Giuseppe Morozzo, Indicazione ordinata de’ difetti principali che soglionsi commettere nella celebrazione della Messa

Giuseppe Morozzo, Delle sacre cerimonie, 1827

73. Per compiere esattamente a quanto sta dalle Rubriche ingiunto per la celebrazione della Messa gioverà non poco lo avere presenti, quasi sotto ad un solo punto di vista, i difetti principali, ne’ quali non di rado si cade, or l’uno, or l’altro commettendo, affinché co’ precetti che sin qui si sono dichiarati si possano quelli evitare. Per procedere adunque ordinatamente è difetto in primo luogo, se non iscusi un giusto motivo, il non aver recitato almeno il Mattutino colle Laudi prima della Messa.

Non fare una sufficiente preparazione nella Chiesa, anche per edificazione altrui. Lavarsi le mani avanti di aver trovata la Messa nel libro, o dopo aver accomodato il Calice, o dopo essersi parato.

Non acconciarsi il Calice per se stesso, oppure il non rivederne l’apparecchio prima di andare all’altare.

Mettere il corporale nudo fuori della borsa sopra il velo, e cosi portarlo all’Altare, o riportarnelo.

Parlare con altri mentre si vestono i sacri paramenti.

Appararsi a capo coperto, o porre sul Calice, o sul messale il fazzoletto, la berretta, il berrettino, gli occhiali. Fare inchino prima di mettersi l’amitto, o segnarsi già avendo il medesimo tra le mani.

Non sovrapporre, la parte destra alla sinistra de’ sacri paramenti, ed aggiungere Amen alle preci stabilite nel vestirsene, essendo una sol volta prescritto.

Mettersi a cintola un fazzoletto lordo, ed in modo disporlo che oltrepassi la pianeta. Porsi il manipolo al gomito; o far calare la stola sopra il dorso, o non aggiustarli onde la Croce torni nel mezzo, ovvero rimanga fuori della pianeta.

Non ricevere a mani giunte i paramenti se sono imposti dal Ministro, e baciare il camice, o la pianeta.

Non sapere le Orazioni secrete che lungo la Messa sono da recitarsi a memoria.

Girare per la sagrestia co’ paramenti indosso tanto avanti, che dopo la Messa.

Fare la riverenza alla Croce, od Immagine principale della sagrestia colla berretta in mano; o levarsela per genuflettere al Ss.mo Sacramento chiuso nel Ciborio, andando all’altare.

Portare il Calice troppo in alto, o troppo declinato, e non avanti al petto; od andare all’altare, e ritornarvene, frettolosamente camminando, senza tenere gli occhi bassi.

Dopo aver fatta la genuflessione all’altare in cui è il Ss.mo Sacramento, aggiungere anche l’inchino alla Croce.

Mettete la borsa contro il gradino de’ candelieri colla mano sinistra; o far aprire, e chiudere il messale dal Ministro.

Trattenersi nel mezzo dell’altare a guardare la Croce prima di scendere al dovuto luogo per cominciare la Messa.

Volgere le spalle alla Croce per non ritirarsi un poco dalla parte del Vangelo sì nello scendere per dar principio alla Messa, che nel partirsi dopo averla finita.

74. Non conservare la dovuta gravità; e frugacchiarsi le orecchie, il naso, strofinarsi gli occhi, acconciarsi i capelli, e simili.
Cominciare la Messa avanti che sieno accese le candele, o permettere, che si spengano al finirsi della Messa anzi che sia tutto letto l’ultimo Vangelo.

Stando colle mani giunte non tenere le dita distese, ed i pollici sovrapposti in forma di Croce.

Farsi il segno di Croce in aria, o in maniera dimezzata, ed imperfetta.

Essendo tre lo inchinazioni profonda, mediocre, e semplice, far l’una a vece dell’altra ne’ tempi dalla Rubrica per ciascuna determinati.

Non lasciar finire al Ministro le risposte, e potendolo, non avvisarlo de’ suoi mancamenti nella pratica del suo ufficio.

Aggiungere la particola et nel ripetere l’Antifona Introibo del Salmo Judica me Deus.

Battersi il petto nel Confiteor a mano aperta, o con veemenza, od inchinarsi al Ministro nella Messa privata alle parole vobis Fratres, e vos Fratres; o rispondere Amen dopo fatta dal medesimo la Confessione.

Aggiungere le parole omnibus, oppure omnium ai versi Misereatur, ed Indulgentiam, dicendo pure in questo peccatorum vestrorum invece di nostrorum.

Alla preghiera Aufer e nobis non essere inchinato al tempo prescritto, e dopo aver baciato l’altare fare l’inchino prima di andare al libro.

Dire con troppa fretta e le cose che sono da recitarsi chiaramente, e quelle che deggionsi proferire in segreto con pericolo anche di sincopare le parole.

Trasportare le Cerimonie, cominciandole prima, o dopo del tempo assegnato.

Far le viste di baciare l’altare senza baciarlo realmente, o ciò compiere per canto, e non nel mezzo, o torcendosi nella vita.

Cominciare i Kyrie eleison prima di essere nel mezzo dell’altare; e tralasciare nell’Inno Angelico i voluti inchini.

Dire il Dominus vobiscum non volgendosi al popolo a mani giunte, o non tenendo gli occhi bassi, o senza deporre gli occhiali; e dire in seguito Oremus prima di arrivare al messale, menando anche per le lunghe, quasi che fosse raddoppiata, la prima lettera O.

Non fare gli inchini ai nomi di Gesù, di Maria, e dei Santi, di cui corre le festa, o la commemorazione; o nel conchiudere le Orazioni farlo anche quando non sonovi le parole Jesum Christum.

Recitare le Orazioni senza tenere a’ suoi tempi unite, od aperte avanti al petto le mani.

