Il problema della traduzione «per tutti», di Klaus Gamber

Nuovi punti di vista nella discussione
sulla formula di consacrazione del calice

Il problema relativo all’esattezza della traduzione delle parole latine pro vobis et pro multis, appartenenti alla consacrazione del calice, con «per voi e per tutti» – traduzione che si trova in (quasi) tutte le edizioni in lingua volgare del nuovo Messale – non ha ancora trovato una soluzione definitiva. Mentre taluni garantiscono l’assoluta esattezza della traduzione «per tutti», indicandone in primo luogo i fondamenti filologici, altri vi vedono una falsificazione che compromette direttamente la fede. Si tratterebbe dell’eresia risalente a Origene, secondo cui alla fine tutti gli uomini si salvano. I critici non si fermano qui, ma giungono a sostenere che chi falsifica in modo siffatto le parole del Signore, che debbono compiere la conversione delle offerte sacrificali nella carne e nel sangue di Gesù, ponendo sulle sue labbra un’eresia, renderebbe impossibile la consacrazione e pertanto la Messa sarebbe invalida.

In linea di principio sono da tenere distinte qui due cose: da un lato la volontà di Dio di salvare tutti gli uomini, attestata espressamente da Paolo che scrive in 2Cor 5, 15: «Cristo è morto per tutti», dall’altro il problema se anche di fatto tutti gli uomini si salvino, vale a dire la differenza essenziale che intercorre tra la redenzione offerta da Dio e la personale acquisizione della grazia redentrice di Cristo da parte dell’uomo. In proposito scrive Giovanni Crisostomo nel suo commento alla lettera agli Ebrei (17, 2): «(Cristo) è certamente morto per tutti, per salvare tutti per quanto sta in Lui, poiché la sua morte compensa la corruzione di tutti gli uomini. Ma non ha portato via i peccati di tutti perché gli uomini stessi non vollero».

Dalle due questioni poste in via preliminare, se cioè Gesù sia morto per tutti gli uomini e se anche di fatto tutti raggiungano la salvezza, ne va distinta evidentemente una terza, cioè che cosa si intende in concreto nella consacrazione del calice del Missale Romanum, con riferimento a Mt 26, 28, con le parole: «versato per voi e per molti in remissione dei peccati» (qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum). Soltanto di quest’ultimo aspetto si intende trattare nel presente scritto che riguarda il problema liturgico.

In primo luogo ancora una parola sull’argomento filologico chiamato in causa a favore della traduzione «per tutti». Si dice che nel citato Mt 26, 28 vi sarebbe un modo di dire semitico in base al quale «i molti» potrebbe significare anche «tutti». Ma nel nostro caso appunto l’articolo determinativo davanti a «molti» manca. E se anche ci fosse, in determinati casi il greco oi polloi significa «i più», ma non «tutti», in tal senso la Grammatik des neutestamentlichen Griechisch di Blass-Debrunner (§ 245) che cita in appoggio Mt 24, 12: « … l’amore dei molti (= dei più) si raffredderà».

Notevole sottolineare come, con riferimento a Mt 26, 28, la traduzione «per tutti» non si trova in alcuna antica versione né in alcun racconto dell’Istituzione delle diverse liturgie orientali, e neppure – e ciò è particolarmente significativo – nella nuova traduzione unitaria tedesca della Bibbia (1). Solo la versione libera apparsa in Die Gute Nachricht (1967) reca: «Das ist mein Blut, das für alle Menschen vergossen wird zur Vergebung ihrer Schuld» [= Questo è il mio sangue che è sparso per tutti gli uomini per la remissione della loro colpa] (p. 75). Ecco la vera fonte da cui proviene il «für euch und fiir alle» [= per voi e per tutti] nel nuovo Messale tedesco! (2).

