Venerdì di Pasqua, dall’Eorterologio di C. B. Piazza

Stazione a santa Maria della Rotonda detta anticamente in Archipresbiterato, ed a s. Maria sopra Minerva.

Alla sacrilega deità di Giove vendicatore, come scrive Plinio, in rendimento di grazie per le vittorie riportate de’ nemici e per la vendetta fatta particolarmente di Marc’Antonio e di Cleopatra, fu questo vastissimo tempio tre anni prima del nascimento di Gesù Cristo, dedicato da Marc’Agrippa genero di Cesare Augusto nel terzo suo consolato; che per grand’abbondanza di ricchezze fu ancora dedicato a Cibele creduta con sciocca fede madre di tutt’i dei; ed a tutte le divinità; onde fu chiamato dalla voce greca Pantheon, che ciò appunto significa, poiché Pan vuol dir tutti, e theon Dei. Però Agrippa di questi falsi dei vi pose infinite statue, ad onore de’ quali si facevano molte esecrabili sebbene festive superstizioni, di modo che questo luogo in quei miserabili tempi era un ricetto di sceleraggini, ed un’infame abitazione dei demoni. Ma s. Bonifacio IV mal sofferendo di vedere, che una mole sì vasta servisse per profano testimonio della falsa religione de’ gentili, 1645 anni dopo la fondazione di essa, chiese esso tempio in grazia a Foca imperatore per dedicarlo al culto della nostra santa religione, e l’ottenne (1).

Fu questo Foca religiosissimo principe, ed ossequiosissimo alla santa romana Chiesa, di che ne diede illustri prove in diverse sue cristianissime azioni. Perocché, oltre l’aver concesso con molta liberalità il sudetto Pantheon, perché si consacrasse al culto di Dio e de’ santi, si scoprì nel tempo di Sisto V un chiaro testimonio della sua pietà, e divozione verso la Sede Apostolica: perché mentre per ristorare la Basilica lateranense si facevano gittare a terra certe mura antiche e ruinose, si sono trovate nascoste in diversi luoghi varie medaglie d’oro finissimo con l’immagine da una parte della santissima Croce, e dall’altra di questo piissimo imperatore, che le aveva fatte scolpire, le quali medaglie furono arricchite di copiosissime grazie ed indulgenze nella bolla, nella quale fa il medesimo Pontefice di esso segnalata menzione con queste parole:

Nec minori dignus est praeconio Phocas imperator; qui cum de more coronaretur, se Catholicae religionis defensorem perpetuum futurum sanctissimo iureiurando obstrinxit, et summam ab ipso Christo Domino Romanae Ecclesiae traditam auctoritatem, et potestatem praeclare intelligens, publice edixit, ut eandem sanctam romanam Ecclesiam tamquam omnium Ecclesiarum primam atque caput omnes et agnoscerent, et profiterentur.

Purgato dunque da s. Bonifacio IV d’ogni superstizioso culto questo magnifico tempio, e tolte via le profane statue, che vi erano tutte di peritissima mano, lo dedicò con solenne cerimonia alla gran Madre di Dio, ed a tutti i santi martiri; onde fu nominata sempre la chiesa di santa Maria ad Martyres: adempiendosi pienamente quello, che nelle sacre scritture fu profetato, che la santa Chiesa avrebbe possedute le fatiche delle genti. Fra le fabbriche antiche di Roma non ve n’ha alcuna, che così intieramente si sia conservata intatta dal furor degl’incendi, dall’invidia dei barbari, e da ogni sorta d’ingiurie dei tempi, quanto questa. Onde chi d’ogni parte riguarda questa gigantesca mole, superbo testimonio della grandezza romana, non può a meno di avere indizio, come si trovasse allor presente, qual fosse la potenza del romano imperio, vincitore prima, e poi padrone di tutto il mondo. I due gran leoni di marmo bruno venuti dalle parti dell’ Egitto, e scolpiti con lettere geroglifiche di quel paese, che sono nel frontespizio della fontana Felice, erano sotto il portico o vicini di questo tempio all’usanza degl’egizi, i quali a ciò fare si movevano, perché con certe note occulte esprimevano i loro concetti, e figurando il leone intendevano per quello l’uomo vigilante, o custode di qualche luogo; solendo quest’animale, mentre dorme, tenere gli occhi aperti e sfavillanti di fuoco, e perciò espressivo di chi sta vigilante alla custodia, o guardia. Per questa cagione usarono mettere i leoni alle porte dei luoghi sacri, tanto i gentili, come i cristiani.

