimana in meditazione religiosa nei templi di Kyoto.

Nell’ultimo libro di Jacques Maritain (Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, 1966), di un’importanza così unica per la storia del cattolicesimo contemporaneo e così affascinante nella titanica ironia delle sue condanne, è suggerita, ancora una volta, la pratica della giaculatoria. «Si può fare orazione nel treno, nella metropolitana, nella sala d’aspetto del dentista. Si può ricorrere con frequenza a quelle brevi preghiere lanciate come un grido che gli antichi raccomandavano tanto».

E’ certo che se l’uomo conoscesse la sterminata potenza della sua anima quando un costante movimento verticale l’assicuri come un canapo a Dio, persino un mondo qual è il nostro cesserebbe di atterrirlo e, beninteso, di affascinarlo.

Cfr. «Il Giornale d’Italia», 10-11 gennaio 1967, p. 3, ripubblicato in C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, Milano, Adelphi, 1998², pp. 136-140.

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Messe tridentine nel periodo natalizio alla chiesa di S. Canziano a Padova

Chiesa di S. Canziano (S. Rita), Padova

Nella chiesa di S. Canziano a Padova (Via S. Canziano presso Piazza delle Erbe) nel periodo delle festività natalizie sarà detta la Messa tridentina col seguente calendario:

domenica 17 dicembre 2017 DOMINICA TERTIA ADVENTUS

domenica 24 dicembre 2017 IN VIGILIA NATIVITATIS DOMINI

lunedì 25 dicembre 2017 IN NATIVITATE DOMINI

domenica 31 dicembre 2017 DOMINICA INFRA OCTAVAM NATIVITATIS

lunedì 1° gennaio 2018 IN CIRCUMCISIONE DOMINI

sabato 6 gennaio 2018 IN EPIPHANIA DOMINI

domenica 7 gennaio 2018 SANCTAE FAMILIAE JESU, MARIAE, JOSEPH

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Note sopra la liturgia, di Cristina Campo

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Negli Apophtegmata Patrum è detto come il demonio sia incapace di conoscere i nostri pensieri perché di un’altra natura dalla nostra, ma come egli possa indovinarli osservando i movimenti del nostro corpo. Di quella spia egli profitta per tenderci i suoi tranelli: donde l’importanza data in ogni tempo al comportamento esteriore e la spontanea venerazione per chi l’abbia perfetto. Costui, oltre a creare intorno a se stesso un anello di purezza inviolabile, sta in certo modo compiendo un esorcismo a beneficio di quanti gli sono prossimi. «Beato – dice san Francesco – quell’uomo che non vuole nei suoi costumi e nel suo parlare esser veduto né conosciuto se non è in quella pura composizione e in quello adornamento semplice del quale Iddio lo adornò e compose».

E’ comprensibile che un maestro spirituale insistesse presso i suoi discepoli sulla liturgia solitaria, atteggiamento del corpo durante l’orazione anche soltanto mentale, consigliasse di pregare in piedi. compiendo tutti i gesti prescritti, come in coro, «come se i fratelli assenti fossero presenti». E che un’educatrice di genio, Hélène Lubienska de Lanval, imponga prima di tutto ai bambini la recitazione di pochi versetti biblici accompagnata da taluni gesti e cerimoniali significativi: preparando il calco esteriore alla colata del contenuto che verrà più tardi: intellettuale prima, spirituale poi. Si sa di molte conversioni dovute alla predicazione, ma la scintilla può scoccare da un solo, perfetto gesto liturgico; c’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro.

In un mondo nel quale l’uomo lentamente muore per mancanza non già di riverenza, come i filantropi vorrebbero indicarci, ma perché non sa più chi, non sa più che cosa riverire, un gesto simile può mutare una vita. E non appare strano, avendolo visto, che a santa Gertrude il Cristo sia apparso per la prima volta «nell’ora dolcissima di Compieta», mentre ella si rialzava da un inchino profondo col quale aveva riverito una monaca più anziana. Al posto di quella vide il «delicato giovinetto», «tale nell’aspetto quale allora la mia giovinezza sarebbe stata lieta di vedere anche con gli occhi del corpo». Con l’ultimo inchino sparirà forse da questa terra l’ultima vicenda degna di venerazione.