Non alzare alla Croce gli occhi nei luoghi dalla Rubrica indicati.

Dire nel Munda cor meum nella Messa privata Jube, Domne, e non Jube, Domine, benedicere; o baciar l’altare dopo tale preghiera.

Appoggiare le mani sull’altare al Munda cor meum, e successivamente al Sanctus, ed all’Agnus Dei.

Non porre nel cominciare il Vangelo la mano sinistra sul messale per fare su di esso il segno di Croce, o sotto al petto segnando se stesso; e non fare tali segni colla parte inferiore del pollice; né tenendo le altre dita distese.

Fare l’inchino alla Croce, o verso di essa genuflettere leggendo il Vangelo, e non verso il messale come è comandato.

Cominciare il segno della Croce al finirsi del Simbolo prima dell’articolo Et vitam etc.

75. Dire l’Offertorio a mani aperte; o togliere mentre si recita il velo dal Calice; e dopo recitato questi mettere alla rinfusa, o collocarlo dietro al Calice a vece di piegarlo come si conviene.

Tergere con violenza il Calice; e cominciare la preghiera Deus, qui humanæ substantiæ etc. prima di aver deposto il bocciuolo del vino.

Abbassare il capo ai nomi di Gesù, e di Maria nel recitare la preghiera Suscipe, sancta Trinitas etc., essendo già il Sacerdote alla medesima inchinato.

Fare i segni di Croce sull’Ostia, e sul Calice piegando le dita nel tirare le linee per formarle, o tenendo la mano mezzo chiusa, o facendoli per punti, e per salti.

Non dire segretamente dopo le parole Orate, fratres etc., proferite con voce mediocre, tutto il restante della esortazione, o rispondere Amen prima che sia terminato il Suscipiat detto dal Ministro, proseguendo anche fuori di tempo le secrete. Inchinare il capo alle parole ubique gratias agere della Prefazione, od alle altre per Christum Dominum nostrum tanto nella medesima, che altrove, fuorché dopo la commemorazione de’ defunti.

Battersi il petto al Sanctus, e non proferire queste parole con voce mediocre; ed in seguito dire con voce alta ciò che debbe recitarsi segretamente.

Non avere giunte le mani prima di fare i segni di Croce; o tenere una mano per aria mentre l’altra sta operando.

Bagnarsi le dita colla saliva per volgere i fogli più facilmente.

Mettere i pollici sotto alla palma delle mani nel dire Hanc igitur oblationem etc.; e purificare accanto all’Ostia le dita prima di prenderla.

76. Tenere la mano sinistra appoggiata all’altare per benedire l’Ostia prima di consecrarla.

Prendere il Calice con una mano sola nel dire accipiens et hunc præclarum Calicem etc.; e stare colla bocca troppo vicina al medesimo, o tenerlo appoggiato, oppure inclinato verso di sé.

Non proferire segretamente le parole della consecrazione, o far gesti colla testa, e storcimenti in tale atto, o tenere il piede destro alzato in punta per essere presto a genuflettere.

Non portare verso la fronte dell’altare le giunture delle mani per fare più comodamente la genuflessione.

Non accompagnare l’Ostia, ed il Calice collo sguardo facendone l’elevazione, e tenerli fermi più del dovere a vista de’ circostanti.

Dire le parole Hæc quotiescumque feceritis etc. nel tempo dell’elevazione, e non subito dopo la consecrazione.

Non tenere le dita pollici ed indici unite dalla consecrazione sino alla purificazione; o toccare l’Ostia colle altre dita; o non tenere, nel maneggiare l’Ostia le dita inferiori sempre distese.

Non fare le genuflessioni sino a terra, o praticarle senza garbo, o frettolosamente. Mettere le mani giunte sopra l’altare totalmente dentro il corporale dopo la consecrazione senza seguire il metodo espresso una volta, e per sempre dalla Rubrica senza veruna distinzione.

Fare la pausa alla commemorazione dei defunti prima di aver dette le parole qui nos præcesserunt etc.; o dire con voce chiara le parole Memento etiam Domine: Ipsis, Domine, etc., quando esse pure, come nella commemorazione dei viventi denno essere segrete.

Non battersi il petto colle sole tre dita inferiori per non toccare colle unite la pianeta.

Inchinare il capo nel dire Nobis quoque peccatoribus etc.; od aggiungere Amen alla conclusione che segue questa preghiera.

Stare inchinato al dire Præceptis salutaribus moniti etc., o recitarlo a mani aperte; ed estrarre la patena per nettarla prima di aver risposto Amen.

Non tenere al petto la mano sinistra nel farsi colla patena il segno della Croce; o non astergerla colla destra.

Baciar la patena nella parte di sotto, o per taglio, e ripulirla contro la pianeta, ovvero in altra parte dopo averla baciata.

Purificare le dita dai frammenti strofinandole l’un dopo l’altro contro il labbro del Calice.

Voltarsi da una parte per dire Domine non sum dignus etc., o appoggiare sull’altare il braccio sinistro, o portare sopra l’altare la destra mano ogni volta che si batte il petto.

77. Fare un segno di Croce coll’Ostia nell’atto di comunicarsi oltre i limiti della patena, e sputacchiare mentre si sta quella per ricevere.

Non raccogliere i frammenti colla dovuta diligenza; e non avere la patena fra le dita della mano sinistra nel fare verso di sé col Calice il segno di Croce.

Succiare al Calice facendo strepito, od avendo gli occhi innalzati al Cielo.

Mettere la palla sulla patena avanti di andare dalla parte dell’Epistola per lavarsi le dita sul Calice; o cercare di nuovamente mondarla nel purificatojo.