Dunque dal punto di vista filologico non è possibile dimostrare nulla riguardo alla traduzione «per tutti». Pertanto dobbiamo sforzarci di scoprire l’effettivo significato delle parole di Gesù. In esse attira l’attenzione il fatto che – e tale osservazione ci sembra importante -, a differenza di Matteo (analogamente Mc 14, 24): «Questo è il sangue dell’Alleanza, che è versato per molti», in Lc 22, 20 è detto: «Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue che è versato per voi». Dunque in Matteo e Marco «per molti», in Luca «per voi». Paolo in 1Cor 11, 25 omette del tutto la seconda parte della consacrazione del calice con la frase in questione.

Dalle predette forme della consacrazione del calice che si trovano in Matteo e Luca, nel rito romano della Messa si è formata col passare del tempo la seguente formulazione: «Questo è il calice del mio sangue, della nuova ed eterna Alleanza (mistero di fede), che è sparso per voi e per molti per la remissione dei peccati».

La domanda che ci si pone è la seguente: perché in Mt si dice «per molti» e in Luca «per voi»? Che cosa ha detto realmente Gesù all’offerta del calice?

È naturale ritenere che il Signore in concreto intendesse riferirsi soltanto agli apostoli, e che pertanto abbia detto: «… che è versato per voi». Ciò inoltre corrisponderebbe alla consacrazione del pane in Lc 22, 19 (cfr. 1Cor 11, 23): «Questo è il mio corpo (offerto in sacrificio) per voi». Quindi i due passi sarebbero nel senso che Gesù qui e ora, vale a dire in quel momento nel cenacolo, offrì il suo corpo (come sacrificio) e versò il suo sangue «per la remissione dei peccati». Possiamo andare oltre e dire: come Gesù in quel momento con le parole «versato per voi» ha inteso riferirsi in concreto agli apostoli, così il corrispondente riferimento è ai «molti» comunicanti che nelle epoche successive si accosteranno al calice eucaristico «per la remissione dei peccati» e ai quali verrà in tal modo donata la grazia della redenzione.

Dato però che il Signore ha effuso il suo sangue non solo per gli apostoli ovvero per í comunicanti, bensì, come è detto nella consacrazione del giovedì santo, «per la salvezza di tutti» (pro omnium salute), la frase «offerto per voi» alla consacrazione del pane, al pari di «versato per voi» a quella del calice, non può di conseguenza riferirsi direttamente alla morte in Croce. Il sangue di Cristo contenuto nel calice che gli apostoli quella sera bevvero è di per sé quello stesso sangue che il giorno seguente sarà «sparso» sulla Croce (anche se trasfigurato): esso però già da questo momento è dato loro nel sacramento, per loro «versato per la remissione dei peccati». Analogamente il suo corpo sacrificato sul Golgota (e trasfigurato dalla risurrezione) è «dato» ovvero «spezzato», come attestano la maggior parte dei manoscritti di 1Cor 11, 24, per loro nel pane eucaristico come cibo spirituale.

In questo contesto bisogna osservare che la morte in Croce di Gesù è il sacrificio dell’Uomo-Dio offerto una volta per tutte «nella pienezza dei tempi» (Eph. 1, 10), ma questo sacrificio è sempre davanti a Dio – poiché in Lui «non vi è cambiamento né ombra di variazione» (Gc 1, 17), e quindi non vi è neppure tempo poiché tutto per Lui è presente – come atto eterno della dedizione del Figlio di Dio al Padre. Cristo è dunque l’Agnello, come dice 1Petr. 1, 19 s., destinato al sacrificio «prima della creazione del mondo». Perciò quando durante l’ultima Cena Gesù invitò i suoi apostoli a bere sacramentalmente il suo sangue, poté riferirsi al sacrificio della Croce anche se esso, nel tempo, sarebbe avvenuto soltanto il giorno seguente. «Nostro Signore», come dice Afrahat il Siro, nel cenacolo «ha dato con le sue proprie mani la sua carne come cibo e, (ancor) prima di essere crocifisso, il suo sangue come bevanda».