Il portico di questa gran chiesa è il più superbo e magnifico, che sia per avventura nel mondo. Regge vasi anticamente sopra sedici colonne, le quali oggidì spiccano ancora a meraviglia messe in sontuoso prospetto da Alessandro VII. Queste sostenevano il suo tetto, armato di travi di bronzo indorato, ed incavati in forma di canali lunghi 40 piedi, i quali poi furono d’indi levati da Urbano VIII per farne la superbissima tribuna di bronzo sopra la confessione di s. Pietro, e per farne artiglierie per Castel sant’Angelo; ed è cosa curiosa da sapersi, che tutto il metallo, tanto delle travi, quanto dei chiodi di essi, ch’era nel tetto del portico del sopradetto tempio, pesava libbre quattrocento quaranta mila, e duecento cinquant’una, essendo i chiodi soli libbre nove mila, e trecento sessantaquattro, come ha notato il Torrigi (2). Le porte del tempio, che sono di smisurata grandezza, sono pure di bronzo con li cancelli di sopra simili. A questa vastissima opera di metallo, pare che in grazia d’Agrippa, che con eroico ardimento la fabbricò, alludere volesse Virgilio descrivendo il tempio di Didone con questi versi:

Hic templum Iunoni ingens Sidonia Dido
Condebat, donis opulentum, et numine Divae;
Aerea cui gradibus surgebant limina, nexaeque
Aere trabes: foribus cardò stridebat ahenis.

Lo spazio di questo gran tempio è circolare, la cui larghezza perfettamente corrisponde all’altezza, ch’è di cento quarantaquattro piedi.

Fu consacrata dal medesimo s. Bonifacio circa l’anno 610 li 13 maggio: nel quale giorno il detto pontefice si ha per tradizione, che vi concedesse indulgenza plenaria: per cui essendo in quei tempi rarissima tale concessione, tale concorso di popolo per più secoli si faceva in Roma, che talvolta si vide, e provò carestia di pane, e penuria di viveri ; onde poi da Gregorio IV fu trasferita questa festa al primo di novembre, quando è fatto il raccolto de’ grani, e de’ vini; come in tal

giorno nei nostri fasti si è detto; volendo, che tal solennità, che era propria di Roma, si celebrasse universale per tutto il mondo. In tal giorno pure solevano i papi venire a questa chiesa, e quivi solennemente celebrarvi la messa pontificale. Costantino III imperatore di Costantinopoli indegno nipote di quell’Eraclio, che ricuperò la santissima Croce, venuto a Roma con grosso esercito, sotto titolo d’amicizia saccheggiò in dodici giorni tutta la città, e ne portò via le navi cariche di quanto n’era avanzato dalla rabbia dei goti, degli antichi ornamenti di statue, così di marmo, come di metallo; e fra l’altre cose ardì spogliare sacrilegamente il tetto di questo tempio, ch’era di tegole di metallo; ed il tutto portò nella regia città di Costantinopoli: del cui atto sacrilego non andò guari a sentirne il giusto castigo di Dio: perocché poco dopo fu dai suoi medesimi dentro un bagno ucciso nella città di Siracusa; e le navi cariche di questi furti prese da’ saraceni in Sicilia. Il tetto fu poi ricoperto di piombo da s. Gregorio III, e poi com’è al presente da Nicolò V.