La liturgia è dunque il santo esorcismo. Santo e per così dire naturale. I gesti sacri lo sono anche in senso biologico, perché da tradizioni millenarie legati a numeri ai quali la vita dell’uomo arcanamente risponde: il tre, il sette, il dieci e così via. Uno studioso, Sambucy, ha notato come nella Messa siano contenuti gli atteggiamenti rituali più puri della contemplazione yoga, per esempio al Canone, allorché il sacerdote prega a braccia aperte e sollevate geometricamente, unendo i pollici agli indici; ma da noi si tende, incomprensibilmente, a trovare arbitrario, gratuito e sostituibile lo splendore di consimili gesti o la meravigliosa complicazione di certe regole cerimoniali: come quella, tutta ruotante intorno al numero tre e al mistico rapporto tra il cerchio e le rette (in modum circuliin modum crucis), che informa, nella Messa solenne, la incensazione delle oblate. L’uomo così impegnato in gesti significativi adempie all’opus Dei non soltanto in senso sacro ma anche in senso naturale, affidando il respiro al ritmo infallibile del canto (che, con le lunghezze armoniosamente diseguali dei versetti, dilata e varia il giuoco del soffio nei polmoni) e lasciando che tutto il corpo ritrovi, in quella stretta e trascendentale disciplina, le sue leggi e i suoi numeri segreti. Lode davvero trinitaria, nella quale il corpo è fatto sentimento, il cuore pensiero e l’intelletto contemplazione.

Oggi si direbbe che quell’insano terrore che induce l’uomo ad aggredire la natura nel momento stesso che la fugge, lo spinga ad interrompere anche il grande esorcismo spirituale del gesto, introducendovi sempre più ciecamente cunei di vita profana: voci scomposte, ordini, illuminazioni inopportune, oggetti non rituali e, mostruosamente, il microfono, che rende grottesca la voce umana, assurde le tragiche vesti, anacronistico il gesto cerimoniale: giacché sarà sempre il nobile a pagare per il predone.

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Liturgia è celebrazione dei divini misteri. È anche la grande esoterica del cattolico, che solo dopo una lunga frequentazione della liturgia terrena sarà in grado di presagire qualcosa della liturgia celeste. È, infine, desiderio di glorificare la divinità ricomponendo sulla terra, come stampate da un’ombra, le meraviglie del cielo: il giro degli astri, il succedersi delle stagioni, il mistero del tempo, l’itinerario della mente a Dio. Assistendo a una celebrazione liturgica solenne o anche soltanto a un Vespro bene ufficiato (è chiaro che parliamo e abbiamo parlato finora della tradizionale liturgia latino-gregoriana), si avrà l’impressione immediata di un moto astrale, di un’orbita celeste. E subito il Breviario lo conferma: piccolo libro zodiacale e cosmologico, currens per anni circulum, dove ciascuna ora canonica celebra una fase della luce, come negli Inni delle Piccole Ore, un momento della creazione del mondo, come negli Inni dei Vespri, o il graduale passaggio dalla notte al giorno, dal peccato all’illuminazione, come negli Inni dei Mattutini. Fin nelle ultime sfumature la varietà dei toni, le diverse cadenze musicali di uno stesso inno, salmo o responsorio a seconda del tempo liturgico, della solennità o della stagione (tonus vernalistonus hiemalis) – l’ «immensa e delicata» liturgia mostra di ben portare il nome che le diede san Benedetto, opus Dei, giacché l’uomo non vi ha ruolo che di interprete delle grandezze di Dio e del creato. I suoi movimenti vi uniscono la lentezza maestosa delle ore con la levità della danza, mentre i paramenti, variando il loro colore, fissano all’occhio significati di morte, di risurrezione primaverile, di purgazione, di purpurea raccolta. Intorno all’immobile Sole – Cristo – Cristo stesso, nella persona del sacerdote, volge la Sua divina vicenda, e in essa coinvolge l’anno come il giorno, l’uomo in adorazione come lo stuolo dei Santi e delle Gerarchie Angeliche. Liturgia è dunque desiderio di circondare la divinità di immagini quanto possibile ad essa somiglianti, oltre che di parole da essa ricevute. Di restituire al Creatore, in virtù della Sua ispirazione, un estatico specchio della creazione. Gratias agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam.

In un tempo nel quale l’uomo, preda di forze oscure, si industria di far esplodere la vita, stravolgendone tutte le leggi e rinunciando alla sua ultima destinazione, è particolarmente affliggente per lo spirito che anche nel meraviglioso santuario della liturgia tradizionale si aprano brecce, che anche questo sistema vacilli.

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Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca, anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.

La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira.

«E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara per la mia sepoltura» disse il Salvatore con quell’accento che nessuno, intorno a Lui, penetrava. Nemmeno Maddalena comprese, naturalmente. Ma quando, tre giorni dopo, venne al Sepolcro con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’ «ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di capelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente. Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole:

«Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?».

La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto, quello non meno ineffabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravita che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

Cfr. [Bernardo Trevisano] in «Cappella Sistina», luglio-settembre 1966, pp. 99-102; ora in C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, Milano, Adelphi, 1998², pp. 129-135.

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