Appoggiare il Calice sull’altare nel ricevere il vino per la purificazione a vece di tenervelo alzato, o porgerlo verso il Ministro fuori della mensa senza necessità.

Dopo essersi lavate le dita nel Calice, e consumato il vino e l’acqua infusivi, astergersi colle dita le labbra, e non col purificatojo.

Tenere il Calice per aria mentre si piega il corporale, porre la borsa su di quello coll’apertura che non sia verso il petto.

Permettere che il Chierico Ministro copra, ed accomodi il Calice; e lasciare il medesimo col velo anteriormente alzato.

Non chiudere il messale pel suo verso, in modo cioè che l’apertura rimanga verso la parte del Vangelo.

Finire la conclusione dell’ultima Orazione camminando verso il mezzo dell’altare.

Inchinarsi al popolo nel dire Ite, Missa est; o stare inchinato per proferire Benedicamus Domino.

Prendere la berretta, allora che sta per partire dall’altare, prima di fare la riverenza, o la genuflessione; togliersela prima di aver fatto alla Croce, od Immagine principale della sagrestia inchino profondo.

Gettare i paramenti alla rinfusa nello spogliarsene senza accomodarli sul banco con rispetto; o non baciare quelli che si devono; e torsi il camice prima per lo capo, od al rovescio.

Mettersi a discorrere con altri, o partirsi dalla sagrestia, o dalla Chiesa prima di aver compiuto per un tempo competente il rendimento di grazie.

Altri molti sariensi dovuti difetti connumerare a schifamento di ogni contravvenzione alle Rubriche, ma perché per l’attenta lettura degli esposti insegnamenti di leggieri si ponno conoscere, per amore di brevità si sono tralasciati, a quelli rimettendo il diligente Sacerdote, onde ammendi qualunque maniera, che ai medesimi si opponga.

Cfr. G. Morozzo, Delle sacre cerimonie. Trattati proposti al ven. Clero della sua Diocesi, Novara, Rasario, 1827, pp. 74-81; riprodotto in «Una Voce Notiziario», 31-32 ns, 2008, pp. 5-8 qui

 

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Padova 26 novembre 2019 giornata di studi su Pietro Nacchini con concerto

Giornata di studi (con concerto conclusivo) «Pietro Nacchini 1694-1769. L'organo e le arti nel Settecento veneto», Padova 26 novembre 2019

Il 26 novembre 2019 si terrà a Padova la Giornata di studi (con concerto conclusivo) «Pietro Nacchini 1694-1769. L’organo e le arti nel Settecento veneto», a cura di Massimo Bisson e Paola Dessì. I lavori si svolgeranno la mattina al Liviano in Sala Sartori (Piazza Capitaniato 7) con inizio alle 9:30, il pomeriggio alla Cantoria della Chiesa di S. Caterina (Via Cesare Battisti 245) dalle 15, seguirà alle 17 il concerto d’organo di Stefano Scarpa e Amarilli Voltolina.

Questo il programma della giornata:

9:30 Sala Sartori saluti istituzionali di Jacopo Bonetto, direttore del Dipartimento dei Beni culturali e Roberto Calabretto della Fondazione Ugo e Olga Levi.

10-11 Presidente Paola Dessì (Università di Padova), interventi di Piero Ruffatti (Fabbrica organaria Fratelli Ruffatti) su «Gli organi di Pietro Nacchini: materiali, caratteristiche tecnico-costruttive, problemi conservativi» e Massimo Bisson (Università di Padova) su
«Organi e casse d’organo all’epoca di Nacchini: alcuni casi significativi».

11:30-12:30 Presidente Barbara Maria Savy (Università di Padova), interventi di Debora Tosato (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso) su «La rappresentazione del sacro nelle cantorie veneziane del Settecento: iconografia e casi esemplari» e David Bryant (Università Ca’ Foscari Venezia) su «Organi e organisti nella documentazione archivistica di area veneta nel Settecento».

12:30 Discussione.

15-16:30 Chiesa di S. Caterina interventi di Massimo Bisson «L’organo della chiesa di S. Caterina di Padova nel contesto dell’organaria veneta settecentesca (con visita allo strumento)» e Amarilli Voltolina (Conservatorio di Vicenza) su «La letteratura organistica veneta all’epoca di Pietro Nacchini: autori, generi musicali, sonorità (con esempi allo strumento)».

17 Concerto:

G. B. Pescetti 1704-1766 Sonata (Allegro ma non presto-Moderato-Presto), A. G. Pampani 1706-1775 Toccata, G. B. Cervellini 1735-1801 Pastorale, A. Lucchesi 1741-1801 Sonata in Do maggiore, A. Vivaldi 1678-1741 Concerto in sol maggiore (Allegro-Largo-Allegro) (trascr. di J. S. Bach BWV 973), all’organo Stefano Scarpa.

G. Valeri 1760-1822 Siciliana Ripieno per organo, G. Tartini 1692-1770 Largo, J. A. Hasse 1699-1783, Fuga, B. Galuppi 1706-1785 Sonata con risposta di flauto, J. Spergher 1734-1808 Sonata (Allegro con brio-Andante grazioso-Allegro con brio), all’organo Amarilli Voltolina.

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Il 22 novembre 2019 Messa di trigesimo per mons. Cosulich

Mons. Mario Cosulich (Lussinpiccolo, 28 agosto 1920 - Trieste, 17 ottobre 2019)

Il 22 novembre 2019 ore 18:30 alla parrocchiale della B. V. del Soccorso (S. Antonio Vecchio) a Trieste don Paolo Rakic canterà una Messa solenne di requiem in rito tridentino per il trigesimo di mons. Mario Cosulich.

Una Voce Italia si unisce al suffragio.