La sacra immagine della beatissima Vergine, che quivi si venera al suo altare laterale, è stata portata da Gerusalemme a Roma; ed è una delle stimate dipinte da s. Luca (3). L’antico e divotissimo Crocifisso, che qui vicino si vede, fu in ogni tempo in grande venerazione, e stava sopra la colonna, ch’è al lato sinistro della tribuna; e poco discosta da esso vi è la cassa, ove stette lungo tempo rinchiuso il Volto Santo con tredici serrature, che fin’ oggi vi si veggono, delle quali ciascun caporione di Roma teneva la sua chiave. Di qua poi a S. Spirito, e da S. Spirito fu trasportato in s. Pietro, ove con gran venerazione si conserva. È questa chiesa collegiata e parrocchiale; ed è cappella del papa a lui immediatamente soggetta. Tra l’altre compagnie, che vi sono, una fu chiamata di Terra Santa, ora di s. Giuseppe, e de’ virtuosi, che sono i pittori e scultori, eretta da uno celebre di quest’arte, ritornato, che fu da Terra Santa (4), e perciò fu prima da essa denominata; e tra gli altri in queste arti segnalati è sepolto il famoso Raffaele d’Urbino; sopra la cui sepoltura nuovamente adornata si leggono questi due eleganti, e spiritosi versi:

Hic ille est Raphael, maluit quo sospite vinci
Rerum magna parens, et moriente mori
(5).

A cui corrisponde la tradizione ingegnosa di Gio. Pietro Bellori.

Questi è quel Raffael, cui vivo vinta
Esser temeo natura, e morto estinta.

In questo tempio in una nicchia era fra l’altre una statua di venere, a cui fu posta la gran perla legata in oro che alla sontuosa cena di Cleopatra, a cui invitò Marc’Antonio, avanzò, con ismisurato fasto della superba regina.

In questo giorno si fa parola nella messa dell’istituzione del sacramento del Battesimo; e perché questo, al dire di s. Girolamo, fu la prima volta, dopo quello di Gesù Cristo, praticato nella casa di Nazareth dai santi apostoli; perciò si fa in questa chiesa dedicata alla beatissima Vergine la Stazione. Tutte le cose di questo vasto tempio sono grandi, e segnalate; tra l’altre la statua di marmo di Maria Vergine nel sepolcro di Raffaele è opera del Lorenzetto, ed il busto pure di marmo, ritratto del medesimo Raffaele, è del Nardini, postavi poco fa dalla generosa liberalità di Carlo Maratta celebre pittore del presente secolo, insieme con quello d’Annibale Caracci. Nella stessa Basilica in altre cappelle sono pellegrine e di grande stima le statue, e bassi rilievi d’Andrea Contucci di Monte s. Saccino. Nobile pure è la statua nella cappella di s. Giuseppe del medesimo santo, in cui è sepolto Taddeo Zuccari, e Federico suo fratello; siccome Ferino del Vago eccellente pittore, e Giovanni da Udine primo inventore dei grotteschi (6).

DELLA LIMOSINA

Col precetto di far limosina, Dio pretende di arricchire, e di non spogliare gli uomini, e questa usura che si fa con Dio è senza dubbio di maggior guadagno di quella, che si fa col mondo, oltre che il contratto è molto più sicuro. (S. Gio. Grisostomo).

Stazione medesima a s. Maria sopra Minerva
concessa per il settennio.
Altrettanto sacro, pio e sommamente divoto tra gli altri di Roma, è questo tempio, dedicato alla santissima Vergine nel centro della città, e perciò di gran concorso continuo di popolo; quanto a’ è profano il nome rimastovi ancora dall’antiche memorie della romana gentilità, e dalle superstiziose deità degl’idolatri. Fu chiamato sopra la Minerva, perché fu fabbricato sopra le ruine d’un altro tempio di Minerva, di cui ancor si veggono le vestigia nel cortile del giardino. Fu questo fabbricato da Pompeo per le molte vittorie avute in 30 anni di guerra a benefizio del popolo romano, quasi in rendimento di grazie per tanti favori falsamente riconosciuti da questa dea. Ov’è situato questo tempio, ed il convento celebre, e sontuoso de’ padri Domenicani, con la piazza vicina, v’ha opinione, che vi fossero, o le terme d’Agrippa verso la parte dell’arco della Ciambella, o gli orti, stagni, e giardini annessi alle medesime, ove il popolo aveva commodità di lavarsi nelle medesime terme, di portarsi negli orti fra l’ombre, e di esercitarsi nello stagno al nuoto; delizia imitata poi dagli altri, che terme d’ampiezza e magnificenza assai maggiore fabbricando, v’inchiusero diporti, nattatori, ed altri esercizi deliziosi. Dirimpetto a questa chiesa, ove si veggono alcune vestigia di antichità, e di ruine di fabbriche, è opinione, che fosse il tempio del Buon Evento con questa congettura, che immediatamente dopo le terme d’Agrippa si legge che il detto tempio giacesse.