Una delle ragioni per cui la consacrazione del calice ha assunto solo un significato relativo all’economia della salvezza e non in primo luogo sacramentale si trova nel fatto che non la si è guardata in connessione con la consacrazione del pane, ove è detto «dato» ovvero «spezzato per voi». In ciò i testi liturgici più antichi avevano una visione molto più chiara. Così nel celebre papiro di Der Balaisa, che ci tramanda ampi stralci di una preghiera eucaristica (forse risalente al sec. III/IV), le due parti del racconto dell’Istituzione, in contrasto con la tradizione biblica, sono formulate in modo pienamente simmetrico: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi per la remissione dei peccati» – «Prendete, bevetene tutti: questo è il mio sangue versato per voi per la remissione dei peccati» (cfr. Hänngi-Pahl, p. 126). Qualcosa di simile si ha nella maggior parte delle anafore orientali, come dimostra con tutta evidenza lo studio di Fr. Hamm, Die liturgischen Einsetzungsberichte (1928): soltanto in età successiva ebbero luogo ampliamenti.

Possiamo ritenere che l’espressione «per molti», che compare in Mt e Mc nelle preghiere eucaristiche tarde orientali e occidentali in luogo del corrispondente «per voi» di Luca, che è con tutta probabilità originario, come può constatarsi ancora nel papiro di Der Balaisa, risalga alla recitazione delle parole del Signore nella frazione del pane eucaristico che avveniva presso le comunità primitive. Si tratta di un adattamento liturgico il cui risalente impiego nelle celebrazioni delle varie comunità è reso evidente pure dalla formulazione linguistica delle versioni del racconto dell’Istituzione che si trovano nel Nuovo Testamento. Con l’espressione «per molti» invece di «per voi» si doveva fare riferimento ai «molti» partecipanti i quali, come un tempo gli apostoli cui Gesù si era in origine rivolto, bevono tutti al calice eucaristico.

Anche Paolo, 1Cor 10,17, parla dei «molti» in relazione al fatto di ricevere il pane eucaristico: infatti egli dice che «noi, i molti» (cioè coloro che lo riceviamo) in Cristo «formiamo un solo corpo». Anche qui si tratta dell’azione della grazia per coloro che ricevono il corpo di Cristo, e solo indirettamente della redenzione sulla Croce.

L’opinione prevalente secondo cui con le parole «remissione dei peccati» si intende direttamente la redenzione avvenuta sulla Croce – per cui oggi la modifica «per tutti» è ritenuta necessaria – non la grazia che si consegue nel ricevere il santissimo sangue, è stata non da ultimo riaffermata in base alla considerazione che il greco ekchynnómenon («versato») nella maggior parte dei manoscritti della Vulgata – a differenza che nella maggioranza dei codici della Vetus Latina – viene reso con il futuro effundetur («sarà versato») in luogo di effunditur («è versato»). In tal modo viene indicato chiaramente il sacrificio della Croce, mentre il riferimento alla grazia ricevuta con il bere il sangue eucaristico «per la remissione dei peccati» si indebolisce. E la forma effundetur, che non è fondata sull’originario testo greco, è entrata anche nel Missale Romanum, donde ha avuto origine l’intera problematica.

Ma già J. Pascher, in Liturgisches Jahrbuch 10 (1960), p. 99 ss., aveva richiamato l’attenzione sul fatto che il greco ekchynnómenon non significa «effondere» [vergiessen] , vale a dire l’ «emissione del sangue dalla ferita», bensì «versare» [ausgiessen], come già noi abbiamo tradotto. Nella celebrazione dell’eucaristia il prezioso sangue del Signore viene «versato» dal calice nella bocca dei (molti) fedeli, come anche nel Vecchio Testamento il sacrificio del sangue era da considerarsi compiuto soltanto «mediante l’atto di versare dai vasi».