Trigesimo di mons. Mario Cosulich, Trieste 22 novembre 2019

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Alanís rieletto presidente della FIUV. Il nuovo consiglio federale

Foederatio Internationalis Una Voce 1965 - 2015

 

All’assemblea generale della Foederatio Internationalis Una Voce, che si è tenuta in Roma il 26 ottobre 2019, è stato rieletto presidente Filippo Alanís Suárez (Una Voce Messico).

Il nuovo consiglio della FIUV è composto da Filippo Alanís, Giacomo Alcalde Silva (Una Voce Cile), Eduardo Colón (Una Voce Porto Rico), Fabio Marino (Una Voce Italia), Olao-Michele Martynov (Una Voce Russia), Giacomo Oostveen (Ecclesia Dei Delft, Paesi Bassi), David Reid (Una Voce Canada), Monica Rheinschmitt (Pro Missa Tridentina, Germania), Giuseppe Shaw (Latin Mass Society, Inghilterra e Galles), Iaroslao Syrkiewicz (Una Voce Polonia), Patrizio Banken (Una Voce Francia), Giovanni Silveira (Una Voce Portogallo), Riccardo Turrini Vita (Una Voce Italia).

Il consiglio ha eletto vicepresidenti Patrizio Banken e Gianni Oostveen, segretario Giuseppe Shaw, tesoriere Monica Rheinschmitt. Giacomo Dhaussy (Una Voce France) è stato nominato presidente onorario.

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Un secolo, eppure non sembrava. La vita, il ministero, la personalità di mons. Mario Cosulich

Prima Messa solenne di mons. Mario Cosulich al duomo di Lussinpiccolo l'8 marzo 1943

Monsignor Mario Cosulich era nato a Lussinpiccolo il 28 agosto 1920. Avvertita precocemente la vocazione al sacerdozio, si schiusero per lui le porte del Seminario zaratino quando aveva dieci anni. Completati gli studi ginnasiali e liceali, passò al Seminario Teologico Centrale di Gorizia. Qui ebbe ad annoverare tra i compagni di studi personalità che segnarono la storia recente dell’Arcidiocesi Metropolitana come mons. Pietro Cocolin, destinato a divenire arcivescovo di Gorizia e dal 1975 al 1977 amministratore apostolico di Trieste, mons. Silvano Fain, arciprete di Grado per più di quarant’anni, mons. Luigi Ristis che fu preposito del Capitolo Metropolitano Teresiano e ricoprì importanti incarichi presso la sede metropolitana.

Il clima particolarmente difficile che in quegli anni si respirava al Seminario goriziano, indusse l’arcivescovo di Zara, Pietro Doimo Munzani, a maturare la decisione di trasferire il giovane e promettente seminarista al Pontificio Seminario Romano, specie in ragione della sua brillante intelligenza e dell’entusiasmo con cui affrontava le difficoltà dello studio. Fu proprio nell’Urbe che completò gli studi che gli valsero una formazione teologica, liturgica ed ascetica particolarmente robusta e che furono coronati con il conseguimento della licenza in Teologia dogmatica ed il baccellierato in Filosofia.

Tra i suoi insegnanti negli anni di formazione romana — oltre al celebre storico Pio Paschini — si possono contare tre futuri cardinali: Francesco Carpino, Giuseppe Antonio Ferretto ed Ermenegildo Florit. Il chierico Mario Cosulich faceva parte di una classe di sedici allievi: di essi uno divenne cardinale (Vincenzo Fagiolo) e sei divennero vescovi. Tra i compagni di seminario figuravano ancora, pur in classi diverse, i futuri cardinali Giovanni Canestri e Salvatore Pappalardo con i quali negli anni serbò cordiali rapporti di amicizia.

Il diacono don Mario Cosulich non aveva ancora compiuto i 23 anni il 7 marzo del 1943, quando — per imposizione delle mani di mons. Munzani — divenne sacerdote. L’ordinazione si compì, proprio secondo il suo desiderio, nel duomo intitolato alla Natività di Maria nella natia Lussinpiccolo ove, il giorno successivo, cantò la sua prima Messa solenne. Frattanto a Roma, nel periodo a ridosso della sua ordinazione presbiterale, gli era stato prospettato di continuare il percorso formativo presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica in vista di un suo ingresso nel corpo diplomatico della Santa Sede. Don Mario però volle preferire il servizio pastorale divenendo cooperatore del parroco don Ottavio Haracich ed assumendo, nel contempo, l’insegnamento del latino, greco, ebraico e sacra teologia al Seminario di Zara.

Nel 1949, accolto da mons. Antonio Santin, don Cosulich inizia il suo lunghissimo servizio presso la nostra diocesi. Dopo pochi mesi come cooperatore presso la parrocchia di S. Lorenzo di Servola, viene trasferito — con lo stesso incarico — a S. Antonio Nuovo, allora retta da mons. Giovanni Grego, una figura sacerdotale destinata a rimanere scolpita negli affetti e nel cuore di don Mario.

Ricoprì l’incarico di presidente per l’Anno Santo del 1950, organizzando — specie per la sua conoscenza dell’Urbe — il nutrito pellegrinaggio triestino a Roma. Non aveva ancora compiuto trent’anni nel 1951 quando mons. Santin lo chiamò a ricoprire l’incarico di amministratore dell’allora più popolosa parrocchia della città: S. Giacomo Apostolo. L’anno successivo, la sua devozione verso il Serafico Padre san Francesco, lo portò a compiere la sua professione come terziario francescano. Nel 1954 giunse la sua nomina a parroco: come amava ripetere, fu l’ultimo dei parroci triestini a ricevere l’anello, segno del legame con la comunità, secondo una tradizione di molti luoghi un tempo sotto la sfera degli Asburgo. Proprio a S. Giacomo si profuse il suo vivace e travolgente zelo, sorretto dall’età e sostenuto da numerosi collaboratori tra i quali ricordiamo: don Ivan Omersa, don Luigi De Apollonia, don Nereo Beari e, più tardi, don Matteo Filini, don Tullio Giadrossi, don Elio Stefanuto.