Per molte cose di segnalata divozione è sommamente illustre, divota e venerabile questa chiesa, e perciò frequentata da continuo concorso di popolo, risplendendo in essa sopra modo il culto divino, gli esercizi di pietà, la predicazione della parola divina, e la frequenza de’ sacramenti. Ricca e preziosa la rende il nobil tesoro del corpo di santa Caterina da Siena, che si conserva nella cappella del Rosario sotto l’altare, in un vaso di pietra col suo coperchio di marmo, nel quale sta scolpita la figura della Santa. Il resto della cappella è dipinta nobilmente con i misteri del rosario da Marcello Venusti famoso pittore. L’immagine della santissima Vergine che sta sopra l’altare, si stima che sia del beato Giovanni da Fiesole detto pittore angelico, di quest’Ordine, le cui pitture spirano ancor divozione; di modo che si legge, che Michel’Angelo Buonarroti considerando attentamente la santissima Vergine Annunziata da esso dipinta nella chiesa di s. Domenico di Fiesole, disse: Io credo, che questo frate vada in cielo a considerare quei beati volti, e poi li venga a dipingere qua giù fra di noi. Non si poneva mai a dipingere, che prima non facesse orazione. Dipingendo l’immagine di nostro Signore Crocifisso, andava insieme bagnando il suo volto di lagrime. Le teste della santissima Vergine le dipingeva stando in ginocchio. Fu di tanta umiltà, che ricusò generosamente l’arcivescovato di Firenze offertogli da Nicolò V, ed indusse il papa a conferirlo a sant’Antonino, quell’uomo tanto celebre, che fu con la dottrina e con la santità splendore di questo santo Ordine. Il corpo di questo beato pittore è sepolto in questa chiesa nell’entrare della porta verso il Collegio Romano a mano sinistra dirimpetto al vaso dell’ acqua santa, con la sua figura antica di basso rilievo in piedi, sotto cui si leggono i seguenti versi composti da Nicolò V.

Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles,
Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam.
Altera nam terris opera extant, altera caelo,
Urbs me Ioannem flos tulit Etruriae.

Celebre è quivi la compagnia del santissimo Rosario, che fu istituito da s. Domenico, e prorogato per tutto il mondo. Il recitare il rosario a coro ebbe principio ne’ chiostri di questo convento l’anno 1600 tre volte la settimana: poi s’introdusse dal padre Timoteo Ricci predicatore insigne di recitarlo in chiesa a vicenda gli uomini e le donne, aggiuntavi la spiegazione dal pulpito de’ misteri della vita di Gesù Cristo. Famosa altresì è la compagnia quivi istituita della santissima Annunziata, dal dottissimo cardinale Torrecremata quivi sepolto, primo maestro del Sacro Palazzo; la quale oggidì per diversi legati pii ed eredità è arrivata a tanta ricchezza, che ogni anno dà la dote per mano stessa del Papa a gran numero di zitelle; e qui perciò si fa la solenne cavalcata, e cappella cardinalizia nel giorno medesimo dell’Annunziata. Altre opere di segnalata pietà si fanno in questa nobile confraternita.