In relazione a ciò è da ricordare una espressione che compare nei sermoni De sacramentis (IV, 28): «Tutte le volte che il sangue (di Cristo) è versato (effunditur), è sparso (funditur) per la remissione dei peccati». Anche Gregorio Magno riferisce le appendici della consacrazione del pane e del vino direttamente a quanto avviene nella celebrazione eucaristica, scrivendo in Dial. IV, 58: «Se Egli (Cristo) essendo risorto dai morti più non muore – la morte non ha più alcun potere su di Lui – tuttavia, pur vivendo immortale e incorruttibile, viene nuovamente immolato per noi in questo mistero del santo Sacrificio (pro nobis iterum… immolatur)».

Ma in che cosa consiste secondo Gregorio questa «immolazione» del Signore? Sicuramente non, come si potrebbe intendere a una prima lettura, propriamente in una «rinnovazione» del sacrificio della Croce, infatti il testo prosegue: «Qui il suo corpo viene mangiato, la sua carne viene divisa (partitur) per la salvezza del popolo; il suo sangue è versato non più sulla mani degli infedeli, ma nella bocca dei fedeli».

Secondo Gregorio quindi la «immolazione» di Cristo si compie sacramentalmente con la «divisione» del pane consacrato e col «versare» il vino consacrato nella bocca dei fedeli. Così in una antica forma del canone romano della Messa, citata alla lettera nei ricordati sermoni De sacramentis, la consacrazione del pane recita (IV, 21): «Questo è il mio corpo che è spezzato per voi (confringetur)».

Pertanto nella consacrazione del pane e del vino si tratta in primo luogo del ricevere – qui e ora – le specie eucaristiche e delle grazie che ne derivano per coloro che le ricevono, e non direttamente della redenzione sulla Croce. Nel termine confringetur (che viene spezzato) non è possibile individuare un riferimento alla morte di Gesù in Croce già solamente in quanto nel Vangelo di Giovanni (19, 32-33) è affermato in maniera espressa che i soldati non avevano spezzato le ossa al Signore, a differenza degli altri due crocifissi con Lui. L’espressione confringetur quindi può riferirsi soltanto allo spezzare il pane eucaristico, anche se ciò, al pari del versare il calice nella bocca dei comunicanti, è al tempo stesso simbolo della morte cruenta di Gesù sulla Croce.

Da quanto detto consegue che in base a considerazioni di carattere teologico, biblico, filologico e storico-liturgico la traduzione di pro vobis et pro multis con «per voi e per tutti» nella consacrazione del calice, facente parte del racconto liturgico dell’Istituzione, è da rifiutare. Nelle parole pronunziate da Gesù sul calice non vi è alcuna dichiarazione riguardante la volontà di salvezza di Dio. Con «versato per molti» si intende l’azione della grazia del sangue di Cristo per coloro che lo ricevono. Questa è donata loro, come dice Giovanni Damasceno nel suo Sulla fede ortodossa (IV, 13), se «la ricevono degnamente nella fede, per la remissione dei peccati e per la vita eterna».

Analogamente l’autore dei sermoni De sacramentis: «Tutte le volte che tu bevi (di questo calice) ricevi la remissione dei peccati e sei ripieno di Spirito Santo» (V, 17). Nella (antica) formula di oblazione del Missale Romanum manca il riferimento alla «remissione dei peccati»: c’è solamente l’augurio in vitam aeternam (per la vita eterna), che compare come aggiunta nella formula bizantina.

(da «Una Voce Korrespondenz», XVI (1986), pp. 333-338; titolo originale: Die Problematik der Übersetzung «für alle» – Neue Gesichtspunkte im Streit um die Fassung des Kelchwortes. Traduzione italiana di Fabio Marino).


(1) Così è pure per la versione italiana della Bibbia: cfr. La Bibbia concordata, III, Milano, Mondadori, 1982, p. 76 (n.d.r.).

(2) Anche i nuovi messali italiani hanno sempre «per voi e per tutti» (n.d.r.).

Cfr. «Una Voce Notiziario», 81-82 (1987), pp. 8-12.

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