Ma molteplici furono gli incarichi che egli ebbe a ricoprire in diocesi: assistente della sezione maschile della FUCI, docente di teologia presso il nostro Seminario, cappellano dell’Apostolatus Maris, fondatore della Caritas diocesana, membro della Fondazione Benefica Casali e ancora apprezzato insegnante di religione — assieme a mons. Giuseppe Rocco — del Liceo Scientifico Guglielmo Oberdan (1950-1978) ove ancora moltissimi allievi lo ricordano con filiale affetto.

Nel 1965 san Paolo VI lo annoverò tra i camerieri segreti (grado della prelatura poi trasformato in cappellani di Sua Santità), cui spettava il trattamento di «monsignore». Nel 1968, con autorizzazione di mons. Santin, volle compiere un corso di aggiornamento teologico all’Università Cattolica di Washington ove, contemporaneamente, prestò servizio in una parrocchia della metropoli cui era annesso un ospedale.

Nel 1982, lasciata la parrocchia di S. Giacomo, divenne canonico del Capitolo Cattedrale di San Giusto. Due anni dopo, mons. Lorenzo Bellomi, volle nominarlo cerimoniere vescovile, un incarico che mons. Mario Cosulich svolgeva con estrema precisione stante il suo amore per la sacra liturgia che lo aveva appassionato in particolare negli anni romani.

Il 7 luglio del 1992, succedendo a mons. Luigi Carra, divenne preposito (prima dignità del nostro Capitolo), carica cui si associava storicamente il titolo di protonotario apostolico che mons. Cosulich ricevette altresì ad personam nel 2003. Nel biennio 1993-1994 fu amministratore della parrocchia della Madonna della Provvidenza.

Persona dotata di grande forza di volontà, sempre assiduo anche negli ultimi tempi — pur negli acciacchi della veneranda età ed i problemi che minarono la sua salute — agli obblighi capitolari, vivace, scherzoso, tutti lo ricordano per la sua brillante facondia, il suo senso spiccato dell’ironia e la sua capacità — davvero rara — di rendere semplici anche i concetti più complessi senza mai banalizzarli. Questo suo modo di essere, capace sempre di infondere coraggio, di relazionarsi alle persone gli fu sempre caratteristico. Ciò sino agli ultimi istanti della sua vita terrena, una vita sorretta da una devozione inossidabile specialmente verso la Vergine Maria invocata, dagli allievi del Pontificio Seminario Romano di cui fu decano, come «Mater mea, fiducia mea!».

Francesco Tolloi

Cfr. «Vita Nuova», 25 ottobre 2019, p. 7.

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Programma dell’VIII Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum. Roma 25-27 ottobre 2019

VIII Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum, Roma 25-27 ottobre 2019

Venerdì 25 ottobre

9:00 Quinto Convegno Summorum Pontificum all’Istituto Patristico Augustinianum (Via Paolo VI 25), organizzato da Oremus-Paix Liturgique con il seguente programma: alle 10 introduzione dell’abate Claudio Barthe, dalle 10:15 alle 12:30 interventi di padre Giovanni Zuhlsdorf e di Giovanni Silveira, dalle 12:30 alle 14 buffet, dalle 14 alle 16 interventi di don Nicola Bux e di Natalia Sanmartin Fenollera, dalle 16:00 alle 16:30 conclusioni di Cristiano Marquant (info contact@paixliturgique.org).

15:45 Via Crucis alla chiesa di S. Luigi dei Francesi (Piazza di S. Luigi de’ Francesi), a cura dell’Istituto del Buon Pastore.

17:15 Santa Messa di apertura del pellegrinaggio alla basilica di S. Maria ad Martyres (Piazza del Pantheon), a cura dei Norbertini di Godollo, servizio musicale della Schola cantorum della chiesa di S. Michele di Budapest, organizzata dalla Foederatio Internationalis Juventutem.

20:00 Presentazione del libro The Case for Liturgical Restoration (Nuova York, Angelico Press, 2019, pp. xxxvi-394) al Convento di S. Agostino in Campo Marzio (Via della Scrofa 80), organizzata dalla Foederatio Internationalis Una Voce (info secretary@fiuv.org, seguirà buffet).

Sabato 26 ottobre

9:30 Adorazione eucaristica alla basilica di S. Lorenzo in Damaso, organizzata dal Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum.

10:30 Partenza della processione verso la basilica di S. Pietro in Vaticano.

12:00 Santa Messa pontificale all’altare della Cattedra della basilica di S. Pietro, celebrata da s.e. r.ma mons. Domenico Rey, vescovo di Fréjus-Tolone; a seguire ricevimento per il rev.do Clero a Palazzo Armellini Cesi (Via della Conciliazione 51), organizzato da Oremus-Paix Liturgique.

Domenica 27 ottobre

9:30 Santa Messa alla chiesa di Gesù e Maria (Via del Corso 45) per i pellegrini che parteciperanno all’Angelus del Santo Padre, a cura dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote.

11:00 Santa Messa pontificale alla chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini (Piazza omonima), celebrata da s.e. r.ma mons. Rey, a cura della Fraternità Sacerdotale San Pietro.

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Mons. Mario Cosulich in memoriam

Mons. Mario Cosulich (Lussinpiccolo, 28 agosto 1920 - Trieste, 17 ottobre 2019)

Il 17 ottobre 2019, all’età di novantanove anni, è mancato a Trieste il protonotario apostolico soprannumerario mons. Mario Cosulich, preposito del Capitolo Cattedrale di San Giusto Martire.