La prima archiconfraternita del santissimo Sacramento, che si piantasse in Roma, e nella Chiesa, è questa della Minerva; ed in questa pure si alzò in Roma la prima volta il tabernacolo sopra l’altar maggiore per tenerlo rinchiuso con la dovuta decenza e splendore: quantunque il cardinal Baronio nell’anno 570 asserisca, che questo uso fu introdotto nella sua Chiesa da Felice vescovo di Bourges nel medesimo anno. Fu questa arciconfraternita istituita da Tommaso Stella famoso predicatore, e gran servo di Dio, e n’ebbe perciò il privilegio di fare la prima processione dopo quella del Corpus Domini, a cui intervengono molti cardinali. Segnalata pure è la compagnia detta del Nome di Dio, istituita per isradicare dal popolo le bestemmie e i spergiuri, e in essa si trova, che s. Ignazio Loiola prima di fondare la compagnia di Gesù vi fu scritto. Un’altra compagnia pure v’ha detta del Salvatore, la cui gloriosa trasfigurazione è dipinta col raro pennello di Raffaele d’Urbino.

Sono in questa chiesa sepolti quattro Sommi Pontefici; due nel coro, che sono Leone X gran mecenate e protettore de’ letterati; e Clemente VII, nel cui tempo avvenne il funesto sacco di Roma; nella cappella de’ Caraffa, Paolo IV in un sontuoso deposito fattogli erigere da san Pio V, ed in quella dell’Annunziata Urbano VII, che lasciò questa nobile compagnia sua erede; in memoria della cui liberalità si fece il seguente epitaffio degno da registrarsi (7).

Vrbano VII
Christianae Reipublicae nato
Quidquid in egregium hominem dici potest
Fuit beneficio naturae collatum
Ad Pontificatus apicem eo tardius evecto
Quo celerius invida morte praerepto
Inconsolabili Urbis et Orbis maerore aetat.
Annorum Lxx
Pontificio die XII
Archiconfraternitas Sanctissimae Annuntiatae
Ob amplifìcatos sine exemplo redditus
In pauperum Virginum dotes erogandas
Haeres ex assi protectori munificentissimo
Munus singolari religione debitum
Dedicavit.

In questa chiesa, cioè nella sacristia furono fatti due conclavi, ed in essa eletti due Sommi Pontefici, – che furono Eugenio IV e Nicolò V. Celebre pure è la cappella degli Aldobrandini, fabbricata sontuosamente da Clemente VIII, arricchita di superbissime pitture e statue, che muove a meraviglia ognuno che le mira, e fra l’ altre quella del padre e della madre di detto pontefice. Accanto all’altar maggiore vi è un altra statua eccellente di Michelangelo Bonarroti, che rappresenta al vivo l’immagine del nostro Salvatore Gesù Cristo, a cui i fedeli baciano con divozione il piede. Sopra la porta della sacristia sta sepolto il cardinal Latino Frangipane, che fu religioso di quest’Ordine, gran teologo, famoso legista, ed eccellente predicatore, di cui si ha opinione che componesse la Sequenza de’ morti. Avanti la chiesa sta pure nell’atrio il famoso teologo Enrico cardinal Caietano, che per gran sentimento d’ umiltà non volle esser sepolto in Chiesa, anche per concorrere nei sentimenti degli antichi canoni della Chiesa, che non si seppelliscano nei templi i cadaveri, ma nei cemeteri, come in molte parti si usa. Qui pure sta Paolo Manuzio figliuolo di Aldo celebre grammatico.

Le cose più degne d’osservazione di questo divoto e venerabil tempio, oltre le più sacre accennate, sono un immagine di s. Domenico nella prima cappelletta del Presepio a mano destra del cavalier d’Arpino; l’immagine sopra l’altare nella cappella di s. Ludovico Bertrando, del Bacciccia illustre pittore di quei tempi; la nobil cappella della santissima Annunziata è tutta di Cesare Nebbia; e quella degli Aldobrandini, cioè le statue rarissime col disegno della medesima, è del famoso scultore Giacomo Porta di Porlezza nel milanese. La cena di Nostro Signore è opera perfettissima di Federico Barocci. Il Crocifisso ch’è nella cappelletta vicina, è del celebre Giotto fiorentino. Tutta la cappella di s. Tommaso è con gran finezza di lavoro ammirabile di Raffaellino del Garbo fiorentino; e la tavola dell’Annunziata si stima del beato Giovanni da Fiesole. Marcello Venusti dipinse nella cappella del Rosario la vita di santa Caterina da Siena; e l’immagine stessa, di gran venerazione, della santissima Vergine è del suddetto beato Giovanni da Fiesole. Il preziosissimo Cristo di marmo vicino all’altar maggiore di Michelangelo Buonarroti. La statua del cardinal Pimentelli è del cavalier Bernini: e gli altri ornamenti sono dell’ingegnoso scarpello d’Ercole Ferrata comasco (8).