Fu profondo estimatore e conoscitore della liturgia romana antica nella teoria e nella pratica. Una Voce Italia ne ricorda con rimpianto il consiglio, l’esempio, l’amicizia.

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La «festa della Parola di Dio»: sovvertimento della concezione liturgica di “festa”

Notizia recentissima è che il Papa di Roma ha, con motu proprio datato 30 settembre 2019, festa di san Girolamo (autore della più nota versione della Sacra Scrittura in latino), istituito la «festa della Parola di Dio», fissata alla III domenica del «tempo ordinario» (vale a dire, la III domenica dopo l’Epifania). Ora, dal lungo documento, che cita ampiamente la costituzione Dei Verbum del Vaticano II, non si evince con chiarezza se tale «festa» sia da intendersi come una “giornata” (ovvero un giorno particolarmente dedicato a un concetto, in cui si spiega questo nella predica e si compiono delle attività correlate, es. l’ordinazione dei lettori; ne esistono già tante, dalla giornata dell’evangelizzazione a quella del migrante, alcune delle quali istituite già da Pio XI e Pio XII), oppure di una vera e propria “festa liturgica”, con testi propri. Soprattutto in questo secondo caso, è certo però che la cosa presenta numerosi punti problematici.

La prima problematica è data dalle intenzioni ecumeniche esplicitamente citate nel motu proprio, in quanto tale «festa» aiuterebbe a «rafforzare i legami con gli ebrei» e «per l’unità dei cristiani» (implicitamente, il riferimento è chiaramente al protestantesimo) (1). Il presupposto è erroneo sotto più punti di vista, in modo particolarmente evidente quando parla dei giudei, perché presuppone che la loro religione abbia il medesimo testo sacro. In realtà, tra la Bibbia Cristiana e quella giudaica intercorrono notevoli differenze, non solo (macroscopicamente) a livello esegetico (e va ricordato che il Talmud, la raccolta degli autorevoli commenti interpretativi dei rabbini al testo sacro, è dai Giudei considerata come componente integrante e insolubile del testo stesso), ma anche a livello testuale: il testo giudaico della Bibbia, come si presenta attualmente, è frutto di una violenta revisione effettuata attorno al IX secolo e volta a eliminare gran parte dei riferimenti cristologici dell’Antico Testamento; un errore concettuale molto grave da parte dei compilatori delle nuove edizioni della Bibbia in lingue moderne è rifarsi spesso e volentieri a quei testi, anziché alla versione greca dei Settanta che rappresenta fedelmente il testo usato dai primi Cristiani. Questo, ovviamente, senza considerare il fatto che l’Antico Testamento per il giudeo è un testo univoco, mentre per il Cristiano ha senso solo se letto alla luce del Nuovo Testamento, e particolarmente dei quattro Vangeli, massima espressione della «Parola di Dio». Dunque un’attenta lettura dell’autentica Parola di Dio porta alla luce differenze più che vicinanze con il giudaismo e le altre religioni.

Per quanto riguarda i rapporti con gli altri cristiani, la frase del motu proprio «celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida» parte da presupposti chiaramente ecumenisti, perché tutti (gli ortodossi al pari degli eretici) dovrebbero camminare verso un’unica direzione, guidati dalla Parola. Ma questo è profondamente sbagliato, perché varrebbe a significare che nell’ortodossia non v’è tutta la Verità, ma parte di essa è nell’eresia. E ciò è logicamente impossibile.

Questa prima problematica è stata notata da tutto l’ambiente «tradizionalista», in quanto rispondente ai consueti argomenti della sua polemica, magari aggiungendovi il fatto che «l’aumento d’importanza della Parola potrebbe andare a discredito dell’Eucaristia». Ben pochi hanno però notato la seconda, che è una problematica molto radicata nel costume cattolico, tant’è vero che i tradizionalisti stessi la avallano e la difendono. Essa riguarda la concezione che la tradizione liturgica cristiana ha di “festa”.

Nel Cristianesimo, ogni giorno è una “festa” in un certo senso; da un punto di vista strettamente liturgico la “festa” indica invece la celebrazione del transito (cioè della nascita al cielo) di un santo, oppure di importanti misteri della vita del Signore, o della Sua Genitrice. In questi termini tradizionali, la domenica non è una “festa” propriamente detta, ma è un “giorno”, sicuramente il caput di tutta la settimana. Questo concetto, lampante nella disposizione liturgica tradizionale delle domeniche, è ampiamente frainteso già dagli anni ’50, quando nei vari riordini del Messale Romano la domenica inizia ad essere etichettata come «festa del Signore», con una serie di conseguenze pratiche nell’atto liturgico che, sotto il pretesto di «salvaguardare le domeniche», finivano per sminuirle e farne sparire del tutto un numero considerevole (2).

Un’ulteriore e più grave anomalia tuttavia già da alcuni secoli si verifica con l’introduzione delle «feste di idea o di astrazione» (3), come le denomina, con non troppo velata intenzione critica, il grande liturgista mons. Léon Gromier. Se ne veda ora perché.

Il Cristianesimo, come riconosciuto in modo sottile anche da uno storico non cristiano quale Marc Bloch, ha una dimensione prettamente storica (4). Bloch ne evidenzia soprattutto la storicità (ben distinta dallo storicismo idealista) a livello metafisico: Cristo, il Verbo di Dio incarnato, è un personaggio storico; l’Incarnazione è un fatto, avviene nella storia e sconvolge in modo irreversibile la storia. Di questo avevano già scritto tutti i Padri, e qualsiasi studente liceale ne ha una conoscenza minima attraverso i principi del De Civitate Dei di sant’Agostino. Tuttavia, come ben sappiamo, l’aspetto metafisico è immediatamente riflesso (anzi, non essendoci rapporto di subordinazione, potremmo dire che il medesimo contenuto si irradia parallelamente in due canali) nella liturgia. Il temporale, riprendendo ancora una volta le parole del Gromier, è «fondato sui fatti», e così parimenti lo è il santorale antico: il primo rammenta gli eventi della Storia della Salvezza, iniziando dalla Natività del Signore e giungendo fino alla Pentecoste e all’istituzione della Chiesa; il secondo, da una parte completa il temporale con i misteri della vita della Deipara, e dall’altra commemora i Santi, personaggi storici che hanno con la propria vita esemplare testimoniato la possibilità di theosis offerta dalla Divina Redenzione, e li commemora nel giorno del proprio dies natalis al cielo (o al massimo della traslazione o dell’invenzione delle proprie reliquie), cioè il giorno di un fatto storico. A sostegno di ciò, troviamo, tanto nel Calendario Romano quanto nei Calendari di altri riti anche fatti storici di altro genere commemorati come feste liturgiche: la dedicazione di chiese, l’apparizione di san Michele sul Gargano, il martirio di san Giovanni a Porta Latina, la conversione di san Paolo, le apparizioni della Madre di Dio, la vittoria di Lepanto, le feste delle Cattedre; il miracolo di san Michele a Colosi, la caduta di Costantinopoli, il miracolo di san Teodoro, la traslazione o i miracoli compiuti da icone; il miracolo di san Simeone il Conciatore, e molti altri (5).

Il Santorale inizia tuttavia pian piano a essere ingombrato da queste «feste di idea», che alterano la struttura tradizionale del Calendario. Alcune sono accettabili: feste che possono trovare una loro lettura storica, e che vengono presentate come idee solo per comodità: essempligrazia, la Divina Maternità di Maria ricorda l’evento del Concilio di Efeso; la festa della Santissima Trinità è il completamento dell’Ottava della festa storica della Pentecoste (si confronti anche il modo con cui queste due feste sono celebrate presso i Greci, e come per mezzo dello Spirito Santo si verifichi operativamente l’azione diretta della Trinità nel mondo secondo la patristica antica) … La maggior parte tuttavia no: già nel basso medioevo nascono, e proliferano nei secoli successivi; corrispondono a titoli o pratiche devozionali (Sacra Famiglia, i «titoli» della Madonna, Cristo Re, i Nomi del Signore e di sua Madre …), anche a sacramenti, che però presi nella loro astratta oggettività perdono del lor proprio significato (il Corpus Domini, il Preziosissimo Sangue …), o a concetti che sovente nell’interpretazione popolare rischiano di sfiorare l’eresia (i Cuori di Cristo e di Maria). Paradossalmente, queste feste hanno ricevuto nella storia degli ultimi secoli attenzione maggiore (in modo un po’ populista, poiché care al devozionismo popolare): risulta estremamente ridicolo vedere elevate a doppie di I classe o addirittura insignite d’Ottava e celebrate con pompa magna feste come il Preziosissimo Sangue o il Sacro Cuore, e viceversa snobbati e dimenticati in una II classe (6) e quasi mai solennemente celebrati eventi fondamentali come la Trasfigurazione o la Natività della Madonna.

Purtroppo, molto spesso, il movimento tradizionalista non si rende conto della sovversione profonda che questo tipo di feste ha apportato al sistema del Calendario, e anzi spinge, sull’onda devozionista, per l’introduzione di nuove feste, di nuovi titoli della Madonna, alcuni dei quali di dubbia ortodossia (come il recentemente istituto, come festa liturgica nel rito riformato, «Madre della Chiesa», oppure «Corredentrice», o «Mediatrice di tutte le grazie»). Non sono mancati nemmeno gli sponsores dell’introduzione di una «festa di Dio Padre», sulla scorta di presunte rivelazioni di una dubbia mistica del secolo scorso, i quali propugnavano l’importanza di questa festa sostenendo il Padre essere l’unica persona della Santissima Trinità priva di festa liturgica (tra l’altro, credendo la Pentecoste una «festa dello Spirito», e non un evento quale è! Verrebbe da chiedersi, poi, quale tra la miriade di eventi che Lo riguardano sia la «festa del Figlio») …

La verità è che non esistono feste in onore delle persone della Santissima Trinità in quanto tali poiché tutta la liturgia è una lode incessante al Dio Trino e Uno, e ogni atto liturgico si compie «in nomine Sanctae, Consubstantialis et Indivisae Trinitatis, Patris et Filii et Spiritus Sancti». Così come allo stesso modo la Parola di Dio è onorata quotidianamente in tutta la Liturgia: è cantata nell’Ufficio (salmi e cantici) e nella Messa, e la sua parte più importante, ovvero il Vangelo, è riverita con lumi e incenso, e in molti riti orientali pure «intronizzata» sull’altare (anche nel rito romano classico, in realtà, dacché il diacono depone il libro al centro della sacra mensa prima di pregare «Munda cor meum …»).