Fu questa chiesa sommamente amata, e frequentata da s. Filippo Neri, il quale spesse volte ci venne a salmeggiare con i padri, anche di notte tempo in coro, godendo il santo vecchio di trattenersi quivi in santi esercizi di pietà, con molti religiosi di quest’ordine da esso venerato assai, perché diceva egli di aver ricevuto da esso le primizie del suo spirito; anzi per la stima che faceva d’una religione sì celebre e fruttuosa nella Chiesa di Dio, volle averne la figliolanza. In questa chiesa pure nell’occasione dell’esposizione del Santissimo fu fatto degno di vedere visibilmente nell’ostia consacrata Gesù Cristo che dava con la sua mano la benedizione a tutti quei ch’erano presenti.

La Stazione di questo giorno nella presente chiesa, non è delle perpetue antiche: ma solo s’ottiene di tempo in tempo per il settennio, in riguardo della celebrità della chiesa, nella quale in ogni tempo con gran comodo, ed edificazione di tutta Roma, nel cui centro ella si trova, vi è frequenza, e vi risplende il culto divino cambiato con pubblica felicità, e vantaggio dalle sue antiche profanità, con le quali solevano gli antichi romani onorare Minerva loro nume; questo venerabilissimo tempio è divenuto teatro di cristiana pietà; ed il vicino convento per la moltiplicità dei soggetti illustri che vi risiedono, e delle lettere sagre, che vi s’insegnano, è uno splendido e celebre ateneo formato dalla romana grandezza dei secoli ecclesiastici.

DELLA LIMOSINA

È la limosina a guisa d’un pozzo, nel quale sempre più cresce l’acqua, quanto più se ne cava; ovvero come il latte nelle mammelle, che nel medesimo tempo che si succhiano, crescono e si riempiono di latte. (S. Clemente Alessandrino).

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(1) Il Pantheon fu fondato nel 726 della fondazione di Roma, e venne consacrato al culto cristiano nel 610 dell’era volgare: onde dalla fondazione all’anno che fu convertito in tempio cristiano corsero soltanto anni 631.

(2) I soli cannoni per il Castello s. Angelo assorbirono libbre di bronzo 448,286.

(3) Raffaello morto nel 1520 ordinò per testamento che fosse ristaurato l’altare della Madonna e che fosse abbellito con marmi a spese della sua eredità. Volle inoltre essere sepolto accanto all’altare, e che sopra la sua tomba fosse collocata una statua della Vergine, la quale fu scolpita, come si vede al presente, da Lorenzo Lotti. Nel 1833 le ceneri di Raffaello furono cercate, e trovate appunto sotto il volto, che sorregge la suddetta, statua, e collocate in un urna di marmo furono riposte nello stesso luogo, con grandissimo concorso di popolo. Di questo avvenimento ha pubblicata una relazione colle stampe il principe D. Pietro Odescalchi.

(4) Questa compagnia fu eretta da certo D. Desiderio Adiutorio, canonico di questa chiesa, il quale nel tornare da un suo viaggio in Palestina portò seco della terra presa nei luoghi santificati dalla presenza di Gesù Cristo. La compagnia fu fondata nel 1545, ed è quella che vi sussiste tuttora sotto il nome di congregazione dei Virtuosi al Pantheon.
In questa chiesa, oltre Raffaello, stanno sepolti altri distinti artisti, quali sono Annibale Caracci valente pittore, Baldassarre Peruzzi distinto architetto, Pierino del Vago e Giovanni da Udine, pittori eccellenti e contemporanei di Raffaello, poi Taddeo Zuccari altro pittore e Flaminio Vacca scultore.

(5) Questo distico fu dettato dal cardinal Bembo.

(6) I busti degli artisti sepolti in questa chiesa furono nel 1820 levati e trasportati in Campidoglio, dove ebbe cosi origine la protomoteca, la quale ogni anno va arricchendosi dei busti degli uomini distinti nelle arti e nelle lettere.

(7) Vi è sepolto anche Benedetto XIII, a cui nella bellissima cappella di s. Domenico fu innalzato un grande monumento.

(8) Questa chiesa ricca di tante memorie e di tanti monumenti era ridotta però ad un vero squallore. I padri Domenicani fino dal secolo passato mostrarono grandissimo desiderio di ristaurarla; ma trovarono impossibile l’attuarlo; ma nel 1848 non lasciandosi imporre da alcuna difficoltà si accinsero coraggiosi all’impresa. Ne affidarono la direzione al converso domenicano fra Girolamo Bianchedi, valente artista, il quale esaminato attentamente questo tempio, presentò i disegni per la esecuzione. Il Bianchedi all’arco di tutto sesto, che sovrastava l’ingresso del presbiterio e dell’abside, e del coro, e che minacciava rovina, sostituì il diagonale, riducendo a diagonali anche i tre finestroni che lo chiudevano. Tentò di dare, per quanto era possibile, alle volte più sensibile il sesto acuto, che rispondesse proporzionatamente agli archi, e per meglio conseguire ciò fece con accorgimento correre per le volte da un’arco all’altro delle fascie, le quali produssero mirabilmente all’occhio l’effetto desiderato. Morto il Bianchedi, sulle traccie da lui lasciate, vennero dipinte le volte, le pareti e furono coperti i pilastri di scaiola: e fatto il pavimento di marmo. Le volte furono tinte di azzurro tempestato di stelle d’oro e nei spicchi o compartimenti vi si effigiarono i profeti maggiori, gli evangelisti, gli apostoli; nelle ali della crociera i santi padri, e nel fondo sopra la centinatura degli archi l’Annunziata. All’intorno poi della chiesa corrispondenti sopra il giro degli archi dentro cornici dorate veggonsi dipinti in mezza figura i santi e le sante le più illustri dell’ordine dei Predicatori. I vetri delle finestre sono colorati a figure e a rabeschi: per cui la chiesa si tinge come di una vaga iride. Le colonne a scaiola imitano perfettamente il marmo caristio e bianco e ogni altra specie marmorina; ed ora esse sono, come anche i pilastri, sgombre della moltitudine dei sepolcrali monumenti, i quali vennero collocati nelle navi minori. Il nuovo pavimento è di marmo di carrara e di bardiglio, e nel disegno è assai commendevole.
All’altar maggiore fatto nel 1725 in marmo, ma con disegno pesante e grave, non confacente al restante della chiesa, venne sostituito un bellissimo altare di metallo di stile gotico. Sotto questo altare entro un urna di marmo bianco sta il corpo di santa Caterina da Siena, la quale stava prima nella cappella del Rosario, appartenente alla famiglia Capranica. Nei due pilastri prossimi all’altar maggiore sorgono in uno la statua del Redentore, opera di Michelangelo e nell’altro la statua di s. Giovanni Battista fatta in quest’anni dal sig. Obici di Carrara.
I grandi restauri di questa chiesa, che costavano non meno di 122,000 scudi furono condotti a termine nel 1853: ed ai tre di agosto il maestoso tempio fu riaperto al pubblico culto. La mattina del 4 agosto vi andò il sommo Pontefice Pio IX a celebrare la messa, lasciandovi poi in dono magnifici paramenti e arredi sacri. Nelle ore pomeridiane, fuvvi una solenne processione col corpo di s. Caterina, la quale venne poscia collocata sotto l’altar maggiore entro un’urna d’argento rinchiusa nell’antica di marmo.

Cfr. C. B. PIAZZA, Eorterologio ovvero le sacre Stazioni Romane e feste mobili, Roma, Aureli, 1858, pp. 456-472.

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