Purtroppo, se anche questi concetti paiono obliati dalle menti dei cattolici, financo i più «esperti» di liturgia, tristi appaiono le sorti della Chiesa Romana …

 

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(1) Nella vulgata comune, il protestantesimo è rappresentato come la forma di cristianesimo che ha mantenuto maggior rispetto per il testo sacro, dandogli maggior importanza nei suoi sacri servizi, nella formazione religiosa, ecc. In realtà questa visione è prettamente parziale e ideologica, in quanto il protestantesimo presenta una forte alterazione del testo sacro, che arriva addirittura a sminuirlo. Tale alterazione è insita nella distorsione del rapporto tra pleroma (la pienezza [della Chiesa]) e atomon (l’individuo) alla base dell’eresia protestante: già nel luteranesimo, e maggiormente nella seconda riforma, ogni singolo atomon diventa pleroma a sé stante, non necessariamente unito e concorde con i suoi correligionari: ogni individuo è chiesa a sé, questa è la conseguenza più pesante del forte e inquieto personalismo individualista della dottrina luterana, di cui i cinque sola sono solo un’espressione esemplificativa. Nella Sacra Scrittura, questo si verifica nella misura in cui oltre alla libera e doverosa lettura del testo (cosa comune alla Chiesa antica, mai venuta meno nell’Ortodossia, ed eclissatasi nella pratica cattolica controriformista solo in opposizione al protestantesimo), si accompagna la libera interpretazione individuale dello stesso, al massimo guidata da un pastore che in questo modo assume un grande potere (clericalista) d’influenza sul popolo: non c’è nessun legame nell’interpretazione individuale con la Tradizione e i Padri della Chiesa, che nella visione ortodossa costituiscono il necessario complemento al testo sacro, di cui ricavano ed esplicitano il contenuto dommatico. Lutero stesso, con un atto di vero spregio al testo sacro, fu il primo ad applicare questa libertà interpretativa nel rigettare in primis l’Epistola di Giacomo, da lui considerata – senza alcun fondamento nemmeno filologico, per altro – una «lettera di paglia» perché palesemente negante la dottrina della sola fides, nonché altri testi canonici dell’Antico Testamento. E’ rispettoso forse del testo sacro stralciarne arbitrariamente le parti non conformi alla nostra visione personale, cioè alla nostra “chiesa” individuale? No, è irrispettoso e chiaramente eterodosso!
L’importanza nei sacri servizi è data molto semplicemente dal fatto che, eliminata o estremamente ridotta la parte sacrificale della liturgia, è rimasta in posizione preminente (ma quantitativamente non superiore rispetto a quanto praticata nel Cristianesimo tradizionale) la “parte istruttiva”, ovvero la lettura biblica.

(2) Prima del 1955, la domenica impedita da una festa era commemorata sia alla Messa che all’Ufficio, e il suo Vangelo era letto come IX lezione del Mattutino e come Ultimo Vangelo della Messa. Con la riforma di Pio XII, non solo spariscono Ultimo Vangelo e IX lezione proprie, ma pure la commemorazione in caso di coincidenza con una festa del Signore (giusto per citare un caso lampante, Cristo Re; ma anche Corpus Domini e Sacro Cuore quando celebrati “esternamente” nella domenica più vicina …).

(3) L. GROMIER, La simplification des rubriques du missel et du bréviaire, in «Revue de Droit Canonique», V (1955), p. 176.

(4) Cfr. M. BLOCH, Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, Paris, Colin, 1993, pp. 26-27.

(5) Ironia della sorte, nelle riforme degli anni ’60 dal Calendario Romano sono state espunte due delle feste citate (Apparizione di san Michele e Martirio di san Giovanni); già dal Settecento, sulla scorta della devozione diffusa, la festa della «Madonna della Vittoria», istituita da Pio V per commemorare la vittoria a Lepanto, fu mutata in «Madonna del Rosario», con un conseguente mutamento in senso astratto dei suoi testi liturgici.
Le feste delle Cattedre (nel Calendario Romano, 18 gennaio quella Romana e 22 febbraio quella Antiochena; altri calendari locali avevano le proprie, per esempio quella Veneziana il 5 settembre) potrebbero parere «feste di idea», ma in realtà commemorano eventi storici, cioè l’istituzione di sedi episcopali di notevole importanza.

(6) Le feste più antiche risentono della graduazione antica, che riservava il rito doppio, e ancor più la I e la II classe, solo alle feste maggiori; quando poi pian piano, in modo anomalo, il doppio inizia a diventare il grado comune delle feste dei santi, vengono elevate sistematicamente tutte le feste care al popolo, ma vengono scordate feste che rimanevano doppie di II classe (o anche solo doppie maggiori, come l’Esaltazione della S. Croce) per antica tradizione, creando così dei visibili scompensi.

Cfr. traditio marciana

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Cresima in rito tradizionale a Venezia

Chiesa di S. Simon Picolo, Venezia

Il 13 ottobre 2019, domenica fra l’Ottava della Dedicazione della Ducale Basilica di S. Marco, alle 11 mons. Guido Pozzo, arcivescovo-vescovo titolare di Bagnoregio, conferirà la santa Cresima secondo il rito romano antico alla chiesa di S. Simon Picolo in Venezia, e ivi canterà la Messa pontificale. Una corale di cantori del Conservatorio Benedetto Marcello, diretto dal maestro Nicola Lamon, eseguirà una Messa dal primo libro delle Messe di Francisco Guerrero (1566), il Proprio gregoriano e Sancta Maria succurre miseris di Tomás Luis de Victoria.

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A Venezia apertura delle manifestazioni per il 250° anniversario di Pietro Nacchini alla chiesa di S. Rocco

Chiesa S. Rocco Venezia organo Nacchini

Sabato 5 ottobre 2019 alla chiesa di S. Rocco in Venezia (Campo dei Frari, 3063) vi sarà l’apertura delle manifestazioni per il 250° anniversario di Pietro Nacchini (1694-1769), costruttore d’organi della Serenissima, secondo il seguente programma:

ore 15:30 saluto delle autorità

ore 16 intervento di Gian Pietro Casadoro sulla vita di don Pietro Nacchini

ore 16:30 intervento del nostro associato m° Massimo Bisson sull’arte organaria e la musica a Venezia nel XVIII secolo

ore 17 concerto del m° Bisson all’organo Nacchini della chiesa (1743).

L’evento è organizzato dalla Scuola Grande di San Rocco e dalla Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, in collaborazione con la Fondazione Ugo e Olga Levi.

Cfr. fondazionelevi.it

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